CIPRIANO. - Presbitero al quale s. Gerolamo inviò l'epistola 140. Prima erano già stati in corrispondenza epistolare e poi avevano fatto la conoscenza personale stringendo fra loro amicizia. Gerolamo lo elogia come studiosissimo della legge di Dio. Così C. gli richiese una spiegazione semplice e piana di Ps. 89. A tale domanda risponde la lettera suddetta (PL 22, 1166-79; e I. Hilberg: CSEL, LVI, 269-89).
L'esegesi tiene presenti costantemente l'ebraico, i Settanta e le altre versioni. Vi sono chiare affermazioni della necessità della Grazia per compiere qualsiasi opera buona: «Non può far nulla di bene senza Colui il quale ha concesso il libero arbitrio con l'impegno di non negare la sua Grazia per le singole opere, affinché la libertà d'arbitrio non divenisse occasione d'ingiuria del Creatore e di arroganza per colui che fu creato libero, in modo però da dover riconoscere che egli è niente senza Dio» (cap. 5). E di nuovo, verso il termine: «Dove sono coloro che, vantandosi del potere del libero arbitrio, fanno consistere la Grazia di Dio, che credono d'aver conseguita, nell'avere il potere di fare o non fare sia il bene sia il male?». Tali energiche affermazioni richiamano la controversia pelagiana, alla quale s. Gerolamo prese parte attivissima in difesa dell'ortodossia. Secondo il Vallarsi l'epistola fu scritta ca. il 418, quando ferveva ancora la lotta contro il pelagianesimo, che appunto in quell'anno fu condannato, dopo che dal Concilio di Cartagine, dal papa Zosimo nella Epistola tractoria.