VATICANO

VATICANO. - Lo Stato della Città del V. (S. C. V.) venne creato e definito l'11 febbr. 1929 col Trattato del Laterano. Il nome ne riassume il carattere e l'ubicazione.
VATICANO. - Lo Stato della Città del V. (S. C. V.) venne creato e definito l'11 febbr. 1929 col Trattato del Laterano. Il nome ne riassume il carattere e l'ubicazione.
Sommario: I. Geografia (coll. 1040-41). - II. Diritto (coll. 1041-53). - III. Zona archeologica e Basilica (coll. 1053-1097). - IV. I Palazzi Vaticani (coll. 1097-1106). - V. Musei e Gallerie Pontificie (coll. 1106-23). - VI. Biblioteca Vaticana (coll. 1123-1130). - VII. Archivio Vaticano (coll. 1131-35). - VIII. Tipografia Vaticana (coll. 1135-37). - IX. Specola e Radio Vaticana (coll. 1137-1140).

I. GEOGRAFIA.

Esteso appena 440 mila mq., è il più piccolo Stato che si conosca ed è tutto chiuso dentro il perimetro urbano di Roma, sulle falde di un colle rimasto in sostanza fuori dal centro abitato romano. I suoi confini coincidono perciò in gran parte (a N., ad O. ed a S.) con la cinta muraria fatta erigere dai Pontefici (Paolo III, Pio IV, Pio V ed Urbano VIII), tra il 1550 ed il 1640 all'incirca, per ampliare e difendere questa città, mentre a levante, da Porta Cavalleggeri ai Musei, dove non è segnato dalla rete stradale, il limite s'interrompe addirittura come in corrispondenza alla Piazza S. Pietro ed al colonnato berniniano. La linea di confine è segnata, qui, soltanto sul pavimento della piazza, da una lista di travertino che unisce le due braccia del colonnato e, di fatto, arretra sino all'Arco delle Campane, alle colonne e ai cancelli della Basilica ed al Portone di Ferro.

Article illustration
(fot. Gah. int. nec.)
Vasto. diocesi di - Portale della chiesa di S. Margherita, ora dedicata a s. Giuseppe, opera di R. Fragenis (1293).

Il territorio dello Stato della C. d. V. assume a un
disposto la forma di un tra-
pezzo col lato maggiore a S.
La sua larghezza massima
(da E. a O.) supera di poco
un chilometro (1045 m.); la
lunghezza è ancora minore
(850 m.). L'altimetria sale
dai 19 m. sul livello del mare
della Piazza S. Pietro ai
77,5 dei Giardini Vaticani;
sulle mura di NO. scende a
56,5. Un terzo del territorio
è occupato da edifici, un
terzo da piazze e cortili, il
rimanente disponibile per
eventuali costruzioni.

Al di fuori di questo
vero e proprio territorio del-
lo Stato, diverse minori e
separate aree rimangono,
sempre entro i confini del
territorio italiano, però con
i benefici della «extraterri-
torialità» e di «esenzione
da espropriazione e tributi»,
o di tutte due insieme. Tali
aree coprono complessiva-
mente una superficie di ca. 700 mila mq.; la maggiore (ca. 400
mila mq.) è quella occupata dal Palazzo Papale, la Villa e il
Palazzetto Cybo e la Villa Barberini a Castelgandolfo, resi-
denza estiva di S. Santità. Seguono la Villa Gabrielli sul Gia-
nico, i Palazzo del S. Uffizio, del Laterano (con la Basilica e
la Scala Santa), della Dutria, della Cancelleria, di Propagani-
da Fide, di S. Calisto in Trastevere, della Chiesa orientale
e del Vicariato. Godono dei soli diritti di esenzione i
Palazzi dell'Università Gregoriana, dei SS. Apostoli,
quelli annessi alla chiesa di S. Andrea della Valle e di
S. Carlo ai Catinari, gli Istituti Biblico, Orientale e
quello di Archeologia cristiana, i Collegi Lombardo e
Russo, i due Palazzi di S. Apollinare e la Casa di eser-
cizi per il Clero dei SS. Giovanni e Paolo. In tal modo
è stato possibile dare ad alcuni degli organi centrali
del V., che mal avrebbero potuto trovare posto entro il
vero e proprio territorio dello Stato, una sede che ga-
rantisse loro, in sostanza, le stesse condizioni di cui colà
avrebbero goduto. Quando se ne tolga la Villa di Ca-
stelgandolfo (27 km. da Roma), la zona extraterritoriale
più lontana dal V. (S. Paolo) ne dista 5 km.

Le comunicazioni ferroviarie sono assicurate da un
raccordo di qualche centinaio di metri, tra la stazione
di S. Pietro sul tronco Roma-Viterbo e l'apposita sta-
zione Vaticana costruita nel Cortile del Belvedere (quota
42) con carattere monumentale (stazione d'onore). Lo
Stato della C. d. V. dispone di propri uffici postali, te-
legrafici e telefonici, nonché di una stazione radiotras-
mittente e ricevente di grande potenza e modernità, e
di una centrale elettrica sita nell'interno dello Stato stesso.

Secondo il censimento del 31 dic. 1936 la popola-
zione dello Stato della C. d. V. era di 956 persone (in-
vece delle 1025 del 1932), 746 cittadini e 210 residenti.
I nati in Italia formavano la grande maggioranza (596
cittadini e 197 residenti); quanto a condizione, preva-
levano i laici (615), mentre i sacerdoti erano 94 ed i re-
ligiosi 37. Lingua ufficiale dello Stato è l'italiana.

Bibl.: F. Rassel, Die Vatikan. Stadt, in Peterm. Mittell., 75 (1929), pp. 271-72; F. Ruffini, Lo Stato della C. d. V.: considerato, critiche, in Atti R. Accad. scienze (Sc. mor., stor. e filol.), 66 (1930-31), pp. 169-97; M. Giordano, La Città del V. (Bellezze d'Italia), Milano (1930); V. Toschi, The Vatican City State from the standpoint of the political geography, in Georg. Reviev., 21 (1931), pp. 229-38; C. Cecchelli, C. d. V., Roma 1933; H. Leising, La C. d. V. und ihre Bürger, Erlangen 1933; J. Roscrot, de Melin, La Cité du V., Parigi 1937. Giuseppe Caraci

II. DIRITTO.

I. NOZIONI

Nei suoi precedenti storici e politici la creazione dello S.C.V. Questione

Romana (

Article illustration

v.) sorta tra la
S. Sede e l'Italia fin dagli
albori del Risorgimento a
seguito della conquista
graduale degli Stati della
Chiesa e infine di Roma
stessa da parte del Go-
verno italiano; e in con-
seguenza delle costanti ir-
riducibili rivendicazioni
di questo civili principa-
tus da parte della S. Sede,
quale esigenza necessaria
e insostituibile per la per-
fetta esplicazione della
sua attività spirituale e re-
ligiosa di suprema istitu-
zione della Chiesa cattolica.

Il fondamento di siffat-
ta esigenza della S. Sede è
prevalentemente teologico
e si riconnette a quel prin-
cipio fondamentale di di-
ritto divino, secondo cui il
Pontefice deve essere sot-
tratto all'ingerenza di ogni
estranea autorità e gode-
re di un'indipendenza assoluta, visibile e manifesta
nello svolgimento delle sue funzioni religiose univer-
sali di capo della Chiesa. Per quanto, infatti, nell'or-
dine dei rapporti religiosi la S. Sede (v.) goda già di tale
piena indipendenza per il fatto stesso di essere a capo di
una societas iuridica perfecta, cioè di un ordinamento
giuridico primario, quale è la Chiesa cattolica, una sua
subordinazione nell'ordine dei rapporti temporali e po-
litici non mancherebbe nella pratica di ripercuotersi ne-
cessariamente anche nell'ordine dei rapporti spirituali e di
memorare od ostacolare il perfetto godimento e la libera
attuazione della sua stessa sovranità religiosa. Di qui la
necessità che, anche nell'ordine temporale, essa sia sot-
tratta all'ingerenza di ogni estraneo potere e posta in una
posizione di assoluta e visibile indipendenza ed autonomia.

Ora, per raggiungere effettivamente tale risultato,
non esiste, secondo la dottrina canonistica, che un unico
mezzo: la creazione di un civili principatus S. Sedi,
cioè di uno Stato vero e proprio, posto sotto la sovranità
del pontefice, costituito al suo servizio e funzionante da
suo presidium temporale, in guisa che questi, aggiungendo
alla sua sovranità spirituale di capo della Chiesa anche
una piena sovranità politica di capo di uno Stato, possa
svolgere la sua attività religiosa universale con quella
vero, stabilirsi e visibilis indepedentia quae ei iure divino
competit. È appunto quest'esigenza canonistica che, realiz-
tata nel passato dallo Stato Pontificio, trova oggi la sua at-
tuzione concreta nello S.C.V.: creato appunto ed unica-
mente (come dichiara formalmente il preambolo comma 2
del Trattato lateranense) per assicurare alla S. Sede l'as-
soluta e visibile indipendenza e garantire una sovranità
indiscutibile pur nel campo internazionale.

II. NATURA

Senza soffermarsi sulla questione preli- minare, di pura dogmatica giuridica, relativa al modo come si è effettuato il processo di formazione giuridica di questo nuovo Stato; e venendo senz'altro all'esame della sua natura e struttura costituzionale interna, il primo pro- blema, che al riguardo si delinea sotto il profilo giuridico- politico, è se a tale nuovo organismo possano obbiettii- vamente riconoscersi la qualifica, i caratteri e il funzio- namento di un vero e proprio Stato.

Quali che siano però le sue singolarissime anomalie
e caratteristiche, valutate al lume della teoria generale
dello Stato, sotto il profilo positivo del diritto costituzionale
interno vaticano la soluzione non può essere che quella
affermativa.

Fin dal primo momento della sua esistenza, infatti,
lo S.C.V. non solo si è formalmente proclamato uno Stato
vero e proprio, ma tale sua tipica qualifica ha procurato

VATICANO - Territorio dello Stato della Città del Vaticano (fot. Gab. Fot. Naz.)

privilegio di extraterritorialità con esenzione da espropriazioni e da tributi; 2) Basilica e Palazzo Apostolico Lateranense ed annessi con la Scala Santa; 3) Basilica di S. Maria Maggiore con gli edifici annessi; 4) Basilica di S. Paolo con gli edifici annessi; 5) Palazzo della Dataria; 6) Palazzo della Cancelleria; 7) Palazzo di Propaganda Fide; 8) Palazzo di S. Callisto in Trastevere (ora delle Sacre Congregazioni); 9) Palazzo dei Convertendi (ora Sacra Congregazione per la Chiesa Orientale); 10) Palazzo del S. Uffizio ed adiacenze; 11) Palazzo del Vicariato; 12) Immobili sul Gianicolo; 13) Seminario minore. Immobili esenti da espropriazioni e da tributi; 13) Università Gregoriana; 14) Università Gregoriana alla Pilotta; 15) Istituto Biblico; 16) Palazzo del SS. XII Apostoli; 17) Palazzo annesso alla chiesa di S. Andrea della Valle; 18) Palazzo annesso alla chiesa di S. Carlo ai Cantuari; 19) Istituto archeologico - Istituto Orientale - Collegio Orientale - Collegio Russo; 20) Palazzi di S. Apollinare; 21) Casa di esercizi per il Clero in SS. Giovanni e Paolo. Immobile esente da alcuni tributi; 22) Pontificia Accademia Ecclesiastica (Piazza della Minerva).

in ogni modo di tradurre in atto e rendere la più fondata ed appariscente possibile, procurando di assumere anche sostanzialmente nel suo ordinamento costituzionale interno quella precisa fisionomia giuridica, quelle note caratteristiche e quel comportamento che sono propri degli Stati; il che è decisivo per concludere che, per lo meno sotto il profilo e nei confronti del diritto interno vaticano, lo S.C.V. non può a meno di essere considerato riconosciuto costituzionalmente come tale, trattandosi in sostanza di una sfera giuridica in cui sussiste solo la sua autodeterminazione sovrana e insindacabile e in cui pertanto essa ed essa soltanto assurge a elemento decisivo per la precisazione della sua natura e posizione giuridica obbiettiva.

III. STRUTTURA

Risolta così tale questione preliminare, si può scendere senz'altro all'analisi della sua struttura costituzionale interna, quale si presenta nei suoi singoli elementi costitutivi: territorio, popolo, sovranità e fine, mettendo, sia pure sinteticamente, in rilievo le molteplici peculiarità che in ciascuno si riscontrano.

1. Il territorio

Lo S.C.V. si presenta come lo Stato più piccolo del mondo. Il suo ambito, fissato in apposita pianta costituente l'allegato I del Trattato lateranense, misura appena 44 ettari e consiste in sostanza dei Palazzi Vaticani con tutti gli edifici, giardini e terreni annessi e dell'art. 15 citato, godono delle immunità riconosciute alle sedi degli agenti diplomatici degli Stati esteri. Nell'art. 15 stesso, infatti, è detto in modo inequivocabile che essi fanno parte del territorio dello Stato italiano e la stessa proprietà e le immunità di cui godono sono loro riconosciute a favore della S. Sede non in quanto sovrano dello S.C.V., ma quale suprema istituzione della Chiesa.

Speciali diritti e doveri dei due contraenti nei loro confronti reciproci sono poi stabiliti nel Trattato per quanto attiene il territorio. Così da parte della S. Sede vi è l'obbligo: a) che la Piazza S. Pietro, pur facendo parte dello S. C. V., continui ad essere aperta al pubblico e soggetta ai poteri di polizia dell'autorità italiana, salvo però il diritto della S. Sede, in vista di particolari funzioni, di sottrarla temporaneamente al libero transito del pubblico e ai poteri dell'autorità italiana (art. 3, comma 2, 3); b) che la basilica di S. Pietro continui ad essere aperta, normalmente almeno, al culto pubblico, restando però vietato alle autorità italiane di montare sulla gradinata e di accedere ad essa, salvo invito delle autorità competenti (ibid.); c) che i tesori di arte e di scienza esistenti nello S.C.V. rimangano visibili agli studiosi e ai visitatori, pur essendo riservata alla S.

Article illustration
(fot. Gab. Fat. Naz.)

Vaticano - Territorio dello Stato della Città del Vaticano: 1) Città del Vaticano. Imnobili con privilegio di extraterritorialità con esensione da espropriazioni e da tributi; 2) Basilica e Palazzo Apostolico Lateranense ed annessi con la Scala Santa; 3) Basilica di S. Maria M

...

Sede la piena libertà di regolare l'accesso del pubblico (art. 18).

Da parte dello Stato italiano vi è l'obbligo: a) a tenore dell'art. 7, comma 1 di non permettere nuove costruzioni intorno alla S.C.V. che costituiscano introspeito e di provvedere per lo stesso fine alla parziale demolizione di quelle già esistenti (art. 7 comma 1); b) di non compiere o permettere, senza accordo con la S. Sede, alcun mutamento edilizio stradale che possa interessare lo S.C.V. nella Piazza Rustuccio e nelle zone adiacenti al colonnato (art. 7 comma 3).

Le anomalie e le peculiarità singolari che, al lume delle teorie generale dello Stato, presenta il territorio dello S.C.V. sono molteplici e veramente rilevanti. Anzitutto la sua estrema piccolezza, che finisce per ridurre lo Stato stesso pressoché alla reggia del sovrano, situata non solo in una città, ma addirittura entro la capitale stessa di un altro Stato. Secondariamente la sua natura prettamente privatistica, che lo fa apparire piuttosto come un patrimonio privato, che non come il vero territorio di uno Stato, riconoscendosi alla S. Sede su di esso non solo l'assoluta potestà di diritto pubblico, ma anche la piena proprietà di diritto privato (Tvatt., precamb. comma 2, artt. 3 e 5). In terzo luogo la sua immutabilità assoluta, che lo rende insuscettivo di qualunque variazione in aumento o in diminuzione e fa sì che per lo Stato viga il principio dell'assoluta indisponibilità del territorio; indisponibilità, che non deriva neppure dall'interna costituzione dello Stato e non rappresenta una semplice autolimitazione del medesimo, ma discende dall'atto stesso internazionale della sua formazione e non può essere revocata né modificata per sua volontà. Infine, e soprattutto, la grave anomalia che, essendo lo S.C.V. prima e anzitutto per assicurare l'indipendenza temporale della S. Sede, il territorio viene ad avere in rapporto a tale finalità una funzione molto più importante della popolazione, valendo molto più di questa come presupposto di tale indipendenza, e finisce così per assurgere a elemento primario dello Stato rispetto alla popolazione che funge da semplice elemento secondario, in perfetta antitesi a quanto si verifica in tutti gli Stati.

2. Il popolo

La materia è regolata dagli artt. 9 e 21 del Trattato lateranense e dalla legge vaticana III sulla cittadinanza ed il soggiorno. A tenore di tali disposizioni sono considerati cittadini vaticani: a) coloro che risiedono stabilmente nello S.C.V. per ragioni di ufficio, dignità, carica o impiego, quando tale residenza sia prescritta ex lege o autorizzata dal card. Segretario di Stato o dal Governatore come connessa alla necessità dell'ufficio (Tratt. art. 9; Legg. vat. III, art. 1, lett. b); b) coloro che risiedono stabilmente nello S.C.V., indipendentemente da ragioni di ufficio, per autorizzazione discrezionale del pontefice con concessione e conservazione della cittadinanza (Tratt. art. 9; Legg. vat. III, art. 1, lett. c); c) i coniugi, i figli, gli ascendenti, i fratelli e le sorelle di un cittadino vaticano, purché con lui conviventi e autorizzati a risiedere nello Stato secondo le norme stabilite nella legge stessa vaticana (Legge vat. III, artt. 3, 4, 5); d) i cardinali di Curia, cioè residenti in Roma, anche se abitino fuori dello S.C.V. (Tratt. art. 21; Legge vat. III, art. 1, lett. a).

Riassumendo, pertanto, si può concludere che la cittadinanza vaticana si acquista, come regola generale, con la residenza stabile funzionale, cioè con la residenza stabile sul territorio accompagnata dall'esercizio di un ufficio; e, come eccezione, o con la sola residenza stabile per coloro che abbiano ottenuto l'autorizzazione pontificia o si trovino nelle condizioni previste dalla legge vaticana, ovvero con il solo ufficio per i cardinali di Curia.

Il venir meno di alcuna di queste condizioni importa nei singoli casi la perdita della cittadinanza, che può pertanto essere o volontaria (abbandono spontaneo della residenza o rinuncia all'ufficio), o imposta o legi, o sancita dall'autorità (cessazione delle condizioni per cui è permessa la residenza; revoca dell'ufficio o dell'autorizzazione alla residenza, ecc.: Legge vat. III, artt. 6, lett. b = d; 8). A termini, però, dell'art. 9 del Trattato, la residenza, e quindi anche la cittadinanza, non si perde per il semplice fatto di una temporanea dimora altrove non accompagnata dalla perdita dell'abitazione nella città stessa (per i cardinali anche in Roma), o da altre circostanze comprovanti l'abbandono di detta residenza.

Perduta la cittadinanza vaticana, coloro che prima di conseguire la loro cittadinanza, o che sono discendenti di cittadini italiani, o che, pur essendo originariamente cittadini stranieri, non hanno titolo per riacquistare o godere della cittadinanza di alcun altro Stato, tornano o divengono cittadini italiani (Tratt. art. 9, comma 2).

Per quanto, infine, riguarda la condizione giuridica dei cittadini vaticani in Italia, il Trattato, all'art. 9 già citato, dispone che in tutti quei casi in cui la legge vaticana non detti speciali norme, essi, in territorio italiano, cadano sotto l'applicazione della legge italiana, se erano originariamente cittadini italiani, e della legge dello Stato straniero rispettivo, se erano originariamente cittadini di altri Stati.

S'intende, in queste condizioni, come anche l'elemento popolo presenti nello S.C.V. una natura assolutamente anomala e caratteri eccezionalissimi. Tale anzitutto il fatto di riscontrare la materia disciplinata nel Trattato Lateranense anziché nelle sole leggi interne vaticane, con la conseguenza di vincolare e limitare la libertà dello S.C.V. popolazione e quali le condizioni per entrare a far parte di essa o da essa essere esclusi, come è diritto proprio di tutti gli Stati. Tale ancora il criterio fondamentale adottato come presupposto per l'acquisto, la conservazione e la perdita della cittadinanza, che, risultando fondata sulla residenza stabile funzionale, anziché sul suo sanguinis o sul lus soli, si risolve in pratica nella mancanza di ogni vincolo di sangue e di razza fra i suoi membri e nell'assenza di quell'elemento nazionale, che costituisce il sostrutto sociale del popolo di ogni Stato.

Mentre inoltre la cittadinanza è per definizione uno status originario e definitivo che aderisce all'individuo fin dalla sua nascita e lo accompagna fino alla sua morte automaticamente, la cittadinanza vaticana si presenta con un carattere essenzialmente acquisito, precario, instabile, come quella che si acquista appunto con un atto di volontà e in un tempo successivo, che si conserva temporaneamente e che può ad ogni istante perdersi, così da far concludere non a torto che n'est en effet qu'une nationalité de superposition qui s'ajoute et s'enlève comme un vêtement (Larrie, op. cit. in bibl., p. 22).

Veramente singolare risulta, infine, la posizione stessa di questi cittadini nello Stato, come quelli che in tanto hanno una ragione di essere in quanto necessari per l'ammistrazione del territorio e per il servizio dello Stato e in tanto sussistono in quanto funzionari (impiegati) dello Stato stesso o della S. Sede. Onde non è lo Stato che esiste per subbiettivizzare gli interessi della propria collettività, ma questa piuttosto che è istituita per provvedere al benessere dello Stato, anzi neppure dello Stato ma di un altro ente da esso distinto, la suprema istituzione della Chiesa, di cui lo S.C.V. è in ultima analisi semplice strumento per il raggiungimento dei fini. Dal che appunto segue, come già si è rilevato, che, a differenza degli altri Stati, nello S.C.V. i cittadini si presentano nei confronti del territorio come l'oggetto meramente accessorio e secondario della sovranità della S. Sede.

3. La sovranità

Sovrano dello Stato, in base al Trattato e a tenore delle leggi fondamentali vaticane, è naturalmente, anzi necessariamente la S. Sede, cioè il Pontefice romano, in quanto e perché suprema istituzione della Chiesa cattolica; e la sovranità civile e politica nello S.C.V. è da lui assunta non appena elevato al pontificato, appunto perché — spiegano i canonisti — principatus civilis sequitur ut accessorium principatum religiosum. Per questa stessa ragione, durante il periodo di vacanza della S. Sede, il Collegio cardinalizio, come assume il Governo della Chiesa, così è anche investito del supremo potere nello S.C.V. Ma, allo stesso modo che in ordine alla Chiesa i suoi poteri di governo sono limitati e, quanto all'attività legislativa, circoscritti ai soli casi di urgenza (cost. Vacante Sede Apost. Pio X. n. 5), così nei riguardi del governo dello S.C.V. esso potrà emanare disposizioni legislative soltanto in caso di urgenza e da avere effetto non oltre la durata della vacanza, salvo che siano confermate dal Sommo Pontefice successivamente eletto a norma delle Sacre Costituzioni (Legge I fondam., art. 1, comma 1).

L'autorità invece del Pontefice, per quanto attiene il governo dello S.C.V., è veramente autocratica e illimitata; egli ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario nell'interno dell'ordinamento dello Stato (Legge I fondam., art. 1), e la rappresentanza di questo di fronte agli Stati esteri per tutte le relazioni di diritto internazionale (Legge cit., art. 3). Nella pratica egli esercita tali poteri assoluti di governo, parte direttamente, parte a mezzo di speciali organi delegati. Questi sono:

a) La Pontificia Commissione. — È stata istituita dal Sommo Pontefice Pio XII il 20 marzo 1939 ed è composta di alcuni cardinali assistiti da un segretario; essa è delegato l'esercizio di tutti i poteri spettanti al Sommo Pontefice in ordine al governo dello S.C.V. La figura di questa Commissione è stata avvicinata, in dottrina, ma, sembra, con scarso fondamento, a quella del luogotenente generale del Regno nel diritto costituzionale italiano.

b) Il Governatore. — È nominato e revocato dal Pontefice e verso lui direttamente ed esclusivamente responsabile. Gli è delegato ex lege l'esercizio normale del potere esecutivo (Legge I fond., art. 6), salvo speciali atti riservati al Pontefice (legge cit., art. 2-4) e può essergli ad nutum del pontefice delegato quello legislativo per determinare materie o per singoli oggetti (art. 5, comma 2). Indipendentemente, inoltre, da espressa delegazione può emanare regolamenti ed ordinanze per l'esecuzione delle leggi, previo parere del Consigliere Generale dello Stato e senza poter derogare o dispensare dalle medesime (art. 4, comma 3-4). Con legge 1° dic. 1932 n. XXXII è stato dato assetto definitivo al Governatore, disponendo che il Governatore, nell'esercizio delle sue funzioni e nello studio e trattazione degli affari più importanti, sia coadiuvato da un Consiglio centrale costituito dai tre direttori degli uffici centrali (Segreteria, Monumenti, Musei e Gallerie, Servizi Tecnici), in cui sono raggruppati tutti i servizi del Governatore, e da un presidente fornito di speciale competenza tecnico-amministrativa.

c) Il Consigliere generale. — È anche egli nominato e revocato direttamente dal Pontefice e verso lui direttamente ed esclusivamente responsabile; non ha obbligo di assumere la cittadinanza e residenza vaticana, né appartiene alla categoria dei funzionari dello Stato, ma per capisce solo una indennità di carica (legge IV sull'ord. amm., art. 8). È organo consultivo dello Stato, con funzioni amministrative, ed è tenuto a dare parere tutte le volte che sia stabilito per legge o richiesto dal pontefice o dal governo (legge I fondam., art. 8). Inoltre, i reclami per lesioni di diritto o interesse rivolte al pontefice e le domande di grazia devono essere avanzate per suo tramite.

d) Gli organi giurisdizionali. — La nomina e la revoca del personale giudiziario spetta al pontefice. Neppure tale personale ha l'obbligo di assumere cittadinanza e residenza vaticana, né appartiene alla categoria dei funzionari dello Stato e percepisce solo un'indennità di carica. Le funzioni giudiziarie sono commesse per le cause di minore entità in materia civile e per la contravvenzione in materia penale a un giudice unico, che è in materia civile il presidente del tribunale di prima istanza o uno dei giudici del tribunale stesso da questi designato, e in materia penale un funzionario amministrativo designato dal governatore.

Per le altre cause il tribunale di prima istanza è collegiale e composto da un presidente, due giudici effettivi e un giudice supplente; la giurisdizione nei gradi ulteriori è assicurata da una Corte di Appello e da una Corte di Cassazione. Inoltre è ammesso il rimedio straordinario del ricorso al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Naturalmente ai tribunali laici resta sottratta tutta quella materia che ratione subiecti vel obiecti è riservata, a termini del CIC, alla giurisdizione ecclesiastica.

e) Gli organismi amministrativi. — Dipendono tutti dal Governatore dello Stato; non sono tutti di necessità citati, i diritti e obblighi dei funzionari, impiegati e salariati, la loro nomina, disciplinata e revocata sono determinati con regolamento del Governatore (legge IV sull'ord. amm., art. 9).

Quanto poi alle funzioni di governo dello S. C. V., la sua organizzazione giuridica costituzionale è stata disciplinata con l'emanazione di 6 leggi fondamentali pubblicate il 7 giugno 1929 e distinte con numero d'ordine progressivo, e cioè: Legge I fondam. della Città del Vaticano; Legge II sulle fonti del diritto; Legge III sulla cittadinanza e il soggiorno; Legge IV sull'ordinamento amministrativo; Legge V sull'ordinamento economico, commerciale e professionale; Legge VI di pubblica sicurezza.

La legge II, che disciplina appunto la materia relativa alle fonti del diritto oggettivo dello S. C. V., distingue tra fonti principali e fonti suppletive. Le prime sono: a) il CIC e le Costituzioni Apostoliche; b) le leggi emanate per la Città del Vaticano dal Pontefice o dalle autorità inferiori delegata da questi, nonché i regolamenti emanati dalle autorità competenti (art. 1). Le seconde sono: a) le leggi civili, commerciali, procedurali (apposito ordinamento giudiziario è stato promulgato con il monto proviato con la legge del 1° maggio 1946) e penali italiane vigenti alla data del 7 giugno 1929; b) i regolamenti generali e quelli locali della provincia e governatorato (comunque) di Roma indicati dalla legge stessa e con le modificazioni e limitazioni in essa specificate, salvo sempre i precetti di diritto divino e i principi generali del diritto canonico; c) le norme del Trattato e Concordato; tutte le anzidette norme, in relazione allo stato di fatto esistente nello S.C.V., debbono risultare ivi applicabili (art. 3). Speciali norme sono infine stabilite per colmare le eventuali lacune ancora restanti in materia sia civile che penale (cf. art. 22 e 23).

Fatti questi brevi cenni sull'ordinamento di governo dello S. C. V. si può passare all'esame delle sue note più caratteristiche. Nello S. C. V. l'elemento sovranità si presenta configurato come una monarchia elettiva a carattere autocratico, patrimoniale ed extratemporale.

Il primo di tali caratteri non abbisogna di particolare commento. Come si è già veduto, alla S. Sede spetta la sovranità di un vero e proprio monarca assoluto nel senso più preciso e completo della parola. Qualunque idea di distinzione e tanto più di opposizione fra la S. Sede, sovrano, e i sudditi vaticani, sarebbe veramente puerile, così come neppure concepibile è un qualunque pensiero di divisione di poteri o di separazione di funzioni, capolavoro degli ordinamenti costituzionali degli Stati moderni. In particolare, per il solenne disposto dell'art. 1 della legge I fondam., la S. Sede è, come si è visto, la fonte di tutti indistintamente i poteri sovrani, e, anche quando nel loro esercizio effettivo si riscontra l'esistenza di altri organi (governatore, tribunali, ecc.), essi si presentano quali suoi semplici delegati e la loro stessa delegazione si riduce a una mera possibilità lasciata alla sua esclusiva discrezione e revocabile in ogni tempo. Viceversa, ai sudditi della sovranità pontificia non solo non è riconosciuto alcun diritto politico e alcuna partecipazione all'esercizio del potere del governo, ma, in pratica, manca l'occasione di esercitare molti fra i diritti pubblici fondamentali, quali la libertà religiosa, la libertà individuale, di associazione, di stampa, d'insegnamento, ecc.

Le stesse sei leggi fondamentali, infine, in cui è consacrata l'organizzazione giuridica dello Stato, non costituiscono neppure una vera autolimitazione della sovranità da parte della S. Sede, giacché questa, come nell'ordinamento della Chiesa è al di sopra del jus canonicum, così in quello dello S.C.V. resta al di sopra delle leggi da lei stessa emanate e assolutamente libera di abrogare, modificare e derogare in qualunque momento e a suo piacimento.

Carattere ancora più singolare dello S. C. V. è quello di presentarsi sotto il profilo della sovranità come una reviviscenza di quella figura di Stato patrimoniale, che fu comune all'epoca feudale; come uno Stato, cioè, in cui la personalità giuridica, e quindi la potestà di volere e di governo, non spetta all'ordinamento statuale

inteso nel suo complesso unitario, ma a un soggetto in esso esistente, il supremo governante, il quale ne è l'effettivo titolare in virtù di un superiore interesse; l'afferma ed attua nel proprio nome e vantaggio personale come un diritto proprio, intangibile e perpetuo e con una concezione e un contenuto di natura piuttosto privatista che pubblicistica (grosso modo, così come un privato potrebbe esercitare il suo _ius dominii_ su un fondo di sua proprietà); e la esercita infine in via principale come dominio sul territorio e in via meramente secondaria come imperio sui cittadini.

Nello S. C. V., infatti, la S. Sede esercita il suo potere autocratico d'impe- rio non già per l'interesse e per il vantaggio dello Stato stesso, ma in nome appunto di un interesse diverso e superiore, quello della Chiesa; l'esercita con un'assoluta supremazia su tutti diversi elementi costitutivi dello Stato; sul territorio, oggetto della sua proprietà privata; sul popolo, costituito da suoi semplici funzionari; sull'organizzazione, da essa stessa creata e da essa soltanto dipendente; sulle leggi, infine, la cui emanazione, conservazione e revoca dipendono esclusivamente dalla sua discrezionalità. L'esercita ancora come un diritto proprio, necessario, intangibile e perpetuo, in quanto, essendo lo S. C. V. sorto come mezzo e presidio della sovranità spirituale del pontefice ed essendo stato insieme riconosciuto dall'Italia nell'art. 26 del Trattato appunto sotto la sua sovranità, l'appartenenza al pontefice del più assoluto potere sovrano nello Stato finisce per risultare vero elemento necessario, intangibile ed immutabile dello Stato stesso e per assurgere a fondamentale presupposto della sua possibilità di esistenza e sussistenza giuridica, sia nell'ordine interno che in quello internazionale, almeno nei confronti dell'Italia. L'esercita infine, come si è ripetuta mentre rilevato, in via principale come dominio sul territorio e in via meramente subordinata come imperio sui cittadini.

Ultima caratteristica, infine, che presenta l'elemento sovranità nello S. C. V., è il suo contenuto essenzialmente extratemporale, il fatto cioè che il potere temporale della S. Sede, pur di per sé tanto autocratico e illimitato, sembra essersi estraneizzato addirittura alla tutela e al conseguimento degli interessi temporali della propria collettività e finisce per apparire ridotto sotto tale aspetto a un semplice _nudum ius_. Lo scopo superiore, infatti, essenzialmente religioso e spirituale, che la S. Sede si è proposta di raggiungere attraverso il suo _principatus civilis_, ha fatto sì che essa ha considerato come elemento trascurabile, se non come un vero ostacolo, l'interessarsi a tutti quei servizi pubblici che sono connessi con l'esercizio della sovranità politica e pertanto, anziché caricarsi di tali oneri gravosi e dal suo punto di vista inutili, ha preferito rinunciare alla loro organizzazione e soddisfacimento, commettendoli, come sarà in seguito esposto, senz'altro all'Italia.

4. _Il fine._ - Poiché lo S. C. V. è stato creato appunto e soltanto per costituire alla S. Sede, suprema istituzione della Chiesa, una sovranità anche nel campo temporale, la sua finalità ultima necessaria si concreta, come avverte il preambolo del Trattato, nello scopo preciso di _assicurare alla S. Sede l'assoluta e visibile indipen-_

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denza e garantire una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale. Di qui la conseguenza che il fine dello S. C. V. si presenta con il tre caratteri unici e singolarissimi di essere e dover necessariamente essere un fine apolitico, un fine trascendente gli interessi della propria popolazione, un fine teleologico.

Lo S. C. V. ha anzitutto una finalità apolitica. Mentre lo Stato è per definizione un ente politico, cioè un ente a scopi generali e quindi potenzialmente illimitati, variabili per sua esclusiva autodeterminazione, lo S. C. V. è un ente avente uno scopo fisso, determinato, immutabile, insuscettivo di qualunque variazione. Esso ha inoltre un fine assolutamente estraneo e trascendente gli interessi della propria popolazione. Mentre ogni Stato è diretto per definizione a sub-biettivizzare il benessere della sua collettività, lo S. C. V. spirituali e religiosi di natura trascendentale e universale, esorbitanti completamente gli interessi materiali del suo popolo. Esso presenta, inoltre, un fine tipicamente teleologico, nel senso che non trova, come ogni altro Stato, la sua giustificazione in se stesso, nel solo fatto della sua giuridica esistenza.

Tutto ciò ha, in ultima analisi, come risultato di fare assumere allo S. C. V. nella sua struttura interna e nella sua fisionomia internazionale, la tipica figura di uno _Stato teocratico ierocratico_; di uno Stato, che, in cui l'elemento religioso risulta insito e connaturale nella sua struttura organica, in guisa di informare e compenetrare tutta la sua vita e attività politica e giuridica, anzi da essere elevato a vero concetto informatore e fine ultimo di tutta la sua organizzazione e funzionamento; si dà farlo apparire come un organismo sottoposto ad una volontà estranea e superiore, la volontà divina, in cui risiede la sua ragione prima di essere e la sua stessa capacità di vivere e di agire e della quale i suoi organi governanti appaiono come i rappresentanti e i portatori e le sue leggi figurano come le manifestazioni concrete e i comandi.

IV. ASPETTO ESTERNO INTERNAZIONALE

Delineata la fisionomia costituzionale interna dello S. C. V. e messe in rilievo le sue singolarità da tale punto di vista, è necessario esaminare la sua posizione giuridica e le sue particolari caratteristiche sotto l'aspetto esterno internazionale.

Prima questione da esaminare e risolvere è se anche in tale ordine di rapporti esso effettivamente abbia quella natura giuridica statuale, che riveste (come si è visto) sotto il profilo dell'ordinamento costituzionale interno, e se pertanto possa e debba realmente considerarsi come un membro della comunità internazionale degli Stati. Naturalmente tale qualifica e posizione non mancano di essere affermate e pretese dallo S. C. V. (cf. Legge I fondam.,

nazionale - manifestatosi non solo attraverso quelle solenni felicitazioni e congratulazioni ufficiali che il Corpo diplomatico accreditato presso la S. Sede rivolse al Pontefice a nome dei propri governi non appena avuta comunicazione della soluzione della Questione romana e della creazione dello S. C. V.; ma anche e soprattutto nel fatto stesso di avere tutti ugualmente continuato a mantenere immutato il proprio atteggiamento e le loro relazioni diplomatiche e giuridiche con la S. Sede, anche dopo la sua solenne proclamazione a sovrano dello S. C. V., senza pensare di fare la memoria riserva o eccezione al riguardo. Il tutto, poi, a prescindere dal fatto che sarebbe stato illogico ed assurdo che tale riconoscimento fosse mancato da parte loro, in quanto, in sostanza, erano proprio quegli Stati, ben più dell'Italia, che avevano un effettivo interesse e vantaggio politico a riconoscere lo S. C. V. come un autentico Stato membro della comunità internazionale, giacché era appunto con la creazione di questo organismo che si era venuti ad assicurare alla S. Sede quella piena indipendenza e autonomia dallo Stato italiano, che ad essi per primi stava particolarmente a cuore vedere affermata dogmaticamente e attuata praticamente in modo incontestabile al cospetto di tutto l'orbé cattolico.

Anche nella sua fisionomia internazionale, però, lo S. C. V. natura e caratteristiche tutte proprie e speciali.

Anzitutto, come si è già osservato, lo S. C. V. di fronte per lo meno all'Italia, se compare quale esso è nel suo apparato esteriore con le caratteristiche di organismo statuale, è di fatto pur sempre uno Stato dai due contraenti voluto e riconosciuto per gli speciali fini e con le modalità di cui al ... Trattato, cioè con determinati attributi e finalità, che non solo toccano direttamente la sua essenza e struttura costituzionale, ma che questo loro valore e rilievo giuridico esplicano anche nei riguardi della sua personalità stessa e del suo modo d'esperienza internazionale. Costituendo infatti altrettanti presupposti del suo riconoscimento da parte dell'Italia, essi hanno finito per assurgere a essenziali qualifiche della sua stessa personalità internazionale nei confronti per lo meno dello Stato italiano, una cui qualunque variazione importerebbe senz'altro l'estinzione dello Stato come soggetto di diritti nell'ordine internazionale, anzi, secondo l'autorevole opinione di alcuni giurisprudenziali, farebbe riacquistare ipso iure allo Stato italiano la sovranità sulla particella di territorio e di popolazione cui ha rinunciato. Il che ha come effetto di fare dello S. C. V. l'esempio veramente unico e singolarissimo di uno Stato avente di necessità una fisionomia, un funzionamento e una finalità prestabilita, fissi ed immutabili, e per il quale, quindi, l'avere una determinata configurazione e attività costituzionale interna è condizione giuridicamente rilevante, anzi vero presupposto essenziale della sua possibilità di esistenza e sussistenza nell'ordine stesso dei rapporti internazionali.

Altra caratteristica, poi, non altrettanto singolare, ma non per questo meno degna di rilievo, è la sua figura giuridica di Stato neutralizzato. Essa trova la sua base nel disposto dell'art. 24, comma ultimo del Trattato; la Città del Vaticano sarà sempre considerata territorio neutrale ed inviolabile; ed ha per effetto che lo S. C. V. resta così astratto erga omnes da un impegno preventivo, perpetuo e assoluto di neutralità, in virtù del quale è obbligato a non avere altre relazioni internazionali all'infuori di quelle di pace, e quindi non solo a non partecipare a guerre tra gli Stati, ma anche ad astenersi da atti che possano condurre a tale partecipazione (alleanze offensive e difensive; unioni politiche con altri Stati non neutralizzati, ecc.), salvo naturalmente restando il suo integrale diritto di difesa contro eventuali aggressioni.

Come già inoltre si è accennato, lo S. C. V., avendo il proprio territorio completamente circondato da quello di un altro Stato, l'Italia, assume nei suoi confronti il carattere enclave, con il conseguente obbligo ipso iure dell'Italia di assicurare sia ad esso, sia ai terzi Stati, indipendentemente da ogni impegno convenzionale pattuito, la reciproca libertà piena ed assoluta di comunicazioni. Senonché, nei riguardi particolari dei rapporti tra S. C. V. Italia, tale obbligo viene a perdere molto del

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(1st. Musel Vaticani)

o - Interno della chiesa di S. Anna dei polafrenieri, a Pio XI a chiesa parrocchiale della Città del V. [cf. cost. paensi pacto, 30 maggio 1929: AAS, 21 [1929], p. 310). Ini-

suo interesse pratico, in quanto nel Trattato stesso si trova già formalmente delimitata e prestabilita tutta una serie di obblighi convenzionali assunti dallo Stato italiano nei confronti di quello vaticano e diretti appunto a consentirgli e assicurargli il libero collegamento e l'autonomia libertà di comunicazione con gli altri Stati, sia per quanto riguarda i servizi telegrafici, radiotelegrafici, telefonici, radiotelefonici e postali e la circolazione dei suoi veicoli (art. 6), sia anche per quanto attiene i suoi agenti e le sue relazioni diplomatiche (artt. 12 e 19). In pratica, pertanto, questa sua figura di enclave avrebbe un'effettiva rilevanza giuridica solo nel fatto che i terzi Stati, pur essendo rimasti estranei a tali rapporti convenuti fra le due Parti contraenti, avrebbero ugualmente diritto di esigere dall'Italia l'osservanza di essi nei loro confronti, per lo meno entro i limiti proflienti da questa situazione particolare che presenta lo S. C. V.
L'ultima caratteristica, infine, ad esso propria sotto l'aspetto internazionale, è quella derivante dal singolarissimo rapporto che necessariamente lo avvince alla Chiesa cattolica. Per quanto si tratti in realtà di una questione che più che lo S. C. V. S. Sede e si riallaccia direttamente al problema della sua posizione giuridica attuale nell'ordine internazionale, interessa qui osservare nei riguardi particolari dello S. C. V. che esso viene a presentarsi nell'ordine internazionale come un organismo statuale, se non addirittura fuso, certo intimamente collegato e avvinto ad un altro organismo, la Chiesa cattolica, esso pure soggetto di diritto internazionale o per lo meno ordinamento giuridico primario, ma avente d'altra parte essenza e caratteri del tutto diversi e antitetici, cioè con una natura per definizione extrastatuale e con un'attività e finalità esclusivamente spirituali, religiose e universali, anziché temporali, politiche e territoriali. Esso si presenta, infatti, congiunto alla Chiesa sia con uno strettissimo vincolo di unione stabile, perpetua e indissolubile, che si esplica nella comunanza necessaria del soggetto sovrano, la S. Sede; sia al tempo stesso con una condizione di dipendenza intima e immutabile, che si manifesta nella diretta subordinazione dei suoi interessi e delle sue finalità statuali agli interessi e alle finalità extrastatuali di quello e che è tale da farne prima e anzitutto un semplice strumento al suo servizio. È questa, forse, per lo meno sotto l'aspetto internazionale, la massima e più grave anomalia che offre lo S. C. V.; anomalia che, aggiunta a tutte quelle altre caratteristiche d'eccezione che esso presenta nel suo processo di formazione, nella sua struttura e funzionamento costituzionale interno e nella sua fisionomia e attività internazionale, vale a fare veramente di esso un unicum nella vita politica e giuridica dei popoli.

Bibl.: D. Anzillotti, La condizione giuridica internazionale della S. Sede in seguito agli accordi del Laterano, in Riv. di dir. internaz., 21 (1929), pp. 165 sgg.; A. C. Jemolo, Carattere dello Stato della Città del Vaticano, ibid., p. 188 sgg.; F. Ruffini, Lo Stato della Città del Vaticano (considerazioni critiche), in Atti della R. Accad. delle scienze di Torino, 66 (1930), p. 569 sgg.; D. Donati, La Città del Vaticano nella teoria generale dello Stato, Padova 1930; R. Jarrige, La condition internationale au Saint-Siège avant et après les Accords du Latran, Parigi 1930; M. Bracci, Italia, S. Sede e Città del Vaticano, Padova 1931; A. Piola, La questione romana nella storia e nel diritto da Cavour al Trattato del Laterano, 1931; F. Cammeo, Ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano, Firenze 1932; P. A. D'Avack, La qualifica giuridica della S. Sede nella stipulazione del Trattato Lateranense, in Riv. di dir. internaz., 27 (1935), p. 83 sgg.; id., Lo Stato della Città del Vaticano come figura giuridica di Stato teroristico, in Annali Univ. di Ferrara, 1 (1936), p. 7 sgg.; id., Chiesa, S. Sede e Città del Vaticano nel lus publicum ecclesiasticum, Firenze 1936.

III. ZONA ARCHEOLOGICA E BASILICA.

I. La zona vaticana

I confini della zona vaticana sono ben delineati dalle mura di cinta erette dal papa Leone IV (848-52), onde fu detta città Leonina (v. sotto).

La denominazione «Vaticanum» come l'altra vicina Iuniculum sembrano designare località etrusche di pendenti da Veio. Secondo l'ipotesi di B. G. Niebuhr (Römische Geschichte, I, 2a ed., Berlino 1827, p. 299) in questa zona sarebbe stato un pago (villaggio) di

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Vaticano - Particolare della zona del Colle Vaticano nella pianta di Roma di Du Pérarc-Lafrery, del 1577, riprodotta dal-l'esemplare esistente nel Museo Britannico.

Nome Vaticum come Labicum o Vatica da cui sarebbe venuto l'aggettivo Vaticanus.

Plinio il Vecchio ricorda pure in questi luoghi un elec secolare a cui si attribuiva un potere magico e che aveva affissa al suo tronco una tabella di bronzo nella quale erano incise lettere etrusche (Nat. Hist., XVI, 237). «Mons Vaticanus» è adoperato da Orazio (Od., I, 20, 7) e da Damaso con riferimento al colle posto subito ad occidente della Basilica (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 92). Cicerone designa col plurale montes (De lege agraria, II, 35, 96) le alture tra le quali si aprono a sud-ovest le vallecole del Gelsomino e delle Fornaci e la valle detta dell'Inferno a nord. Queste località furono sfruttate dagli antichi per fabbriche di vasi vinari (cadi), di utensili per cucina (patellae) e dal periodo imperiale in poi per i laterizi (latere).

Anche la configurazione del terreno era la più varia e accidentata; infatti dal nord la collina più elevata detta oggi monte Mario degradava verso sud formando la valle di separazione detta valle dell'Inferno, abbassandosi tra i 26 e i 28 metri sul livello del mare, per risalire poi con gli attuali giardini vaticani tra la quota 72 fino al massimo di 80,60 m. nel punto più occidentale. Come si vede tuttora, il terreno dai Giardini degradava verso est, cioè verso la Basilica attuale (quota m. 30.07) fino a raggiungere la quota minima nel luogo dove è oggi l'obelisco in Piazza S. Pietro, quota 19,1 m., dove il terreno vergine si trova a circa 9 m. sotto il livello attuale. Tornando a nord, sempre dalla valle dell'Inferno, più ad est, il terreno sale di nuovo fino all'altezza del cortile di S. Damaso (quota 38.80 m.) e il moderno palazzo pontificio per degradare verso la Cappella Sistina e l'attuale Basilica vaticana (quota 30.07 m.). Oltrepassata questa - oltre poi la valle del Gelsomino e delle Fornaci - risale verso sud in direzione dei due Collegi degli Agostiniani di S. Monica e di Propaganda Fide, Via delle Fornaci e S. Onofrio al Gianicolo e la Cura di Generalizia della Compagnia di Gesù, per discendere di nuovo verso il Tevere. Forse il punto massimo di depressione veniva raggiunto nell'angolo sud della facciata odierna della Basilica perché, circa all'inizio del sec. XVII, per le sue fondazioni, l'architetto Carlo Maderno fu

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Vaticano - Pianta della zona esplorata della necropoli Vaticana. La precisa posizione della necropoli sotto l'attuale Basilica è indicata nella pianta della Basilica riprodotta alla V. PIETRO APOSTOLO, tav. A.

costretto ad abbassarsi a 135 palmi dal piano della scala della nuova Basilica, cioè a 33 m. di profondità e nello stesso tempo dalle indicazioni dell'archivista del Capitolo di S. Pietro, G. Grimaldi, si ricava che il lastricato di una strada romana passava vicino al Campo Santo e fu tonico e al Palazzo del S. Uffizio a 50 palmi di profondità (11,15 m.), mentre il fondo valle raggiungeva palmi 90, cioè 20,071. Anche il terreno occupato dall'Ager Vaticanus tra Monte Mario, il Tevere e il ponte Milvio ha mutato di quota, perché nel quartiere moderno dei Prati, sono stati trovati ruderi a 4 m. sotto il piano.

Prima delle attuali trasformazioni per la piazza Rio XII, l'angolo della casa davanti al frontone del colonnato nord segnava il punto di massima depressione, essendo alla quota di m. 18,2, mentre la base dell'olio lisca è a m. 19,1; il braccio destro del piano esterno della basilica è a m. 23; il punto dov'era la porta Cavalleggeri a m. 24; il piano del cortile di Belvedere a m. 27; piazza della Sagrestia sta ad est a 25 m.; ad ovest a m. 28; la soglia della porta principale della Basilica a m. 30,27.

G. De Angelis D'Ossat mise in rilievo che l'attuale Basilica, la chiesa di S. Stefano, il palazzo del Governatore, il Seminario etiopico, la stazione ferroviaria, come pure le mura Vaticane, dove è il nuovo ingresso al Musei Vaticani, poggiano sulle marne marine piuttosto profonde dette piacentine. Sopra le marne vaticane si stendono roccie permeabili e quindi le acque piovane dopo aver attraversato queste dovevano spiccare subdolamente nelle alluvioni e nello scarico, rendendolo acquistino, come avviene presentemente (G. De Angelis D'Ossat, La geologia e le Cat. rom., II, Città del Vaticano, 1938, Append.; id., Carta geologica della città del Vaticano, dalle Memorie Pont. accad. Scienze Novi Lincei, 2a serie, 17 (1933), pp. 43-74; 3a serie, 1 (1934), pp. 1-36; 2 (1935), pp. 1-50.

Nell'incontro tra il Palazzo del S. Ufficio e l'angolo meridionale della basilica si ha la maggiore profondità della valle, di quella «Vallis vaticana» ricordata da Tacito per il Circo di Gaio detto poi anche di Nerone (Ann. XIV, 14). A sud-est dei montes si estendeva l'ager acquilino «infamibus Vaticanis locis» infestato dalla malaria che durante l'estate del 69 decimo i soldati di Vitellio (Tacito, Hist., II, 93). Agrippina, seniore, fu notificata per il terreno e modificare forse la configurazione quando vi fece i giardini che mediante un portico giungevano al Tevere. Il figlio Caligola ricevette in questi giardini nel 39 d. C. Legati d'Israele. Fin da allora le comunicazioni tra la zona vaticana e il Circo Flaminio dovevano essere assicurate mediante il ponte sul Tevere di fronte all'attuale ospedale di S. Spirito, detto Nerone, in documenti del sec. XII e localizzato «ad Sassiam», ma fuori uso perché «ruptus» (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, Roma 1947, pp. 26, 84); i ruderi ne sono visibili quando il Tevere è in magra. Solo nel 134 d. C. si ebbe, più a monte, il ponte Elio o d'Adria.

La precisa posizione di S. Pietro in Vaticano, II, Città del Vaticano 1351, tav. 165, con la confezione di S. Pietro in Vaticano 1351, tav. 165, con la confezione di S. Pietro in Vaticano 1351, tav.

solo di Adriano venne scoperta una base con iscrizione in suo onore. Certo è che il luogo su cui Adriano costruì il suo mausoleo apparteneva allora al fisco imperiale.

Nel 1886, a ca. 500 m. a nord del bastione settentrionale di Castel S. Angelo, fu trovato un gruppo di sontuose stanze e una piscina, costruite con straordinaria perfezione, che R. Lanciani attribuì all'epoca di Nerone; ma tutti i vani erano stati in seguito riempiti fino all'altezza di m. 1,80 con scheletri umani; si trattava di un'epidemia di guerrieri, perché vi ricordato che dal tempo dell'assedio gotico (537) il mausoleo d'Adriano era stato adibito a fortezza e perciò chiamato castello, poi Castel S. Angelo.

Del resto la «gens Domitia» può essere ritornata proprietaria dei suoi beni dopo la morte di Nerone; certo è che i Domizii ebbero vastissime proprietà nella zona del Vaticano sotto l'impero dei Flavi, specialmente con le fabbriche di mattoni nella valle detta dell'Inferno tra la seconda metà del sec. I d. C. e la prima metà del sec. II, quantunque molti dei loro beni fossero stati incamerati ancora una volta dal fisco imperiale sotto Domiziano. Sono poi ben note, dai marchi di fabbrica dei mattoni, le proprietà di Domizia Lucilla moglie di P. Calvisio Tullo nell'anno 109 e quelle di Domizia Lucilla, moglie di Annio Vero.

Le vie della regione vaticana furono la Cornelia, l'Aurelia nuova e la Trionfale. La prima, di probabile origine consorzia, forse la più antica, assicurava la comunicazione con le formaci e le fabbriche di laterizi; la seconda si univa alla «Punta» con l'Aurelia vetus che saliva dall'attuale Piazza S. Crisogono al Gianicolo e che era grande arteria verso il Tirreno; la Trionfale saliva al Monte Mario.

Certo la Cornelia e l'Aurelia al tempo di Vespasiano (69-79 d. C.) ebbero uno stesso curatore (R. Cagnat, in Comptes vendus de l'A. des Inscr. et belles lettres, 1921, p. 225); al tempo di Antonino Pio (138-61) si ebbe un solo curatore per le due Aurelie, la Cornelia e la Trionfale.

Non si può tracciare nella zona del V. il percorso delle tre vie. Resti d'una via romana vennero in luce lungo il Borgo S. Spirito (A. Canezza, Pio Istituto di S. Spirito e Ospedali riuniti, Roma 1933, p. 11). Una via a valle è oggi indicata dall'orientamento costante a sud della porta di ingresso alle celle sepolcrali rinvenute sotto la basilica; via che doveva avere a valle il circo e a monte la necropoli e proseguire fino al sommo del colle. Nel periodo successivo alla costruzione della Basilica costantiniana si trovava due strade, l'una a valle e l'altra a monte, indicate ancora nelle piante di L. Bufalini del 1551 e del Du-Pérac-Lafréry del 1577. A monte della Basilica una via dava accesso alle chiese di S. Vincenzo, SS. Sergio e Bacco, al monastero dei SS. Giovanni e Paolo e giungeva anch'essa alla «posterula» detta Porta Pertusa, nelle mura di Leone IV. Il percorso della via romana attraversante la Basilica e adiacente al sepolcro di S. Pietro, segnato da R. Lanciani nella sua Forma Uribi, accettato dai successivi topografi, è stato dimostrato inesistente dalle recenti esplorazioni. Due altre vie secondarie sono antiche: il prolungamento della via Septimiana verso nord-ovest e l'attuale via delle Fornaci, che dall'Aurelia vetus proseguiva verso nord, verso cioè la medievale via o ruga Francigena o via Sacrata (cf. A. Elter, Vaticanum, in Rheinisches Museum, 46 [1891], pp. 112-138; G. Lugli, Il V. nell'età classica, in Vaticano, a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946, pp. 3-22).

Il sepolcreto Vaticano. La consuetudine di disporre i sepolcri lungo le vie romane subito al di fuori della città spiega il fatto del grande numero di tombe su tutta la zona del Vaticano, in prossimità delle tre strade principali che la percorrevano cioè l'Aurelia nuova, la Cornelia e la Trionfale, oltre a quelle minori che la intersecavano da sud a nord. A poca distanza e ad ovest del mausoleo di Adriano, cioè all'incrocio del Borgo Nuovo col vicolo della Traspontina, sorse un grandioso sepolcro a forma di piramide, ancora indicato nella pianta di L. Bufalini del 1551; ma fatto demolire già da Alessandro VI, fin dal 1499, per la nuova strada che prese dal papa il nome di via Alessandrina, poi Borgo nuovo. Il monumento in calcestruzzo, con ca. 30 m. di lato e altrettanto alto, all'esterno era rivestito di grandi lastre di marmo tolte dal papa Dono (676-78) per lastricare l'atrio di S. Pietro (Lib. Pont., I, p. 348). Nel medioevo il monumento aveva ricevuto le più strane denominazioni: «meta o memoria Romuli; «sepulchrum Romuli; «pyramis Romuli; «Scipionis sepulchrum; «sepulchrum Apulonium». È ricordato nella bolla di Leone IX del 21 marzo 1053 (L. Schiaparelli, in Arch. Soc. rom. di storia patria, 24 [1901], p. 472), nelle varie edizioni dei Mirabilia, nel Liber Politicus di Benedetto Canone o da Pietro Mallio (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, pp. 45, 163, 212, 218, 431). Un elenco delle riproduzioni della cosiddetta «meta Romuli» fu edita da B. M. Peebles (La meta Romuli e una lettera di M. Fermo, in Rendiconti della Pont. accad. rom. di arch.), 3ª serie, 12 [1936], pp. 21-63). I migliori disegni sono quei del cod. Vat. Urb. lat. 277 dell'anno 1472 e del cod. Escuralense ms. 28, II, 12 dell'anno 1490. Un altro sepolcreto monumentale era di forma circolare; nel sec. XV raggiungeva ancora l'altezza del mausoleo di Adriano, era rivestito di marmo e aveva assunto varie denominazioni: Terebintus, Tiburtinus Neronis, obeliscus Neronis; alcuni documenti apocrifi, quali la Passio Petri et Pauli e lo pseudo Marcello, indicavano la tomba di S. Pietro presso un albero detto Terebinto (Acta Apostolorum Apostropha, ed. R.A. Lipsius, I, Lipsia 1891, pp. 172, 216); la denominazione Tiburtinus deriva dal «lapis Tiburtinus» di cui era rivestito (R. Valentini - G. Zucchetti, op. cit., III, 1945, pp. 45, 212, 218, 431). Venne demolito anche prima del 1499; nel fondare la casa del Pellegrino, all'inizio di via della Conciliazione, sono state ritrovate a nord-ovest della piramide le fondazioni di questo grande sepolcro circolare che in qualche documento medievale venne anche detto «meta Remi». Oltre questi grandi monumenti sepolcrali furono trovate in detta zona iscrizioni di «agitatores circenses» (CIL, VI, 10048, 10052-53) e di celebri cavalli vincitori di corse, del tempo di Dominiano, di Traiano e di Antonino Pio (B. Borsari, in Bull. arch. com., 40 [1912], p. 177 segg.). Nel 1936, a 36 m. ad oriente dell'obelisco, sul suo asse, si rinvenne il cippo sepolcrale posto da una Sextia Prisca al suo patrono L. Sextio Pothito (Esplorazioni, cit., I, p. 18 e fig. 5). Nello stesso luogo apparve il fianco est d'un monumento sepolcrale e si constatò che il livello romano era a 9 m. di profondità. In Piazza S. Pietro nel fondare la testata del portico meridionale del Bernini (1656-67) furono trovati sarcofagi e l'ingresso d'un monumento con un bassorilievo (P. Santi Bartoli, Memorie di varie escavazioni fatte in Roma, in C. Foa, Miscellanea filologica, critica e antiquaria, Roma 1825, p. 236, n. 56). Durante i lavori per la costruzione dell'attuale edificio dell'Annonata vaticana, nell'estate 1930, tornò in luce un sepolcreto romano costituito da piccole celle per il doppio rito dell'inumazione e cremazione, sepolcri a cassa in terra cotta, semplici tombe a cappuccina; pur avendo subito devastazioni ad autunno, il materiale epigrafico e decorativo permise di datare il sepolcreto alla fine del sec. I e alla seconda metà del sec. II. Imponente è poi il sepolcreto romano tornato in luce tra gli anni 1887-1908 tra i bastioni del Belvedere e i Giardini Vaticani, presso l'ingresso odierno dei Musei vaticani e le vie Leone IV, Famagosta e Sebastiano Veniero. Si tratta d'un complesso di celle sepolcrali in opera reticolata e in laterizio costruite lungo la Via Trionfale che in quel punto correva a m. 7,50 più in basso dell'attuale livello stradale. Tra le tombe una delle più note è quella di quel calzolaio che aveva il suo negozio a Porta Fontinale alla fine del sec. II e il cui espressivo ritratto si ammira oggi nel Museo Capitoline; il sepolcro di un poeta discendente da un liberto dell'imperatore Claudio, di un nativo della Caria, e poi liberti, pochi imperiali, molti degli Emilii, degli Asinii, degli Hirtii, dei Lucani, dei Terentii, dei Valerii (Bull. arch. com., 1887, pp. 52-56; 1890, p. 332; 1891, pp. 70-76; 1906, pp. 321-26). Pure nell'anno 1930 un cubicolo col doppio rito della cremazione e inumazione si identificò lungo la nuova strada per i Giardini presso la fontana detta della Galera. Di sepolcri pagani venuti in luce per la costruzione della nuova basilica lasciarono notizie Maffeo Vegio, T. Alfarano e G. Grimaldi. Quando,

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VATICANO

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(fot. della Rev. Fabbrica)

VATICANO - Particolare della facciata del Mausoleo F di Cetenni. Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.

sotto Niccolò V, si iniziò la costruzione dell'abside della nuova basilica Maffeo Vegio riconobbe un insignis locus sepoltura gentilium causa fabricatus, continens etiam urnulas more eorum cineribus plenas (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, Roma 1888, p. 349, 8). Tiberio Alfarano scrive che volendosi rifondare il campanile nell'anno 1574 fu trovata una cella sepolcrale grande come una cappella con le pareti dipinte e con sepolcri nelle pareti sia per corpi interi che per urne cinerarie. Ricorda pure una serie di sarcofagi e tra questi uno con la rappresentazione di Bacco, che fu portato nel Palazzo Vaticano, osservando però che un altro sarcofago simile si era ritrovato a suo tempo in Piazza S. Pietro. Finalmente lo stesso autore segnala un'altra serie di bellissimi mausolei sotto l'antica cappella del coro e sotto l'antica sacrestia (De Basilica Vaticana, ed. Cerrati, Roma 1914, p. 151). Nello scavo eseguito nel 1586 per estrarre la base dell'obelisco si rinvenne un'epigrafe che ricordava i familiari di Antonia di Druso (CIL, VI, 14897). L'architetto Flaminio Vacca nelle sue memorie scrisse che nel 1594 aveva veduto scoprire nell'atrio di S. Pietro molti sarcofagi nei quali erano scolpiti uomini in toga con libri in mano o con ghirlande in testa che egli ritenne filosofi o poeti. G. Grimaldi riporta come rinvenuta nel 1612 sotto l'atrio di S. Pietro l'iscrizione di Claudia Hermionis Archimima; i suoi eredi dichiararono che essa fu la più grande del tempo suo; forse fu una israelita per l'espressione iniziale «dormition» (CIL, VI, 10106); oggi è nella Galleria Lapidaria al Vaticano.

Nello stesso atrio di S. Pietro fu trovato il cippo posto ad un liberto imperiale Tiberio Claudio Severiano (CIL, 15263); l'epigrafe di un M. Mannelius Hermes e sua moglie Mannelia Charesteni (CIL, 21998); l'iscrizione di Cornelia Irene al padre Gaio Cornelio Cereale (CIL, VI, 16174); quella di Gessia Adiecta al marito novanta-dicenne P. Ragnonio Epaphrodito (CIL, VI, 25354); quella dei coniugi Flavius Zosimus e di Minucia Successa (CIL, VI, 1858). Sempre dalle stesse fondazioni vennero strette le epigrafi funerarie di un tale Verus alla moglie Iulia

Pudentilla (CIL, VI, 20648 a) e di un M. Aurelius Eutyches con la moglie Aurelia Appia. Nelle fondazioni della nuova cappella del coro si trovò nel 1611 un'iscrizione dedicata a Q. Erennio Etrusco Decio Cesare dagli argentieri e dagli «exceptores vini», e l'epitaffio di un M. Ragonius Blastus e famiglia, ora a Parigi (CIL, VI, 25338). Da due relazioni del canonico Ugo Ubaldini pubblicate da M. Armellini (Le chiese di Roma, 2a ed., 1891, pp. 700-18) e H. Lietzmann (Petrus und Paulus in Rom, 2a ed., Berlino 1927, pp. 305-10) si apprende che nel 1626, quando si gettarono dal Bernini le fondazioni per il baldeachino, si rinvennero i due mausolei R e S. la statua di Fl. Agricola di Tivoli e relativa iscrizione metrica (CIL, VI, 34182) e monete di Commodo, Faustina, Gallieno e Salomina. Da uno di questi due mausolei fin dal 1592 si era estratta l'iscrizione del celebre giuocatore di palla Ursus, idolo dei tifosi romani del sec. II d. C. (CIL, VI, 9797). Nei lavori di Paolo V per la confessione si trovò un sarcofago menzionante due «clarissimae feminae»: Messia Titiana e Pomponia Fadiola (CIL, VI, 31600). Un sarcofago grandioso a forma di vasca con scene dionisiache si rinvenne nel 1776 nelle fondazioni per la nuova sacrestia della Basilica vaticana. A sud di essa erano situati due grandi monumenti a pianta centrale. Il primo ad oriente ebbe una circonferenza esterna di ca. 110 m. Il papa Simmaco lo trasformò in basilica di S. Andrea che arricchì e vi cresce gli oratori dei SS. Tommaso, Cassiano, Proto e Giacinto, Apollinare, Sossio (Lib. pont., I, pp. 261, 265-66, nn. 17-19). La descrizione della basilica del sec. VIII vi aggiunge gli oratori di S. Lorenzo e di S. Vito (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., II, Roma 1888, pp. 207, 222, 246, 257; A. Silvagni, op. cit., nn. 4106-10). Al tempo di Pietro Mallio si chiamava «vestiarium Neronis» (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico, III, p. 396). Per rimuovere l'obelisco nel 1586 fu dovuta fare una larga breccia nel giro esterno dell'edificio che venne demolito nel 1776 quando Pio VI eresse la nuova sagrestia su disegno dell'architetto Marchionni. Nella demolizione apparve una muratura stimata da G. Marini della prima metà del sec. II (Atti e monumenti dei fratelli Arvali, Roma 1795, p. 265). Un recente tasto esplorativo confermò il suo giudizio e si constatò che l'edificio fu costruito ad un livello di sette metri più basso del piano della Basilica Costantiniana. Anzi G. B. De Rossi sospettò che anche l'altro edificio a pianta centrale ad occidente possa essere una costruzione anteriore alla Basilica Costantiniana (Bull. arch. crist., 3a serie, 3 [1878], p. 145). Detto edificio ad occidente servì di sepoltura alla fine del sec. IV a Maria moglie di Onorio, a Teodosio II ecc. Nel marzo 483 Cecina Basilio prefetto del pretorio e patrizio vi riunì il senato e il clero romano (Lib. Pont., I, p. 254, n. 16). Il papa Stefano II (752-57) lo trasformò in basilica di S. Petronilla (Lib. Pont., I, pp. 455, 461, n. 62) dove Paolo I nel 757 trasportò le reliquie della martire (Op. cit., I, p. 464). Nel 1077 vi fu sepolta Agnese vedova dell'imp. Enrico III. Nelle descrizioni dei Mirabilia fu identificato per il templum Apollinis; Luigi XI lo fece restaurare e venne da allora indicato come capella dei re di Francia; il card. de Villiers de la Gros-laye lo scelse per suo sepolcro e vi pose la Pietà di Michelangelo. I sepolcri vennero profanati nel 1519. Il sarcofago con le reliquie di s. Petronilla fu traslato nel 1574 nella nuova Basilica Vaticana. Nell'estate del 1950 una tomba a inumazione a tegole fu trovata sul colle Vaticano nelle fondazioni per l'ampliamento della stazione radiociclabile. Il marchio di fabbrica di un mattono apparteneva all'inizio del sec. II d. C. Nella primavera 1953 per lavori al Seminario minore vaticano tornò in luce un sepolcro a «forma».

III. Gli scavi sotto la Basilica (1941-49). Il sepolcreto romano tornato in luce nell'abbassare la quota delle Grotte Vaticane risulta composto di due file di celle o cubicoli sepolcrali, tutti con il loro ingresso disposto verso sud. La prima fila a sud è posteriore alla seconda a nord disposta con le pareti di fondo contro la collina, e mentre in questa fila i monumenti si succedono ininterrottamente, fino a combaciare la parete sinistra di quello

ad est col seguente ad ovest; nella prima fila a sud si dovette lasciare un passaggio (ambitus) per permettere l'accesso alle tombe a nord, superando un notevole dislivello.

L'asse del sepolcreto romano non è uguale a quello scelto per la Basilica Costantiniana, ma obliqua verso sud-ovest. Il sepolcreto ebbe la maggior parte delle volte distrutte dagli architetti costantiniani, perché queste superavano la quota prescelta per il pavimento della Basilica, e tutto venne completamente riempito con materiale di scarico. Il primo mausoleo della fila a sud, Z, ebbe la parete di ingresso e parte dei due fianchi demoliti dagli architetti costantiniani per costruire il grande muro di fondazione meridionale della navata centrale, come pure ebbe distrutta la volta. In origine era composto di quattro grandi arcossi a inumazione sovrapposti due a due nelle tre pareti, che furono decorati con intonaco a fondo rosso, ravvivato da ghirlande di fiori e da animali; sotto la finestra al centro della parete di fondo è una divinità egizia di profilo verso sinistra sostenente con la destra un'asta mentre nella sinistra stringe il caratteristico ankh. Un'alta fascia stringe ai fianchi la stoffa dell'abito in azzurro turchese a ricami geometrici in verde e bianco.

In uno degli arcossi superiori della parete di fronte a sinistra venne immesso un fastoso sarcofago di marmo greco che nel coperchio offre una danza bacchica e un Sileno sopra un asino procedente verso un'aria cilindrica per il sacrificio d'un capro e l'offerta dell'incenso. Il fronte del sarcofago presenta il trionfo di Dioniso sul carro trainato da un Satiro, preceduto da un gruppo di Menadi e di Satiri con Pane e Sileno avanzati verso l'isola di Nasso al ritrovamento di Arianna addormentata. Il sarcofago è in perfetto stato di conservazione. Nella stessa parete a destra un sarcofago in terra cotta fu decorato all'esterno con una lastra marmorea scolpita con ippocampi e strigili. Un arcostilo della parete destra ricevette un sarcofago che ha nel centro la rappresentazione di Dioniso, coperto da una pelle di cervo col tiro e con il cantaro col quale dà da bere alla pantera; a destra un satiro che stringe un orto e sorregge Dioniso bambino; a sinistra Dioniso coronato di pampini. La cella nell'ultimo periodo (ca. 1 a 2^ metà del sec. III) accolse nell'arcostilo superstite in basso della parete sinistra una tomba cristiana, come dimostra l'epigrafe dipinta dentro una cartella ansata, dove a lettere rosse sull'intonaco bianco si ricorda la deposizione di una defunta accompagnata dai simboli della colomba e della palma. Ciò dimostra che questo monumento era passato in eredità a cristiani o che gli stessi componenti della famiglia si erano convertiti. Ma, come si vedrà, non è l'unico esempio di cristiani deposti in monumenti in origine pagani.

Più ad est un piccolo passaggio in leggera ascesa immette, come si vedrà, alla fila settentrionale dei monumenti sepolcrali e subito si vede erigersi a destra, nella sua muratura di accurata cortina di mattoni con interstizi rilevati da un filo di calce, un altro mausoleo, integrato nel fianco esterno di ovest fino alla sua lesena angolare col capitello. La parete esterna della sua facciata è pure integrata ad ovest e in un riquadro è incastrato un musaico policromo a piccole tessere rappresentante il combattimento delle amazzoni. L'interno a fondo rosso è diviso da una serie di doppi e ampi arcossi sovrapposti; la decorazione nelle zone inferiori offre satiri, pavoni affrontati, antiche natanti, mostri marini, Nereidi, cesti e ghirlande di fiori; nelle zone superiori sono rappresentate scene mitiche e tra queste torna il mito di Arianna; nei pilastri divisori sono sileni nimbati. Il pavimento era lastricato con marmi policromi costituenti la tipica decorazione a «opus scetile». L'ambiente fu occupato da due sarcofagi: il primo, molto grande, fu rinvenuto col coperchio spezzato nel quale erano rappresentati i ritratti dei due defunti e nel centro il cartello con l'iscrizione: «Q. Marcius Hermes sibi et Marciae Thra

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Vaticano - Decorazione pittorica del Mausoleo F dei Cetenni. Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.

sondi dignissime coniugi vivis posuit». I due coniugi furono dunque due liberti della notissima famiglia romana Marcia; il cognome Hermes tradisce la sua origine non romana, confermata dal ritratto che lo mostra con capelli ricci, corta barba e naso caratteristico; sua moglie Marcia Trasnide ha i capelli divisi in due che lasciano libere le orecchie dalle quali pendono grossi orecchini, pettinatura secondo la moda della prima metà del sec. III d. C.; Marcia stringe con la destra una melagrana, frutto sacro a Proserpina. I due ritratti vennero eseguiti dopo che il sarcofago era stato scolpito ed erano già stati abbozzati in precedenza i due busti; fu solo dopo l'acquisto che i ritratti vennero rifiniti.

La cassa del sarcofago è divisa in cinque scomparti, due sono i soliti campi strigliati; nell'angolo sinistro una giovane suona il doppio flauto, nel centro sta una edicola posta tra due colonne scalate con capitelli corinzi e terminante con un arco, decorato da ippocampi e maschere sceniche; il campo è occupato da Dioniso che stringe nella sinistra un «cantharus» e nella destra il tiro; da sotto il braccio destro si protende un satiro; a sinistra ai piedi della divinità un piccolo fauno cavalca una pantera, nello sfondo i tralci di una vite si alzano fino a coronare con i lori pampini il capo della divinità. Nell'angolo destro del sarcofago un robusto satiro danza sorreggendo il piccolo Dionisio. Nei due fianchi due grifi alati stanno a protezione dei defunti. È noto che un sarcofago con scene bacchiche venne trovato nel 1772 nel costruire la nuova Sacrestia di S. Pietro al tempo di Pio VI ed ora sta nel Museo vaticano.

Il secondo sarcofago contiene nel coperchio l'iscrizione « Marcia Urbica alla carissima sorella Marcia Felicitas» tra i quattro geni delle stagioni e nella cassa nel centro il busto della defunta con la caratteristica pettinatura che era di moda al tempo di Otacilia Severa moglie dell'imperatore Filippo, poi due campi strigliati e ai due angoli i due Dioscuri Castore e Polluce col caratteristico «pilesu»; essi con una mano sorreggono l'asta e con l'altra la briglia del cavallo. A oriente del Mausoleo si è trovato un altro mausoleo X, le cui pareti interne hanno due ordini di arcossi in cui erano dipinte scene analoghe a quelle del precedente mausoleo I, ad es. la caratteristica rappresentazione del rinvenimento di Arianna. Nella parete di fondo incontro all'ingresso si rinvennero gli avanzi di una decorazione a musaico multicolore. La parete d'ingresso disposta a sud, come negli altri monumenti, venne distrutta dalla fondazione di uno dei pilastri costruiti nel sec. XVI per sostenere il pavimento della nuova Basilica. La piccola parte superstite presenta nicchie per olio cinerarie.

I mausolei della seconda fila sono disposti più in alto dei precedenti contro la collina, tutti con l'ingresso verso sud lungo un piccolo viottolo o iter che va da est verso ovest. Mentre nella fila precedente c'era spazio li-

apria poi la cella a vòlta, B, la quale presentò al momento della scoperta le evidenti tracce di una duplice decorazione pittorica; la più antica a ghirlande, dischi multicolori intrecciati, gazzelle, uccelli, vasi e cesti di fiori; al centro Helios sul carro (v. NIMBO); nei quattro angoli le personificazioni delle quattro stagioni; a questo periodo appartengono le allecinerie disposte nelle nicchie, in un secondo tempo invece la decorazione divenne più pesante e rozza con pavoni, uccelli e imitazione di marmi venati e policromi; di questo periodo sono le tombe a immazione e tra queste in una cassa fittile fu deposta Fannia Redenta, come si apprende dall'iscrizione incisa sopra una base riadoprata: «d(i) m(anibus) / Fanniae Redempta / e quae vixit ann(is) XX / mens(ibus) V (dieb(us) VI / i Aureli(us) Aug(usto-rum duorum) lib(ertus) Her / mes coniugi in / comparabili cum / qua vixit ann(is) XX / XXII ». Il pavimento a musicao a tessere bianche e nere mostra due colombe affrontate ad un vaso. La duplice decorazione e l'iscrizione di «Fannia Redempta» il cui marito Aurelio Ermete fu liberto di Diocleziano e Massimiano, dimostrano che il monumento, di poco posteriore a quello di Popilius Heracla, cioè dalla metà del sec. II d. C., fu in uso fino all'età costantiniana.

Incontro al mausoleo è un piccolo sarcofago per un bambino vissuto solo undici mesi e dieci giorni, come si legge sul bordo superiore del sarcofago stesso che sul fronte è decorato con tre putti sorreggenti un festone di frutti e fiori; nei due fianchi sono scolpiti da un lato il padre e dall'altro la madre in atto di dolore.

Il mausoleo seguente ad ovest, C, presenta ancora al posto l'iscrizione al disopra della porta; da essa si apprende che fu fatto costruire da un liberto della nota famiglia romana «Tullia»: «L. Tullius Zethus fecit sibi et / Tulliae Atheniadi coniugi bene / merenti et Tulliae Secundae et / Tullio Athenaeo filii libertis liberta- busque». L'interno fu in origine a vòlta con stucchi policromi di cui resta qualche avanzo; il pavimento era a musicao a tessere bianche e nere; nella parete di fondo, nei resti della decorazione, si distingue la figura di un auriga della fazione verde con la palma della vittoria; i vi pure erano due cippi appartenenti a Tullia Secunda e a Tullius Athenaeus, i due figli del proprietario; in più vi furono immessi cinque sarcofagi ripieni di ossa al momento della demolizione del sepolcreto. Uno dei sarcofagi fu posto ad una tale «Lucia Alcestia Hedonis» dal marito «M. Ulpius Pussinio» che a sua volta aveva seppellito in un altro sarcofago il figlio «Marcus Ulpius Pussinio Ciputianus»; in un terzo sarcofago sotto il busto del defunto è il combattimento di due galli.

Più semplice è il mausoleo D; esso è in opera reticolata, come il mausoleo B detto della Fannia, è composto di due parti, cioè di un vestibolo all'aperto cielo e di una cella con nicchie e urne cinerarie. Dalle iscrizioni ivi esistenti con palme sembra che alcuni defunti siano stati aurighi del circo.

Più ricco invece si presenta il seguente mausoleo E che chiameremo degli Aelii. L'esterno offre una muratura accurata a mattoni con decorazione pure in laterizio con cornici intagliate policrome e con finestre a timpano dello stesso tipo caratteristico di alcuni dell'Isoia Sacra. L'interno aveva pavimento a musicao, decorazione a stucchi policromi nelle pareti e nella vòlta, con nicchie fiancheggiate da colonnine pure in stucco; nella parete ad ovest in alto sono dipinti due pavoni affrontati ad un vaso; nella parete destra fu costruita una scala. I sepolcri a grandi arcosoli in basso furono per il rito dell'immazione. Tra le iscrizioni ancora a posto si ricorda quella che dice: «T. Aelio Aug(usti) lib(erto) Tyranno qui fuit a commentariis prov(inciae) Belgicae». Titus Aelius Tyrannus fu liberto di Titus Aelius Hadrianus Antoninus Pius, il quale fu imperatore dall'anno 138 al 161; durante questo periodo, se non prima, morì ad Aelius Tyrannus il figlio ventunenne, come attesta l'iscrizione sul suo sepolcro in cui si legge: «Urbano Aug(usti) vern(ae) adiutori tabulari rationis patrimoni... Tyrannus Aug(ustus) lib(ertus) et Aelia Urbana parentes». Una terza iscrizione ricorda la madre di «Ty-

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(Int. della Rro. Fabbrica)
Vaticano - Titulus posto sulla fronte del Mausoleo A dei Popili con l'indicazione topografica "in Vatic(ano) ad circum (righe 6-7) - Sepolcreto pagano scavato sotto la basilica di S. Pietro.

rannus» di nome «Aelia Urbana»: «D. M. S. Aelia Urbanae matri karissimae Tyrannus filius». Nell’interno di questo monumento si rinvennero due pregevoli urne cinerarie in alabastro, di cui una con testa di Gorgone.

Assai ampio è il mausoleo seguente, F, che fu il primo ad apparire nei lavori di abbassamento di livello. L’esterno a cortina di mattoni si erge intatto fino alla cornice di coronamento per m. 4,80 di altezza dal piano romano primitivo; aveva finestre decorate con intagli di terra cotta e con due rilievi; a destra una prospetto architettonico in scorcio con fuga di colonne e soffitto a cassettoni; raro esempio di scorcio che si troverà poi nel codice di Virgilio della Biblioteca Vaticana; a sinistra una pernice. L’interno presenta nella parete di fondo una nicchia abusata tra due colonnine in stucco con la scena di Venere sorgente dalle acque, sorretta da due tritoni. Nelle pareti laterali in basso su ampi arcossi insistono le nicchie per olle cinerarie separate da colonnine in stucco; nella parte superiore della parete sinistra è un paesaggio con un toro e un ariete. Il soffitto distrutto per la costruzione della Basilica era a volta a cassettoni in stucco e pittura policroma. Nelle nicchie alcune urne in marmo, ben decorate con festoni, teste di arieti, uccelli. Le iscrizioni in esse incise danno, in un ricco cippo: «Marco» Caetennio Antigono et Tulliae Secundae coniugi eius; «D. (mis) Manibus» / M(arci) Caetenni Ganymedis / vixit ann(is) XXXVII / M(arces) Caetennius Secundus / colliberto suo»; poi «D. (mis) Manibus» / Marco Caetennio Tertio fecit M(arces) Caetennius / Chilo colliberto santissimo»; «D. (mis) Manibus» / Marco Caetennio Chry / seroti M(arces) Caetennius Antigonus / Iun(ior) patrono b(ene)m(erenti) / f(ecit)»; «D. (mis) Manibus» Caetenniae Proclae / coniugi carissimae / que vix(it) ann(os) XX / M(arces) Aurelius Filetus / benemerenti titulu posuit». In un secondo periodo vennero praticati nella parete di fondo sepolcri per cadaveri interi: il primo per un Lucius Tullius Hermadion; il secondo, ancora più tardo, e con una iscrizione di sapore cristiano: «Siricius / annorum XXV / mesorum V / uxor fecit virg(io) suo cum quo / bene vixcit a(nnis) VIII». Nel pavimento poi si conserva ancora un sepolcro chiuso da una grande lastra marmorea sulla quale si legge: «mire ispecie et castitatis eius Aemiliae Gorgoniae quae vixit ann(is) XXVIII mes II (d)ebus) XXVIII Dormias in pace coniugi dulcissime fecit». Sotto sono incise due colombe affrontate col ramoscello d’ulivo. A sinistra dell’epigrafe è rappresentata la defunta «anima dulcis Gorgonia» mentre attinge acqua, simbolo dell’eterno refrigerio. Le espressioni dell’iscrizione e i simboli attestano chiaramente la fede cristiana della defunta. Dunque anche in questo monumento, in origine pagano, furono poi sepolti cristiani: quasi certo un Siricius; indubbiamente Aemilia Gorgonia. Contro la porta esterna del mausoleo dei Caetenni era addossato un sarcofago in marmo greco con due figure scolpite negli angoli, mentre nel centro del coperchio e del sarcofago stesso si leggeva: «d(ris) m(anibus) Ostoriae Che / lidonis c(larissimae) f(eminae) Ostorii Euho/diani con-sulis / designati / filiae in / compara / bilis castita/tis et amoris / erga maritum / exempli femi/nae Vib(ius) Io-laus / a memoria imp(eratoris) Augusti / uxori». Il sarcofago venne aperto e fu trovato il cadavere di Hostoria Chelidone (Rondine) ancora imbalsamato, deposto sopra un sottile stato di calce idrovora; era avvolto in stoffa di porpora e ricoperto dal capo ai piedi da un tenue velo d’oro. Al braccio sinistro la defunta portava un bracciale in oro giallo a tutto tondo, un po’ consunto dall’uso ma del peso di 75 gr. d’oro con tre facce decorate a sbalzo con crocette, figurine e piccole maschere, prezioso saggio di oreficeria di tipo siriaco.

Aderente al mausoleo dei Caetenni fu costruito un piccolo monumento a vòlta, G, con una decorazione a cerchietti che ricorda quella del periodo più antico del mausoleo detto di Fannia Redempta. Caratteristico il fatto che le nicchie contenenti le olle con le ceneri vennero in seguito richiuse in muratura e questa poi intonacata e decorata.

Il più sontuoso dei mausolei è certamente quello H di una famiglia di liberti, cioè di quella nota «gens» romana dei Valerii che ebbe il suo palazzo sul Celio. Il monumento si apre sopra uno spiazzo all’aperto in muratura a mattoni con nicchie per urne cinerarie. Di fronte si erge elegante la parete d’ingresso del monumento, in perfetta muratura a mattoni, divisa da lesene sostenute da basi attiche. Sopra la porta è situata l’iscrizione in marmo che dice: «C(aius) Valerius Herma fecit et / Flaviae T(iti) F(iliae) Olympiadi coniugi et / Valeria Maxime filiae et C. Valerio / Olympiano filio et suis et libertis libertabusque posterisque (que) eorum». Riadoperata in una tomba presso il sepolcro dell’Apostolo si rinvenne l’epigrafe: «d(ris) m(anibus) / C(aius) Valerius Herma dum / vivo mihi feci et / Flaviae T(iti) f(iliae) Olympiadi coniugi». Tale iscrizione fu certo asportata al momento della costruzione della Basilica Costantina, e del riempimento di questo mausoleo. L’interno del monumento è tutto intonacato in bianco, con le pareti occupate nelle zone superiori da nicchie alternate di forma e separate da ermule terminanti con teste maschili, con capelli lunghi, occhi profondamente incavati, corta barba e baffi spioventi, di tipo dacico; nell’interno le nicchie erano tutte finemente decorate, le piccole con menadi e satiri danzanti, le grandi con figurazioni maschili in toga o femminili in palla disposte su piccole basi, con calette superiori occupate dall’occorrente per scrivere, dal necessario per la toeletta femminile, da per-onificazioni della terra e di divinità acquatiche. Anche in fondo a destra, dove si apre un piccolo vano nel quale venne praticata una scala che saliva superiore, contenuta nelle nicchie la decorazione in stucco; in quella grande centrale è rappresentata la personificazione di Hypnos (il sonno) con ali da pipistrello, mentre nella salotta superiore due puttini pure con ali da pipistrelli scherzano con una cornucopia colma di steli di papaveri. Il figlio del proprietario il cui ritratto è in stucco dorato venne sepolto in un arcosolio in basso chiuso da una lastra di marmo con l’iscrizione seguente: «d(ris) m(anibus) C(aio) Valerio Olympiano qui vixit annis III menses V dies XIII / C(aius) Valerius Herma pater». Un’altra iscrizione marmorea ancora al suo posto ricorda un permesso di sepoltura concesso da Caius Valerius Herma. Nella nicchia centrale di questo mausoleo il p. Ferrua indicò tracciare a carbone due rozze teste, una sotto l’altra, in una delle quali lesse PETRV (Il sepolcro di s. Pietro è di certo nella Basilica Vaticana, in Messaggero del 16 genn. 1952). Nell’ott. 1952 la prof. M. Guarducci ha ritenuto di poter leggere «Petrus roga T XS HTS pro sanct(itis) hom(inibus) Chrestianis (ad) co(r)pus tuum sep(ultis)». Ma le fotografie, sia a luce normale che a raggi ultravioletti e infrarossi, sia a luci monocromatiche, non permettono di leggere con sicurezza l’integrazione proposta. E, sopra, l’immagine, ritenuta dal p. Ferrua per quella di Paolo, fu identificata dalla Guarducci per G. Cristo. Nell’interno del monumento prima del rin-terro furono riuniti alcuni sarcofagi, tra questi notevole quello con coperchio rappresentante il ritorno dalla caccia; il cartello con l’iscrizione e un busto col volto solo abbozzato. L’iscrizione incisa nel cartello e con l’ultima riga sul bordo superiore della cassa dice: «D(ris) M(anibus) Valerinus Vasatulus vixit annis XXXI m(ensibus) III d(iebus) X h(oris) III Valeria Florentia coius fecit marito suo anime benemerenti d(e)p(ositio) eius idus s(e)pt(e)m(bres)». L’espressione «anime benemerenti» e l’indicazione della «depositio» lo fanno supporre cristiano. Nella cassa riparata dagli antichi stessi e forse quindi riadoperata è la nota scena della caccia alle fiere.

L’ultimo monumento della serie fu scavato nell’anno 1946; esso si trova più o meno sotto il luogo dove sorge l’arco trionfale della Basilica Costantina, tra i due piastri orientali della cupola michelangiolesca. Questo monumento fu eretto prima dei due che poi gli si addossarono, a oriente quello dei Valerii, a occidente l’altro dei Caetenni; ma la sua facciata fu demolita all’epoca costantina e sostituita da un muro continuo senza porta, più spesso e sporgente di quello primitivo. La volta venne pure in gran parte distrutta per il riempimento costantiniano; quanto ne resta mostra scomparti policromi con cornici in stucco; ma si scorgono avanzi di una decorazione più antica che dovette essere anche nelle pareti e

nel pavimento primitivo. Le sue pareti laterali contennero un grande arcosolio in basso per l'inumazione e sopra nicchie per le olle; più in alto a destra è dipinta una grossa anitra e a sinistra un pavone tra rose e viola. Nella parete di fondo in alto due cigni afferrano due fili di perle pendenti da un candelabro centrale; sotto è una grande nicchia absidata con conchiglia centrale e colonnine laterali in stucco, a destra e a sinistra due affreschi si riferiscono al mito di Alcesti e Admeto; a sinistra Admeto conforta la sua sposa Alcesti pronta a sacrificarsi per lui; a destra Ercole porta via Alcesti dall'Adel. Al disotto sono altre due nicchie per olle. Nel pavimento in leggera ascesa da sud a nord, è conservata in gran parte la decorazione in musaico, in nero sul fondo bianco con il ratto di Proserpina e Mercurio Psicopompo.

Sempre più ad ovest dei mausolei finora descritti si presenta subito un altro mausoleo, L, che utilizza la parete del precedente monumento ad est, ma è anteriore a quello che lo segue ad ovest. Esso appartiene alla casa Caetennia, già nota come mostra l'iscrizione rinvenuta sulla parete esterna ancora a posto: «D. M. Caetennia Hygiae quae vixit ann. XXI d. XIII M. Caetennia Hyrmus filiae pientissimae et M. Caetennius Proculus sorori karissimae fecerunt et sibi et libertis libertabuse sui posterosque eorum. H(oc) m(onumentum) h(ere) dem) n(on) s(equetur). H(uc) m(onumento) d(olus) m(alus) a(besto)». L'iscrizione è inquadrata in una cornice in laterizio sormontata da un'ascia a destra, a sinistra, sempre in opera laterizia, è disposta un'anfora. Il paramento esterno è a mattoni arrotati con una cornice superiore in laterizio; nei due stipiti è la delimitazione del «locus religiosus», cioè XIII piedi «in fronte» e XII «in agro». Le lettere dell'epigrafe e la struttura permettono ascrivere il mausoleo verso la fine del sec. II d. C. L'interno, esaminato solo ad ovest, presentava la caratteristica decorazione divisa in tre scomparti, come il precedente mausoleo dei Caetenni, cioè arcosolio in basso e nicchie absidate per olle superiormente; nello scomparto superiore, nella muratura spezzata, apparve in un mattone la marca di fabbrica con i nomi dei consoli dell'anno 142 d. C. (CIL, XV, 1065). Il mausoleo venne occupato da nord a sud da un grosso muro d'imbrigliamento a blocchi di tufo nel momento della costruzione della Basilica Costantiniana. Ivi pure si incontrò un grosso muro del principio del sec. XVII composto a gettata con tufi, mattoni e una quantità di marmi spezzati. Tiberio Alfarano narra che nell'anno 1574, nel fare le fondazioni per un piccolo portico davanti all'altare maggiore, si rinvenne una sepoltura tutta di musaico con figure che parevano cavalli e che alla finestra di detto sepolcro era posta la seguente iscrizione: «D. M. Iulio Tarpeiano vixit ann. I m. VIII diebus XXVII Iulia Palatina et Maximus parentes fec(erunt) lib(ertis) libert(abus) po- steris(que) eorum. H(oc) m(onumentum) h(ere) dem) n(on) s(equetur)» (CIL, VI, 20293).

Il piccolo mausoleo M venne costruito in una ristretta area arretrata rimasta tra il monumento L dei Caetenni ad est, e quello seguente N degli Ebuzi, usufruendo anzi dei muri laterali preesistenti. Per lo stesso mezzo col quale T. Alfarano vide questo monumento, vi si penetrò durante i recenti lavori di esplorazione, cioè attraverso lo stesso foro nella volta. Il monumento M fu in origine a cremazione, come attestato le alle carcerarie rinvenute dietro l'intonaco della parete di fondo. In un secondo tempo però si cambiò il rito di sepoltura e nel pavimento vennero aperti sepolcri a inumazione, che dalle scene rappresentate nelle pareti appartenero in dubbio a cristiani per i soggetti ivi rappresentati in musaico. La decorazione in musaico posa sopra un letto di stucco di ca. 3 cm. di spessore, sul quale rapidamente venne abbozzato dall'artista il soggetto da comporre. Le tessere in smalto sono di differente modulo e presentano una limitata gamma coloristica costituita da giallo, rosso, verde con varie gradazioni, poco celeste, nero e solo qualche tessera in oro. Nella volta sul fondo giallo si intrecciano i tralci della vite partenti dai quattro angoli: in mezzo, sul carro tirato da quattro ardenti cavalli (due distrutti) sta Helios (il sole), col nimbro radiato; è il sim

bolo di Gesù-Sole (Fr. Dölger, Sol Salutis, Gebet und Gesang in christlichen Altertum. Münster 1925, pp. 371-373). La parete di fondo conserva solo lo stucco con le impronte delle tessere cadute; si discerne la scena del pescatore: un pesce ha abboccato all'anno mentre un secondo pesce fugge. È la scena simbolica a cui allude Clemente Alessandrino nel suo Inno a Cristo (Pedagogo, nn. 23-29); la stessa scena è nota nel sarcofago di La Gayolle in Francia e negli affreschi cimiteriali romani di S. Cali- listo e di Domitilla. Ad est qualche tessera e le impronte fanno chiaramente apparire la rappresentazione del profeta Giona gettato dalla nave e inghiottito dal mostro marino. A sinistra si distinguono le tracce del Buon Pastore con una pecora sulle spalle e del muso di una pecora in basso. L'importanza di questi musaici consiste soprattutto nel fatto che essendo certo precostantiniani sono i più antichi finora conosciuti a Roma, anteriori, ad es., a quelli rinvenuti dal p. Marchi nel cimitero di Bassilla sulla Salaria Vetere o degli altri in Priscilla.

Ad oriente, un po' a sud, è il mausoleo degli Ebuzi, N, di cui è visibile solo la facciata che conserva dentro una cornice in mattoni l'iscrizione originale: «d(is) M(anibus) M. Aebutius Chariot fecit sibi et libertis libertabuse quis sospitesque eorum (d(is) M(anibus) C. Clodi Romani q(ui) vix(it) a(nos) XIX. m(ensem) 1, d(ies) XXI. L. Volusius Successus et Volusia Megiste filio dulcissimo emerunt in parte dimidia, et sibi posteris(que) suis lib(ertis) lib(ertabus) q(uae) p(osterisque) eorum h(uc) m(onumento) d(lolus) m(alus) a(besto)». Il monumento di poco posteriore a quello di Cetennia Hygia fatto da Marcus Aebutius Chariot servì per C. Clodio Romano, per Lucio Volusio Successo e per Volusia Megiste. Sempre ad ovest e sotto il lato meridionale della confessione scoperta di Paolo V è il mausoleo O, composto da una specie di recinto rettangolare all'aperto, parte in opera reticolata, e da una cella coperta. Sulla parete d'ingresso ancora a posto è l'iscrizione seguente che dai caratteri può risalire alla metà incirca del sec. II d. C.: «T. Matuccio Pallanti patrono optimo fecerunt Matucci (duo) Entinus et Zmaragdu sinietari et sibi liberisque suis posterisque eorum et libertis libertabuse suis». La muratura esterna è accuratissima con mattoni arrotati. A nord-est del recinto c'è una scala. L'interno del mausoleo ebbe il pavimento a mattoni. La volta invece venne demolita fin dall'età costantiniana. Le pareti furono decorate a intonaco con specchi gialli e porpora, in cui si aprivano le nicchie per le olle. Parte del mausoleo da nord verso sud venne poi occupato da costruzioni in muratura per sepolcri costruiti a basilica ultimata; alcune tombe in alto erano disposte a pochissimo spazio dalla base della statua di Pio VI, esistente nel centro della confessione. È evidente che tutto lo spazio immediatamente vicino al sepolcro di S. Pietro venne conteso per sepoltura a basilica ultimata. La scala all'angolo del mausoleo è contemporanea ad esso; nel sottoscala fu poi immesso un sepolcro a inumazione; ma la scala stessa venne troncata dai sepolcri praticati dal pavimento della Basilica; tra i frammenti marmorei rinvenuti si estrasse un titoleto della fine del sec. II, in cui si legge: «d(is) M(anibus) / T. Ma(t)uccio Deme/trio q(ui) vix. ann. / XXIII (men....) T. Ma/tucciu (S Her-m)a/iscus co(lliber)tus(s)».

Il mausoleo dei Matucci è come l'altro degli Ebuzi, nella fila più a nord; invece a sud dei Matucci vengono due monumenti contigui l'uno all'altro da est ad ovest, V e T.; essi vennero costruiti insieme e presentano molti caratteri comuni, non solo nella muratura ma anche nella distribuzione interna e nella decorazione. L'esterno dei due monumenti è a mattoni; i muri di fondo verso nord si appoggiano al muro di recinto dei Matucci, dimostrando di essere posteriori. La decorazione interna è distribuita allo stesso modo: cioè decorazione a uccelli, pavoni, galli; in U è effigiato un genio con testa nimbata e stella sulla fronte, che cavalca stringendo una fiaccola (lucifero). L'altro monumento T è detto di Trebellena perché nell'interno della parete d'ingresso a sinistra è un'urna cineraria marmorea con l'iscrizione: «d(is) M(a-nibus) Trebellenae Flacciulae, Valeria Taecina matri dul-cissim(ae) fecit». La madre Valeria Taecina fu dello stesso

VATICANO

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(a) Esplorazioni sotto la confessione di S. Pietro in Vaticano, I, Città del Vaticano, p. 119, fig. 103)

VATICANO - Pianta della Basilica Vaticana, costantiniana con le parti di essa ritrovate durante i recenti scavi.

gruppo della famiglia di Valerius Hermas. Tra le ceneri di una urna si è rinvenuta una moneta della prima età costantiniana.

Il mausoleo R fu in parte tagliato alla fine del secol. Il dalle fondazioni del muro interno della confessione seminulare; fu poi visto e in parte esplorato nel 1626 come l'adiacente mausoleo S quando allora furono gettate le fondazioni per le due colonne meridionali del baldacchino in bronzo di G. L. Bernini. Di tali ritrovamenti si hanno due relazioni del canonico Ugo Ubaldini, una in latino e l'altra in italiano (M. Armellini, Le chiese di Roma, 2a ed., Roma 1891, pp. 700-718; H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom., 2a ed., Berlino 1927, pp. 305-310). Il mausoleo S (ca. metà del secol. 11) ebbe la porta demolita dai lavori di fondazione costantiniani e rimarcata; l'interno fu adibito contemporaneamente per l'inumazione in basso (con arcossi) e per le urne cinerarie in alto; anzi una parte della zona superiore ad ovest venne trasformata, in un secondo tempo, per sepolcri a inumazione: furono rinvenuti tre sarcofagi: nel primo era rappresentato il defunto quale Meleagro con Atalanta; sul coperchio dell'infinito, contenente i corpi di un bambino e di una persona adulta, presso la quale si rinvennero un argento di Domiziano, sei bronzi di Marco Aurelio e Commodo, e un bronzo di Settimio Severo; il secondo sarcofago a strigili, alle testate ha due figure femminili, l'una in atto di suonare la lira, l'altra intenta allo studio. Il terzo sarcofago era per bambino. Nei lavori di fondazione, iniziati il 29 giugno 1626, vennero trovati subito sarcofagi e sepolcri a lastre di marmo; sotto un arcosolio si rinvenne una fossa profonda ca. m. 1.50 dal pavimento; tra le ceneri si raccolsero una moneta di Massimiano e una di Salonina moglie di Gallieno. In epoca posteriore tra T ed S fu immesso un sarcofago in trasvertito. I corpi allora rinvenuti furono collocati in un poliamondo, cui fu posta una lamina plumbea con l'iscrizione: «Corpora santor(um) (prope sepulcrum S. Petri reperta cum) fundamenta effodentur aeneis col(um)nis ab Urbano VIII super hoc forni(ce) erect(i)s hic (s)imul collecta et re(po)sita a. 1626 2(8) iul(i)i». Altre lamine furono poste negli altri poliamdi; quella del poliamondo di nord est portava la data del 1626, 17 augusti: e quella dei poliamdi ad ovest del 1626, 12 septembris.

Ad ovest di S. è il mausoleo R, la cui facciata però andò demolita dalla fondazione dell'abside costantiniana della Basilica; l'interno fu rovinato per l'immissione di sepolcri dal pavimento della Basilica, nella parete di fondo restano vestigia di nicchie e parte di una colonna scansata; vi fu immesso un sarcofago con le immagini di S. Pietro e S. Paolo agli angoli (v. CIMITERI CRISTIANI ANTICHI). Al di sotto del pavimento venne praticata una serie di tombe a inumazione fino a m. 2.10 di profondità. Su questo vano insisteva il pilastro di fondazione della colonna sud-ovest del baldacchino berniniano; per cui gli architetti della fabbrica riempirono il vano con quattromila mattoni. Ad un livello superiore, a nord di R, si rinvenne il vano R¹ le cui strutture interne furono demolite dalla confessione di Clemente VIII; situato a soli 20 cm. sopra il suo pavimento composto di una gettata di opus signinum, il suo ingresso guardava l'oriente, si ritiene sia stato il solarium di R. Tra R e S fu dovuto lasciare uno spazio libero, perché vi era un ambitus per salire all'area all'aperto costruita a nord della tomba apostolica; era dunque una servitù costituita, a somiglianza della scala a sinistra del Mausoleo O dei Matucci. Il luogo restò all'aperto, e sopra la porta di accesso è rimasta traccia del piccolo tetto di protezione della porta stessa, mentre sulla parete esterna occidentale di S. Vennero praticati sedili (cf. A. Ferrua, Nelle grotte di S. Pietro, in Civ. Catt., 1941, III, pp. 358-365, 424-33 sgg.; id., Nuove scoperte sotto S. Pietro, ibid., 1942, IV, pp. 73-86, 228-41; id., Lavori e scoperte nelle grotte di S. Pietro, in Bull. della Commis. Archeol., 70 [1942], pp. 95-106; id., Un mausoleo della necropoli scoperta sotto S. Pietro, in Atti della Pont. Accad. rom. di Arch., 3ª serie, Rendiconti, 23-24 [1947-49], pp. 217-29; O. Perler, Die Mosaiken der Liefergriff in Vatikan, Frührg. 1953]).

IV. LA BASILICA DI COSTANTINO

L'origine costantiniana della Basilica costruita sulla tomba di S. Pietro (tutta la questione del sepolcro dell'Apostolo è trattata alla V. Pietro) è stabilita, dice il Duchesne, non tanto dalle notizie del Liber Pontificalis, nella biografia di Silvestro (I, p. 124), quanto dai monumenti stessi come dalla citata iscrizione nella sulla croce d'oro posta da Costantino ed Elena e perciò non posteriore al 337 (A. Silvagni, Inscriptiones christianae urbis Romae septimo saec. antiquiores, II, Roma 1935, n. 4093). Si tenga però presente la recentissima osservazione di P. Franchi de Cavalieri circa la data assai incerta della morte di S. Elena, che non si può ritenere avvenuta negli ultimi anni di Costantino (Constantiniana [Studi e testi, 171], Città del Vaticano 1953, p. 164). Inoltre nella copertura della Basilica furono messe in opera tegole col marchio di fabbrica «Dominus» (Noster) Constantinus Aug(ustus) (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, Roma 1888, p. 230). Nel 1882 A. Frothingham pubblicò uno studio sul museo del secol. IV posto nell'arco trionfale, distrutto nel 1525, dove era rappresentato l'imperatore Costantino in atto di offrire al Salvatore la basilica (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 4ª serie, I [1882], p. 80 sgg.); a lettere d'oro vi si leggeva l'iscrizione «Quod, duce te, mundus surrexit in astra triumphans, hanc Constantinus victor tibi condidit aulam» (A. Silvagni, op. cit., n. 4092). Alcuni hanno voluto vedere nel duce Cristo, ma il De Rossi e il Wilpert ritengono che il duce sia Pietro.

Una seconda iscrizione, che non è posteriore all'anno 3350, era disposta nell'abside e trascritta nella silloge epigrafica di Einsiedeln: «Iustitiae sedes fidei domus aula pudoris / haec est quam cernis pietas quam possidet omnis / quae patris et filii virtutibus inclyta gaudet auctoremque suum genitorem laudibus aequat» (ibid., n. 4094). In essa venivano magnificati i meriti dell'imperatore Costantino e di suo figlio Costante che aveva condotto a termine l'edificio. G. Wilpert ritenne che anche l'epigramma trascritto dalle sillogi epigrafiche «in fronte basilicae Vaticanae» o «in imagine Constantini» con allusione alla guarigione da una lunga malattia fosse d'età costantiniana, contro le opinioni di L. Duchesne (Lib. Pont., I, p. cxiii) e di T. Mommsen (Lib. Pont., p. xxxii, 6). Il Wilpert vide nell'immagine vaticana di Costantino la prima della serie di quelle da lui ordinate, come nelle sue monete d'oro e nel dipinto all'ingresso della sua reggia a Costantinopoli (La fede nella Chiesa nascente, Citt-

tà del Vaticano 1938 pp. 205-207). Giustamente H. Grisar (Analecta romana, I, Roma 1899, p. 117) e A. Silvagni (op. cit., n. 4123) ritengono l'iscrizione assai soteriore, quando cioè era sorta già la leggenda costantiniana. Inoltre nell'abside si ammirava il musaico rappresentante il Salvatore assiso in trono che consegna la legge a Pietro; dall'altra parte s. Paolo. Questa scena ha costituito il prototipo per tutte le altre che si trovano ri- petute anche nei sarcofagi. Nella parte inferiore il musaico rappresentava l'etimasia o preparazione del trono divino per il giudizio; nel centro l'agnello con i quattro fiumi del paradiso e dodici pecore, sei uscenti dalla città di Gerusalemme, rappresentanti la Chiesa uscita del popolo di Israele, sei dalla città di Betlemme, la Chiesa delle genti. Il musaico fu restaurato una prima volta dal papa Severino nell'anno 640 (Lib. pont., I, p. 320); una seconda volta da Innocenzo III (1198-1216) che vi aggiunse la sua immagine e la figura della Chiesa romana; fu distrutto insieme con l'abside nell'anno 1592.

Per tornare alla documentazione della Basilica costantiniana occorre aggiungere che nel 1607 nelle fondazioni del portico si rinvenne una medaglia d'oro che aveva da una parte l'effigie di s. Pietro e dall'altra una crocetta con Costantino ed Elena indicati dai loro amici. Varie sono le opinioni degli studiosi circa la data della costruzione della Basilica costantiniana. Nel sec. XVIII G. Poleni ritenne più probabile per l'inizio della Basilica Costantiniana la data del 326, come quella dei vicinati Costantiniani (Memorie storiche della gran cipola del Tempio Vaticano, Padova 1748). N.-M. Denis Boulet propose di porre l'inizio della costruzione della basilica tra gli anni 325-29 e la fine al 25 dic. 335 (A des fouilles de St-Pierre, in Recherches de science, 34 [1947], pp. 385-406). Von Schönebeck pre- per l'inizio dei lavori la data del 326 cioè quella dei vicinati di Costantino (Beiträge zur Religionspolitik des Maxentius u. Costantin, in Klio, Supplem., 30 [1930], p. 89) mentre W. Seston propose il 333, anno in cui furono cristiani tanto il prefetto dell'Urbe che i due consoli (Revue d'hist. des Religions, 1945 e Hypothèse sur la date de la basilique costantinienne de St-Pierre de Rome, in Cahiers archéologiques, 2 [1947], pp. 153-59). A. Pigni, nel seguì l'opinione di Poleni e di A. Alföldi per l'inizio della Basilica Vaticana al 326 (L'état actuel de la question costantinienne, in Historia, 1 [1950], pp. 82-96). Il p. E. Kirschbaum mise in rilievo che nel 1936, data della Deposito martyrum, la festa del 29 giugno si celebrava per s. Pietro «in Catacumbas», poiché la basilica era in piena costruzione in quell'anno ed essa non poté essere compiuta prima del 350 (Petri in Catacumbas, in Misc. lit. in honorem L. C. Mohlberg, I, Rom 1948, pp. 221-29). Un'ipotesi sul periodo di durata della costruzione della basilica fu emessa nel 1950 da E. Josi (Rend. Pont. Accad. Rom. di Arch., 25-26 [1949-51], p. 4 e Comptes rendus de l'Acad des Inscr. et belles lettres, 1950, p. 434 sgg.). accettata da J. Carco-pino (Revue des deux mondes, 15 ott. 1952; Etudes d'hist. chrét., Parigi 1953, p. 129). Tale ipotesi era sorta in seguito all'osservazione che nell'area proveniente dal Phrygianum, oggi nel museo del Laterano, studiata da O. Magi- ruccchi e da altri (v. bibliografia relativa in Esplorazioni, cit., p. 14 sgg) si dichiarava che i sacrifici erano stati dovuti interrompere per 28 anni, e che pertanto questa interruzione poteva essere stata causata dalla costruzione della basilica. Occorre però tener presente che l'ubicazione esatta del «Phrygianum» non si conosce e che dall'ora parte esso continuò ad esistere almeno fino al 3000, come è attestato dall'ora n. 503 di tale anno. La data d'interruzione, almeno dalle are giunte fino a noi, non è dovuta essere fissata tra gli anni 319 (CIL, VI, 508) e il 350 (CIL, VI, 598), quindi si potrebbe immaginare che i lavori siano cominciati a quel tempo e terminati al 350; l'iscrizione dell'abside ricorda infatti il figlio di Costantino che continuò l'impresa paterna. Si ha poi che nel Natale 353 il papa Liberio dette il velo in S. Pietro a Marcellina sorella di s. Ambrogio (Ambrogio, De Virginitate, III, 1: PL 16, 231). Recentemente P. Franchi de' Cavalieri accetta con un forse la data del 333 per l'inizio dei lavori a Roma nel 1938, per la morte di Costantino (Constantiniana [Studi e testi, 171], Città del Vaticano 1953, pp. 119-20).

Dal piano stradale, mediante 35 gradini si saliva ad un ampio piazzale lastricato di marmi che immetteva, per mezzo di tre porte di bronzo, all'atrio composto da un quadripotico sostenuto da 46 colonne, lungo m. 62 e largo m. 56. Nel mezzo del quadrato centrale disposto a giardino, donde la qualifica di Paradisus dato all'atrio, sorgeva il cantarius o fontana per le abluzioni. In seguito il papa Simmaco (489-514) decorò l'atrio con musica. Nel medioevo poi esso fu abbellito con una serie di 12 affreschi rappresentanti la vita degli apostoli Pietro e Paolo. Secondo M. Cerrati essi non erano anteriori al 1258, cioè all'epoca di Alessandro IV. Dal portico si penetrava nella Basilica mediante cinque porte, delle quali tre immettevano nella navata centrale e le altre due nelle laterali. La porta di mezzo fu detta mediana, regia o argentina per le lastre di argento di cui l'avevano rivestita prima Onorio I (625-38; Lib. Pont., I, p. 323) e poi Leone IV (847-55; Lib. Pont., II, p. 127); Eugenio IV nel 1445 vi pose quella in bronzo smaltato e dorato fusa dal Filarete che poi Paolo V fece adattare nel 1619 alla porta centrale della nuova Basilica (riprod. nel vol. V, tav. 85). A destra della porta principale veniva la porta detta «romana» perché di solito usata dai romani, a differenza dell'altra più a nord detta «guidonca» dalle guide che vi conducevano i pellegrini. A sinistra della porta principale la porta seguente si diceva «ravenniana» perché di li entravano coloro che abitavano oltre il Tevere, i Toscani e Transpadani. L'ultima porta a sud era detta «del giudizio» perché di li si facevano passare i morti. L'interno della Basilica costantiniana era costituito da un'area rettangolare divisa nel senso longitudinale da quattro file di 22 colonne, formando così cinque navate: quella centrale aveva una larghezza di ca. 24 m.; le sue colonne avevano un'altezza di m. 9 con basi, capitelli corinzi e architravi; su di essi si ergeva un muro che giungeva all'altezza di m. 40 per sostenere il tetto; nelle pareti si aprivano undici finestre che illuminavano la basilica. I due alti muri della nave centrale ebbero una prima decorazione al tempo del papa Liberio (352-366) che vi fece dipingere i medaglioni (immagini piccole) con i ritratti da s. Pietro a Liberio stesso che portava il nimbò quadrato perché vivente. Questa serie dei ritratti dei vescovi di Roma, imitata in antico a Napoli, è la più antica di tutte, perché i medaglioni originali dell'antica basilica di S. Paolo sono d'un secolo posteriori. In S. Pietro Niccolò III (1277-80) aggiunse una seconda serie. Al di sopra dei medaglioni le pareti erano divise in tre scompartimenti; in quello superiore, tra le finestre, erano rappresentati i Patriarchi, i Profeti e gli Apostoli; le loro immagini misuravano 4 m. di altezza. Nei due scompartimenti inferiori vi erano 46 scene per lato di episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento: a destra 45 scene dalla creazione del mondo al passaggio del Mare Rosso, a sinistra altre 46 dall'Annunciazione alla Pentecoste. Le pitture furono restaurate al tempo di Gregorio IV (827-44); rifatte sotto papa Formoso (891-94), restaurate più volte in seguito, anche da P. Cavallini e da Giotto, secondo il Vasari. Le quattro navi minori erano larghe ca. 9 m.; le colonne che le dividevano erano alte 6 m. e su di esse poggiavano archi a tutto sesto che nelle due navi interne raggiungevano m. 18, 50 di altezza, mentre le navi esterne erano alte m. 14. Le cinque navate terminavano verso l'abside con archi che immettevano nella nave traversa o transetto, che misurava 18 m. di larghezza. L'arco al termine della navata centrale era sostenuto da due grandi colonne ed era rivestito dalla decorazione a musica di cui già si è parlato. Gregorio di Tours segnala il numero straordinario di 100 colonne della Basilica Vaticana; il numero è esatto, come ha messo in rilievo R. Krautheimer, in The Art Bulletin, 31 (1949), pp. 211-13. Infatti le cinque navate erano divise da quattro file di 22 colonne ciascuna formando così 88 colonne, 8 erano le colonne nel transetto quindi 96 e 4 quelle in porfido che sostenevano il ciborio, complessivamente 100. Per le colonne del transetto basta vedere il disegno del van

Heemskerk, conservato nella biblioteca di Stoccolma ed edito dallo stesso Krautheimer. Il tetto è quello che subì più spesso restauri. I più antichi di cui si ha memoria furono quelli di Gregorio Magno (590-604), di Sergio I (688-701), di Adriano I (772-795) che fece venire le travi dai boschi di Spoleto; di Leone III (795-816), di Benedetto III (855-858), di Giovanni XXI (1276-77), Benedetto XII nel 1341, Gregorio XI nel 1372; e ancora di Pio II e di Sisto IV. Il Grimaldi misurò una trave d’abete calata nel 1605; essa era lunga 133 palmi, cioè oltre m. 29,50! Il papa Damaso (366-84) dovette compiere una grandiosa opera di risanamento a monte della Basilicata vaticana (v. BATTISTERO). Dopo Damaso il primo papa di cui si conservi memoria di lavori compiuti al sepolcro di S. Pietro in Vaticano è Sisto III (432-40), il quale, secondo il biografo del secc. VI (Lib. Pont., I, p. 233), non solo adornò la Confessione – nome che appare per la prima volta – con diversi oggetti d’argento per un totale di 400 libbre, ma ottenne che l’imperatore Valentiniano III offrisse una composizione in oro tempestata di pietre preziose rappresentante il Salvatore coi dodici Apostoli e con la Gerusalemme celeste dalle dodici porte, soggetto analogo a quello offerto da alcuni sarcofagi cristiani scoperti in Vaticano, come quello ora al Museo del Louvre a Parigi. Lo stesso pontefice aveva ottenuto, sempre dall’imperatore Valentiniano, che rinnovasse il famoso ciborio o baldacchino d’argento dell’altare della Basilica Lateranense fatto da Costantino e asportato dai Vandali di Alarico. Forse gli stessi avevano danneggiato anche la Basilica vaticana e ciò spiegherebbe l’intervento di Sisto III presso Valentiniano per il sepolcro di Pietro in V. Il suo successore Leone I (440-61), dovette riparare i danni che il tremendo terremoto dell’anno 443 apportò alle due grandi basiliche del Vaticano e dell’Ostiense. Il Papa si era rivolto per il restauro della Basilica Ostiense a Galla Placidia, per la Basilica Vaticana ottenne l’aiuto del già prefetto e consolle ordinario Mariniano e della sua consorte Anastasia. E certo furono compiuti lavori anche sul sepolcro dell’Apostolo, perché il raccoglitore della silogale palatina trascrisse un’area super corpus beati Petri e l’iscrizione di Rufo Vivenzio Gallo, di rango senatorio che in adempimento d’un voto aveva abbellito il sepolcro stesso (A. Silvagni, op. cit., n. 4125). Il Liber pontificalis si limita a scrivere che Leone I rinnovò dopo il terremoto – che viene chiamato fuoco divino – le basiliche del beato Pietro e del beato Paolo (I, p. 239). Se in questa Basilica Ostiense Leone I fu costretto a sostituire ben sedici colonne sulle quaranta della nave centrale e a rinnovare il tetto, come attesta l’iscrizione commemorativa ancora conservata nel chiostro superiore, non indifferenti furono i danni nella Basilica vaticana, dove tra l’altro venne rifatta anche la decorazione in musica della facciata costantiniana, come attesta un’iscrizione. Essa fu pure trascritta nella silloge palatina; vi si asserisce che l’ex prefetto ed ex console Mariniano, insieme con la sua nobile consorte Anastasia, in seguito alle istanze del papa Leone e per adempiere un voto fatto al beatissimo apostolo Pietro «fecero una fondazione per la facciata di S. Pietro» (A. Silvagni, op. cit., n. 4102). Infatti l’iscrizione fu copiata sulla fronte della facciata stessa presso il musica dove era rappresentato Cristo in mezzo ai simboli dei quattro evangelisti. Più in basso fra le tre finestre erano rappresentati i ventiquattro seniori dell’Apocalisse disposti a gruppi di quattro. Il “musaico venne poi restaurato al tempio di Sergio I (678-701), certo dopo il cosiddetto Concilio trullano dell’anno 692, perché, al posto dell’immagine di Cristo danneggiata, il Papa fece porre l’Agnello divino (Lib. Pont., I, p. 375). Un codice del secc. XI conservato nel noto collegio di Eton in Inghilterra, proveniente dalla celebre Abbazia di Farfa, contiene un disegno della facciata della Basilica Vaticana, con la rappresentazione dei musei che la decoravano. Nella zona inferiore è disegnata la scena dei funerali di Gregorio Magno (H. Grisar, Analecta Romana, Roma 1899, tav. 10, riprodotta alla voce GREGORIO I). Il museico della facciata venne poi restaurato sotto Inno cenzo III (1198-1216) ma senza subire alterazioni. Gregorio IX (1227-41) modificò la facciata; aprì in essa sei grandi finestre di marmi e di musica; e un documento di poco posteriore lo chiama «Prassepe»; fu demolito nel 1606 e disperso, l’iscrizione dedicatoria diceva «Alba beata madre di Dio fece il servo Giovanni indegno vescovo» (ibid., I, p. 385; G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 227). Gregorio III (731-41) ottenne dall’esarca (di Ravenna) Eutiche altre sei colonne vittiene che fece portare in S. Pietro e le dispone tre a destra e tre a sinistra per presbiterio davanti alla Confessione, vicino alle altre sei antiche, dello stesso genere. Sopra alle dette colonne pose le travi rivestite di puro argento con le immagini da una parte del Salvatore e degli apostoli e dall’altra della Madonna e di Sante vergini e sopra ancora gigli e candelabri d’argento per un peso complessivo di 700 libbre (Lib. Pont., I, p. 417). Le colonne vittiene sono rappresentate in una pittura di Giulio Romano nelle stanze dette di Raffaello in Vaticano e nella sala dei Cento giorni al Palazzo della Cancelleria. Il Cerrati ritiene che la rimozione delle colonne vittiene sia avvenuto circa l’anno 1544, sotto Paolo III, ma non è facile stabilire la data precisa di tale trasporto. Oggi otto delle colonne vittiene sono nelle logge sopra le quattro grandi statue dei piloni della cupola; una è nella prima cappella a destra, cioè nella cappella dove si conserva la Pietà di Michelangelo, due ai lati dell’altare di S. Francesco nella cappella del S.mo Sacramento (J. B. Ward Perkins, The Shrine of St. Peter and twelve spiral Columns, in Journal of Roman Studies, 1952, pp. 21-33). Stefano II (752-57) costruì la torre campanaria che rivestì in parte di lamine d’oro, in parte d’argento e vi pose tre campane per invitare il popolo agli uffici divini. Inoltre rinnovò il cantaro dell’atrio, circondato da otto colonne di porfido finemente istoriate e sorreggenti una cupola di bronzo dorato. Vicino alla basilica, oltre l’oratorio di S. Andrea nel luogo detto Mosileo, cioè mausoleo, adattò una chiesa in onore di S. Petronilla, per collocarne il corpo, e arricchì l’edificio con ornamenti e cesti argentei (Lib. Pont., I, pp. 454-55). Il fratello Paolo I (757-67) suo successore compì ivi la traslazione di S. Petronilla dal cimitero di Domitilla sulla Via Ardeatina (ibid., I, p. 464). Leone III (795-816) decorò il battistero ampliandolo in forma circolare, circondandolo di colonne di porfido, pose anche una colonna nel mezzo della vasca e sopra vi collocò un agnello d’argento da cui sgorgava l’acqua (ibid., II, p. 17) e fece molti altri lavori (ibid., pp. 14-17, 29-31). Pasquale I (817-24) costruì un grande oratorio in onore dei martiri Processo e Martiniano di cui aveva trasportato le reliquie dai loro sepolcri sulla Via Aurelia, deponendole in un sarcofago di porfido (ibid., II, p. 53). Gregorio IV (827-44) trasferì in S. Pietro le reliquie dei martiri Sebastiano, Tiburzio e Gorgonio (ibid., II, p. 74) e ne pose le reliquie sotto ciascuno dei tre altari secondari nell’oratorio da lui costruito per trasferirvi il corpo di S. Gregorio Magno, oratorio decorato di musica ricordati da Gio-

vanni Diacono (S. Gregori M. Vita, IV, 8o: PL 75, 228); M. Andrieu ne ha indicata l'ubicazione esatta e non vellutum secretarium» (Le chapelle de St Grégoire dans l'ancienne basilique Vaticane, in Riv. Arch. crist., 13 [1936], pp. 61-99). Gli altari di S. Sebastiano e di S. Tiburzio sono ancora ricordati da Benedetto Canonico ca. il 1140 (Liber Censuum, ed. Fabre-Duchesne, II, p. 143). Sotto il pontificato di Sergio II (844-46) avvenne il saccheggio dei Saraceni, i quali non solo non risparmarono la Basilica vaticana, ma profanarono lo stesso atare, come si legge nella biografia del suo successore pa- pa Leone IV (847-55) il quale si prodigò in tutti i modi per riparare gli scempi perpetrati dai Saraceni; tutta la sua biografia è piena di donazioni offerte dal Pontefice in riparazione di quanto era stato trafugato (Lib. Pont., II, pp. 106-109, 111-14, 116, 119, 121-23, 127-29, 133). Le notizie di restauri si fanno dopo il X se. sempre più scarse. Il card. Bosone nella vita di Innocenzo II (ibid., II, p. 380) ricorda come Pietro di Pietro Leone (Anacleto II) «tampam sacrilegus predo» spogliò dei suoi tesori la Basilica vaticana, strappando persino il rivestimento prezioso del ciborio fatto da Leone IV (ibid., II, p. 121). Pietro Mallio attesta che Callisto II (1119-24) vedendo l'altare maggiore «nimia vetustate et lapidum percussionibus quodammodo violatum, optimis marmoribus vestit ed decoravit» e lo consacrò il 25 marzo 1123 (cod. Vat. lat. 6757, f. 15 in G. B. De Rossi, Inscriptions Christianae, II, 1, Roma 1888, p. 233). Al ritorno dei papi da Avignone, Roma era ridotta in tanto squallore da non aver quasi più l'aspetto di una città; deserta era la città Leonina, in rovina erano le strade che conducevano alla Basilica vaticana, di cui lo stesso portico era cadente. Il papa Gregorio XI (1370-78), rientrando in Roma da Avignone il 17 gen. 1377, rimase atterrito nel veder lo squallore della città ridotta a non più di 20.000 abitanti; nel 1414 per la festa di S. Pietro il 29 giugno non fu possibile procurare una lampada da accendere davanti alla Confessione. Per avere un'idea di quello che con l'andar del tempo vi si era accumulato basta gettare uno sguardo alla pianta CAFARNAO (v.) canonico vaticano (1544-96). La pianta, eseguita nel 1571 (riprodotta al vol. I, tav. 64) è corredata da una descrizione che è fondamentale per lo studio dell'antico edificio, come hanno dimostrato G. B. De Rossi ed il Duchesne e più recentemente M. Cerrati che ne curò l'edizione critica (v. tav. fuori serie).

IV. IL BATTISTERO

La costruzione della imponente Basilica costantiniana aveva modificato il regime delle acque e queste avevano finito per invadere i tanti sepolcri che erano nel declivo del colle. Un epigramma del papa Damaso parla dei lavori da lui affidati al diacono Mercurio per captare nel colle Vaticano le vene d'acqua e utilizzarle per la fontana nell'atrio e il fonte battesimale (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 88-93). Che poi il battistero sia opera di Damaso è attestato da un altro epigramma dello stesso Papa: «tantissimus Christi composuit Damasus», tramandato dalla sille del I Cor. (A. Ferrua, ibid., pp. 93-94). Alla fine del se. IV il poeta Prudenzio celebra l'opera di Damaso (Peristephanon, XII, n. 31 sgg.; CSEL, 61, pp. 412-22). Tali versi vennero riferiti al battistero damasiano situato nella parte destra del transetto della Basilica, mentre invece, secondo la giusta osservazione del p. Ferrua (op. cit., p. 154), essi descrivono la sorgente scoperta dai lavori damasiani. Più tardi una conferma dei lavori di Damaso e del suo battistero si ha nei Gesta Liberii (PL 8, 1392 sgg. e Lib. pont., ed. Duchesne, I, p. cxxxii). A. Silvagni (op. cit., n. 4100) attribuisce al Battistero vaticano un carme in cui si ricordano lavori compiuti dai papi Bonifacio I e Celestino I (anni 422-32). Il papa Simmaco aggiunse al battistero tre oratori dedicati alla S. Croce, a S. Giovanni Battista e a S. Giovanni Evangelista, come quelli costruiti al Laterano dal papa Ilaro, per lo sviluppo dei riti dell'iniziazione cristiana (Lib. Pont., I, pp. 261 e 266, nn. 20-22). Detti oratori, abbattuti dallo stesso Papa, sono ricordati nella descrizione della basilica del se. VIII e più tardi da P. Mallio e da T. Alfarano (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., II, pp. 206, 227, 258).
BIBL.: A. De Waal, Das Baptisterium des Papstes Damasus bei St. Peter, in Römische Quartalschrift, 16 (1902), p. 58 sgg.; A. Ferrua, Dei primi battisteri parrocchiali e di quello di S. Pietro in particolare, in Civ. Catt., 1939, II, pp. 147-57.

VI. I SEPOLCRI DEI PAPI

Come giustamente osserva il Duchesne, quando nel se. VI furono scritte le biografie dei papi nel Liber pontificalis, si riteneva che i primi successori di Pietro fossero stati sepolti vicino alla tomba dell'Apostolo; ma allora non erano certo più visibili, data la costruzione della basilica costantiniana. Nel 1615 da alcuni si credette che fosse stato scoperto il sarcofago di Lino, perché nel coperchio insieme con altre lettere si trovò un LINUS; l'identificazione si mostrò molto in- verosimile anche per la dizione latina, perché come è noto tutte le più antiche iscrizioni sepolcrali dei papi da Antero (236) a Gaio (296) sono in greco ad eccezione di quella di Cornelio (253). Il rev. dr. Ruysschaert della Biblioteca Vaticana nell'adunanza del 9 luglio 1953 della Società dei cultori dell'Archeologia cristiana in seguito allo studio della biografia di Anacleto nel Liber Pontificalis, in cui viene attribuita a questo papa l'eruzione di un'area sepolcrale per i vescovi di Roma, propose di riconoscere nelle undici tombe rinvenute nel campo P, ad eccezione di 7, i sepolcri degli undici successori di s. Pietro indicati nel Liber Pontificalis come depositi in V. s. Pietro. Con Leone I si iniziò una nuova serie di papi depositi in S. Pietro; dopo di lui, durante cinque secoli, ca. settanta papi vi vennero sepolti in luoghi diversi. Infatti lo stesso Leone I venne deposto fuori della Basilica, presso la Sacrestia; per cui nel suo carme sepolcrale è detto inanito arcis (A. Silvagni op. cit., n. 4148). I vi rimase per 227 anni sino al 688, quando Sergio I lo trasferì nel portico presso la facciata. Poiché la tomba era stata forse profanata dai Saraceni, Leone IV la portò nell'interno al lato meridionale della nave trasversa, presso una porta d'uscita. Presso il suo sepolcro Pasquale II trasportò i resti dei papi Leone II, III e IV che furono poi ritrovati nel 1580 da Gregorio XIII e rimossi da Paolo V nel 1607 e poi di nuovo nel 1715 collocati sotto l'attuale altare dedicato a Leone I decorato col rilievo di Alessandro Algardi (1602-54) rappre- sentante l'incontro tra Attila e Leone I. Papa Simplicio (468-83) fu deposto nel portico anteriore della Basilica come Gelasio (492-96), Anastasio II (496-98), di cui si conosce l'iscrizione sepolcrale metrica (ibid., n. 4149); Simmaco (498-514); Ormisda (514-23) sepolto nel pavimento del portico (ibid., n. 4150) e di cui pure fu trascritto il carme sepolcrale tra i poemi di Alcuino nel se. IX. Nel portico fu pure la tomba di Giovanni I (523-26); la sua iscrizione metrica ci è nota da un manoscritto della Biblioteca nazionale di Parigi (ibid., n. 4151); anche di Felice IV (526-30) ci è noto il testo (ibid., n. 4152), come del suo successore Bonifacio II (530-32) del quale si conserva un frammento del marmo nelle Grotte Vaticane (ibid., m. 4153), di Giovanni II (533-35) si conosce pure l'iscrizione (ibid., n. 4154). Sempre nel portico fu sepolto Agapito (535-36). Davanti alla Sacristia furono depositi Pelagio I (556-61) di cui le raccolte epigrafiche tramandarono il carme sepolcrale (ibid., n. 4155), Giovanni III (561-74) e Benedetto I (575-79). Nel portico sotto il pavimento fu la tomba di Pelagio II (579-90) e di Gregorio I (v. 590-604) il «con- sole di Dio» del quale l'elogio marmoreo ricorda che inviò missionari per la conversione degli Angli (ibid., n. 4156). I suoi resti furono traslati poi da Gregorio IV (827-44) e questa traslazione è rappresentata nel codice di Eton, già ricordato. Di Sabiniano (604-606), se- polto davanti alla Sacristia, oltre l'intero testo conservato nelle raccolte epigrafiche si conserva un frammento nelle Grotte Vaticane (ibid., n. 4157). Di Bonifacio III (606-607) pure è noto il testo del carme (ibid., n. 4158), come anche di Bonifacio IV (608-15; ibid., n. 4159), di Deus- dedit (615-18; ibid., n. 4160), di Bonifacio V (619-25; ibid., n. 4161), di Onorio (625-38; ibid., n. 4162). Man- cano invece i carmi di Severino (640) e di Giovanni IV (640-42) depositi sempre nel portico, come Teodoro

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(642-49) di cui si conosce solo l'inizio del carme; Eugenio I (654-57), Vitaliano (637-72), Adeodato (672-76), Dono (676-78), sepolti in Vaticano, di cui non conosciamo le iscrizioni; invece è conservata quella di Agatone (678-681; G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 52); manca quella di Leone II (682-83). Sono noti i carmi di Benedetto II (684-85; G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 129), di Giovanni V (685-86; ibid.); è ignoto quello di Conone. La sepoltura di tanti papi nel portico fece dare a questo la denominazione di portico dei pontefici. Ma i sepolcri erano tanti che stavano addossati gli uni agli altri. Così Sergio I (687-701) volle mettere in evidenza la tomba di Leone Magno, nascosta in mezzo alle altre, come dice nell'iscrizione metrica, e la volle esporre alla pubblica venerazione (Lib. Pont., I, 375; G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 56).

Forse Sergio I rimosse anche le tombe di Simplicio, di Gelasio I e di Simmaco perché la loro esistenza è ricordata ancora nel sec. XII.
Sergio I è ricordato come sepolto nel portico in Vaticano (Lib. Pont., I, p. 376) come Giovanni VI (701-705; ibid., I, p. cxxxix). Ma Giovanni VII (705-707) volle essere deposto nella basilica, presso il sontuoso altare da lui eretto alla Vergine (G. B. De Rossi, I musaici ecc., Roma 1899, tav. 20). Di Siminio (708) è di Costantino (708-15) non sappiamo con esattezza l'ubicazione dei loro sepolcri in Vaticano. Gregorio III (731-41) fu sepolto a destra dell'altare maggiore e si conosce un solo verso del suo carme sepolcrale. Zaccaria (741-52) è indicato nel portico, ma si ritiene sia quello interno della Basilica; altrettanto deve dirsi per Stefano II (752-57). Il papa Paolo I (757-67) fu sepolto nell'oratorio di S. Maria detto «ad grada» presso i gradini, nell'atrio della Basilica; oratorio che egli aveva restaurato e abbellito con musica. Anche Stefano III (768-72) fu sepolto in Vaticano, ma non sappiamo dove. Adriano I (VIII) (772-95) venne deposto nell'interno della basilica, presso il luogo dove era stato traslato il corpo di Leone I. La sua lastra sepolcrale, in marmo nero delle cave di Sable (Tours), contiene il carme che, come si ritiene, Carlomagno fece scrivere da Alcunio; oggi la lastra è murata nella parete sinistra dell'atrio della nuova basilica. Sempre nell'interno della Basilica fu pure la tomba di Leone III (795-816): (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, Roma 1888, p. 201). Nel sec. xii Pasquale II (1099-1118) trasportò il suo corpo insieme con quelli di Leone II e Leone IV dove era il monumento di Leone I. Stefano IV (816-17) fu sepolto, sembra, davanti alla basilica, perché così è indicato nel sec. XII. Di Stefano IV (816-17) non si è conservata memoria della sua tomba, che fu nella basilica. Quanto al sepolcro del suo successore Pasquale I (817-24), il Duchesse ritiene che fosse nell'interno della basilica, in una delle due cappelle da lui fondate o in quella dedicata ai martiri Processo e Martiniano o l'altra dei SS. Sisto e Fabiano, cioè poco lontano dal cancello che conduceva nella cripta (Lib. Pont., II, p. 68). Non si ha notizia circa le sepolture di Eugenio II (824-27), di Vitaliano (827) e di Gregorio IV (827-44). La tomba di Sergio II (844-47) fu posta presso l'altare dei SS. Sisto e Fabiano e Pietro Mallio nel sec. xii ne tramandò il carme sepolcrale (G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 213). La tomba primitiva di Leone IV (847-55) è sconosciuta; essa fu riunita nel sec. xii dal papa Pasquale II a quella di Leone II. Benedetto III (855-58) fu sepolto presso la porta principale della basilica, come è accennato nel suo carme sepolcrale copiato da Pietro Mallio nel sec. xii (ibid., II, p. 214). Niccolò I (858-67) fu deposto poco lontano dal suo precedessore, vicino alla porta detta del Giudizio o dei Morti (A. Silvagni, op. cit., tav. 2, 7). Adriano II (IV. 867-72) vicino alla Sacristia e Pietro Mallio ne ha tramandato il carme sepolcrale; come quello di Giovanni VIII (872-82) sepolto il presso (G. B. De Rossi, op. cit., II, 216; A. Silvagni, op. cit., II, p. 8). Marino (882-84) fu sepolto nel portico, tra la Porta Argentea e la Porta Romana: Pietro Mallio che ne copiò il carme ritenne che si trattasse d'un papa di nome Giovanni (G. B. De Rossi, op. cit., II, p. 215). Nel portico fu pure la tomba di Stefano V (885-91) e il testo si conosce da Pietro Mallio (ibid., p. 214).

copie. Del grandioso monumento sepolcrale di Niccolò V (1447-55), che in origine stava nella nave sinistra vicino alla porta della sacristia, resta nelle Grotte Vaticane il solo sarcofago col carme sepolcrale dettato da Pio II (riprodotto dal vol. VIII, tav. 116). Callisto III (1455-58) ebbe un bel monumento sepolcrale nella vecchia sacristia di S. Pietro, cioè nel primo dei mausolei rotondi, situati a fianco della basilica. Il monumento, opera di Antonio da Binasco, fu rimosso nel 1586 per il trasporto dell’obelisco; i resti del Papa posti nell’interno della basilica, dietro gli organi, vi rimasero insieme con quelli di Alessandro VI, fino al 1605, quando furono trasportati nella nave sinistra in un nuovo monumento e nel 1610 in S. Maria in Monserrato, chiesa nazionale spagnola. Pio II (1458-64) fu sepolto nella seconda navata sinistra della basilica, vicino al tabernacolo di S. Andrea, da lui fatto costruire. Ma il corpo fu trasportato nel 1623 in S. Andrea della Valle. Grandioso era il monumento marmoreo di Paolo II (1464-71), opera di Giovanni Dalmata e di Mino da Fiesole, in origine situato presso la porta della vecchia sacristia, vicino all’attuale colonie di S. Andrea; fu poi trasferito nella nave detta del Sudario; ma venne disfatto e disperso; gran parte dei pezzi furono portati nelle Grotte, poi nel Museo Petriano, da cui nuovo nelle Grotte (riprodotto al vol. IX, tav. 54). Sisto IV (v.), 1471-84), ebbe il più artistico monumento dell’antica basilica nel tumulo bronzo di Antonio Polaiuolo. Stava nella cappella del coro fatta costruire dallo stesso Sisto IV a sinistra dell’ultima navata meridionale della basilica. Mutò più volte di posto, ora è nelle Grotte Vaticane. Per Innocenzo VIII (1484-92) fu inserito il monumento lo stesso Pollaiuolo, situato presso il pilastro dell’arco trionfale, vicino all’oratorio di S. Lucia. Rimosse nel 1507 per la costruzione dei piloni della cupola, fu posto a modificato dalla disposizione originaria, nel secondo pilastro di sinistra della nuova basilica nel 1621, a cura del principe Alberico Cibo Malaspina. Alessandro VI (1492-1503), ebbe sepoltura nel mausoleo rotondo presso la Basilica Vaticana, come lo zio Callisto III, poi in S. Maria in Monserrato. Pio III (1503), fu sepolto nella nave sinistra della vecchia basilica, presso la Porta del Giudizio; fu trasferito in S. Andrea della Valle nel 1614. Giulio II (1503-1513) fu deposto nella cappella del coro di Sisto IV; la tomba fu profanata nel sacco di Roma del 1527. Il monumento erettogli da Michelangelo è in S. Pietro in Vincoli. Anche Leone X (1513-21), fu sepolto in S. Pietro presso l’antico altare di S. Abbondio, ma nel 1544 fu trasportato nella chiesa della Minerva, dove poi fu traslato anche Clemente VII (1534). I papi sepolti nella nuova Basilica di S. Pietro o nelle Grotte, da Paolo III (1539) a Pio XI (1939), hanno tutti sontuosi monumenti nella Basilica (cf. F. Gregorovius, Le tombe dei Papi, vers. it., 2ª ed. riveduta e ampliata da Ch. Hülsen, Roma 1931; G. Turcio, La Basilica di S. Pietro, ivi 1946).

VII. IL CIMITERO CRISTIANO

La Basilica Costantiniana essendo basilica cimiteriale, al di sotto del suo pavimento ebbe un vero cimitero come nelle altre basiliche cimiteriali in catacumbas, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Agnese. Detto cimiterio riappare grazie ai lavori di abbassamento del livello delle Grotte Vaticane, ordinato dal papa Pio XII, subito al disotto del pavimento della basilica costantiniana. Esso risulta composto o di formae murate rivestite di tegole o di lastre marmoree a due o più piani coperte da tegoloni a doppio spavente ovvero sarcofagi semplici o scolpiti, proprio come nel cimitero descritto da P. Styger sotto la basilica Apostolorum in catacumbas (Il monumento apostolico della Via Appia, in Diss. della Pont. accad. rom. di arch., 2ª serie, 13 [1918], p. 9 sgg.). Anche qui nei sarcofagi i cadaveri erano avvolti in lini e fasciati in bende incrociate, posando sopra un leggero strato di calce viva; si è pure rilevato lo stesso impiego di essenze balsamiche resinose. A. Bosio, riproducendo nella sua Roma sotterranea ben 29 tra sarcofagi o loro coperte scolpiti, dichiara che essi e dalle rovine del Cimitero Vaticano (come reliquie di tanto naufragio patito) sono sopravanzati; oltre a quelli che in numero infinito altre volte si sono scoperti; e i soggetti ancora si vanno scoprendo; e i alcuni il Bosio indica con precisione gli anni del rinvenimento (1575, 1590, 1592, 1607; Roma sotterranea, Roma 1632, p. 105). Ad ovest del sepolcro dell’Apostolo si Giunio Basso (v.) prefetto di Roma del 359; a nord del sepolcro fu trovata l’iscrizione di Ebenitus avvocato consolare e governatore di Vienna, fedele ad Onorio contro l’usuratore Costantino III, m. in Roma nel 407 (Esplorazioni, cit., pp. 172, 192 e tav. 71; H. Marrou, L’épithéâtre Vaticane du consulaire de Vienne Eventius, in Revue des études anciennes, 54 [1952], pp. 326-31). Dei sarcofagi rinvenuti al tempo del Bosio durante i lavori per la nuova Basilica, alcuni sono nel museo Cristiano Lateranense, alcuni al museo del Louvre a Parigi; nelle Grotte Vaticane sono quello di Giunio Basso, il già Lateranense 174 (riprodotto al vol. VI, tav. 18) ed anche quelli rinvenuti nelle recenti esplorazioni, come il sarcofago postcostantiniano con i busti di due coniugi al centro e i due principi degli Apostoli alle estremità (Esplorazioni, cit., pp. 81, 84 e tav. 24 b, 27 b, 28); il sarcofago addossato al mausoleo degli Ebuzi con scene di Giona e dei tre fanciulli nel coperchio, e nella cassa il miracolo della fonte, l’annunzio della triplice negazione con il «signum Christi» (R) nel rotolo tenuto da G. Cristo, Mosè che riceve la legge, Daniele e il drago, la guarigione del cieco nato, l’orante tra i due Apostoli, la guarigione dell’emorrassa, il sacrificio di Abramo, la cattura di S. Pietro che ha il rotolo con lo stesso R; la resurrezione di Lazzaro (Esplorazioni, cit., p. 37, tav. 7); inoltre due sarcofagi con oranti, uno con l’orante in un’absidina e i due principi degli Apostoli alle due estremità. Infine il prezioso coperchio di sarcofago di età GIUSEPPE I (v.) Ebreo e l’Epifania con la croce latina dietro la Madonna (riprodotto alla V. CROCE; cf. L. De Bruyne, Importante coperchio di sarcofago crist. scoperto nelle Grotte Vaticane, in Riv. arch. crist., 21 [1944-45], pp. 249-80), il sarcofago degli Anicii, ecc. Le iscrizioni, rinvenute sia ai tempi del Bosio che posteriormente, sono state edite da A. Silvagni (Inscrip- tiones christianae. II, 2, Roma 1935). Da esse si può avere un’idea delle varie categorie di persone che vi furono sepolte. Nel 380 vi fu sepolto «un Eseultius» (v) (claris- simus) (ibid., n. 4166); nel 384 il praefectus urbii Valerio vi depose la moglie «clarissimae memoriae femina» (ibid., n. 4168); nel 452 vi fu sepolta una «Fabiola (clarissima) (femina)» (ibid., n. 4175); in uno degli anni 432, 437, 466 o 454 vi si depose una «Paula in(ustris) fem(ina)» (ibid., n. 4176); una «Caecilia Furia (clarissima) fem(ina)» morta il 19 genn. 414 (A. Ferrus, Lavori e scoperte, in Bull. commun. arch. Govern. di Roma, 1942, p. 96); nel 444 o nel 493 una «Mustila sp(ectabilis) fem(ina)» (Sil- vagni, op. cit., n. 4178); nel 511 una Albina (clarissima) p(uella)» (ibid., n. 4182); nel 516 un «Titianus v(ir) sp(ectabilis)» (ibid., n. 4183); nel 523 un «Petrus Ro- mae ex tribunus voluptatum v(ir) sp(ectabilis) vicarius urbis» per concessione del papa Ormisda e al tempo di Trasmondo presposto della basilica (ibid., n. 4184); inoltre vi furono sepolti una «Gabinia Gaudentia h(onesta) fem- mina)» (ibid., n. 4208); una «Porfirius c(larissima) f(e- mina)» (ibid., n. 4208 A). «Ad sanctum Petrum Apo- stolum ante regia in porticu columna secunda, quomodo intramus sinistra parte virorum» ebbero sepoltura «Lu- cillus et Ianuaria h(onesta) fem(ina)» (ibid., n. 4213); e ancora nel portico fu posto un senatore (ibid., n. 4234). Nel 536 vi fu deposto un «Iohannis v(ir) h(onestus) olo- grafus propine Isidori» (ibid., n. 4185); nel 577 un «Eu- genius notarius» (ibid., n. 4187), un «Iohannis Ali- censis» cioè di Salemi (ibid., n. 4179); una «Helpis dicta fui Sicula regionis alumnae» (ibid., n. 4209), una «Mala requiescet in somno pacis» nel 432, «accepta aput Deum» (ibid., n. 4173). Una «Baleria Latobia h(onesta) f(emina)» (ibid., n. 4226); un «Aelius Felicianus» si fece la sua «domus eternalis» (ibid., n. 4229). Nel 435 vi ebbe sepoltura un'Aurelia Gemina a cura di un diacono Felice (ibid., n. 4174); nel 563 un «Marcellus subdia- conus regionis sexte» per concessione del papa Giovanni III (ibid., 4186); inoltre Eutichete notario della Chiesa romana e un Pietro suddiacono «sancte ecclesiae romane regionis) primae» (ibid., n. 4202). Sepolture cristiane furono calate dalla basilica anche nei mausolei, ad es., in quello dei Matucci. Ivi nella parete di fondo e in quella

di destra vennero praticate tre file di sepolcri fino quasi all'altezza della volta e tre grandi tombe a cappuccina di cui una fu veduta nel 1822 quando fu collocata la statua di Pio VI (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1a serie, 2 [1864], p. 50, n. 4; cf. anche Esplorazioni, cit., pp. 52-53). Ceadavalla re del Wessex, venuto a Roma e battezzato col nomo di Pietro nel 1689 da Sergio I, morto pochi giorni dopo, fu sepolto nell'atrio della basilica (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, Roma 1888, p. 70, n. 4). Così pure nell'atrio di s. Pietro (n. 165, F nella pianta di T. Alfarano, a sinistra) fu deposto in un sarcofago di porfido l'imperatore Ottone II m. il 7 dic. 983 (C. M. Kaufmann, Das Kaisergrah. in den Vatikanischen Grotten, Friburgo 1903; H. Grisar, Il sepolcro dell'Imperatore Ottone II nel paradiso dell'antica Basilica Vaticana, in Civ. Catt., 1904, 1, pp. 463-73). Cenciò prefetto di Roma fu sepolto nell'atrio della basilica nel 1077 (H. Grisar, La tomba del prefetto nel Paradiso di S. Pietro, in Civ. Catt., 1904, 11, pp. 202-203). In vari tempi molte tombe furono rinvenute dietro l'attuale basilica nella collina, fin dove sorge il palazzo del Governatorato; G. B. De Rossi a proposito di un'iscrizione del 352 (Silvagni, op. cit., n. 420) attesta che essa fu rinvenuta e ex uno sublicilium sepulcrorum quorum quidem multa vestigia vidi (Inscr. christ., Roma 1857-61, n. 112); dallo stesso luogo proviene la bella epigrafe dogmatica dell'anno 403 di un Quintilianus homo Dei, confirmans Trinitatem, amans castitatem, respuens mundum (Silvagni, op. cit., n. 4202); il celebre cippo trovato nel 1841-42 che documenta il cimitero all'aperto di Licinia con IXOYC ZONTON (pesce dei viventi) e l'ancora tra due pesci ora nel Museo nazionale romano (I. PESCE, A. Marchi, Architettura delle arti primitivo, Roma 1844, p. 70; Silvagni, op. cit., n. 4246); il coperchio del sarcofago di Agapene rinvenuto nel 1843 (ibid., n. 4245); proveniente da una «forma» la grande lastra di una Tertulla rinvenuta nel 1845 ora al Laterano (parte XXII, 10; ibid., n. 4249); il frammento di coperchio di sarcofago di un EPISC (opus) pure al Laterano (O. Marucchi, Monumenti del Museo Lateranense, Milano 1910, tav. 53; Fr. J. Dölger, I X 8 5, I, p. 159; II, p. 573, tav. 48, 2; Silvagni, op. cit., n. 4246); l'iscrizione rinvenuta nel 1841-42 di una Ursa con l'orante, ora al Laterano (O. Marucchi, op. cit., tav. 65, 9; Silvagni, n. 4251) e altre iscrizioni rinvenute nel 1842-45 (O. Marucchi, op. cit., tav. 65, 5, 65, 6; Silvagni, op. cit., n. 4252-55). Infine nel 1950 nelle fondazioni del nuovo edificio per la radio vaticana apparve una «forma» a cappuccina, attestante fin dove si spingeva nella collina l'area cimiteriale cristiana. Anche nel sepolcreto romano presso Porta Angelica fu scoperto un sarcofago cristiano con scene di Giona, oggi nella Gliptoteca Ny-Carlsberg a Copenaghen (Wilpert, Sarcofagi, pp. 85, 90, tav. 59, 3).

VIII. DOTAZIONI, AMMINISTRAZIONE, UFFICIATURA

Nella biografia di Silvestro si dà l'elenco dei beni assegnati da Costantino per il mantenimento della Basilica. Esso è stato certamente desunto dall'Archivio della Chiesa (Lib. pont., I, p. 177-78). A. Piganiol ha messo in rilievo che i possedimenti situati in Oriente dovettero essere stati concessi da Costantino dopo la vittoria su Licinio e l'unificazione dell'Impero. Uno dei documenti più preziosi per i diritti della Basilica Vaticana sui domini inalienabili «nullo nomine nec titulo» è quello inviato dai tre imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a Flavio Eleuterio «urbi praefecto» in uno degli anni 372, 379, 382 o 383. Se ne conserva copia in una lastra marmorea venuta in luce nel pavimento del sacello del papa Giovanni VII (Silvagni, op. cit., n. 4099). Di un altro costituentum di Atalario del tempo di Giovanni III (533-35) fu trovata copia davanti l'atrio della basilica (Cassiodoro, Varia rum, IX, 15; Silvagni, op. cit., n. 4116 a).

La cura della basilica era affidata a un preposto, il quale doveva amministrare le proprietà, curarne le rendite necessarie per il mantenimento dell'edificio, per l'illuminazione e per il culto. Si conosce l'iscrizione sepolcrale d'un preposto di nome Transmundus dell'anno 523 (G. B. De Rossi, Inscr. christ., I, n. 989). Alle sue dipendenze erano i mansionari, due dei quali, Teodoro e Aconzio, sono lodati da s. Gregorio Magno (Dialog., III, 23, 25).

Questo Papa adopera anche il termine custos e di custodes martyrum; nelle biografie di Silvestro e di Leone Magno son detti anche «cubiculari ex clero romano» (Lib. pont., I, pp. 171 e 239). Aumentarono di numero con l'andar del tempo e nel sec. x erano sessanta e si dividevano le varie cappelle della basilica costituendo altrettante schoale. Tra queste la più importante era la schola confessionis. Sono note le schoale di S. Maria in Bironica con l'oratorio di Giovanni VII nel 1018; dell'oratorio di Paolo I, di S. Petronilla, di S. Croce, (L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'archiv. cap. di S. Pietro, cit., sotto, nn. 8, 11, 14, 15), di S. Maria in Mediana, cioè dell'oratorio di Gregorio III (L. Allodi-G. Levi, Regestum Sublicense, Roma 1885, p. 138). Ma per gli abusi Gregorio VII le aboli (Lib. pont., II, p. 271). Al tempo di Gregorio III nel 732 erano sette e il Papa affidò loro la cura dell'illuminazione dell'oratorio da lui fondato presso l'arco trionfale a sinistra della confessione, in onore del S. mo Salvatore e della B. Vergine (n. 38 della pianta di T. Alfarano). Il Papa tenne un sinodo nel quale si fissarono anche le orazioni, ora in quattro tavole marmoree viste ancora da Maffeo Vegio «in utroque latere Sanctae Mariae in Cancellis»; i frammenti suprastiti sono ora nelle S. Grotte (Silvagni, in Monumenta epigraphica cristiana, I, Città del Vaticano 1938, tav. 13). Una lastra marmorea pure nelle Grotte ha conservato copia di tre orazioni per l'anima del papa Gregorio III, m. il 28 nov. 741. Recentemente L. Eizenhofer ha edito un esauriente studio del testo dal punto di vista liturgico (Die Marmorenessen Gregor III., in Ephemerides Liturgicae, 67 [1953], pp. 112-28). Il papa Leone IX stabilì che il decimo delle offerte si devolvesse al mantenimento della basilica (L. Schiaparelli, op. cit., n. 19). Nel sec. XI al vescovo di Silva Candida per la sua ufficialura in basilica durante la Settimana Santa andavano le oblazioni dei fedeli durante le sue funzioni (ibid., n. 19). Nel 1138 Innocenzo II concesse ai canonici la metà delle oblazioni lasciate agli oratori di S. Maria «in turre», di S. Gregorio, di S. Giovanni e di S. Petronilla (Jaffé-Wattenbach, 4076, 4110, 4366). Eugenio III lasciò ai canonici la quarta parte di tutte le offerte, ad eccezione di quelle della cappella di S. Leone Magno (L. Fabre, Les offrandes dans la basilique Vaticane, in Mélanges d'arch. et d'hist., 14 [1894], p. 225; L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'archivio capitolare di S. Pietro in Vaticano, in Archivio della Soc. rom. di storia patria, 24 [1901], pp. 393-496; 25 [1902], pp. 273-353).

L'ufficialura papale aveva luogo fin dal sec. IV il 22 febbr.: «Natale Petri de Cathedra», il 29 giugno natale dei due apostoli Pietro e Paolo e il 25 dic. in Natale Domini. Papa Simplicio (468-83) assegnò ai presbiteri titolari della VI regione ecclesiastica (Campo Marzio, cioè di Lucina o Cecilia, Marco e Damaso) e a quelli della VII (Trastevere, cioè, Giulio, Crisogono, Callisto) il compito di prestare servizio ebdomadario «propter penitentes et baptismum» (Lib. pont., I, p. 249). L. Duchesne ritenne che la celebrazione regolare della S. Messa nelle due basiliche cimiteriali del Vaticano e dell'Ostiense sia stata istituita da S. Gregorio (Lib. pont., I, p. 312; id., Vati-cana XII, in Mel. d'arch. et d'hist., 34 [1915], p. 213). Al tempo di Pasquale I (817-24) per la festa dell'Apostolo si compiva la nocturna diligentia con la lavanda della confessione e l'apposizione d'un turibolo nel pozzetto immediatamente soprastante al sepolcro (Lib. pont., II, p. 33). M. Andrieu, pubblicando il testo di un «ordo qualiter diligentia agitur Romae in ecclesia sancti Petri», ritenne l'archetipo di tale ordo molto anteriore al sec. IX (La cérémonie appellée diligentia au début du IXe siècle, in Revue des sciences religieuses, 1921, pp. 62-63). Nel sec. XII stazioni liturgiche papali erano quelle dei sabati dei Quattro Tempi, delle domeniche di Quinquagesima e della Passione, il lunedì dopo Pasqua, la seconda domenica dopo Pasqua, il 23 apr. per la Litania maior, il giorno della dedica 18 nov. e il 22 febbr. Nel sec. XII si tenevano stazioni notturne: la Domenica Gaudete (terza d'Avvento), l'Epifania, l'Ascensione, la Pentecoste, il 29 giugno e l'ottava (6 luglio).

IX. BASILICA DI S. VINCENZO. - Nella descrizione della basilica del sec. VIII è indicato in questo luogo il

letto in cui era morto s. Gregorio (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., II, p. 227); alla fine del sec. IX nella biografia di Stefano V (Lib. pont., II, p. 196) si parla di un oratorio di S. Gregorio con undici altari dove si conserva il suo letto. Solo nel sec. XII si trova la menzione della basilica di S. Vincenzo (diacono martire) che P. Mallio indica presso il lato nord del portico di S. Pietro (a a, nella pianta di T. Alfarano). È ricordata tra le chiese del Borgo da Cencio Camerario; orientata come la Basilica Vaticana a tre navi divise da due file di nove colonne marmoree alte m. 4,40; nelle pareti erano tracce di antiche pitture forse rappresentanti episodi della vita di s. Vincenzo, ma rovinate dall'umidità (A. Severano, Memorie delle Settimane, Roma 1653, p. 67; F. Martinelli, Roma ex ethnica sacra, 1630, p. 353). Ebbe un Capitolo di cui Benedetto XI nel 1304 nominò amministratore il card. Matteo Orsini (Bull. Vat., t. III, app. p. 6). Il papa Niccolò V con bolla del 23 dic. 1549 soppresse il Capitolo devolvendo le rendite ai canonici di S. Pietro (Bullarium Vat., II, p. 130). La chiesa fu ridotta a deposito di vino, poi Paolo III la divise in due piani; quello superiore fu destinato ai tributi e ai censi percepiti dalla Camera apostolica il giorno di S. Pietro; le pareti furono affrescate con pitture rappresentanti i principi tributari della Chiesa e non una con l'iscrizione. Paolo V la fece abbattere nel 1611 e le colonne furono riadoperate nelle cappelle erettate nel prolungamento del Maderno.

X. EDIFICI INTORNO A S. PIETRO. — Ben presto intorno alla Basilica Vaticana sorsero degli alloggi («accubita») sopra una specie di portico («tignum»). Il papa Simacco (498-514) fece costruire a destra e a sinistra della basilica due «episcopia», e a sinistra alloggi per i poveri (Lib. pont., I, pp. 262-63), che vennero restaurati dal papa Sergio (687-711; ibid., I, p. 375), Gregorio III (ibid., I, p. 420) e da Leone III (ibid., II, p. 27).

Nella biografia di Leone III si ricorda un triclinio maiore da lui costruito «iuxa ecclesiam beati Petri magnificamente decorato e con abside maggiore rivestita di musica, mentre le due minori splendevano di marmo e di pitture. Questa costruzione viene indicata «in Acoli» (Lib. pont., II, p. 8); termine che ritorna nella vita di Gregorio IV il quale «iuxa Acoli» fece un piccolo ospizio ben decorato di pitture «pro quietitudine pontificis», cioè per il riposo del papa dopo le funzioni del mattutino o dopo le Messe solenni (ibid., II, p. 143). Nell'edificio di Leone III fu ricevuto l'imperatore Ludovico II e il suo seguito da Leone IV (ibid., II, p. 134). Maffeo Vegio vince ancora al suo tempo le vestigia della due absidi minori mentre la maggiore esisteva ancora. L. Duchesne riconobbe la «domus Acoli» nel termine «domus Angliae» usato nel Liber Censuum (ed. Fabre-Duchesne, I, p. 269) per indicare l'edificio dove il Papa con la sua corte veniva dal Laterano ad alloggiare per le solenni funzioni della vigilia in S. Pietro (ibid., II, p. 143). Vicino alla basilica, a sud, fu costruito un bagno per i pellegrini, dove al tempo delle diaconie erano condotti ogni giovedì i poveri. I Longobardi tagliarono nel 756 l'acquedotto «forma Sabbatina» che venne riparato da Adriano I (Lib. pont., I, pp. 503, 506). Duchesne ritiene che il «palatium S. Petri» dove nel sec. IX risiedeva il «missus» imperiale, stava sul luogo della diaconia di S. Sergio, anzi non sarebbe stato che la trasformazione della diaconia stessa (Lib. pont., II, p. 43); sarebbe il «S. Sergius palatii Caruli» della lista di Cencio (C. Hülsen, Le chiese di Roma, p. 11, n. 63).

XI. LE CHIESE FILIALI

Le chiese filiali a S. Pietro nei secc. XI-XII furono: SS. Giovanni e Paolo, S. Martino, S. Stefano maggiore, S. Stefano minore, S. Salvatore in Terrione, S. Giustino in monte Saccorum, S. Pellegrino extra civitatem Leoninam, S. Maria in Palatiolo, S. Maria in Caterina, S. Maria in Turri (L. Schiaparelli, art. cit., in Arch. della Soc. rom. di St. Patria, 24 [1901], p. 477, n. 18; 25 [1902], p. 279, n. 37; p. 296 n. 471, p. 331, n. 70; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, pp. 139, 141-43).

Le filiali nel sec. XIV furono: S. Giacomo in Septignano, S. Leonardo, S. Maria in Saxia, S. Maria in Palatiolo, S. Maria e Caterina, S. Maria in Traspadina, S. Michele, S. Lorenzo de Piscibus, S. Martinello, S. Maria de Virgariis, S. Gregorio de Cortina, S. Stefano de Ungaris, S. Salvatore de Ossibus, S. Zenone (Fr. Ehrle, Ricerche, ecc., in Dissert. della P. Accad. rom. di arch., 2ª serie, X [1907], p. 40). S. Maria de Palatiolo, situata nel contrafforte del Gianicolo che si protende verso S. Pietro, cioè dove è oggi il convento degli Agostiniani di S. Monica, è ricordata ancora nei cataloghi delle chiese di Roma, di Parigi, di Torino e del Signorili; poi scompare. G. Grimaldi la indica distrutta quando si edificò la villa Cesi o Vercelli (L. Schiaparelli, in Arch. soc. rom. st. patria, 25 [1903], p. 310). S. Gregorio de Cortina fu tra l'attuale obelisco e l'estremità occidentale del portico Berniniano nel lato sud; è ricordata dalla bolla di Innocenzo III del 13 ott. 1205 e di Gregorio IX del 1228. S. Maria de Vergariis o Virgariis: al principio della portica di S. Pietro presso il luogo dove ora sorge l'obelisco, è ricordata nella bolla di Leone IX del 20 marzo 1053 (F. P. Kehr, Italia pontif., I, p. 146, n. 4); fu filiale di S. Pietro fin dalla bolla di Adriano IV del 10 febbr. 1058 (ibid., p. 542, n. 42). La denominazione di «virgari» deriva dalle verghe di argento che erano le insegne dei cantori addetti a S. Pietro (P. Adinolfi, La portica di S. Pietro, pp. 126 sg.). La chiesa di S. Maria de Armenis era nel borgo di S. Pietro, al fianco orientale del palazzo del S. Uffizio nell'isola già esistente tra questo e il Collegio Agostiniano di S. Monica, a sud-est della Basilica Vaticana (Fr. Ehrle, op. cit., p. 32 sg.; Ch. Hülsen, Le Chiese di Roma nel medioevo, p. 313). S. Zenone fu soggetta al monastero di S. Martino con le bolle di Leone IV del 10 ag. 854 (L. Schiaparelli, op. cit., p. 432, n. 2) e di Leone IX del 31 marzo 1053 (op. cit., p. 407, n. 16). Era molto vicina a S. Salvatore in Terrione dove è ora il S. Uffizio e fu demolita dal card. Pucci per il suo Palazzo tra il 1513-31 (Fr. Ehrle, op. cit., p. 35).

Quattro furono gli oratori istituiti sotto i quattro portici che circondavano il giardino o paradiso della basilica. A sinistra S. Maria in turri, a destra nell'angolo S. Apollinare; davanti all'antica sacrestia S. Maria detta della Febbre, dove prima era l'oratorio di S. Gregorio presso la tomba di questo papa; S. Maria in Turri o in turribus, era all'ingresso del «paradisus» di S. Pietro, tra i due campanili, eretti da Stefano II e Adriano II; è per la prima volta ricordata nella bolla di Giovanni XIX del dic. 1026 (P. F. Kehr, Italia Pontificia, I, p. 139, n. 18; II, p. 26, n. 3); fu tra le filiali di S. Pietro (bolla di Innocenzo II del 23 maggio 1138); appare per l'ultima volta nella bolla di Innocenzo VI del 1355 (Bullarium Vaticanum, I, pp. 356); l'Alfaranò nella sua pianta ne segna il luogo al n. 141. S. Apollinare: fu fondata da Onorio (625-38) e da lui arricchita di doni (Lib. Pont., I, p. 323). Era sul lato sinistro della Basilica. Fu demolita durante i lavori per la nuova facciata (J. A. F. Orbaan, Der Abbruch Alt-St. Peters 1605-15, in Jahrbuch der k. preuss. Kunstsammlungen, 39 [1919], p. 58-59, n. 86-87, p. 103).

XII. I MONASTERI

A servizio della Basilica sorsero intorno ad essa, ben presto, monasteri. Il più antico di essi è ricordato nella biografia di Leone I (440-61) nel Lib. pont. (I, p. 239); ed un'antica interpolazione ce ne dà la denominazione: dei SS. Giovanni e Paolo. Esso è ricordato ancora nei cataloghi di Torino delle chiese di Roma e del Signorili del tempo di Martino V, ma non più da Maffeo Vegio. Quando si costruì il lato nord del transetto se ne videro gli avanzi con rappresentazioni in museo dei due martiri Giovanni e Paolo. Non si sa chi fondò il monastero di S. Martino; da qui partì al tempo di papa Agatone per l'Inghilterra l'«archiantor» di S. Pietro Giovanni per istruire i monaci di Benedetto Biscop alla salmodia romana (Lib. pont., I, p. 417; Beda: PL 94, 717). Il 10 ag. 854 Leone IV ne restaurò gli edifici e concesse al monastero le chiese delle quattro schoale e S. Zenone (L. Schiaparelli, op. cit., n. 2; è copia del sec. XII); il 21 marzo 1053 Leone IX confermò i privilegi (ibid., n. 16). Il monastero servì nel medioevo per la consacrazione dei vescovi e per la cerimonia della lavanda dei piedi il Giovedì Santo. Fu veduto demolire da Maffeo Vegio sotto Niccolò V; era ancora visibile allora una cappella con alcune celle, tra

la curva dell'abside costantiniana e il muro occidente del transetto, dove è oggi il pilastro detto della Veronica. Si sa che vi era una porta nel muro esterno della Basilica vicino alla cappella di S. Leone. Ivi verso la metà del sec. XV si conservava la statua in bronzo di S. Pietro trasportata sotto Paolo V a destra della navata centrale della Basilica (H. Grisar, Della statua in bronzo di S. Pietro apostolo nella Basilica Vaticana, in Analecta Romana, I, Roma 1899, p. 631 sgg.). Alla fine del sec. VI Galla, patrizia dell'aristocrazia romana, figlia del console Simacco, visse in un monastero di S. Stefano, presso S. Pietro, che nell'VIII e IX sec. fu spesso detto «cata Galla patricia». Quel monastero, detto di S. Stefano maggiore, poi passò a monaci, perché nel 732 il papa Gregorio III stabilì un regolamento per i tre monasteri «illic servientes» (Lib. Pont., I, pp. 417, 422). Esso fu dotato da Pasquale I (Jaffé-Wattenbach, 4293). La sua chiesa fu restaurata al tempo di Leone III; il monastero era cadente nel sec. XV, quando vi dimorò Maffeo Vegio; poi vi abitarono religiosi abissini donde il titolo di S. Stefano dei Mori; fu ancora restaurata la chiesa da Clemente XI nel 1706 e da Pio XI (G. Giovannoni, La chiesa vaticana di S. Stefano Maggiore, in Memorie della Pont. Accad. rom. di arch., 1934). Il papa Stefano III (752-57) aggiunse un quarto monastero detto di S. Stefano minore (Lib. Pont., I, p. 451). La chiesa al tempo di S. Pio V aveva preso il nome di «S. Stefano minore della natzione degli Ungari». Fu demolita per la costruzione della nuova Sacrestia; una lapide ne indica il luogo. Più tardi nacquero lotte fra i monasteri che furono riordinati e restaurati da Adriano I e da Leone III (Lib. Pont., I, p. 501; II, p. 28). Il monastero di S. Martino fu affidato al presbitero romano Pasquale, poi papa (817-24; Lib. Pont., II, pp. 52, 59); vi fu poi educato Leone IV (847-55) che lo restaurò e lo dotò (ibid., II, p. 133). Il monastero ebbe le tre schiole dei Franchi, dei Frisoni e dei Sassoni con le chiese di S. Salvatore, di S. Michele e di S. Maria ed edifici annessi, tra cui le chiese di S. Zenone, di S. Nicola, di S. Maria de Palatiolo, di S. Salvatore de Bordonia. Al monastero di S. Stefano maggiore appartenero nel sec. XI la chiesa e l'ospedale di S. Pellegrino e terrò tra la Valle dell'Inferno e le mura di Leone IV; la chiesa di S. Maria in Turri presso l'atrio della Basilica Vaticana e quella di S. Giustino a nord del portico con la schola dei Langobardi e relativo cimitero. Nel sec. X però non si trovano più monaci. Leone IX nominò un unico arciprete al quale sottomise tutti (Jaffé-Wattenbach, 4292-94). È noto nel 1083 il card. Bonussenior (Schiaparelli, op. cit., n. 102). Sotto Pasquale II in un atto del 1104 si menziona l'arciprete di S. Pietro assistito dai quattro rettori dei monasteri i quali ultimi si incontrano ancora in atti di Clemente III (P. Fr. Kehr, Italia Pontif., I, Berlino 1906, p. 146). A poco a poco però i monasteri furono abbandonati e si costruì ivi presso la Canonica feretta da Nicolò III (1277-80) sul lato sud della basilica, presso l'attuale (è nella pianta di Alfarano, tav. 2, ed. Cerrati); poi nel sec. XV, i canonici si dispersero in città (L. Duchesne, V., in Mél. d'arch. et d'hist., 34 [1914], p. 323).

XIII. Diaconie

Intorno alla Basilica vaticana si ebbero cinque diaconie: la prima, dei SS. Sergio e Bacco, sembra anteriore a Gregorio III (731-41; Lib. pont., I, p. 420). Nel 1192 si chiamò S. Sergio «de palatio Caruli» cioè l'edificio abitato dai Carolingi nella venuta a Roma; dovette esser demolita nel sec. XIII perché non figura nei cataloghi delle chiese di Roma. Era situata nel lato nord della basilica.

La seconda diaconia è quella di S. Maria in Caput Portici, ricordata nella biografia di papa Stefano II (752-57; Lib. pont., I, p. 441) dove egli fece uno xenodochio; è ricordata anche nelle biografie di Adriano I (ibid., I, p. 506) e di Leone III (ibid., II, p. 19); nel privilegio di Leone IV del 10 ag. 854 per il monastero di S. Martino è indicata «S. Maria in oratorio quae est in capo de portico» (L. Schiaparelli, in Arch., soc. rom. st. patria, 24 [1901], p. 432, n. 2; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 145, n. 1); fu detta anche «S. Maria Virgariorum in fine cortinare»; venne ab

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battuta da Pio IV per ingrandire la piazza; si trovava presso a poco dove ora sorge l'obelisco (T. Alfarano, ed. M. Cerrati, cit. [Studi e testi, 26], Roma 1914, p. 23).

La terza diaconia è quella di S. Silvestro «iuxa hospitale S. Gregorio», menzionata nelle biografie di Stefano III (Lib. pont., I, pp. 411, 456); è collegata con lo xenodochio detto di S. Gregorio nella vita di Adriano I (ibid., I, p. 506); ebbe doni da Leone III (ibid., II, p. 22). Dovette essere vicino a S. Maria «in caput portici»; fu anch'essa demolita sotto Pio IV.
La quarta diaconia, detta «In Hadrianum», cioè presso il mausoleo di Adriano, poco lontano dal ponte, nel sec. IX fu denominata di S. Maria Trasportina o in Traspadina e durò fino al sec. XV. L. Duchesne ritenne che il termine fosse derivato da una confraternita di persone venute d'oltre Po. La chiesa fu demolita sotto Pio IV. L'attuale S. Maria in Trasportina sorge più ad occidente.

La quinta diaconia è quella di S. Martino vicino alle due di «S. Maria in caput portici» e di S. Silvestro; e fu detta de curina, iuxta porticum, de porticu nei cataloghi antichi delle chiese di Roma; «S. Martinelli de portico» in una bolla di Bonifacio IX del 6 apr. 1400; di S. Martino nel palazzo del priore di Roma perché divenuto l'oratorio del priorato dei cavalieri di S. Giovanni; scomparve nel sec. XVII.

XIV. Le «Schola Pergerinorum»

Intorno alla Basilica sorsero speciali ospizi o scholia dove i pellegrini trovarono anche assistenza spirituale con clero della propria nazione. Se ne ha la prima menzione nella biografia del papa Sergio II, quando il 23 ag. 846 i Romani inviarono contro i Saraceni, a Porto «Saxi et Frisones et schola qui dicitur Francorum» (Lib. pont., II, p. 100). Leone III, al suo ritorno in Roma il 29 nov. 799 fu accolto al ponte Milvio dal clero, dal popolo romano e da tutte le «scholae peregrinorum, videlicet Francorum, Frisonorum, Saxonorum atque Langobardorum» (Lib. Pont., II, p. 6).

La più antica di queste scholia è la «schola Saxonum» cioè l'ospizio dei Sassoni, fondato dal re Ina del Wessex, secondo Matteo di Parigi, ca. il 727-30; mentre Guglielmo di Malmesbury l'attribuisce a Offa re di Mercia ca. il 794 (Gesta regum Anglorum, ed. W. Stubbs, I, Londra 1883, p. 109). Dalla zona del circo Neroniano fino al Tevere tutta la contrada assunse la denominazione di «Vicus Saxonum». Anche l'appellativo di Borgo (Borgo S. Spirito, S. Angelo, Vecchio, Nuovo) deriva dall'inglese «bourg». Sotto Pasquale I il burgus Saxonum fu devastato

da un incendio (Lib. pont., II, p. 53) e più tardi sotto Leone IV. Centro della Schola Francorum fu la chiesa di S. Salvatore poi detta de Terriore, super Terriorem o iuxta Terriores, ricordata nelle bolle di Leone IX del 21 marzo 1053, di Adriano IV del 10 febb. 1158 e di Urbano III del 13 giugno 1186. Venne restaurata da Nicolò V; fu in parte demolita dalla costruzione del palazzo del S. Uffizio. La schola Francorum si divise in due: il ramo germanico, con S. Maria dell'Anima e Campo Santo dei Tedeschi e Fiamminghi, sec. XIV; il ramo francese in S. Luigi de' Francesi (P. La Croix, Mémorie historique sur les donations de France à Rome, Parigi 1868). Innocenzo VIII (1484-92) assegnò il luogo dell'antica schola a un corpo di guardie del corpo dette cavalleggeri o lanci spazzate, milites levis armaturae, fino all'occupazione napoleonica; ora oratorio di S. Pietro. Della Schola Langobardorum si attribuisce la fondazione ad Ansa moglie del re Desiderio prima del 774; infatti se ne ha un accenno nel suo epitalio dettato da Paolo Diacono (MGH, Scriptores rerum Langobard., p. 192). Il card. Erhle riconobbe il luogo dove sorgeva la chiesa di S. Giustino, centro della schola. In un documento si legge che Carlomagno, il 22 dic. 797, avrebbe stabilito che la chiesa di S. Salvatore fosse ospizio dei pellegrini oltremontani e luogo di sepoltura per quelli che morissero a Roma; ma si tratta di un falso del sec. XI (cf. L. Schiaparelli, art. cit., 24 [1901], pp. 426-32). Della Schola Frisonum sussiste la chiesa oggi detta dei SS. Michèle e Magno, in alto, sulla sinistra del colonnato del Bernini. In detta chiesa sono ancora i frammenti dell'epitafio di un tale «Hebi geere Frisonorum» del tempo di papa Giovanni XVIII 001-1009). La chiesa fu concessa il 4 genn. 1447 a meo Roverella arcivescovo di Ravenna che l'aveva restaurata. A queste quattro scholia, che decadero dopo l'invasione saracena, si aggiunse più tardi quella degli Ungheresi fondata al principio del sec. XI dal re s. Stefano presso S. Stefano minore, detto anche de Agulia. La bolla di Benedetto X dell'8 maggio 1058 stabilì che gli Ungheresi giunti a Roma «causa orationis aut legationis» dovevano prendere alloggio solo presso S. Stefano minore e che i beni degli Ungheresi deceduti a Roma dovevano essere devoluti all'ospizio (A. De Waal, La schola Francorum e l'ospizio Teutonico dal campo Santo, Roma 1897; id., Der Campo Santo der Deutschen zu Rom, Friburgo in Br. 1896; J. Zettinger, Die Berichte über Rompliger aus dem Frankenreich bis zum Jahr 800, in Röm. Quartalschrift, Suppl., 11, Roma 1900; P. J. Block, Le antiche memorie dei Frisoni in Roma, in Bull. della Commissione archeol. comunale, 34 [1906], pp. 40-60; P. M. Baumgarten, Cartularum vetus Campi Santi Teutonicorum de Urbe, Roma 1908; W. Kroke, The national establishments of England in Medieval Rome, in Dublin Review, 23 [1918], pp. 94-106, 305-17; M. Vaes, Les fondations hospitalières flamandes à Rome du XVe au XVIIIe siècle, in Bulletin historique belge à Rome, I [1919], pp. 170-371; A. Gaspuet, The history of the venerable English College at Rome, Londra 1920; Fr. Ehrle, L'oratorio di S. Pietro nel sito dell'antica scuola dei Franchi, Roma 1924; W. J. Moore, The Saxon pilgrims to Rome and the Schola Saxo-num, Friburgo in Sv. 1939; G. J. Hoogewerff, Friezen, Franken en Saksen te Rome, in Mededeelingen van het Nederlandsch Historisch Institute te Rome, 15 [1947], p. 13 sgg.; F. Banfi, Santo Stefano degli Ungari. La chiesa e l'ospizio della nazione ungherese a Roma, in Capitolium, 27 [1952], pp. 27-39).

XV. OSPEDALI E OSPIZI

S. Pellegrino: al tempo di Leone III (795-816) si ha l'ospitale dominicum ad Naumachiam* con un oratorio dedicato a S. Pellegrino, primo vescovo di Auxerre; il detto Papa ricostruì ospedale e oratorio, dedicandolo a S. Pietro (Lib. Pont., II, pp. 25, 28). Pasquale I (917-24) riordinò ogni cosa e confidò l'amministrazione ai monaci da lui posti in S. Cecilia in Trastevere (ibid., II, p. 57). La chiesa rimase al di fuori della città Leonina sulla strada che conduceva alla porta Aurea o Viridaria, presso la Caserma degli Svizzeri (Fr. Ehrle, Ricerche su alcune antiche chiese del Borgo di S. Pietro, in Dissert. della Pont. accad. rom. di archeol., 2a serie, X, 1 [1907], p. 22 sgg.). Eugenio IV con bolla dell'anno 1446 adattò alcuni vecchi edifici tra il Campo Santo e l'obelisco per ospedale femminile; altri vennero adibiti da Niccolò V per le distribuzioni dell'elemosineria apostolica. Lo xenodochium di Stefano II (752-57), divenuto poi ospedale di S. Gregorio, si trovava presso la diaconia di S. Silvestro e l'attuale obelisco, a sinistra di chi guarda la basilica. Fu distrutto sotto Pio IV (T. Alfarano, cit., ed. Cerrati, p. 23).

XVI. LA CITTA LEONINA

Fino dall'846 l'impraatore Lotario, subito dopo l'invasione saracena, in cui «ecclesia beati Petri hoc anno a pagania vastata est et dicta», aveva dato ordini «ut murus firmissimus circa aecclesiam beati Petri construitur» (MGH, Capitul., II, p. 66). Il Duchesne ritenne che la morte di papa Sergio II ne ritardasse l'esecuzione e che Leone IV abbia insistito presso l'Imperatore, mentre la prima idea viene assegnata a Leone III (Lib. pont., II, pp. 123, c. 137, n. 46). I lavori dell'erezione delle mura vennero eseguiti con operai forniti dalle singole città vicine, dai monasteri e dalle «domus cultae» (v.). Due iscrizioni documentano i lavori compiuti dalle «militiae Capracorum» della domus culta omonima (Lib. pont., I, p. 518, n. 52) e dalla «militia Saltisina» (ibid., II, p. 137, n. 47). Esse sono incastrate nelle mura del corridoio di Borgo, sulla fascia esterna dell'arco sotto il quale passa la Via di Porta Angelica. Ma anche prigionieri saraceni vennero adibiti a tale costruzione (ibid., II, p. 119), cominciata nell'84 e terminata nell'85; però le tre iscrizioni poste sulle mura stesse sono anteriori al 6 apr. 850, data della morte di Lotario; esse infatti non menzionano il suo successore Ludovico II. Il Lib. pont. dà la descrizione della cerimonia solenne avvenuta il 27 giugno 852, con la quale lo stesso Pontefice inaugurò con una processione il nuovo recinto e recitò tre orazioni sulle nuove mura; i testi delle tre orazioni sono inseriti nella sua biografia (Lib. Pont., II, p. 124). Le mura avevano una lunghezza di due miglia e mezzo ed erano munite di 48 torri. La parte più intatta è nei giardini vaticani con la torre della specola vaticana, che come quella presso il Casino di Pio IV fu detta spesso Torrione di S. Leone; la torre della specola ha 16 m. di diametro e mura di m. 4,50 alla base (oggi compresa nel complesso della stazione radio); l'altra, detta Torre Leonina, misura m. 12,80 di diametro e uguale spessore; il muro prosegue con orientazione ovest-est. Il corridoio di Borgo è molto restaurato e modificato. Sopra ciascuna delle tre porte venne posta una iscrizione, il testo delle prime due venne trasmesso dalla silloge, da A. Silvagni assegnata a Poggio Bracciolini e datata al 1409 (Inscr. chr. urb. Rom., nuova serie, I, 1922, pp. XXX-XXXI). La terza epigrafe venne trascritta da Maffeo Vegio (G. B. De Rossi, Inscr. christ., Roma 1888, p. 347).

Di recente vennero in luce due frammenti marmorei che uniti danno il lato estremo destro d'una epigrafe che fu almeno di 15 righe; accennò all'opera di Leone (extracta Leonis); a Roma ([R]oma tibi tulerat*), al sangue dei Martiri («[martyr]rum sanguine cretus»). A. Prandi ha ritenuto possa trattarsi degli avanzi dell'epigrafe posta alla posteula Saxonum (A. Prandi, Un'iscrizione frammentaria di Leone IV recentemente scoperta, in Archivio della Soc. rom. di Storia patria, 74 [1941], pp. 149-59).

BIBL.: S. Piale, Delle mura e porte del Vaticano fatte da S. Leone IV nel sec. IX ingrandite da seguenti Pontefice, Roma 1834; C. Quarenghi, Le mura di Roma, ivi 1880; R. Lanciani, The ruins and excavations of ancient Rome, 2a ed., Boston 1908.

XVII. LA NUOVA BASILICA

Il nome di Niccolò V (1447-55) è legato al progetto della costruzione della nuova basilica, perchè l'antica era ridotta in stato veramente rovinoso; l'edificio strapiombava. Leon Battista Alberti scrisse che il muro meridionale sporgeva all'infuori di 3 braccia (ca. m. 1,75). Una riprova si ha della testimonianza del Grimaldi, il quale assiste agli ultimi istanti della vecchia basilica e fu testimone della demolizione della parte orientale; egli calcolò che le pareti della nave centrale a sud avessero 5 palmi, cioè m. 1,11 di inclinazione, aggiungendo che le pitture che le decoravano non erano più visibili per la polvere che le copriva. Niccolò V nel 1452 dette incarico a Bernardo Rossellino di costruire più

ad occidente una nuova e grandiosa abside. Ma quando il papa morì i muri nuovi non avevano raggiunto che l'altezza di due metri. Nel 1452, nello scavare le fondazioni tornò, in luce il mausoleo degli Anicii; si rinvenne il sontuoso sarcofago di Anicio Probo, che servì poi per qualche tempo da battistero, ed ora è tornato sotto S. Pietro nelle Grotte; l'erudito Maffio Vegio copiò l'iscrizione in musica posta ad Anicio dalla moglie Faltonia Proba, e altre (A. Silvagni, op. cit., 4219-22); il mausoleo era come una piccola basilica a tre navate ma tutto andò distrutto; però dai sepolcri violati si ricavò tanto oro che il Papa ne poté fare un calice e fare ricchi donativi agli operai che l'avevano trovato e consegnato. Il mausoleo risultò costruito al disopra d'un sepolcro pagano pieno di olle (urnete) contenenti le ossa bruciate. Paolo II nel 1470 fece continuare i lavori affidandoli all'architetto Giuliano da Sangallo; ma i lavori procedettero con estrema lentezza. Sisto IV fece erigere un nuovo ciborio nel 1479, utilizzando le quattro colonne di porfido ivi esistenti, le quali o sono le stesse del tempo di Onorio III o meglio quelle dell'altare sopraelevato di Callisto II. Di queste quattro colonne, tolte poi dal Bernini, al tempo di Urbano VIII, due si trovano oggi all'altare dei SS. Simone e Giuda e due in quello dei martiri Processo e Martiniano. Il tabernacolo era intorno arricchito con quei bassorilievi opera di maestri romani che A. Venturi ritiene non indipendenti da Paolo di Mariano. I bassorilievi rappresentavano Cristo che consegna le chiavi a Pietro, Pietro che guarisce lo storpio, la caduta di Simon Mago, Pietro e Paolo usciti dal carcere, la Crocifissione di S. Pietro e la decollazione di s. Paolo.

XVIII. La nuova basilica

Papa Giulio II, che nel marzo del 1505 aveva cercato di costruire presso la vecchia Basilica vaticana una cappella per erigervi il suo mausoleo, nell'apr. dello stesso anno volle riprendere i lavori secondo i progetti dei suoi predecessori Niccolò V e Paolo II, ma nell'estate venne nella determinazione di ricostruire la basilica su nuovi e più grandiosi disegni. Tra le due tendenze opposte quella urbinate-lombarda con Bramante e l'altra fiorentina con Giuliano da Sangallo, vinse la prima. Nella Galleria degli Uffizi di Firenze si conservano ca. 900 fogli contenenti studi e abbozzi per la nuova basilica di S. Pietro, molti di mano del Bramante stesso, altri opera dei suoi allievi, specialmente Baldassarre Peruzzi e Antonio da Sangallo. Il nuovo edificio doveva superare per magnificenza e grandezza tutte le altre chiese, come dirà lo stesso Giulio II nella sua bolla del 19 febbr. 1513. Bramante aveva dichiarato di voler mettere la cupola del Pantheon sopra le vòlte del tempio della Pace, come si chiamava allora la basilica di Costantino nel Foro romano. La pianta della basilica a croce greca avrebbe occupato un'area di 24.000 mq., mentre poi nell'esecuzione, Michelangelo si limitò a 14.500 mq. Contro l'ardito progetto del papa Giulio II sorsero opposizioni, come narra l'agostiniano Onofrio Panvino (De rebus antiquis basilicae S. Petri); fecero il giro della città anche parecchie satire. Ma Giulio II non rispose dalla sua determinazione, presa in seguito alle misere condizioni statiche del vecchio edificio minacciante rovina. Con un decreto del 10 nov. 1505 il Papa devolve una eredità per la costruzione della nuova basilica. Il 6 genn. 1506 scrisse al Re, ai vescovi e ai nobili d'Inghilterra e agli altri sovrani cristiani chiedendo il loro aiuto in si ardua impresa. La domenica in Albis 18 apr. del 1506 Giulio II discese per la posa della prima pietra a 25 piedi di profondità dal pavimento della vecchia basilica dove è oggi il pilone detto della Veronica. Sulla pietra in marmo bianco era incisa l'iscrizione: «Papa Giulio II della Liguria nell'anno 1506, terzo del suo pontificato, fece ricostruire questa basilica ridotta assai cadente». Vi si depose un vaso d'argilla portato dal celebre orefice Caradossos contenente due medaglie d'oro di sepolcri e dieci di bronzo; nel diritto era effigiato Giulio II, nel rovescio il disegno della nuova basilica. Il Papa, al ritorno dal suo viaggio a Bologna, visitò i lavori nei quali erano impiegati 2500 operai intenti a demolire la vecchia basilica, tanto che al Bramante fu dato il soprannome di Ruinante. Anzi il Bramante giunse a proporre al papa Giulio II di spostare la posizione della nuova basilica, trasportare il sepolcro di s. Pietro e disporre la facciata a sud, in modo di avere l'obelisco di Caligola dinanzi all'ingresso della basilica. Ma Giulio II si oppose risolutamente (cf. Pastor, III, p. 904). Il 16 apr. 1507 l'arciv. di Taranto E. Bruni pose la prima pietra agli altri tre piloni della cupola. Durante il pontificato di Giulio II risulta dai registri pontifici che furono spesi 70.653 ducati d'oro per costruire i quattro piloni. Per proteggere durante i lavori il presbiterio e la confessione, rimasti a cielo aperto in seguito alla demolizione, il Bramante costruì una fabbrica in muratura che li avviluppò completamente comprendendo anche l'abside verso ovest, e che si protendeva ad est fino alla base della pergola esterna dove era la prima fila delle colonne vittime. La costruzione posò direttamente sul pavimento della basilica costantiniana con basamenti in pietra albana (peperino) e con tre archi verso oriente, mentre a nord e a sud si aveva

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(da Sireolianca Francesco Ebris, II, Roma III, tav. 7)
Vaticano - Veduta della parte meridionale di S. Pietro in costruzione ( 1530 ca .). Anonimo, proprietà Th. Ashby, direttore Scuola Britannica, Roma.

una sola apertura. Superiormente, sopra la trabeazione insistente sugli archi, correvano una cornice e l'attico con un muro che sosteneva il tetto, come si vede nei disegni di Martino van Heemskerk, databili tra il 1532 e il 1535 (B. M. Apollonj Ghetti. A. Ferrua. E. Josi. E. Kirschbaum, Esplorazioni ecc., cit., p. 205 sgg. e fgg. 155-161). Tale fabbrica venne demolita soltanto a cupola compiuta, insieme con l'antica abside costantiniana, cioè nel 1592. Il Bramante fece copiare ai suoi scalpellini, ampliandone le proporzioni, i capitelli corinzi del pronaio del Pantheon; nel 1513 aveva già elevato i muri per il coro provvisorio, utilizzando le fondazioni di Niccolò V, mentre procedeva nella crociera meridionale per usufruire della rotonda ester-na del mausoleo imperiale allora detto rotonda di S. Protinilla o cappella dei re di Francia.

Ma a circa un anno dalla morte di Giulio II (21 febb. 1513) seguì quella del Bramante (11 apr. 1514). A lui, sotto Leone X, successore fra' Giocondo, Raffaello Sanzio e Giuliano da Sangallo. Fra' Giocondo morì poco dopo nel 1516; Giuliano da Sangallo partì per Firenze e Raffaello, rimasto solo, si fece coadiuvare da Antonio da Sangallo il Giovane. Si era nel frattempo deciso di abbandonare la pianta a croce greca del Bramante per passare alla croce latina; anzi si presentò perfino un progetto di mutare la disposizione con una basilica a tre navate di vista da pilastri; ma per la morte di Raffaello (1520) si ritornò alla croce greca per opera di Antonio da Sangallo, dal Baldassarre Peruzzi e di Andrea Sansovino. Leone X aveva assegnato per i lavori 60 mila scudi annui i quali però furono devoluti per il consolidamento delle fondazioni e delle costruzioni già eseguite; i conti relativi andarono perduti nel sacco di Roma del 1527. Si conosceva soltanto i conti riassuntivi di lavori pagati tra il 1521 e il 1526 per circa 69.000 ducati ad un solo impresa, Giuliano Leno. La morte di Leone X (1521) e il sacco di Roma del 1527 arrestarono i lavori, che vennero riprisiti invece con slancio soltanto con l'elezione di Paolo II, avvenuta nel 1534. Questi affidò la direzione ad Antonio da Sangallo che ritornò al progetto del Bramante, a croce greca e presentò al Papa un modello in legno. Il Sangallo nel 1538 costruì un muro di divisione tra la parte del'antica basilica, cioè l'undecimo intercolumino, fino al punto cioè in cui sarebbe terminata la nuova Basilica a croce greca; in tal modo si poteva continuare durante i lavori ad ufficiare in questa prima parte, mentre il restante veniva adibito per il nuovo edificio (cf. Esplorazioni, cit., p. 207 sgg. e fgg. 162-67). Il Sangallo aveva associato all'impresa tutti i suoi parenti, costituendo così quella che il pittore del tempo Giorgio Vasari chiamò la «setta sangallese» che tanto dette da fare poi a Michelangelo Buonarroti, chiamato dal Papa nel 1546, a 72 anni, ad assumere la direzione dei lavori. Michelangelo ottenne dal papa Paolo III di lavorare senza alcun compenso, ma solo per amore di Dio e per devozione a S. Pietro. Il breve di Paolo III del 1° genn. 1547 conferì a Michelangelo il potere di murare, riformare e ampliare o restringere il progetto della Basilica, come meglio avrebbe creduto, lasciandogli piena libertà di scelta anche per quanto riguardava il personale. L'11 ott. 1549 Paolo III nominò a vita Michelangelo architetto della fabbrica. Michelangelo dette nuova vita ai lavori; le spese annue furono di ca. 30.000 ducati. Si calcola che dal 1° genn. 1547 all'8 maggio 1551 si siano spesi 121.554 ducati. Ma dopo la morte di Paolo III (10 nov. 1549) i lavori non continuarono con lo stesso ritmo. Sotto Giulio III (1551-155) i nemici di Michelangelo si rivolsero al papa contro il procedere dispotico di Michelangelo nei lavori. Invece Giulio III il 23 genn. 1552 confermò in pieno il moto proprio di Paolo III del 1549. Ma l'affievolirsi dei mezzi finanziari pontifici ebbe come conseguenza una diminuzione nell'attività costruttoria. Infatti mentre nei primi cinque mesi del 1551 si erano spesi 121.554 scudi, da questa data al 1554 se ne speso la metà, tanto che Michelangelo era giunto alla determinazione di lasciare Roma per rientrare in Firenze, ma fu persuaso a restare da Paolo IV che il 24 giugno 1555 aveva confermato i privilegi per la Fabbrica di S. Pietro. Pio IV (1559-1565) assegnò ogni mese sussidi per i lavori della Basilica Va

ticana che visitò il 28 marzo 1561 (Pastor, VII, p. 615). Egli confermò quale direttore dei lavori Michelangelo e nell'apr. 1561 gli donò 200 scudi d'oro. Nominò come sostituto del grande architetto Francesco da Cortona, ma respinse tutte le accuse mosse contro Michelangelo da Nanni Bigio. Alla morte di Michelangelo (18 febb. 1564) il tamburo della cupola era quasi terminato, ed era già stato condotto a termine, come mostra una stampa del tempo, il transetto su e quasi compiuto quello a nord. Nell'8g. 1564 il papa Pio IV nominò Pirro Ligorio primo architetto di S. Pietro e nell'autunno dello stesso anno Giacomo Barozzi detto il Vignola quale secondo architetto. Ma tutti e due vennero licenziati l'anno seguente; il 28 apr. 1565 il Papa riunì tutti i deputati per la fabbrica per discutere circa l'opera di voltare la cupola e si decise di chiedere il giudizio dei migliori architetti sia d'Italia che dell'estero. Anche il papa s. Pio V (1566-72) si preoccupò perché fossero terminati i lavori soprattutto per la volta della cupola; e fece venire a Roma Giorgio Vasari nel 1567, ospitandolo in Vaticano e l'artista si glorì di aver deciso Pio V a restare in tutto nei piani di Michelangelo. A capo degli architetti venne confermato il Vignola, prima solo, poi coadiuvato dal figlio Giacinto. Gregorio XIII (1572-85), in seguito alla morte del Vignola (7 luglio 1573), nominò a capo della fabbrica il suo discepolo Giacomo della Porta e si adoperò perché si provvedessero i mezzi necessari specie per la costruzione della cappella detta Gregoriana per la quale il Papa erogò oltre 80.000 ducati. Molte scoperte di sarcofagi avvennero precisamente intorno agli anni 1575 e seguenti; nel 1580 il Papa trasferì dalla chiesa di S. Maria in Campo Marzio le reliquie di s. Gregorio di Nazianzo, nella cappella Gregoriana, terminata due anni prima. Da un Avviso di Roma del 2 giugno 1584 si ricava che per chiudere la cupola il Papa aveva promesso al card. Farnese una offerta personale di 100.000 ducati. Da Napoli soltanto, tra il 1576-86 giunsero oblazioni per ca. 65.000 ducati.

Il papa Sisto V (1585-90) riuscì con la sua indomita volontà ed energia a portare a termine la cupola superando ogni ostacolo. Giacomo della Porta fu confermato a capo degli architetti; egli aveva già demolito il coro provvisorio del Bramante e costruito la nuova tribuna. Il 15 luglio 1588 si iniziarono i lavori per voltare la cupola. Sisto V volle essere informato giornalmente dell'andamento dei lavori e assegnò una somma di 1500 scudi alla settimana. Vi lavorarono 800 operai sia di giorno che di notte e mentre in Roma correva voce che l'impresa si sarebbe protratta almeno 10 anni e avrebbe richiesto non meno di un milione di ducati (Bonanni, Numismata templi Vaticani, Roma 1700, p. 76) il 21 maggio 1590 la volta della cupola era terminata e il 14 maggio fu posta l'ultima pietra (Avvisi di Roma del 12 e 19 maggio 1590) con una spesa di 50.000 ducati. Sisto V prima di morire (27 ag. 1590) poté così ammirare dal palazzo del Quirinale la gigantesca cupola librarsi nel cielo; mancavano solo la lanterna, la copertura esterna in piombo e la decorazione interna. La perfetta calotta sferica che costituisce la cupola interna risulta di m. 42,34 di diametro. L'impresa di Sisto V è eternata nell'iscrizione in musica a lettere d'oro nella lanterna: «In gloria di San Pietro, Sisto V Pontefice Massimo nell'anno 1590».

Un'altra grandiosa opera di Sisto V fu il trasporto dell'obelisco di Caligola dal fianco meridionale della basilica al centro della Piazza S. Pietro. Già Niccolò V aveva avuto una tale idea. Quattro mesi dopo la elezione di Sisto V già si leggeva nell'Avviso di Roma del 24 ag. 1585 che in mezzo a Piazza S. Pietro era stato eretto un modello in legno dell'obelisco stesso. Sisto V affidò all'architetto Domenico Fontana trasporto e innalzamento. Il primo avvenne il 30 apr. 1586 e il secondo il 10 sett. con la spesa di 37.975 scudi sostenuta dal Papa stesso. Il papa Gregorio XIV (1590-91) fece completare la lanterna. Il suo successore Clemente VIII per la fabbrica di S. Pietro si servì di Giovanni Fontana, ma preferì Giacomo della Porta, e, alla morte di questo (1602), lo sostituì con Carlo Maderno.

Dato il rilascio di livello della Basilica nuova rispetto all'antica di ca. m. 3,20, non era possibile man

tenere la quota dell'antico presbiterio sopraelevato e troppo meschino appariva l'altare medievale di Callisto II del 1123. Quanto all'erezione del nuovo pavimento e alla conseguente costruzione di pilastri e volte di sostegno nell'ambito della navata centrale esso deve darsi tra il 1575 e il 1592. Infatti il pavimento nuovo è certo posteriore al 1574, come risulta dalla descrizione dell'antica basilica di Tiberio Alfarano; inoltre esso non fu potuto compiere prima della demolizione della protezione in muratura costruita dal Bramante. Forse cominciò dopo il 1574 e ciò spiega i numerosi sarcofagi che il Bosio descrive come scoperti nel 1575; ma occorre tener presente che lo stesso autore illustra anche sarcofagi rinvenuti nel 1592.

Appena creato papa, Clemente VIII (1592-1605) ordinò al Della Porta la demolizione della vecchia abside e dei muri di protezione del Bramante al presbiterio. Sorse così la necessità di erigere un nuovo altare papale. L'architetto sovrappose all'altare di Callisto II il nuovo altare utilizzandovi una mensa di marmo bianco di un solo pezzo estratta dal Foro di Nerva e lunga 20 palmi, larga 9. L'altare si erge su sette gradini a cui si accede dalla parte dell'abside. Durante i lavori si sparsa la notizia raccolta da Francesco Maria Torrigio che l'architetto della Porta avrebbe scoperto, attraverso una fenditura, l'altare anteriore a quello di Callisto II e che si presunse essere di Silvestro col sigillo di questo papa e la croce d'oro di Costantino ed Elena sovrapposta al sepolcro di s. Pietro. Il papa Clemente VIII avvertito sarebbe subito disceso insieme con i carddi. Bellarmino e Sfondrati e, dopo aver osservato tutto attraverso il piccolo foro, avrebbe fatto tutto rimuovere in sua presenza. Ma come mise in evidenza il Cerrati, quella fenditura non poteva aver messo in evidenza che l'altare antico del presbiterio sopraelevato contenuto in quello di Callisto II; e il Della Porta, a sua volta, sovrappose il nuovo a quello di Callisto II. Lo stesso Clemente VIII per la prima volta vi celebrò solennemente la Messa il 26 giugno 1594, senza alcuna consacrazione, come mise in rilievo nel suo diario mons. Mucanzio, prefetto delle cerimonie pontificie. Ma, costruito il nuovo altare papale, era necessario adeguare anche la confessione seminulare, avendo tolto il presbiterio sopraelevato. Il Della Porta cominciò con abbassare il pavimento e rinvenire così nel 1597, presso il sepolcro di s. Pietro il grandioso sarcofago a due piani nel quale il 24 lug. dell'anno 1599 era Giunio Basso (v.) prefetto di Roma. La nuova confessione venne tracciata più ampia di quella precedente e la cappella adiacente al sepolcro venne abbellita di marmi policromi e stucchi dorati. Clemente VIII poi, per potersi recare indisturbato a pregare direttamente fino al sepolcro di s. Pietro, si fece costruire un passaggio sotterraneo che dal palazzo immetteva fino alla Confessione attraverso i sotterranei della Basilica. Il Papa inoltre ultimò la parte soprastante alla cupola; egli fece fondere nel 1592 la grandiosa palla di bronzo (nell'interno possono stare sedici persone, avendo m. 2,50 di diametro); essa fu fusa da Sebastiano Torrigiani; sopra di essa si erge la croce alta m. 5; la sua estremità superiore si trova a m. 136,57 dal pavimento della basilica. L'opera fu compiuta il 18 nov. 1593. Parimenti fu rivestita la cupola con lastre di piombo tenute insieme da sette scatoloni di lamine di bronzo dorato. Clemente VIII affidò a Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d'Arpino, la decorazione musiva dell'interno della cupola che invece i componenti la Fabbrica di S. Pietro avevano assegnato a Cristofano Roncalli. Il Cavalier d'Arpino si fece coadiuvare da una schiera di artisti, tra i quali Giovanni Vecchi e Cesare Nebbia, che composero i cartoni per i grandi musei dei quattro evangelisti nei pennacchi degli enormi pilastri alti m. 45; ogni medaglione ha un diametro di m. 8,50; la penna che ha in mano s. Matteo misura m. 2,50 di lunghezza. In complesso vi sono 66 figure rappresentanti dal basso i Pari sepolti fino allora nella Basilica; poi le grandi figure di Cristo, della Madonna, di s. Giovanni Battista, di s. Paolo e degli altri Apostoli; quindi gli Angeli con gli strumenti della Passione; più in alto ancora teste di cherubini, di angeli adoranti e di serafini; nella sommità del lanternino l'Eterno Padre. I contemporanei definirono l'opera "un tempio posato sopra una chiesa". La decorazione però fu terminata sotto il successore di Clemente VIII.
Il papa Paolo V (1605-21) confermò, appena eletto, la congregazione cardinalizia costituita da Leone XI nel suo brevissimo pontificato per tutti i lavori relativi alla basilica di S. Pietro e nominò otto cardinali a farne parte. Rimasero gli stessi architetti Giovanni Fontana col nipote Carlo Maderno. La nuova Basilica era ancora divisa dalla prima parte della antica costantiniana dal muro divisorio fatto erigere da Paolo III nel 1538. Nel sett. 1605 cadde un grosso blocco di marmo presso l'altare della Madonna detta della Colonna, destando un grande spavento nei fedeli che assistevano alla Messa, ma tutti restarono illesi. Il cardinale arciprete Pallotta ne riferì nel Conciestro del 26 sett. 1605; il Papa, presa in esame la proposta della Congregazione dei Cardinali circa la demolizione della parte superiore della Basilica Costantiniana, l'approvò, disponendo in pari tempo che venissero conservati i monumenti sepolcrali e specialmente alcuni monumenti preziosi quali il ciborio Veronica (v.), i musei di Gregorio XI, il labirantaccio di Giovanni VII. Di somma utilità fu la presenza dell'archivista del Capitolo di S. Pietro. Giacomo Grimaldi, ai lavori di demolizione, durante i quali egli prese diligente inventario dei monumenti stessi. La demolizione si iniziò alla fine del sett. 1605, con il trasporto delle reliquie degli altari; il Papa nominò nel 1606 una commissione per provvedere alla conservazione dei monumenti dei papi. Paolo V fece invitare i più noti architetti a presentare progetti, se si dovessero seguire i piani di Bramante o Michelangelo o prolungare le navate. Si richiesero i pareri oltre che di Giovanni Fontana e Carlo Maderno anche di Flaminio Ponzio, Girolamo Raimondo, Domenico Fontana, Giovanni Antonio Bosio, Niccolò Braconio, Ottavio Turriani, Gian Paolo Maggi, Paolo Rughesi e altri. Alcuni sostennero che si mantenesse il disegno a croce greca, altri settore per l'ampliamento a croce latina, e tra questi Carlo Maderno con progetto che venne approvato da Paolo V, superando anche le difficoltà messe dal card. Maffeo Barberini, poi Urbano VIII.
I lavori per il prolungamento vennero iniziati il giorno 8 marzo 1607; il 5 nov. successivo cominciarono le fondazioni per la nuova facciata e l'atrio; il Papa ordinò la conservazione del musea di Giotto, detto della Navicella, che il card. Giacomo Gaetano Stefaneschi aveva fatto eseguire alla fine del sec. XIII. I lavori procedettero così celermente che vi furono impiegati giorno e notte 700 operai; il 29 feb. 1612 era terminata la facciata, lunga 115 metri, alta 46 metri nella quale si legge l'iscrizione: "In honorem Principis Apostolorum Paulus V Borghesius Romanus Pont. Max. anno Domini 1612. Pont. VII". Il 22 nov. 1614 era compiuta la volta a cassettoni dell'atrio lungo 71, largo 13, alto 20 metri. Nel feb. 1615 si iniziò la demolizione del muro divisorio di Paolo III e la Domenica delle Palme 12 apr. 1615 la Basilica apparve tutta intera all'ammirazione dei fedeli. Dalla porta all'abside la Basilica risultò lunga m. 186,86.

Intanto, a cominciare dal 1606 fino al 1617 il papa Paolo V fece trasportare nei sotterranei della Basilica i monumenti più importanti messi in salvo della vecchia Basilica e i sepolcri dei papi. Ma molte parti preziose andarono disperse non solo in chiese di Roma, ma anche fuori, come a Poli, a Firenze, ad Assisi. Così, ad es., il museo con l'Adorazione dei Magi del tabernacolo di Giovanni VII finì in S. Maria in Cosmedin, un medaglione in musea con GIOTTINO (v.), una croce in profilo, un bassorilievo e due rappresentazioni dei Principi degli Apostoli emigrarono a Boville Ernica; una immagine in musea della Madonna mediatrice andò a S. Marco in Firenze, ecc. Paolo V inoltre fece costruire la confessione aperta davanti all'altare papale e decorò con marmi preziosi e statue in bronzo degli apostoli Pietro e Paolo (opere di Ambrogio Bonvicino), il fronte della confessione stessa, con una spesa complessiva di 12.000 scudi. La grande esedra, la doppia

rampa di scale e l'opera di rivestimento di marmi preziosi commisti con bronzi fu opera del Maderno e del Ferrabosco. Anche durante questi lavori vennero trovati sotto al pavimento antichi sepolcri dei quali F. M. Torrigio dette una sommaria descrizione e il Drei ritrasse una stampa; si ritenne allora che si trattasse di sarcofagi degli antichi papi, per gli abiti pontificali che si credette di identificare. Fino dal 1618 Francesco Maria Torrigio, con pietà molto superiore alla scienza, compose una descrizione dei monumenti fatti disporre dal papa Paolo V nei sotterranei della Basilica, dando per il primo la denominazione di «Grotte Vecchie» a quella parte sotterranea ottenuta mediante le vòlte di sostegno del pavimento nella nave centrale e chiamò «Grotte Nuove» la confessione sotterranea creata da Clemente VIII. Un banco VIII (1623-44) chiamò Gian Lorenzo Bernini ad erigere un baldacchino sull'altare maggiore della Basilica Vaticana. I lavori ebbero inizio il 19 giugno 1626 (v. s. prosa: SEPOLCRETO ROMANO).

Il bronzo acquistato a Venezia e a Livorno non fu sufficiente, e dietro consiglio dello stesso Bernini, Urbano VIII tolse dal Pantheon le travi di bronzo ancora esistenti nell'atrio. I Romani se ne dolsero e l'archiatra pontificio Giulio Marini fu l'autore dell'epigramma: «Quod non fecerunt Barbari fecerunt Barberini». Vennero pure tole le costolature in bronzo della cupola, sostituite con piombo. Ma il bronzo ricavato fu tanto che oltre al compimento del baldacchino di S. Pietro si fu sero ben ottanta cannoni destinati a Castel S. Angelo. Le quattro colonne vittime, in bronzo dorato, sul tipo di quelle costantiniane si elevano a 20 m. di altezza e sostengono un baldacchino pure in bronzo dorato a frange e nappe sormontato dalla croce che giunge a 28 m. di altezza; la severità dell'insieme è ravvisata da 4 giganteschi angeli, da tutti e dagli stemmi del pontefice Urbano VIII. La fusione venne compiuta da Gregorio de Rossi sotto la diretta sorveglianza del Bernini. Ogni colonna, col suo capitello e la sua base, risultò del peso di 27.948 libbre; e il baldacchino nel suo insieme pesa 186.392 libbre.

Il lavoro iniziato nel 1626 fu inaugurato solennemente il 29 giugno 1633. Le spese assommarono a 200.000 scudi. Il Bernini ricevette 10.000 scudi e fin dalla morte dell'architetto Carlo Maderno (5 febb. 1629) fu nominato architetto della Fabbrica di S. Pietro. Giustamente M. von Böhn, nella sua biografia del Bernini, definì la Confessione di S. Pietro, ricoperta dal baldacchino, e il centro spirituale della costruzione gigantesca (Lorenzo Bernini, seine Zeit, sein Leben, sein Werk, Bielefeld 1922, p. 58).

I pilastri interni sostenenti gli archi e i contropilastri delle due navate minori furono da L. Bernini rivestiti di marmi policromi con 40 medaglioni ovali rappresentanti i primi papi, sostenuti da tutti alati e con la colomba che è nello stemma di Innocenzo X; nelle curve degli archi pose 28 allegorie delle virtù. Il Papa incaricò il Bernini del disegno per il pavimento della basilica. L'artista insigne costruì anche la colossale statua equestre di Costantino. Il successore di Innocenzo X, Alessandro VII (1655-67), il giorno stesso della sua esaltazione al pontificato, affidò al Bernini l'incarico di costruire i portici. E il Bernini immaginò i due famosi portici a quattro file di colonne in travertino (284) e sull'attico 140 statue di martiri e confessori; le due braccia aperte, «a ricevere matenamente i cattolici per confermarli nella credenza, l'heretici per riunirli alla Chiesa e gli infedeli per illuminarli alla vera fede» (Cod. Chig. Vat., H. II, 22).

La posa della prima pietra avvenne il 28 ag. 1657; la opera fu compiuta e inaugurata solennemente il 1666. L'ultima grandiosa opera del Bernini in S. Pietro è la maestosa cattedra in bronzo dorato in fondo all'abside della basilica sorretta da quattro dottori della Chiesa. Il lavoro iniziato nel 1657 ebbe termine il 17 gen. 1666. Dalla grande finestra centrale una gloria di angeli in volo si librano intorno alla colomba luminosa dello Spirito Santo. Su quattro basi di marmi si ergono quattro colossi in bronzo dorato, due dottori della Chiesa latina (Agostino e Ambrogio) e due della Chiesa greca (Atanasio e Giovanni Crisostomo), a simboleggiare l'unità della Chiesa essi sorreggono la Cattedra di Pietro (v.), ispirata dallo Spirito Santo. La prima menzione della cattedra in quercia, con formella in avorio, non è anteriore al 1217 (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1867, p. 34 sgg.; id., Inscr. christ., II, Roma 1888, pp. 226, 348 sgg.). L'Duchesne mise in rilievo che nel sec. XII Pietro Mallio, che scrisse per illustrare l'importanza della Basilica Vaticana contro i canonici del Laterano, non ne fa alcun accenno (Notes sur la topographie de Rome au moyen-âge, XI, in Mél. d'arch. et d'hist., 22 [1902], pp. 395-96, n. 5). Gli avori con le fatiche d'Ercole non sembrano più antichi del sec. IX. Il Duchesne ritenne che la cattedra non fosse situata nel sec. IV nel battistero vaticano. La cattedra al tempo di Maffio Vegio (Acta SS. Inni, VII, p. 74*) e di Pietro Sabino (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, p. 411) era nella vecchia Basilica nella cappella di S. Andrea (indicata col n. 15 nella pianta di T. Alfarano); sotto Giulio II fu portata nella rotonda di S. Andrea, nella cappella di S. Tommaso (pianta Alfarano, cit., n. 169); Paolo V la fece trasportare in quella di S. Apollinare (ibid., n. 168). Tra l'obelisco e i portici berniniani sono due fontane; in luogo di quella a destra posta dal Bernini ve ne era già un'altra dal tempo di Innocenzo VIII; quella a sinistra fu fatta porre da Clemente X nel 1670 ed è opera di C. Fontana. L'acqua proviene da Bracciano attraverso l'acquedotto di Traiano, restaurato più volte, specialmente da Paolo V e da Clemente X. - Vedi tavv. XCVI-CII.

BIBL.: I. Grimaldi, Instrumenta authentica translatiamum... cum multis memoris basil. (Vaticanae) demolita: cod. Barb. lat. 7233; P. Ugonio, Hist. delle Stationi di Roma, Roma 1588, pp. 85 sgg.; D. Fontana, Della trasportazione dell'obelisco V. et delle fabriche di N. S. Sisto V, ivi 1590; G. B. Costaguti senior, Architettura della basilica di S. Pietro in Vaticano, 1620; 2ª ed., a cura di G. B. Costaguti junior, ivi 1684; 3ª ed., a cura di M. Ferraboschi, ivi 1812; G. Severano, Memorie sacre delle Sette chiese di Roma, Roma 1630, pp. 1-202; T. M. Torrigio, Le sacre Grotte Vaticane, Viterbo 1618, Roma 1639; Ph. Bonanni, Numismata summorum pontificum templi Vaticani fabrica indicantia, 1ª ed., Roma 1690; 2ª ed., ivi 1715; C. Fontana, Templum Vaticanum et ipsius origo, ivi 1634; F. L. Dionisi, Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta aeneis tabulis incisa et commentariis illustrata, 1ª ed., ivi 1773; 2ª ed., ivi 1828; Appendix, a cura di E. Sarti e G. Settele, ivi 1840; S. Borgia, Vaticana Confessio Beati Petri Principis Apostolorum, ivi 1776; Ph. L. Dionysi, Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta, 2ª ed., ivi 1788; O. Panvino, De rebus antiquis basilicae S. Petri, in A. Mai, Spicilegium Romanum, IX, ivi 1843, pp. 194-382; A. Valentini, La patriarcale basilica Vaticana, ivi 1855; P. Adinolfi, La portica di S. Pietro, ossia Roma nell'età di mezzo, ivi 1859; F. M. Mignanti, Storia della Sacrosanta patriarcale basilica Vaticana, Roma-Torino 1867; P. Letourouilly, Le Vaticana et la basilique de St-Pierre, Parigi 1882; E. Müntz e C. L. Frothingham, Il tesoro della basilica di S. Pietro in Vaticano dal sec. XIII al XV, in Archivio della Soc. rom. di St. patria, 6 (1883), pp. 1-137; H. Grisar, Il prospetto dell'antica basilica Vaticana, in Analecta Romana, I, Roma 1899, pp. 463-

pianta rettangolare, occupava lo spazio intorno al Cor-tile del Pappagallo, inserendosi, a sud, nei più antichi fabbricati di Innocenzo III, ai piedi della collina, e comunicando a sud-ovest, con una grande cappella sostituita, nel sec. XV, dalla Sistina. Era probabilmente difeso da torri angolari, e comprendeva inoltre un vasto giardino, o *pomerium*, chiuso in un recinto (al posto dell'attuale Cortile di Belvedere) come attesta la citata iscrizione capitolina.

Nei 168 anni decorrenti dalla morte di Niccolò III alla creazione di Niccolò V, e che abbracciano il lungo periodo dei papi di Avignone (1390-77), il V. non fu abitato dai pontefici se non di rado e saltuariamente, sicché non vi si fecero costruzioni importanti, ma solo lavori di adattamento e di restauro.

Niccolò V, Parentucelli (1447-55), non mosso da «vana brama di gloria» — come ebbe a dire in punto di morte — ma per accrescere l'autorità della Sede Apostolica, concepì un grandioso piano di riforma urbanistica (descritto da Giannozzo Manetti nella biografia di questo Papa), inteso a ricostruire, secondo il nuovo gusto della Rinascita, la Città Leonina, il V. S. Pietro. La morte troncò i suoi adiacenti, forse presentati dal Manetti con qualche esagerazione. In V. Niccolò V fece abbattere e ricostruire dalle fondamenta l'ala a tramontana e quella a ponente dell'antica residenza di papa Orsini, salvo, nella prima, la parte corrispondente alle due sale sovrapposte delle dei Pontefici e di Costantino. Queste ultime conservarono, allora, i soffitti a travi (le finte volte attuali datano dal Cinquecento), mentre le altre, ossia le stanze a pianterreno (dov'ebbe sede la Biblioteca Vaticana da lui fondata), quelle del primo e del secondo piano, note poi coi nomi di Appartamento Borgia e Camere di Raffaello, sono coperte con vòlte a vela, all'uso fiorentino. Delle opere di fortificazione di cui questo Papa voleva recingere il V. rimangono tuttora i tratti est-ovest e nord-sud di una potente muraglia, che si dipartono dal massiccio torrione rotondo (presso alla Porta di S. Anna), detto appunto, di Niccolò V. Alberti, Bernardo Rossellino, Aristotele di Fioravante, Giacomo di Pietrasanta e Antonio di Francesco, insignito del titolo di architetto palatino fin dal 1447. Molti furono i pittori d'affresco e di vetrate da lui impiegati, ma le loro opere sono quasi tutte scomparse, eccetto le *Storie dei s. Stefano e Lorenzo*, ANGELICI (v.), fra il 1447 e il 1450, nella *Cappella parva superior*. Gli affreschi dello stesso artista in quella del S. mo Sacramento, affiancata all'Aula prima (oggi tratto ovest della Sala Ducale), furono invece distrutti con tutto il sacello per l'allargamento della Scala detta del Mare-sciallo sotto Paolo III.
Gli immediati successori di Niccolò V, ossia Calisto III, Borgia (1455-58) e Pio II, Piccolomini (1458-1464), non eseguirono opere notevoli in V., salvo, per quest'ultimo, una bella porta di comunicazione in marmo fra il Cortile del Maresciallo e quello del Pappagallo, tuttora in sito. Delle costruzioni di Paolo II, Barbaro (1464-71), rimangono solo alcuni adattamenti interni (nell'ala meridionale del Palazzo si sono trovati di recente alcuni salvadana con monete e medaglie del suo ponteficto), e la stretta scala aggiunta a destra dell'arco di passaggio dal Cortile del Pappagallo a quella di S. Damaso. Di un suo loggiato, che chiudeva a sud il Cortile del Maresciallo, rimangono ancora alcuni capitelli ed archi di travertino, rimessi in opera da Paolo III nel medesimo Cortile.

Con Sisto IV, della Rovere (1471-83), il V. acquista un altro edificio monumentale: la Cappella Sistina, costruita da Giovanni de' Dolci da Firenze, all'incirca fra gli anni 1475 e 1483, al posto di quella d'ugentessa murata da Niccolò III. Come dimostra la struttura della parte superiore, munita di merli, essa non serviva solo alle funzioni religiose della Corte papale, ma anche alla difesa dei Palazzi Apostolici. Lavorarono alla sua decorazione pittorica il Perugino, il Pinnaturicchio, Domenico Ghirlandaio, il Botticelli, il Signorelli, Cosimo Rosselli e i loro aiuti (fra i quali Piero di Cosimo e Bartolomeo della Gatta), che eseguirono sulle pareti i due cicli d'affreschi con *Scene della vita di Mosè* (lato del Vangelo) e *di Cristo* (lato dell'Epistola), nonché la serie dei *Primi Papi* nelle nicchie dipinte tra le finestre. Autore della transenna mormorata e della cantoria fu Mino da Fiesole, coadiuvato forse da Andrea Bregno e Giovanni Dalmata. A Sisto IV si deve inoltre la definizione sistemazione e dipintura (già cominciata sotto Niccolò V) della Biblioteca Vaticana (al pianterreno dell'ala nord), dove fra l'altro fece eseguire il celebre affresco che lo rappresenta in atto di dare udienza al Platina (oggi nella Pinacoteca Vaticana), Melozzo da Forlì (v.), famosa per i ritratti e la prospettiva.

Innocenzo VIII, Cibo (1484-92), ricostruì con nuovo disegno il Palazzo inferiore, tra S. Pietro ed il Cortile del Maresciallo, che da lui prese il nome di Curia Innocenziana. Questa venne poi demolita dal Bernini per il riordinamento della Piazza, ma la sua imponente facciata è ben nota da stampe, disegni e pitture, specie del Cinquecento (affresco del Vasari nella Sala Regia). Lo stesso Pontefice arricchì pure il V. di una residenza estiva, il Palazzetto di Belvedere, innalzato sul ciglio settentrionale del colle. L'edificio merlato, a pianta rettangolare, fu murato da Giacomo da Pietrasanta, su progetto, dicesi, di Antonio del Pollajuolo, scultore favorito dal Papa. Il suo aspetto originario venne in seguito alquanto modificato da aggiunte e rimaneggiamenti, ai quali furono purtroppo sacrificati, alla fine del sec. XVIII, la cappella di S. Giovanni Battista, affrescata dal Mantegna (1490), e le vedute di città italiane, attribuite al Pinturicchio, nella elegante loggia (ora chiusa), per far posto all'odierna Galleria delle Statue, voluta da Clemente XIV e Pio VI.
Ad Alessandro VI, Borgia (1492-1503), si deve la massiccia torre che porta il suo nome, a protezione dell'angolo nord-ovest del Palazzo Apostolico, nonché il nuovo assetto delle sale al primo piano dell'ala a tramontana, che ornò fastosamente di stucchi dorati e fece affrescare dal Pinturicchio e dai suoi collaboratori (l'attuale Appartamento Borgia).

Dopo il brevissimo regno di Pio III, Piccolomini (1503), salì al trono Giulio II, della Rovere (1503-13), nipote di Sisto IV, e con lui s'apre una nuova era nella storia edilizia del V., dominata dal nome di Donato Bramante. Questo architetto, degno per geniale audacia del suo mecenate, concepì un grandioso progetto per la sistemazione del vasto terreno fra l'antico Palazzo e il Belvedere, al quale aggiunse la famosa scala a chiocciola tuttora conservata e che porta il suo nome. Queste residenze dovevano essere congiunte per mezzo di due lunghi corridoi a logge aperte verso l'interno, mentre il Palazzetto di Innocenzo VIII, nella sua parte prospiciente il nuovo cortile, sarebbe stato coperto da una facciata ornata d'una gran nicchia centrale. Due scale monumentali superavano i dislivelli fra la parte meridionale del terreno, più bassa, dove dovevano svolgersi giostre ed altri spettacoli, quella mediana, destinata agli spettatori, e l'ultima messa a giardino. Di tale progetto il Bramante eseguì il solo corridoio a levante (molto alterato in seguito) dove oggi si trovano le Gallerie Chiaramonti e Lapidaria. È ancora opera sua — fino al secondo e, allora, ultimo piano — il nuovo prospetto del Palazzo Vaticano verso Roma, le cosiddette Logge, formato da due ordini di gallerie, oltre a quello del pianterreno, chiuso poi dal Sangallo per motivi di stabilità. Questa costruzione, destinata a nascondere la medievale facciata di Niccolò III, era più estesa del Palazzo che copriva, e, nella parte sporgente verso sud conteneva le "Scale papali" (come le chiama il Vasari) a cordonata, trasformata nella forma attuale sotto Pio VII. Ambedue queste opere furono condotte a termine, con nuovo disegno, dopo la morte del Bramante (1514), da Raffaello, il quale aggiunse alle Logge una terza galleria a peristilio e alla scala un'ultima rampa, corrispondente ad un nuovo ed ultimo piano. Seguitando l'opera dello zio, Giulio II fece affrescare da Michelangelo la volta della Cappella Sistina (1508-12) con le *Storie della Creazione*, e da Raffaello le Stanze della Segnatura e di Eliodoro (1508-

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1513), quest'ultima terminata sotto Leone X. Fra le altre minori costruzioni sue in V., il Vasari cita pure una «uccelliera» ora distrutta.

Sotto Leone X, de' Medici (1513-21), Raffaello, succeduto nel 1514 al Bramante come architetto dei SS. Palazzi, completò le due opere sopra accennate, costruì e fece affrescare sotto la sua direzione la Loggetta affacciata sul Cortile del Maresciallo (ca. 1516), tornata in luce e restaurata nel 1943, e la famosa «stufetta» o bagno del card. Bibbiena (1516). In gran parte di sua mano ornò quest'ultima di pitture mitologiche e «grottesche» alla maniera antica, che servirono d'esempio ai suoi collaboratori ed allievi (Giovanni da Udine, Pierin del Vaga, Giulio Romano e Francesco Penni) per la dipintura, eseguita sotto la sua guida, della Loggetta e della Loggia. Quest'ultima fu arricchita di stucchi modellati all'uso romano classico da Giovanni da Udine, il quale, coadiuvato da Pierin del Vaga, ornò pure la volta della Scala dei Pontefici nell'Appartamento Borgia. Allo stesso Papa mediceo si deve il fabbricato prospiciente la Piazza S. Pietro, addossato verso sud allo sperone delle Logge quasi, nel tutto rifatto (specie nella facciata) sotto Paolo V. Leone X fece ancora seguitare e finire dal Sanzio e dalla sua scuola gli affreschi delle Stanze di Eliodoro e dell'Incendio (1514-17), consacrata, quest'ultima, ai pontificati di due grandi Papi suoi omonimi: Leone III e IV, con evidente allusione alla persona di lui.

All'olandese Adriano VI, Florisze (1522-23), che poco interesse portava all'arte, succedette Clemente VII, de' Medici (1523-34), il Papa del sacco di Roma (1527), che fece portare a compimento dai discepoli di Raffaello gli affreschi della Sala di Costantino, incominciati già ai tempi di Leone X. A lui si deve pure una «stufetta» con graziosa decorazione pittorica recentemente ritrovata (murata e riempita di calcinacci) nell'edificio addossato alla Scala papale (o della Floeria, come oggi si chiama) verso Piazza S. Pietro.

Con Paolo III, Farnese (1534-49) riprende intensa l'attività edilizia dei Sacri Palazzi, e precisamente nella loro parte più antica, ciò che comportò, purtroppo, anche la distruzione di pregevoli opere del passato. Fu incaricato dei lavori Antonio da Sangallo il Giovane, che diede l'aspetto attuale alla Sala Regia, con la sua ampia volta a botte ornata di eleganti stucchi da Pierin del Vaga, mentre gli affreschi sono del Vasari, degli Zuccari, di G. Salviati e d'altri manieristi e gli stucchi delle pareti si devono in prevalenza a Daniele da Volterra, Guglielmo e Giacomo Della Porta. I lavori si potranno finora al 1573. Per dare un degno accesso a quell'aula, destinata ai ricevimenti dei sovrani (come indica il suo nome), il Sangallo allargò la scala che vi conduceva dal Cortile del Maresciallo, sacrificando così la trecentesca Cappella del S.mo Sacramento, tutta affrescata dal Beato Angelico. In sostituzione di questo sacello costruì la Cappella Paolo, con ingresso dalla Sala Regia, dove sono i due ultimi affreschi di Michelangelo: la Conversione di Saulo ed il Martirio di S. Pietro (1542-50). Tra il 1535 e il 1541 il Buonarroti aveva dipinto sulla parete d'altare della Sistina, per ordine di Paolo III, il Giudizio Universale, allogatogli già (ca. 1533) da Clemente VII, in memoria, forse, del sacco di Roma, mentre papa Farnese ne faceva il grandioso manifesto del futuro Concilio, come dimostrato molti particolari allusivi alle questioni allora disputate (la fede e le opere, il primato di Pietro, il culto della Madonna, ecc.) in polemica con l'eresia luterana. Altre opere di Antonio da Sangallo in V. sono le due logge del Cortile del Maresciallo, costruite con elementi di una di Paolo II (le cui armi si vedono tuttora sui capitelli mentre le chiavi di volta recano i gigli farnesiani) ed il bastione fortificato che nel suo angolo nord-ovest è ornato dallo stemma di Paolo III (an. VIII, 1542-43).

Giulio III, Del Monte (1550-55), Marcello II, Cervini (1555) e Paolo IV, Caraffa (1555-59), poco hanno costruito in V. (di quest'ultimo Papa si ricorda la dipintura a grottesche della volta della Sala Ducale nel suo tratto orientale [1555] ed alcune nuove stanze in Belvedere), mentre con Pio IV, de' Medici (1559-65), ricomincia un'epoca ricca di opere edilizie. Lavorarono per lui principalmente Pirro Ligorio e Sallustio Peruzzi (figlio di Baldassarre). Nel corso di questo pontificato fu portato a compimento il braccio a ponente del corridoio di Belvedere, secondo il piano del Bramante, con disegno di Pirro Ligorio, che progettò anche la nuova facciata del Palazzetto di Innocenzo VIII sul medesimo Cortile, con il famoso «nicchione», nonché la Casina di Pio IV nei giardini vaticani, suo capolavoro, cominciata già sotto Paolo IV nel 1558, ma ripresa dal Papa mediceo nel 1560 e finita nel 1562. Questa villa, prezioso esempio di architettura manieristica, ornata di ricchissimi stucchi all'antica e di affreschi del Barocci, di Federico Zuccari e di Santi di Tito, è oggi sede della Pontificia Accademia delle Scienze. Per Pio IV, Giovanni da Udine decorò tra il 1560 ed il 1562 la terza Loggia (detta anche della Cosmografia), costruita sotto Leone X da Raffaello d'Urbino, e un gruppo di manieristi, guidati da L. Sabbatini, dipinse la volta del tratto occidentale della Sala Ducale.

S. Pio V, Ghislieri (1566-72), fece terminare vari lavori iniziati dal precedessore ed elesse un nuovo fabbricato contiguo all'Appartamento Borgia, con tre cappelle sovrapposte (una per ogni piano), dedicata a S. Stefano, S. Pietro martire e S. Michele Arcangelo, affrescate dal Vasari e ornate di stucchi da Guglielmo Della Porta. Ordino altresì la costruzione della chiesetta dei SS. Martino e Sebastiano innanzi al bastione di Niccolò V (verso Piazza S. Pietro) per i militi della Guardia Svizzera, che l'hanno tuttora in uso, con dipinti di Giulio Mazzoni e di Daniele da Volterra.

Gregorio XIII, Buoncompagni (1572-85), occupa un posto importante nella storia edilizia del V. Fu-nono suoi architetti il Vignola e, dopo la immatura morte di questi, il romano Giacomo Della Porta, che si può considerare un iniziatore del barocco. Nel suo pontificato fu portato a termine (1573) la decorazione della Sala Regia (Vasari e Sabbatini) e quella della Cappella Paolina (Sabbatini e Federico Zuccari), fu ricoperta di una finta volta, dipinta da Tommaso Laureti, la Sala di Costantino (con poco vantaggio degli affreschi parietali) e restaurarono la Loggia della Cosmografia e la Cappella di Niccolò V, arrecando grave danno alle pitture dell'Angelico. Gregorio XIII fece inoltre costruire il Palazzo (cominciato già sotto Pio IV) che chiude a nord il Cortile di S. Damaso, continuando le Logge di Bramante e Raffaello con un secondo braccio, dove una squadra di artisti manieristici di grande talento decorativo (fra cui Antonio Tempesta e Matteo Bril) diedero nuova forma all'arte delle grottesche (1575). In quest'aula, Lorenzo Sabbatini, Ottaviano Mascherino ed i fratelli Alberti affrescarono la cosiddetta Sala Bologna con una monumentale pianta della città natale del Papa ed un'altra dei suoi dintorni, quest'ultima di recente tornata in luce. Altra importante opera del suo pontificato fu la costruzione della Galleria delle Carte geografiche (dovuta ad Ottaviano Mascherino) sormontata dalla Torre dei Venti, primo osservatorio astronomico del V., ornato dai pittori Nicola dalle Pomarancie e Matteo Bril (1581). Questa galleria prende il nome delle piante delle regioni d'Italia (restaurate sotto Urbano VIII), eseguite a fresco su disegno del cosmografo domenicano Ignazio Danti, e può considerarsi il massimo monumento cartografico del tardo Rinascimento.

Sisto V, Peretti (1585-90), il rinnovatore dell'Urbe, fece costruire da Domenico Fontana il nuovo Palazzo pontificio sul lato est del Cortile di S. Damaso (ancor oggi residenza dei papi) chiudendolo così anche da quella parte con la continuazione delle Logge raffaellesche; tagliò il Cortile di Belvedere con il braccio della Biblio-teca Vaticana, dove si trova la Sala Sistina, destinata alla'esposizione dei cimeli (1588), fece affrescare la cosiddetta Sala vecchia degli Scrittori da M. Bril e da altri (1588), nonché un tratto dell'attuale Museo Pro-fano (1589), e fece rapidamente portare a termine la dipintura della volta della Sala di Costantino.

I tre Papi suoi successori, Urbano VII, Castagna (1590), Gregorio XIV, Sfondrati (1590-91), e Innocenzo IX, Facchinetti (1591), ebbero pochi anni di regno e non lasciarono in V. nessuna costruzione degna di parti-

poche lapidi che ricordano trasformazioni e restauri in V. Urbano VIII, e fra codesti lavori sono particolarmente degni di memoria il parziale rifacimento che cambiò alquanto l'aspetto cinquecentesco della Galleria delle Carte geografiche, e la costruzione della volta abbassata nella bramantesca Galleria Lapidaria.

Innocenzo X, Pamphily (1644-55), non aggiunse nulla agli edifici vaticani, ma ornò di una graziosa fontana, con bassorilievo, opera dell'Algardi, il Cortile di S. Damaso.

La Scala Regia, famosa per la sua prospettiva che corregge i difetti dell'ambiente nel quale s'inserisce, è ornata dallo stemma di Alessandro VII, Chigi (1655-1667), che ordinò a Gian Lorenzo Bernini questo capolavoro architettonico (1663-67). Allo stesso artista si deve pure la riunione in una sola aula delle due che componevano l'attuale Sala Ducale. Per mezzo di un drappeggio di stucco sollevato da genetti, ossia di un'apertura di forma irregolare fra le due sale, il Bernini riuscì genialmente a nascondere l'asimmetria fra i loro assi divergenti.

Di scarso conto, per lo più adattamenti e restauri, furono i lavori eseguiti nei Palazzi Apostolici sotto i pontificati seguenti di Clemente IX, Rospigliosi (1667-1669), Clemente X, Altieri (1670-76), Innocenzo XI, Odescalchi (1776-89), Alessandro VIII, Ottoboni (1689-91), e di Innocenzo XII, Pignatelli (1691-1700).

Il sec. XVIII, capitale per la storia edilizia nel V., si apre con il regno di Clemente XI, Albani (1700-21), primo ideatore di quel grandioso complesso che sono i Musei Pontifici, realizzato poi dai suoi successori. Il suo stemma campeggia nel Nicchione di Belvedere, al quale diede l'attuale decorazione.

Innocenzo XIII, Conti (1721-24) e Benedetto XIII, Orsini (1724-30), non fecero eseguire nessuna costruzione degna di memoria nei Palazzi Apostolici, ma Clemente XII, Corsini (1730-40), ampliò, nel 1732, la Biblioteca con un nuovo braccio, attiguò a quello decorato d'affreschi sotto Paolo V. BENEDETTO XIV, PAPA, Lambertini (1740-58), fondò il Museo cristiano del V. e, nel 1756, lo unì alla Biblioteca Apostolica, da lui grandemente favorita.

Terminando nel 1767 la costruzione del secondo piano del braccio occidentale del Corridoio di Belvedere (attuale Galleria del Candelabri), Clemente XIII, Rezzonico (1758-69), compì, sebbene in forma diversa dalla originaria, la grandiosa idea del Bramante.

L'ultima fase importante della storia edilizia del V. si ebbe con la costruzione del grandioso complesso del Museo detto Pio-Clementino, dai nomi dei suoi fondatori: Clemente XIV, Ganganelli (1769-74) e Pio VI, Braschi (1775-99), suo immediato successore. Mancando lo spazio nei Musei Capitolini, per conservare le più pregevoli fra le opere di scultura antica che si venivano scavando in Roma e che le leggi restrittive di Benedetto XIV non consentivano di esportare, Clemente XIV incaricò gli architetti Michelangelo Simonetti e Giuseppe Camporesi di preparare i progetti per un nuovo museo in Vaticano. Riadattando o demolendo parti di edifici antichi, sorsero così, in ca. quindici anni di lavoro, le eleganti sale che congiungono l'ala occidentale del Corridoio di Belvedere, occupata dal Museo profano della Biblioteca, col Palazzetto d'Innocenzo VIII, e cioè: l'atrio detto dei Quattro Cancelli, un piccolo capolavoro di graziosa ma non leziosa architettura settecentesca opera di G. Camporesi, la Scala Simonetti (1789), monumentale malgrado la sue modeste dimensioni, la Sala a Croce Greca, la Sala rotonda, con la sua cupola ispirata a quella del Pantheon, la Sala delle Muse, decorata con affreschi di Tommaso Conca, quella degli Animali ed infine il Cortile ottagono, ricavato nell'antico Cortile delle Statue del Palazzetto d'Innocenzo VIII. Un tratto di questo edificio, profondamente rinnovato, venne compreso nel nuovo complesso del Museo Pio-Clementino e porta ora i nomi di Galleria delle Statue, Stanza dei Busti, Gabinetto delle Maschere (con pitture di D. De Angelis) e Loggia scoperta. A questa nuova e senza dubbio imponente sistemazione non si esitò a sacrificare (senza

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Vaticano - Scala Regia del Palazzo Vaticano, costruita dal Bernini sotto il pontificato di Alessandro VII (1653-67).

lasciaune traccia o documento grafico di sorta), la Capella dedicata a s. Giorgio da papa Cibo, tutta dipinta dal Mantegna, che si trovava nell'angolo fra la Sala degli Animali e la Galleria della Statue.

Pio VII, Chiaramonti (1800-23), seguito l'opera di papa Braschi malgrado i turbamenti politici del periodo napoleonico, il suo esilio e l'asportazione in Francia di moltissime opere delle raccolte artistiche pontificie, restituite (sebbene non tutte) dopo la caduta dell'Impero. Per esporre degnamente le sculture del V. egli installò nel tratto orientale del Corridoio di Bramante, e precisamente fra l'Atrio del Torso e la Galleria Lapidaria, il Museo Chiaramonti, e fece costruire, su progetto di Raffaello Stern (1818), il cosiddetto Braccio nuovo, portato a termine nel 1822 da Pasquale Belli. Codesto braccio, parallelo a quello aggiunto da Sisto V alla Libreria Vaticana, taglia ancora una volta il Cortile di Belvedere, formando così il Cortile della Biblioteca. Le opere e le vicissitudini di questo pontificato furono illustrate in una serie di mediocri affreschi, opera del De Angelis (1818), nel Museo Profano.

Nessuna costruzione importante fu eseguita nel complesso dei Sacri Palazzi sotto i pontificati seguenti di Leone XII, della Genga (1823-29), Pio VIII, Castiglioni (1829-30), e Gregorio XVI, Cappellari (1831-46), i quali si contentarono di lavori di adattamento e di decorazione di scarso interesse, fra i quali quelli resisi necessari per la istallazione dei nuovi Musei Gregoriano-Etrusco ed Egizio nell'edificio che chiude a nord il Cortile della Pigna.

A Pio IX, Mastai-Ferretti (1846-78), si deve invece il nuovo scalone monumentale che, sostituendo l'antica cordonata, dà un più comodo accesso dal Portone di Bronzo al Cortile di S. Damaso. Egli fece inoltre decorare dal pittore Alessandro Mantovani le tre gallerie del braccio orientale delle Logge di S. Damaso (1870-1877) e ricavò nella Torre Borgia la grande Sala dell'Immacolata Concezione, ornata d'affreschi che ricordano la proclamazione di quel dogmà, opera di Francesco Postdetti (1858), pregevole soprattutto per i numerosi e fedeli ritratti di personaggi contemporanei.

Lo stemma di Leone XIII, Pecci (1878-1903), orna la Galleria dei Candelabri, aggiunta da questo Papa al Museo delle Sculture e decorata da affreschi di Lodovico Sistz e d'altri (1884); il b. Pio X, Sarto (1903-14), fece costruire il passaggio a tunnel fra il cosiddetto Grotone (sotto l'ala a ponente del Corridoio di Belvedere) e i giardini vaticani, nonché la scala che porta il suo nome, fra il Viale di Belvedere e il Cortile del S. Uffizio, e diede una nuova sede alla Pinacoteca (fino allora ospitata nella Sala Bologna) nel primo tratto a pianterreno del braccio occidentale del Corridoio di Belvedere (oggi parte dell'Archivio Segreto), con ingresso dallo Stradone dei Musei.

Di scarso rilievo furono i lavori eseguiti sotto Benedetto XV, della Chiesa (1914-22), mentre Pio XI, Ratti (1922-39), il Papa della Conciliazione (1929), portò a compimento un grandioso programma edilizio. Dal Marconi fece costruire la ponte Stazione Radio (1931); dal Beltrami la nuova sede della Pinacoteca Vaticana (1932), con la sua ammirata scala elicoidale a due rampe indipendenti e parallele, opera dell'architetto Momo (1932); aggiunse alla Casina di Pio IV, allora restaurata e destinata a sede della Pontificia Accademia delle Scienze, da lui fondata, un'ala nuova; sistemò i Giardini; diede un'attrezzatura modellare alla Biblioteca ed all'Archivio Segreto; fondò il Laboratorio Vaticano per il restauro delle opere d'arte (su iniziativa di B. Biagetti, nel 1922), e provvide il suo piccolo Stato di altri edifici necessari alla sua amministrazione, come quelli del Governatorato, delle Poste, dei Tribunali e del Centro di officine meccaniche.

Pio XII, Pacelli, gloriosamente regnante, continuò l'opera del predecessore, dando alla Citta del V. la sua attuale fisionomia. A lui si devono la nuova sede della Segreteria di Stato, la Stazione televisiva ed un radicale e razionale restauro delle parti più antichi dei SS. Palazzi, condotto dai Servizi tecnici del Governatorato, in collaborazione con la Direzione generale dei Musei Va

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Vaticano - L'antiquario delle Statue, da una stampa di A. Van Cleef (prima del 1896).

tiscani e con il Laboratorio per il restauro delle opere d'arte, lavoro che ha portato ad interessanti scoperte, come quelle della Logge di Raffaello, della Torre di Innocenzo III, dèl cubicolo di Niccolò V e della stufetta di Clemente VII.
- Vedi tavv. CIII-CVI.

BIBL.: F. Taja, Descrìs. del Palazzo Ap. Vatic., Roma 1750; G. P. Chattard, Nuova descrìs. del V., II, e III, 1766-67; E. Pistolesi, Il V. descritto, 8 voll., ivi 1830; Moroni, LXXXVIII (1858), pp. 208-47; F. Ehrle-E. Stevenson, Gli affreschi del Pinturichio nell'Appartamento Borgia del Palazzo Ap. Vatic., Roma 1897; Relaz. dei Musei e Gallerie Pont., in Rend. della Pont. Accad. Rom. di archeol., 2 (1924); 24 (1948); C. Cecchelli, Il V., Milano-Roma 1927; Pastor, I-XVI, passim; F. Ehrle-H. Egger, Der Vatih. Paiast in seiner Entwicklung bis zur Mitte des XV. Jahrh. (Studi e docum. per la stor. del Palazzo Ap. Vatic., 11), Città del V. 1935, con esauriente bibl. per il periodo indicato; D. R. de Campos, Di alcune tracce del Palazzo di Niccolò III nuovo, tornate alla luce, in Rend. della Pont. Accad. Rom. di archeol., 18 (1941-42), pp. 71-84; id., Raffaello e Michelangelo, Roma 1946, cap. 2; G. Giovannoni, I Sacri Palazzi, in Il V., a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946, pp. 95-112; B. Nogara, Origine e sviluppo dei Musei e Gallerie Pont., Roma 1948.

V. Musei e Gallerie Pontificie.

I. Cenni Storici

Con l'età dell'umanesimo si formano le prime collezioni d'arte nel senso proprio della parola.

È noto che la più antica raccolta pubblica tuttora esistente, e cioè il Museo Capitolino, fu costituita da Sisto IV nel 1471 a beneficio del popolo romano; di lì a poco i papi vollero che altre se ne formassero, per se medesimi, nella loro stessa reggia al cui splendore peraltro già l'opera di tanti artisti aveva grandemente contribuito. Con la celebre statua di Apollo che Giulio II fece trasportare in V. S. Pietro in Vincoli, e collocare nel cortile quadrato adiacente al Palazzetto di Belvedere, si può dire che, virtualmente, abbiano avuto principio i Musei Vaticani. Se infatti i veri e propri musei appaiono più tardi, la passione per le collezioni d'arte che Giuliano de' Medici, tipico figlio del Rinascimento, portò con sé nella Sede Apostolica, allora appunto si accese nel sacro luogo e di fatto non vi si è più estinta. All'Apollo di Belvedere si aggiunsero altre statue famose che al Cortile quadrato ove erano collocate giustificarono il nome di Antiquario delle Statue, e di lì poi la schiera di antichi marmi dilagò sulle gradinate e nelle logge del grande

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VATICANO - Il Nicchione, l'Antiquario delle Statue e la torre di Bramante da una stampa di Marius Kartarus (1574).

cortile ideato da Bramante, e perfino nella Loggia di Raffaello, per volontà di Leone X. Sebbene la raccolta fosse aperta soltanto a pochi privilegiati, il carattere pagano di essa non poteva non suscitare reazioni. E così avvenne che sotto S. Pio V, il severo Pontefice tutto pieno dello spirito della Controriforma, non solo fu chiuso l'Antiquario delle Statue, ma la più parte di esse furono esiliate dal V. Capitolino e anche private raccolte, come quelle di Massimiliano II e Francesco de' Medici. Ma questa ostilità non durò a lungo. Già con Clemente IX la situazione era cambiata. Da tempo presso la Biblioteca Vaticana si era andata accumulando una quantità di oggetti minori (iscrizioni, vasi, bronzi, monete, ceramiche, aerei, vetri, ecc.) a illustrazione e commento delle opere letterarie. Era giunto ora il momento di mettere ordine tra questo materiale. Benedetto XIV, continuando nel cammino tracciato dai suoi predecessori immediati, decise nel 1756 di fondare il primo Museo Vaticano propriamente detto, il quale fu, in omaggio al luogo, Museo di antichità cristiane. Collocato nell'estremità meridionale del braccio occidentale del Cortile di Belvedere, fu affidato alla direzione dell'antiquario collezionista Francesco Vettori, che può essere perciò considerato come il primo direttore dei Musei Vaticani. Allo stesso Papa si deve anche la prima formazione della raccolta di iscrizioni della Galleria Lapidaria, che dal tratto settentrionale del Corridoio di Bramante, sua prima sede, fu trasportata sotto Pio VII in quella meridionale, dove attualmente si trova. Nel 1767, Clemente XIII, con la collaborazione del card. Albani e fors'anche del Winckelmann, dava vita al Museo Profano, un tipico museo medagliere, che trovò posto nello stesso braccio occidentale, all'estremità nord. Tutte queste collezioni erano nate dalla Biblioteca, ma ormai erano maturi i tempi perché si costituissero altri musei da essa indipendenti, e secondo un criterio che si può definire moderno. La grande messe di sculture antiche che le nuove ricerche di scavo condotte nel territorio dallo Stato Pontificio, ora sorvegliate e regolate, producevano, indusse Clemente XIV nel 1770 a fondare un museo di scultura vero e proprio, il Museo Clementino, il quale, continuato e accresciuto dal suo successore Pio VI, prese il nome di Pio-Clementino. Nuovi edifici, neoclassici, secondo il gusto del tempo, furono costruiti a questo scopo, dall'altro dei

Quattro Cancelli alla Sala a Croce greca, alla Rotonda alla Sala delle Muse, e altri si rinnoverano nell'antico Palazzetto di Innocenzo VIII, dove si crearono la Sala degli Animali, la Galleria delle Statue e dei Busti, il Gabinetto delle Maschere, la Loggia scoperta, il Vestibolo rotondo, il Gabinetto dell'Apaxymenos, l'Artico del Torso; lo stesso vecchio Antiquario delle Statue, fu, da quadrato che era, ridotto a ottagono con l'aggiunta di un portico e di quattro padiglioni agli angoli. A un piano superiore si ebbe la Sala della Biga nell'edificio dei Quattro Cancelli, e nell'adiacente tratto del braccio occidentale del Cortile di Belvedere, la Galleria dei Candelabri. Sono note le vicende delle spoliazioni avvenute alla fine del secolo durante l'occupazione franco-napoleonica, che colpirono non solo il Museo Pio-Clementino, ma anche e più gravemente il Profano. Ciò nonostante nel 1807 Pio VII era in grado di dare inizio a un nuovo Museo di scultura, dal suo cognome denominato Chiaramonti, composto della Galleria omonima e del Braccio Nuovo espressamente costruito a contenere forse la più grandiosa e maestosa sala di scultura antica che esista. A Pio VII si deve anche la costituzione della prima Pinacoteca (che doveva poi più volte cambiare di sede, fino a quella attuale sotto Pio XI), e del Medagliere Vaticano.

Speciale fervore e rapidità di esecuzione mostra Gregorio XVI, che nel giro di pochissimi anni arricchì il già cospicuo patrimonio d'arte con tre nuovi Musei: l'Etrusco nel 1837, l'Egizio nel 1839 (una prima raccolta è testimoniata sotto Pio VII), ambedue situati nei locali adiacenti al Nicchione della Pigna, e il Profano Lateranense (ormai in V. non c'era più posto) nel 1844; già prima, nel 1836, egli aveva costituito la Galleria degli Arazzi, di seguito a quella dei Candelabri e nel 1837 la Sala delle Nozze Aldobrandine (allo stesso piano, più verso il Palazzo pontificio); nessun altro sovrano, è da credere, fece mai altrettanto in questo campo. Pio IX non solo aggiunse al Profano Lateranense due sale dedicate ai monumenti ostieniti, i quali erano venuti in luce negli scavi da lui promossi, ma volle anch'egli il proprio museo, il quale fu il Museo Cristiano Lateranense, inaugurato nel 1854; raccolta di importanza veramente eccezionale per la documentazione dei primi secoli del cristianesimo.

A molta distanza di tempo, nel 1926, un altro museo veniva ad arricchire il Palazzo Lateranense, per opera di Pio XI: il Museo Missionario Etnologico; e con esso si chiude la non breve serie delle raccolte pontificie. Incrementi notevoli degli ultimi tempi sono la Sala Guglielmi nel Museo Etrusco, del 1937, e la Sala Grassi dell'Egizio, appena ora costituita e aperta (1953) al pubblico, senza dire delle non poche e importanti opere che si sono via via aggiunte all'una e all'altra collezione.

Finalmente si dovrà qui ricordare che anche quei locali della reggia pontificia che erano destinati esclusivamente al sovrano e alla corte e nei quali i massimi artisti del Rinascimento profusero l'arte loro, furono sempre più liberalmente aperti al pubblico, specie dopo il 1870, finendo così per essere regolarmente inclusi nella visita dei musei e gallerie; ultimi, in ordine di tempo, si aprirono l'Appartamento Borgia nel 1897 e la Galleria delle Carte Geografiche nel 1906.

BIBL.: Documenti inediti per servire alla storia dei Musei d'Italia, pubblicati per cura del Ministero della pubblica istruzione, VII, Roma 1879, p. 182; A. Michaelis, Geschichte des Statuenhofes im Vaticanischen Belvedere, in Jahrbuch des deutschen archäologischen Instituts, 5 (1890), pp. 5-72; Pastor, I-XVI, passim; C. Pietrangeli, Scavi e scoperte di antichità nella Roma di Pio VI, Roma 1944; B. Nogara, I musei e gallerie in V., a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946, p. 425; SGR. (riveduto dall'autore e riedito da G. Bardi, Roma 1948).

II. MUSEO PIO-CLEMENTINO

Contiene nei suoi numerosi locali (14), distribuiti su due piani e collegati dalla Scala Simonetti, una delle più cospicue e meramente famose raccolte di scultura classica. Essa è costituita per lo più di copie o rielaborazioni di età romana (I-II sec. d.C.) e di prodotti dell'artigianato artistico romano, l'importanza dei quali è accresciuta dal numero e dalla varietà; non mancano tuttavia opere greche e romane di primo piano. La disposizione dei monumenti

è ispirata a criteri estetici, con qualche raggruppamento per genere, p. es., la Galleria dei Busti, la Sala delle Muse, dal caratteristico soffitto, dipinto da T. Conca, intonato al suo contenuto (il gruppo, d'origine ellenistica, delle Muse), e quella degli Animali, unica forse nel suo genere, per il singolare aspetto di zoo marmoreo.

Ovunque, ma specialmente nelle sale di nuova costruzione, grande impiego di marmi pregiati e solennità di decoro nello spirito dell'epoca. I limiti cronologici della raccolta vanno dal v sec. a. C. al IV d.C. Fra gli originali greci del v sec. a.C. si menzionano una testa di Atena da acrolito, la stele detta del Palestra, tre frammenti della decorazione scultorea del Partenone; del periodo ellenistico sono due ritratti di Diadochi e il celeberrimo Laocoonte. Fra le copie più importanti: la Fanciulla che corre in gara, il Discobolo di Mirone e quello di Naukydes, l'Amazzone di Fidia, tutte da originali del sec. v a.C.; da originali del IV sec. a. C.: l'Apollo di Belvedere, capostipite di tutte le statue vaticane e universalmente noto, l'Eros di Centocelle, l'Afrodite Cudia, il Sauroctono e il Satiro in riposo di Prassitele, l'Apoyomenos di Lisippo, unica preziosa replica di questo capolavoro; da originali ellenistici la Tyche di Antiochia, il Fanciullo con l'oca di Boethos di Calcedone, alcune figure di Niobidi, un Guerriero persiano del donario di Attalo, la Afrodite di Diodalsas. Infine il Torso di Belvedere, alla cui gloria basterebbe d'esser stato modello e stimolo di Raffaello e Michelangelo, è forse uno dei più insigni esempi di rielaborazione ellenistica di un'opera più antica.

Fra le opere schiettamente romane, oltre a numerosi ritratti collocati specialmente nella Galleria dei Busti, dove per fama emerge il gruppo dei cosiddetti Catone e Porcia, sono da ricordare i rilievi storici dell'Ara Pacis Augusta, dei Vicomagisti di età claudia, della Cancelleria di età dominicana, l'ara di Augusto del Belvedere, l'ara dei Lari della Sala delle Muse, l'ara Casali e numerose altre are, per la maggior parte funerarie, in cui trionfa l'arte decorativa romana, e finalmente la serie dei sarcofagi che può vantare da una parte quello veramente venerando di Lucio Scipione Barbato, dall'altra i due monumentali in porfido di S. Elena e di Costantina: monumento quest'ultimo (detto anche di S. Costanza), veramente di importanza capitale, anche per la sua splendida conservazione, per il trapasso dall'arte classica alla bizantina. Degni di nota sono anche i candelabri marmorei, da quelli neottici Barberini (i maggiori che esistono), alla raccolta che dà il nome alla Galleria dei Candelabri. Accanto alla scultura, il Museo Pio-Clementino contiene anche non pochi musei, soprattutto a colori: basti ricordare il "cesto di fiori" della Via Appia, squisita opera del sec. II d.C., i finissimi quadretti di Villa Adriana a Tivoli nella Sala degli Animali e nel Gabinetto delle Maschere, e il grandioso pavimento della Sala rotonda proveniente dalle terme di Orticoli (sec. I d.C.), certamente uno dei più grandi e più completi che l'antichità abbia tramandato.

III. MUSEO CHIARAMONTI

Costituito dalla lunga monotona Galleria sovraccarica di sculture, modestamente decorata da affreschi celebrati in pontificato del fondatore Pio VII, e dal Braccio Nuovo, che è al contrario opera felicissima di R. Stern, ripete nel complesso le caratteristiche del Pio-Clementino, del quale fu il necessario complemento. Nella Galleria, fra altri minori originali, sono il frammento di rilievo beotico con cavaliere del sec. V a. C., una replica dell'Eros di Tesipe di Lisippo (sec. IV a. C.), statue ritratti di Tiberio e Antonino Pio, e numerosi ritratti romani di ogni età, nonché numerose e pregevoli are. Nel Braccio Nuovo le repliche delle Amazzoni di Policeto e di Cresilia e di una caratride dell'Eretteo (sec. V a. C.), l'Atena Giustiniani da originale del sec. IV a. C., la replica del Demostene di Polyekutos (sec. III a. C.), il celeberrimo Nilo da originale ellenistico del sec. II a. C., le statue ritratto di Augusto da Prima Porta, giustamente celebrata, di Tito, di Domiziano, di Giulia figlia di Tito, e vari busti fra i quali quelli di Cesare, di Tolomeo di Numidia, di Filippo l'Arabo, il cosiddetto Silla; da ricordare sono anche un gruppo di cippi funerari provenienti dall'area del
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Vaticano - Ingresso dei Musei. Cordonata elicoidale ideata da Pio XI e realizzata dall'architetto Momo, inaugurata il 7 dic. 1937.

mausoleo di Augusto e un cinerario di alabastro attribuito a Livilla figlia di Germanico; nel pavimento sono inseriti musei in bianco e nero (di cui notevole quello che rappresenta Ulisse e le Sirene) e uno a colori, tutti del sec. II d. C.

IV. CORTILE DELLA PIGNA

Prende nome dalla celebre pina in bronzo, probabile coronamento di fontana del sec. I d. C., qui portata nel 1615 sotto il nicchione dall'altro dell'antica basilica costantiniana di S. Pietro insieme ai due pavoni di bronzo dorato che ancora la contornano e che provengono dal mausoleo di Adriano (sec. II d. C.). Altro importante monumento collocato nello stesso nicchione è la grandiosa base marmorea adorna di rilievi della colonna centenaria di Antonino Pio.

V. GALLERIA LAPIDARIA

Anche se non fa propriamente parte dei musei e gallerie non si può passare sotto silenzio questa grandiosa raccolta (d'altronde sempre aperta agli studiosi) di iscrizioni latine e greche, pagane e cristiane (ca. 3000), ordinata da G. MARIANO, (v.). Nella prima parte, verso la Galleria Chiaramonti, quasi in continuazione del Museo di Scultura, sono raggruppati sarcofagi romani dei sec. II e III d. C.; verso la metà si trovano due lunghi travi di pino, che sono quanto di più considerevoli avanza della struttura lignea delle famose navi di Caligola nel Lago di Nemi.
BIBL.: V. FELONIO, Il Museo Pio Clementino, Roma 1725 ca.; G. B. - E. Q. Visconti, Il Museo Pio Clementino, 7 voll., 1782-1827, ed. francese, Milano 1808; F. A. Visconti - G. A. Guattani, A. Nibby, Il Museo Chiaramonti, Roma 1808, ed. franc., Milano 1822; E. Massi, Museo Pio Clementino al V., Roma 1854; id. Nuovo Braccio, 1815; id. Museo Chiaramonti, 1818; W. Amelung, Vatican Katalog, I, Berlino 1903; II, 1908; III (G. Lippold), 1913; Guide ai Musei e Gallerie Pontificie - Guida del Museo di Scultura (B. Nogara-O. Marucchi), 1a ed., Roma 1908, più volte tradotta e riprodotta; B. Nogara, I Mosaici antichi conservati nei Palazzi Pontifici del V. e del Laterano (Collezioni artistiche archeol. e numism. dei Paazzi Apostolici, IV) Milano 1910; W. Helbig, Führer durch die Samlungen klassischer Altertümer in Rom, I, 3a ed., Roma 1912;

I bronzi grandi e piccoli e le oreficerie sono raggruppati nella grande Sala III. Da ricordare il *Marte* di Todi, con dedica in lingua umbro-latina, del sec. III-IV a. C.; una biga, probabilmente votiva, del sec. V o IV a. C.; il tripode di Vulci del sec. VI a. C., e poi una quantità di statuette e di utensili: vasi, lucerne, candelabri, incensieri, specchi, ciste, bracieri, borchie, ecc., perfino un paio di sandali; e poi, ancora, armi d'offesa e di difesa, accanto alle quali deve ricordarsi un lituo, o tromba militare, che sembra essere l'unico esemplare conservato. In quasi tutti questi oggetti l'eleganza della forma e la fantasia e finezza della decorazione giustificano la fama di eccellenza che i bronzi etruschi ebbero persino in Grecia. Buon gusto e sapiente tecnica rielevano pure non poche delle oreficerie: da notarsi soprattutto per la finezza dell'esecuzione tre bulle con scene figurate a sbalzo, un affibbiaglio in argento e bronzo di arte «dedalica» del sec. VII a. C. e alcune ambre figurate. Degli oggetti romani qui conservati sono da citare i frammenti di una grande statua del sec. I a. C. e una testa ritratto del sec. III d. C., nonché bronzi vari, ori, ossi: fra quest'ultimi una bambola e tessere figurate per intervenire alle corse circensi, del sec. IV d. C.

Nella IV Sala, o delle terrecotte, sono conservati anche oggetti di diversa materia, urne in pietra arenaria, marmo, alabastro, ecc., e vetrarie varie, per lo più, quest'ultime, d'età romana. Anche le terrecotte (sarcofagi, fregi, rivestimenti, antefisse, statue e statuette, ex-voto, vasi, lucerne), si distribuiscono dal sec. VII a. C. al sec. III-IV d. C.

I vasi antichi occupano diverse sale e sono distribuiti con criterio cronologico. Dai rozzi prodotti della prima età del ferro (cinerari, villanoviani, urne a capanna laziali) e dai buccheri, si passa alla ricca e scelta documentazione dell'arte ceramica greca, specialmente rappresentata dai vasi attici a figure nere e rosse con opere di insigni artisti quali Exekias, Brygos, Douris e tanti altri maestri ignorati a cui la critica moderna ha prestato nomi fittizi. Fra le rarità, un cratere a fondo bianco del sec. V. ITALIA, anche con vasi di grandi proporzioni (ad es., anfore funerarie di Taranto) ed etrusca. Una notevole serie di buccheri e di ceramica dipinta, soprattutto greca, si trova insieme a bronzi etruschi nella Sala Guglielmi.

VII. Museo Gregoriano Egizio

Tipico museo ordinato dall'egittologo p. Luigi M. Ungarelli, discepolo di G. F. Champollion, in sale decorate in stile egizio dall'allora direttore dei Musei Pontifici, G. De Fabris. Senza poter gareggiare con le più grandi raccolte del genere, in Italia e all'estero, esso è tuttavia degno di particolare considerazione, specialmente per la cosiddetta Sala delle imitazioni, dove sono raccolte non poche sculture per lo più del sec. II e III d. C., che appunto furono eseguite da artisti romani nello stile faraonico, assecondando un particolare gusto del tempo. La maggior parte di esse proviene dall'Iseo Campense e dalla Villa Adriana di Tivoli: notevole una statua di *Antino* in abbigliamento egizio. Fra i monumenti faraonici raccolti nelle altre sale meritano particolare menzione la testa in pietra arenaria di un faraone Menthote dell'XII dinastia (2054-2008 a. C.), la statua colossale della regina Tuia, madre di Ramesses II, in granito grigio (XIX dinastia, ca. 1280 a. C.), due leoni accovacciati in granito grigio provenienti da un monumento del faraone Nectanebo I (XXX dinastia, 378-61 a. C.), la statuetta in basalto verde del sacerdote naoforo Udjeharresne, con lunga famosa iscrizione, unico documento egiziano della conquista dell'Egitto da parte del persiano Cambise nel 525 a. C. e per ciò stesso di eccezionale importanza storica. Notevole è pure la serie dei sarcofagi antropoidi in pietra e in legno policromato dal sec. IX al III a. C., così come quelle delle stele funerarie e dei papiri contenenti varie redazioni del *Libro dei Morti* (secc. XV-II a. C.). Dal punto di vista dell'iconografia religiosa particolare importanza hanno i bronzetti raffigurati divinità e animali sacri, specialmente quelli della nuova Sala Grassi, dove sono anche bronzetti e terrecotte ellenistiche. Dell'età tolemaica sia qui ricordata la statua colossale di Tolomeo II Filadelfo

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(fot. Gall. Muses Vaticani)
Vaticano - Galleria Lapidaria già parte del corridoio costruito da D. Bramante, sotto il pontificato di Giulio II (1503-13).

un nuovo edificio costruito nei giardini su progetto di L. Beltrami, dove si trovano anche gli uffici della Direzione Generale, il Laboratorio per il Restauro delle opere d'arte ed i Magazzini, accessibili, su domanda, agli studiosi. La disposizione dei dipinti segue un ordine approssimativamente cronologico e di scuole stilistiche, in modo da dare al visitatore un'idea della evoluzione della pittura in Italia, dai tardi bizantini agli inizi del sec. XIX.

I quadri esposti sono ca. 460, tra i quali alcuni di fama universale, come la *Incoronazione della Vergine*, la *Madonna di Foligno* e la *Trasfigurazione* di Raffaello, il *S. Girolamo* di Leonardo, il *Trittico Ste-faneschi* di Giotto ed aiuti, alcune tavole del Beato Angelico, ecc. Nel grande salone, tutto dedicato a Raffaello, si trova inoltre la splendida serie di arazzi con scene tratte dagli *Atti degli Apostoli*, tessuti a Bruxelles da P. Van Aelst, su cartoni del Sanzio, per la decorazione della Cappella Sistina.

BIBL.: P. D'Achiardi, *La nuova Pinacoteca Vaticana*, Roma 1909; id., *Guida della Pinacoteca Vaticana*, ivi 1913; id., *La nuova Pinacoteca Vaticana*, ivi 1914; id., *I quadri primitivi della Pinacoteca Vaticana*, Roma 1929; A. Muñoz, *I quadri bizantini della Pinacoteca Vaticana*, ivi 1928; B. Biagetti, *La nuova Pinacoteca Vaticana*, Città del Vaticano 1932; L'Illustrazione Vaticana*, 3 (1932), n. 2 (fasc. commem. dell'inaugurazione della nuova Pinacoteca Vaticana); L. Porcelli, *Guida della Pinacoteca Vaticana*, Città del Vaticano 1933; B. Nogara, *Origine e sviluppo dei Musei e Gallerie Pontificie*, Roma 1948; D. Redig de Campos, *Itinerario pittorico dei Musei Vaticani*, ivi 1954.

X. GALLERIA DEGLI ARAZZI E DELLE CARTE GEOGRAFICHE

La prima già contenente gli arazzi della *Scuola Vecchia* di Raffaello, attualmente nella Pinacoteca contiene ora da un lato gli arazzi della cosiddetta *Scuola Nuova*, con episodi della vita di Nostro Signore, tessuti anch'essi dalla manifattura di Pieter Van Aelst, ma su cartoni di discepoli di Raffaello dei quali alcuni ispirati a disegni e schizzi lasciati dal Sanzio, una copia dell'*Ultima Cena* di Leonardo di manifattura fiamminga (sec. XVI) e un arazzo della manifattura di Tournai (sec. XV); dall'altro sono esposti gli arazzi Barberini glorificanti Urbano VIII, tessuti a Roma nella manifattura omonima nel sec. XVII. La seconda lunga ben 120 m. è tutta decorata da carte geografiche rappresentanti in modo quasi panoramico le regioni d'Italia, l'Italia antica e moderna, le isole vicine (Sicilia, Corsica, Sardegna) ed il territorio d'Avignone, dominio della S. Sede. Il cartografo fu il famoso domenicano Ignazio Danti, perugino, che vi lavorò dal 1580 al 1583 per ordine di Gregorio XIII, il Papa riformatore del calendario. La volta, ornata con ricchi stucchi e quadretti a fresco, è opera di una squadra di pittori manieristici, diretti dal bresciano Girolamo Muziano. Urbano VIII fece restaurare (al modo d'allora) le varie carte, aggiungendovi elementi ornamentali allusivi alla sua casata e modificandone alquanto l'originario carattere cinquecentesco. Comunque, si può considerare la Galleria delle Carte geografiche come il più insignito monumento cartografico della tarda Rinascita (v. CIVITAVECCHIA).
BIBL.: R. Almagil, *Le pitture murali della Galleria delle Carte geografiche*, Città del Vaticano 1952.

XI. SALA DELLE DAMIE, GALLERIA DEI QUADRI MODERNI, SALE DEL SOBIESKI E DELLA IMMACOLATA CONCEZIONE

Si tratta di ambienti dell'antico Palazzo pontificio adattati a sale d'esposizione per i non molti quadri moderni dei Musei Vaticani, che non hanno la pretesa di costituire una raccolta organica, né di grande interesse artistico. Nella Sala delle Dame, la cui volta è affrescata da Guido Reni, si conservano in una ornatissima vetrina una collezione di volumi suntuosamente rilegati, che furono donati a Pio IX in occasione della definizione dogmatica della Immacolata Concezione. La Galleria dei Quadri Moderni propriamente detta si compone di una parte del corridoio che fa seguito a quello delle Carte

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(Int. Anderen)
Vaticano - Galleria delle Carte geografiche, costruita e affrescata sotto il pontificato di Gregorio XIII (1572-83).
(285-247 a. C.) in granito rosso, scolpita secondo i canoni dell'arte farsonica. Infine nella già citata Sala Grassi e da menzionare una scelta collezione di arte isla

Geografiche di due salette dove sono riunite alcune tele di pittori del sec. XIX. I nomi più noti sono quelli di Lodovico Seitz (Adorazione dei Pastori, disegno a acquerello monocromo), Francesco Paolo Michetti (Ritratto ideale di Innocenzo XI, che è poi un autoritratto dell'artista); Domenico Morelli (S. Gennaro riceve la benedizione da S. Pietro); Cesare Fracassini (S. Pietro Canisio e Ferdinando d'Ungheria). Nella attigua S. L. detta del Sobieski, sono esposti i celebri rumi Martiri di Gorkum e l'immensa tela di Jan Matejko, il maggior pittore polacco della fine dell'Ottocento, con la Vittoria di Sobieski sui Turchi a Vienna, nonché, ammiratissimo dal pubblico dei turisti, il lezioso S. Alessandro del Loverini. Della Sala dell'Immacolata, con i suoi affreschi di mano del Podesti, s'è già detto a proposito della storia edilizia dei SS. Palazzi.

XII. Stanze di Raffaello: V. Raffaello Sanzio.

XIII. Sala dei Chiaroscuri (o dei Palafrenieri)

Ha un magnifico soffitto intagliato e dorato con emblemi medici, intorno all'arma di Leone X. Al posto degli attuali chiaroscuri erano altri, opera di Raffaello, che rappresentavano apostoli e santi, dei quali rimane un ricordo nelle stampe di Marcantonio e una pallida copia nella chiesa delle Tre Fontane; queste preziose pitture furono distrutte sotto Paolo IV, non per «fare certi suoi stanzini a bugigattoli», come afferma il Vasari, ma per consolidare la muratura, come hanno rivelato recenti restauri. Le figure di Apostoli e Santi che vi si vedono oggi sono opera di Taddeo e Federico Zuccari, mentre si deve la parte decorativa a Giovanni e Cherubino Aberti. La nuova decorazione data, giusta l'epigrafe, dal

Cappella di Niccolò V. - La Cappelletta di Niccolò V, conosciuta anche sotto il ANGELICI (v.) fu dipinta dal grande artista domenicano fra il 1448 ed il 1450, con due cicli d'affreschi sovrapposti rappresentanti episodi delle vite dei s. Stefano (zona superiore) e Lorenzo (zona inferiore). Restaurati recenti hanno permesso di ritrovare, sotto le ridipinture fatte al tempo di Gregorio XIII, l'originale basamento dipinto, costituito da tappeti con motivi decorativi di colore e di disegno diverso per ogni affresco del ciclo inferiore. Delle molte opere eseguite in Vaticano dal Beato Angelico questa è la sola che sia rimasta. In essa il frate pittore cerca di accordare, senza tradirla, la sua mistica religiosa (ancora quasi medievale) con lo spirito nuovo della Rinascita e dell'Umanesimo, per far opera grata ad una papà che fu egli stesso uno dei più grandi umanisti, quando era ancora maestro Tommaso Parentucelli da Sarzana. Indimenticabili sono molte fra le figure più evocate dal pennello dell'Angelico, ma particolarmente quella del cieco che avanza verso s. Lorenzo a chiedere l'elemosina. Il gusto di questo pittore mistico per i colori celestiali, come l'azzurro ed il rosa, è tanto innovabile, da fargli colorare in rosa il rilievo romano con l'aquila, conservato nell'atrio dei SS. Apostoli in Roma, da lui posto sul trono dell'Imperatore che giudica il diacono Lorenzo, e da fargli vestire d'azzurro, colore inesistente nella liturgia, il papa e la sua corte ecclesia-stica nella scena della Consegna del calice a s. Lorenzo. Un'opera siffatta non si spiega con sole indagini critiche e stilistiche, ma va compresa con la profonda conoscenza, anzi col sentimento del contenuto religioso che ne l'anima. Ecco perché la lodata l'iniziativa presa dalle autorità della S. Sede, dopo i recenti restauri, di includere di nuovo la Cappella di Niccolò V nel novero delle Cappelle pontificie palatine (v. illustrazioni alle V. BEATO ANGELICO; TIARA).

Bibl.: F. Baldinucci, Notizie dei professori del disegno..., ed. Ranalli, I, Firenze 1848, pp. 414-423; V. MARCHE, Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani, I, 3ª ed., Genova 1869, pp. 273-448; G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi, II, Firenze 1878, pp. 505-534; E. Muntz, Les arts à la cour des papiers, I, Parigi 1878, pp. 90-96; A. Wurm, Meister- und Schüler-arbeit in Fra Angelicos Werk, Strasburgo 1907; Venturi, VII, pp. 39-81; R. Papini, Fra Giovanni Angelico, Bologna 1925; I. B. Supino, Beato Angelico, Firenze 1927; R. Van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, L'Aia 1928, pp. 32-162; B. Biagetti, Una nuova ipotesi intorno allo studio e alla capella di Niccolò V, in Memorie della Pont. accad. rom. di archeol., 3 (1923), pp. 205-214; F. Ehrle-H. Egger, Der vati-kantische Palast in seiner Entwicklung..., Città del Vaticano 1935; G. Fallani, Il Beato Angelico, Roma 1945; F. P. R. Réganey, La valeur permanente et l'inactualité de Fra Angelico (Cahiers d'art sacré, S), Parigi 1946; Relazioni dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie (2ª relazione, di D. R. de Campos, intorno alle pitture murali), in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 23-24 (1950), pp. 385-90; J. Pope-Hennessy, Fra Angelico, Londra 1952; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, Roma 1954; Pastor, I, pp. 525-37.

XV. LOGGE DI RAFFAELLO

Le Logge di Raffaello fanno parte della nuova facciata ordinata da Giulio II al Bramante, verso il 1512, per coprire quella medievale del palazzo di Niccolò III, prospiciente la città. La seconda galleria fu portata a termine, seguendo i disegni di Bramante, da Raffaello, suo successore quale architetto dei S. Palazzi e della basilica di S. Pietro. La decorazione di piccoli affreschi, grottesche dipinte e stucchi e opera della scuola di Raffaello, sotto la personale direzione del maestro, rappresenta forse il tentativo più riuscito degli sforzi della Rinascita per risuscitare lo spirito dell'arte antica. I pittori che lavorarono agli ordini dell'Umbiente furono principalmente Giulio Romano, Francesco Penni, Pierin del Vaga e Giovanni da Udine. A quest'ultimo si devono i graziosissimi stucchi modellati nella tecnica romana classica, da lui scoperta studiando gli esemplari antichi allora tornati in luce, specialmente negli scavi della Domus Aurea di Nerone. Tipica dello spirito rinascimentale è la disinvoltura con la quale gli artisti hanno mescolato qui motivi sacri, tolti per lo più dal Vecchio Testamento (specie negli affreschi della volta, la cui serie è nota appunto col nome di Bibbia di Raffaello), ed elementi iconografici profani che solo la comune eccellenza artistica riesce a legare. La Loggia era destinata alle passeggiate di Leone X, il quale vi teneva la parte più preziosa delle sue raccolte di «anticaglie», come risulta da documenti del tempo. Di recente sono state scoperti, sotto una muratura di Paolo III, due mezzi pilastrini dipinti e dorati, in uno stato di conservazione quasi perfetta. Questi due elementi, restaurati con cura, ma non ridipinti, danno un'idea della forza che dovevano avere i colori e gli ori della Loggia prima che il Sacco di Roma, la Rivoluzione, i visitatori, i restauratori e la naturale opera dei secoli ne riducesse la decorazione a quella pallida larva che oggi, si può dire, basta appena a conservare un ricordo.
Bibl.: F. Weege, Das Goldene Haus des Nero, in Jahrbuch des kaiserlich deutschen Archäologischen Instituts, 28 (1913), pp. 127-244; K. Lanckoronska, Zu Raffaels Logien, in Jahrbuch der kunsthistorischen Sammlungen in Wien, 9 (1935), pp. 111-120; O. Fischel, Le gerarchie degli angeli di Raffaello nelle Logge del Vaticano, in L'Illustrazione Vaticana, 8 (1937), pp. 162-64; D. R. de Campos, Raffaello e Michelangelo, Roma 1946, pp. 35-45; I. Dipinti raffaelleschi tornati in luce nelle Logge Vaticane, in L'osservatore romano, 13 ott. 1952; I. Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, 11 (1954).

XVI. CAPPELLA SISTINA

La Cappella Sistina deve il suo nome al papa Sisto IV, che la fece costruire dall'architetto Giovanni de' Dolci, da Firenze, tra il 1475 ed il 1483, quale cappella privata «ufficiale» dei Pontefici, sulle fondamenta di una più antica, murata da Niccolò III alla fine del sec. XIII.

La sua decorazione pittorica (prevista dal costruttore che limitò al massimo le parti in rilievo all'interno e diresse personalmente l'opera dei pittori) si divide in tre tempi, corrispondenti ai regni di Sisto IV, Giulio II e Paolo III. Il primo, ispirandosi agli schemi decorativi delle antiche basiliche romane, fece dipingere da un gruppo di artisti valentissimi (quali il Perugino, il Pinturichio, il Signorelli, il Botticelli, Cosimo Rosselli e Piero di Cosimo, aiutati dai loro scolari) i due cicli con episodi della Vita di Mosè, dal lato del Vangelo, e della Vita di Cristo, da quello dell'Epistola, nonché, tra le fine-ore, la serie iconografica dei primi pap. Giulio II fece dipingere da Michelangelo sulla volta della Storia della Creazione, dal «Fiat lux» fino al Diluvio ed al ricominciar della vita sulla terra nella superstite famiglia di Noè. Paolo III, infine, riprendendo un'idea di Clemente VII, ordinò a Michelangelo, già vecchio, di affrescare, sulla parete d'altare, l'Ultimo giudizio. Si ha così, in questo sacello, non solo

un grandioso riassunto della storia del mondo, dagli albori alla fine dei secoli (protostoria sulla volta, il mondo della Legge antica nel ciclo di Mosè, il mondo della Grazia nelle scene della vita di Cristo, e conclusione finale nell'africano del Giudizio), ma anche una netta visione panoramica dell'evolversi della pittura italiana della Rinascita, dalla sua adolescenza nel Quattrocento, attraverso la sua piena fioritura cinquecentesca, caratterizzata dal perfetto accordo, nelle figure della volta, fra esigenze formali ed espressive, fino all'inizio della decadenza dell'ideale estetico e classico, manifesto nelle tormentate forme dei personaggi del Giudizio, dove la necessità espressiva dell'appassionato contenuto etico conta assai più di qualsiasi preoccupazione formale. È veramente sembra che la Divina Provvidenza abbia guidato la successione di queste tre fasi in modo da incatenare con tanta consequenzialità, come se avessero seguito un piano prestabilito dall'inizio. Infatti, quando Giulio II, Clemente VII e Paolo III allogarono gli affreschi della volta e della parete d'altare, nessuno dei tre Pontefici pensò di collegarsi all'ideale di quattrocenteschi già dipinti sulle pareti. Il primo aveva ordinato allo scultore Michelangelo, malgrado la sua iniziale resistenza, di dipingere sulla volta i Dodici Apostoli, e fu il Buonarroti stesso che propose di affrescarvi le scene della Genesi, mentre Clemente VII vedeva nel Giudizio finale da lui ordinato per la parete d'altare (contro l'usanza iconografica che lo colloca di solito sulla porta d'ingresso delle chiese) semplicemente una memoria del Sacco di Roma, che nel 1527 aveva frustrato il suo pontificato, e Paolo III, che ne riprese e realizzò l'idea, fece di quella terribile pittura il bando dell'invocato Concilio per la riforma cattolica della Chiesa (v. [Giudizio]; VII, tav. 29 [interno]).

BIBL.: H. Woelflin, Die Sixtinische Decke Michelangelo's, in Repertorium für Kunstwissenschaft, 13 (1809), pp. 264-72; id., Ein Entwurf Michelangelo's zur Sixtinischen Decke, in Jahrb. der Kgl. Preuss. Kunstsammlungen, 13 (1809), pp. 178-82; C. Justi, Michelangelo, Lipsia 1900, pp. 1-206 (la volta); E. Steinmann, Die Sixtinische Kapelle, Monaco 1901-1905; B. Nogara, Studi e provvidenze per gli affreschi di Michelangelo nelle Cappelle Sistina e Palomba, in Rendiconti delle Pont. Accad. Rom. di Arch. 9 (1933), pp. 167-77; Pastor, II, pp. 654-75; IV, 1, pp. 474-86; III, pp. 931-49; V, pp. 740-54; B. Biagetti, La volta della Cappella Sistina, in Rend. della Pont. Accad. Rom. di Arch. 12 (1936), pp. 190-220; Michelangelo Buonarroti (miss. per il IV centenario del Giudizio), Firenze 1942; A. Bertini, Michelangelo fino alla Sistina, Torino 1942; B. Biagetti, Tecnica e stato di conservazione del Giudizio, in Rend. della Pont. Acc. Rom. di Arch. 18 (1941-1942), pp. 20-46; D. R. de Campos-B. Biagetti, Il Giudizio Unico, in Michelangelo, Roma 1944; C. De Tolany, Michelangelo, II-III, Princeton 1945-49; G. Vasari, Le vite, ed. Milanesi; vol. IX, Indici, 8. V. Sistina, Venturi, passim; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vatic., Roma 1954.

XVII. APPARTAMENTO BORGIA

Questo famoso appartamento prende il nome dal casato di Alessandro VI, Borgia, che lo fece decorare d'affreschi e Pinturicchio (v.) e dai suoi collaboratori ed aiuti (quali Piemme e d'Amelia ed Antonio da Viterbo detto il Pastura), fra il 1492 ed il 1495, e vi abitò fino alla sua morte.

L'ultima sala dell'appartamento, detta Sala dei Pontefici, fu decorata solo ai tempi di Leone X, da Pierin del Vaga e Giovanni da Udine, allievi di Raffaello. La decorazione pittorica delle singole stanze, dette delle Sibille, del Credo, Arti Liberali (v.), della Vita dei Santi e dei Misteri della Fede, rispecchia un programma iconografico ancora in gran parte medievale, pur nella nuova forma dell'arte della Rinascita. Questa forma è quella dello stile umbro, di cui il maggior rappresentante fu il Perugino ed il più efficace volgarizzatore appunto il Pinturicchio. È una forma ricca di valori decorativi più che di alte qualità estetiche, e ben si comprende come sia stata prescelta dal Papa spagnolo, per il quale il Rinascimento costituiva un fenomeno artistico estraneo al suo mondo culturale e quindi più facile ad assimilarsi in quella piana esposizione che ne fa il Pinturicchio. Degni di nota particolare, fra questi affreschi, che contano soprattutto per il loro effetto complessivo nei vari ambienti, Alessandro VI (v.) nella Risurrezione di

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Vaticano - Sala di esposizione dei cimeli provenienti dal Sancta Sanctorum, sistemata dal prof. W. F. Volbach per ordine di Pio XI (1934) - Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.

N. S., effigie straordinariamente espressiva e certo non indegna d'un Piero della Francesca, comunque assai superiore al livello medio dell'arte pinturicchiesca, arte che raggiunge un altro dei suoi non molti culmini nel grande affresco con la Disputa di S. Caterina d'Alessandria: festosa miniatura, ingrandita alle proporzioni della parete lunettata, interessante anche per i ritratti che vi figurano.

BIBL.: G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 493-531; A. Schmarsow, Bernadino Pinturicchio in Roma, Stoccarda 1882; Burcardi Argentinensis Diarium, ed. L. Thuasne, Parigi 1883-85; F. Ehrle-E. Stevenson, Gli affreschi del Pinturicchio nell'Appartamento Borgia del Palazzo Apostolico Vaticano, Roma 1897; M. Boyer D'Agen, Le peintre des Borgia: Pinturicchio, Parigi 1898; W. Bombe, Pintoricchio, in Thiemebeccker, XXVII, pp. 65-67; Venturi, VII, 11, pp. 606-42; R. Van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, XIV, L'Aia 1933, pp. 227-46; F. Hermann, L'Appa'tamento Borgia, Roma 1934; D. R. de Campos, Itinerario pittorico dei Musei Vaticani, 11, 1954.

XVIII. MUSEO SACRO E SANCTA SANCTORUM

È il primo vero museo del Vaticano in ordine di tempo (v. sopra: cenni storici), dovuto all'illuminato pontefice Benedetto XIV, riordinato sotto Pio XI. Nella Sala I, o delle Antichità cristiane, sono raccolti oggetti provenienti in gran parte dalle catacombe romane di S. Callisto, Domitilla, S. Sebastiano, S. Panfilo ecc.; vetri, lampade, gemme cristiane, gnostiche e pagane, oggetti in osso e aervio, in cristallo di rocca, in oro e bronzo ecc. Specialmente notevoli un monogramma di Cristo di tipo costantiniano da S. Agnese, una brocca da S. Lorenzo del sec. VII-VIII, un reliquiario niellato del sec. IX da SS. Quattro Coronati, una pisside ovale in argento di provenienza africana, del sec. III, una pisside d'avorio dal duomo di Milano del sec. VI. La sala venne aperta nel 1768 con la volta dipinta da S. Pozzi che vi rappresentò il trionfo della Chiesa e le Virtù teologali; alla stessa epoca appartengono gli armadi coi busti dei cardinali bibliotecari. Segue la saletta cosiddetta dei Papiri di Ravenna, ornata di allegorie in affresco di R. Mengs con l'aiuto di C. Unterberger. Contiene due vetrine con vetri con fondo d'oro dei secc. III e IV, numerosi e alcuni di finissima fattura.

Nella Sala III, o degli Indirizzi, vi sono conservati

VATICANO - Casa degli Spiriti e delle iniziazioni della gioventù maschile sul fiume Lepik (Nuova Guinea) - Pontificio Museo Missionario etnologico del Laterano.

per lo più arredi e oggetti di culto in metallo, smalto, avorio e cuoio, le cui età vanno dal medioevo ai tempi moderni. Notiamo: un calice di S. Girolamo del sec. IX, una croce da Chianciano del 1400 circa, un'altra da Muri del 1300 circa e una da Kreuzlingen del 1557, una rosa d'oro del sec. XIX; smalti, specialmente di Ligomegos, cristalli di rocca di V. Belli (1468-1546); avori dei secc. IX-XV, fra cui famoso il dittico di Rambona del 900 circa; e inoltre ceramiche e placchette del Rinascimento, qualche frammento d'affresco delle catacombe dei secc. III e IV, e due teste d'apostoli in musica di Ticlinio Lateranense del sec. IX.
Attraverso la Cappella di S. Pio V decorata da G. Zucchi (1541-90) su disegni del Vasari e contenente paesanti sacri, disegnati da A. Allori (1535-1607) e tessuti in arazzo, si passa alla Sala IV, dove sono altri paramenti sacri, tra i quali spiccano un piviale inglese del sec. XIII e un camice della famiglia Caetani del sec. XVI. Seguono le Sale V e VI dove sono esposti oggetti d'arte dell'Oriente cristiano e i reliquiari del Sancta Sanctorum del Laterano e altri oggetti.

BIBL.: R. Kanzler, Gli avori dei Musei Profano e Sacro della Bibliot. Vat., in Coll. art. arch. e num. del Palazzo Apost., 1. Roma 1903; C. R. Morey-W. Smith, Studies in the Art of the Museo Cristiano of the Vatican Library, in The Art Bulletin, 9 (1926-1927); C. R. Morey, Gli oggetti di avorio e d'osso, Città del Vaticano, 1936; M. Stohlmann, Gli smalti, 1939; W. F. Volbach, Guide della Bibliot. Ap. Vat. Museo Sacro: I. L'arte bizantina nel medioevo (1935); II. La Croce (1938); III. Itinerario del Museo Sacro (1938); IV. Il Tesoro della Capp. Sancta Sanctorum (1941); V. Avori medioevali (1942); VI. Stoffe medioevali (1943); id., I tesuti, Città del Vaticano 1942; id., Le arti minori, in Vaticano, a cura di G. Fallani e M. Escobar, Firenze 1946.

XIX. SALA DELLE NOZZE ALDOBRANDINE

Costruita da Paolo V nel 1611 ha nella volta affreschi di G. Reni. Dopo aver contenuto la collezione delle stampe fu dal 1838 destinata a conservare una serie di pitture antiche provenienti da Roma e dintorni. Celebre l'affresco delle Nozzle Aldobrandine frammento di grande pittura mu

rale di età augustea, ispirata alla pittura greca dei secc. IV a. C. Degni di nota anche i dipinti con scene della Odissea del I sec. a. C.

BIBL.: B. Nogara, Le Nozzle Aldobrandine, i Pescagni con scene dell'Odissea e le altre pitture antiche conservate nella Bibl. Vatic. e nei Musei Pont., in Coll. art. arch. e num., II, Milano 1907; L. Curtius, Zur Aldobrandinischen Hochzeit, in Vermächtnis der antiken Kunst, Heidelberg 1950, p. 119 Sgr.

XX. SALE DI ESPOSIZIONE DELLA BIBLIOTECA E SALONE SISTINO

Tutte tappezzate di armadi, già destinati a codici e libri, queste sale sono contenute in una lunghissima galleria di circa 300 metri che contiene pure alle sue estremità il Museo Profano (v. SORA) e parte del Museo Sacro (v. SORA). Da nord si ha la Galleria Clementina di Clemente XII decorata nel 1818 da D. De Angelis con episodi della vita del papa Pio VII. Nel primo tratto sono esposti oggetti di antichità classica, fra cui una piccola stele greca originale del sec. V a. C. e il tesoro in oro dall'Aventino del sec. III d. C. Segue la Sala Alessandro, formata sotto Alessandro VIII nel 1690, ornata essa pure dal De Angelis con pitture relative al pontificato di Pio VI. Dopo le Sale Paoline decorate con episodi della vita di Paolo V (1605-21) da artisti contemporanei, si apre, preceduto da un vestibolo a sinistra, il grandioso Salone Sistino, costruito e decorato sotto Sisto V (1585-90). Le numerose pitture che lo adornano interamente sviluppano due principali temi: l'esaltazione del libro attraverso i secoli e la glorificazione del pontificato di Sisto V. Roma. Nelle numerose vetrine sono esposti i cimeli della Biblioteca Vaticana: manoscritti di alta antichità come il famoso Codice Greco della Bibbia, quattro Virgili, il palinsesto del De Repubblica di Cicerone, il Terenzio detto Bembino; esemplari miniati di temi e scuole diverse, dall'età romana al Rinascimento; autografi di s. Tomaso, del Petrarca, di Michelangelo, del Tasso, di Lutero, di Enrico VIII, del Manzoni, del Leopardi ecc.; disegni di artisti famosi come le illustrazioni alla Divina Commedia del Botticelli; incunaboli ecc. e infine una serie delle monete papali dalle origini fino a Pio XI. Riprendendo la Galleria seguono le Sale Sistine dello stesso Sisto V, con decorazione pittorica del tempo: notevoli soprattutto il trasporto dell'obelisco in Piazza S. Pietro e la veduta della basilica di S. Pietro secondo il progetto di Michelangelo, cioè a croce greca. Segue infine la Galleria di Urbano VIII dove sono esposti strumenti astronomici, portolani miniati della prima metà del sec. XVI e una macchina per piombare le belle pontificie. In fondo alla sala le statue del sofista Elio Aristide e dell'oratore Lisia, rispettivamente del sec. III e del II d. C.
BIBL.: E. Massi, Descriz. delle Gallerie di pittura nel Pont. Pal. Vat., nuova ed., Roma s. d.; A. Mazzoni, Guida alla Bibliot. Vat. e all'Appartamento Borgia, 1881; Guide Musei e Gallerie Pont., V. Pittura, 1925; E. Tisserant, Biblioth. Pontij., Parigi 1936.

XXI. MUSEO PROFANO DELLA BIBLIOTECA

È una piccola collezione interessante soprattutto come esempio tipico di quelle raccolte antiquarie che si formarono nel sec. XVIII. Cominciata sotto Clemente XIII (1767), fu terminata sotto Pio VI (1775-99) con mobilio di Luigi Valadier. Notevoli specialmente una testa in bronzo di Augusto, diplomi militari romani in bronzo, statuette in bronzo e sculture in osso e aovrio di età romana, una testa e braccio di statua crisolefanti di Atena, ritenuta un originale greco del sec. V a. C., busti in pietre dure; musei del sec. II d. C. Filippo Magi.

XXII. MUSEO GREGORIANO LATERANENSE E MUSEO DI ANTICHITÀ CRISTIANE

Gregorio XVI affidò il restauro del Palazzo all'architetto L. Poletti, coadiuvato per gli affreschi da V. Camuccini, e vi fondò il Museo Gregoriano Lateranense aperto al pubblico il 16 maggio 1854 per statue, bassorilievi, sarcofagi, epigrafi d'arte classica. Esso accolse quel che era riunito nei Magazzini Vaticani o era troppo stipato nei Musei Pio Clementino e Chiaramonti, nonché quanto era stato disposto dal tempo di Pio VII in poi nelle sale dell'appartamento Borgia, aggiungendovi quanto di meglio

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(let. del Museo)
Vaticano - Casa degli Spiriti e delle iniziazioni della gioventù maschile sul fiume Lepik (Nuova Guinea) - Pontificio Museo Missionario etnologico del Laterano.

era tornato in luce negli ultime tempi, anche per donazioni cospicue, come, ad es., la statua di Sofocle rinvenuta a Terracina, donata dai conti Antonelli. Il Museo occupò le quattordici sale del piano terreno; mentre una serie di pitture e musei vennero disposte in alcune sale del piano nobile. Pio IX affidò al p. Marchi e a G. B. De Rossi nel 1850 di costruire nella grande scala e nelle logge un Museo di antichità cristiane che venne inaugurato nel 1854, raccogliendo i più notevoli sarcofagi cristiani, sparsi in chiese, in palazzi, o di recente tornati in luce; G. B. De Rossi dispone nelle pareti delle logge del primo piano una imponente raccolta di iscrizioni cristiane disponendo secondo il loro contenuto, cioè in primo luogo monumenti pubblici del culto cristiano, quindi alcuni carmi damasiani o originali o in copia in onore dei martiri romani; seguono le iscrizioni sepolcrali a cominciare da quelle munite di data certa, poi le dogmatiche e tra queste gli insigni ALBERIGO (v.): fanno seguito le iscrizioni relative alla gerarchia ecclesiastica, alla patria, alla famiglia, alle cariche civili o militari, ai mestieri; le iscrizioni con rappresentazioni di simboli cristiani o alludenti alla vita civile del defunto, epigrafi con frasi speciali. Alcuni riquadri contengono una raccolta di iscrizioni cristiane disposte secondo la loro provenienza dai vari cimiteri. Tanto il Museo profano Gregoriano che il Cristiano Pio Lateranense hanno subito dalle loro fondazioni notevoli aumenti, mentre le pitture furono riportate in Vaticano. O. Marucchi, che successe a G. B. De Rossi nella direzione di detti Musei, vi ha aggiunto una raccolta di antichità giudaiche, in cui furono disposte molte delle epigrafi rinvenute nel cimitero ebraico di Monteverde sulla Via Portuense.

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Bibl.:** R. Garrucci, Monumenti del Museo Lateranense, 2 voll., Roma 1862; O. Marucchi, I monumenti del Museo Cristiano Pio Lateranense, Milano 1910. Enrico Josi

**XXIII. Pontificio Museo Missionario Etnologico del Laterano.** - Fu eretto da Pio XI con il «motu proprio» Quoniam tam praeclara del 12 nov. 1926 al fine di documentare dal punto di vista missionologico ed etnologico le tappe della espansione missionaria nel mondo, assegnandogli come fastosa sede il Palazzo apostolico del Laterano, costruito da Sisto V, su disegni di Domenico Fontana (1586-90), non come sede papale, ma come monumento ricordo dell'antico patriarchio. E tanto quel Pontefice volle «affinché nello stesso Palazzo pontificio, accanto alla Chiesa, madre di tutte le chiese, gli albori della fede tra gli infedeli odierni facessero riscontro agli albori che già illuminarono Roma pagana», ossia perché il nuovo Museo coronasse il ciclo di documentazione storico-archeologica, cristiano-romana ivi stesso iniziato da Gregorio XVI con il Museo profano (v. SORA), e sviluppato da Pio IX (1854) con il Museo cristiano (v. SORA). Non per nulla il medesimo Pio XI statui, che proprio nel luogo dello scomparso patriarchio, presso la sua Cattedrale, tra rari cimeli e preziosi arredamenti delle terre di missione, con evidente richiamo all'Editio constantiniano del 313, si suggellasse nei Patti Lateranensi la novella pace fra Chiesa e Stato (II febbr. 1929).

Le raccolte del Museo, ca. cinquantamila oggetti, provengono in massima parte dalla Esposizione Missionaria Vaticana del 1925, e vi contribuirono 185 vicariati, 71 prefetture, 78 missioni, 51 diocesi, 16 arcidiocesi. I prelature nullius, cioè quasi tutte le circoscrizioni missionarie del mondo, nonché 163 Ordini religiosi ed istituti missionari, 13 comunità religiose indigene, varie società scientifiche, parecchi privati. Vi si aggiunsero importanti collezioni già appartenenti ai purtroppo dispersi complessi del famoso Museo Borgia di Propaganda Fide (secc. XVIII-XIX), e della Esposizione Vaticana per il giubileo di Leone XIII. In seguito il Museo, che occupa 26 grandi sale e 5 gallerie con una superficie complessiva di 6000 metri quadrati, è stato notevolmente arricchito di intere raccolte assai pregevoli e di rari cimeli d'ogni parte del mondo, grazie alla ininterrotta munificenza papale, ad acquisti, a donazioni.

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Vaticano - Il moribondo Te-Cum-Sch, Capo della Lega fra le Tribù indiane dell'Ovest, morto durante la battaglia di Tames (1813), di Ferdinando Pettrich (plastica in creta) - Museo missionario etnologico del Laterano, parte del mondo, grazie alla ininterrotta munificenza papale, ad a

parte del mondo, grazie alla ininterrotta munificenza papale, ad acquisti, a donazioni.

L'ordinamento tecnico, la conservazione e la schedatura critica del materiale spetta alla direzione scientifica del Museo, cui fu dapprima preposto il noto scienziato p. Guglielmo Schmidt S. V. D.; direzione scientifica, a mente del Pontefice fondatore, costituisce, con l'ausilio d'una ricca biblioteca specializzata e di un apposito fondo archivistico, anche un istituto volto allo studio comparativo delle diverse culture ai sensi dei moderni indirizzi della etnologia storico-culturale. Ciò di quella scienza positiva, che, più di ogni altra, ha nell'ultimo cinquantennio contribuito a demolire gli insidiosi ed antiscientifici apriorismi dell'evoluzionismo. Il Museo è così, oltre tutto, ben presto divenuto un noto e vivo centro di contatti, relazioni e scambi eruditi con gli istituti similari d'ogni luogo e con illustri personalità del mondo degli studiosi, relazioni fattesi via via tanto intense da imporre la necessità d'una apposita pubblicazione periodica, LATERANENSI PATTI (v.), intesi fino dal 1937 ad inserire, fra sempre più vaste adesioni e collaborazioni, nel concerto degli studi di storia delle culture, anche la voce autorevole del centro di indagini lateranense.

Dal 1948 è in corso un'opera sistematica e paziente di riordinamento delle raccolte al fine di renderle, anche espositivamente, più rispondenti ai nuovi criteri scientifici ed estetici, e nel contempo più didatticamente utili ed attraenti al grande pubblico, meglio sottolineando l'importanza davvero eccezionale, e spesso unica, di collezioni come le ceramiche e porcellane di Persia e Mesopotamia, i bronzi, ceramiche e porcellane cinesi, le raccolte etnografiche delle Isole Salomone, della Nuova Guinea, dei Bororos del Brasile, degli indigeni del Paraguay, del Messico, del Perú, dell'Argentina, nonché dei negri del Congo Belga. Speciale rilievo meritano le Pettrich (v.) e le singole raccolte d'arte sacra indigena.

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Bibl.:** Piccola guida dei Musei Lateranensi, profano-cristiano, missionario-etnologico, Roma 1928; P. Ercole, Dall'Esposizione Missionaria Vaticana al Museo Miss. Etno. del Laterano, in Ann. Lateranensi, 1 (1937), pp. 9-12; P. Dalla Torre, Le plastiche a segreto indigeno nordamericano del Pettrich nel P. Museo Miss. Etno., ibid., 4 (1940), pp. 9-96. Pancrazio Maarschalkerwerd

**XXIV. Studio del Museo della Rev. Fabbrica di S. Pietro.** - Il grande incremento dato, nella decorazione della basilica di S. Pietro, all'arte musiva, come quella che meno avrebbe risentito l'ingiuria del tempo, fece sorgere, alle dipendenze della Rev. Fabbrica, un ben attrezzato laboratorio, che doveva provvedere anche alla conservazione degli stessi musica. L'argomento favorito da Sisto V che può ben essere considerato il fondatore, fu dotato fin dal 1585 di un fornitissimo magazzino di smalti, comprendente circa 17 mila tinte. Una volta terminati i lavori di decorazione della basilica, il laboratorio, ormai fiorente, cominciò a cimentarsi nella riproduzione musiva di quadri d'altare, per quanto il primo tentativo del genere, compiuto nel 1620 da Giovanni Battista Clandra, non possa dirsi troppo felicemente risolto. Tut-

VATICANO - Una galleria del magazzino dello Studio del Musacino.

tavia le successive meravigliose composizioni di Fabio Cristofari e di suo figlio Pietro Paolo, come i quadri riprodotti la S. Petronilla del Guercino e la Comunione di S. Girolamo del Domenichino, testimoniando dell'altra perfezione tecnica cui seppe giungere tanto che nel 1727, riorganizzato ed ordinato in modo stabile, sempre sotto la giurisdizione della R. Fabbrica, acquistò il carattere vero e proprio di Studio, di cui lo stesso Cristofari divenne il primo sovrintendente.

Ospitato dapprincipio in diversi locali della Fabbrica, con l'occupazione francese fu sottratto alla giurisdizione della Rev. Fabbrica e denominato «Studio imperiale del mosaico»; nel 1814 Pio VII l'insediò nel Palazzo Girolamo in Borgo; nel 1825 quindi fu nuovamente trasferito in V. Leone XII, nel 1931 passò nell'apposito fabbricato a un piano, fatto costruire da Pio XI nella parte posteriore della basilica di S. Pietro: la serie degli smalti colorati, ricca di ca. 30 mila varietà, è conservata in 9 mila cassetti metallici.

Dallo Studio sono usciti pregevoli lavori che adornano, oltre alla basilica vaticana, la basilica di S. Paolo fuori le Mura, per la quale fu eseguita la serie dei ritratti dei Romani Pontefici, ordinata da Pio IX con il breve Quum artes optimae del 14 maggio 1847, il santuario di Loreto, altre chiese, ecc. È rimasta famosa la riproduzione dello scudo di Achille, descritto nell'Iliade, offerta da Leone XII al re Carlo X di Francia. - Vedi tav. CXII.

BIBL.: A. Busiri-Vici, Il celebre Studio del mosaico della Rev. Fabbrica di S. Pietro, Roma 1901; V. TRAPPISTI, Lo Studio vaticano del mosaico, in L'illustraz. vaticana, 2 (1931), n. 22, pp. 21-25.

V. BIBLIOTECA.

I. CENNI STORICI

Collezioni librarie e archivistiche in proprietà e uso della Sede Apostolica più volte si formarono e andarono disperse, con successione materiale anche interrotta, lungo la millenaria storia della Chiesa romana. Delle più antiche biblioteche pontificali la storia è frammentaria e in gran parte congetturale, poiché mancano documenti diretti, e in specie gli inventari. Da testimonianze di scrittori di età diversa è legittimo presumere che copioso deve essere stato il patrimonio documentario e librario della Chiesa romana nei primi secoli e durante il medioevo, anche se prevale nell'antichità piuttosto il concetto di archivisti separati, in genere annessi a singole chiese.

Resti archeologici di una biblioteca di papa Agapito (535-36) e dell'antica Lateranense sono stati recentemente scoperti; ma di queste prime biblioteche fino ai tempi di Onorio III (1216-27) tutto il contenuto è perito, meno i registri del suo predecessore Innocenzo III (1198-1216). Della biblioteca ricostituita dai pontefici del sec. XIII e trovata da Bonifacio VIII rimangono gli inventari degli anni 1295, 1327 e 1339; portata dapprima a Perugia, poi in Assisi tra il 1312 e il 1319, venne in gran parte dispersa. Di quella Avignonese, formata dopo il 1305, sono pervenuti diversi inventari, particolarmente importanti quelli del 1369 e 1375, e cospicui avanzi librari ora nella Vaticana (codici Borghesiani) e a Parigi. Un'altra biblioteca si andò ricostituendo al ritorno dei Pontefici a Roma, e venne collocata nel V., ma pur essa ebbe gravi perdite nei rivolgimenti del grande scisma. Sommavano a 350 latini, alcuni greci e arabi, i codici trasmessi nel 1447 da Eugenio III al successore Niccolò V. Fu questo (m. nel 1455) il vero creatore dell'ultima biblioteca pontificia, la moderna Vaticana, rimasta sostanzialmente intatta e progressivamente accresciuta lungo 5 secoli di vita; poiché egli, attraverso una larga incerta fatta da emissari e l'opera di amanuensi, portò il numero dei codici a 1160. I quali erano nel 1475 già più che raddoppiati (2537) e triplicati nel 1481 (ca. 3500). A contenuti, una propria sede, ornata da famosi pittori del tempo (Domenico e Davide Ghirlandaio, Melezzo da Forlì, Antoniazzo Romano), venne costruita da Sisto IV (1471-84) al pianterreno del palazzo di Niccolò V, con ingresso sul cortile del Pappagallo; le sue quattro aule conservarono rispettivamente i libri latini e greci, i libri più preziosi, i registri pontifici (bibliotheca latina, graeca, secreta, pontificia). Biblioteca illustrata ne fu in questo tempo Bartolomeo Platina (m. nel 1481), e in questa sede si perse agli studiosi, e specialmente ai curiali, anche con prestito largamente praticato (ne rimangono i registri dal 1475 al 1547). Dopo circa un secolo, cresciute le raccolte dei libri in specie per l'afflusso degli stampati e risultato il luogo insalubre, Sisto V eresse tra il 1587 e il 1589 una nuova sede, innalzando sopra le scale del vastissimo cortile di Belvedere l'edificio che ancora ospita la Vaticana; alla quale egli diede inoltre più severe leggi regolanti l'uso. Dalla metà dello stesso sec. XVI, con l'istituzione del cardinale bibliotecario, era stato assegnato a essa un protettore stabile: primo della serie fu Marcello Cervini (1548-50), poi Marcello II.

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VATICANO - Pannello degli armadi della biblioteca di Sisto IV (1471-84) - Biblioteca Vaticana.

al quale successero tra gli altri in quello stesso secolo gli insigni Guglielmo Sirlet (1572-85) e Cesare Baronio (1597-1607); e posteriormente, per citare solo qualche altro nome, Girolamo Casanate (1693-1700), Angelo Maria Querini (1730-55), Domenico Passionei (1755-61), Angelo Mai (1853-54), Alfonso Capecelatro (1890-1912), Francis Aidan Gasquet (1919-29), Franz Ehrle (1929-34), Giovanni Mercati (trentottesimo della serie, dal 1936). Durante il sec. XVII affluirono illustri raccolte, e fino al presente altri fondi e intere librerie si aggregarono via via a quelli originali, rimanendo generalmente separati e distinti con i nomi storici. I fondi manoscritti Vaticani propriamente detti ebbero un ordinamento per materia, sulla fine del Cinquecento, dal custode Domenico Ranaldi; e la catalogazione completa a stampa dei codici venne disegnata, ma solo in parte compiuta, circa la metà del Settecento, dai custodi di origine libanese Giuseppe Simonio Assemani e il nipote Evodio. Sulla fine di quel secolo anche la Vaticana dovette partecipare al tributo di guerra imposto dalle armi francesi nel 1797 e '98, consegnando 500 preziosi manoscritti, e inoltre incunaboli, stampe e altri cimeli; né tutto venne restituito nel 1815.

La trasformazione della Vaticana, rimasta sostanzialmente un'istituzione aulica e palatina, in una biblioteca moderna si compì progressivamente a partire dal pontificato di Leone XIII, in connessione con l'apertura ai ricercatori dell'Archivio segreto Vaticano (1883). Per opera specialmente del prefetto p. Franz Ehrle, gesuita (1895-1914), si apprestarono in essa più ampie sale di studio e un deposito moderno a scaffalatura metallica per i manoscritti; si intrapresero la nuova descrizione scientifica a stampa dei codici, le riproduzioni fotografiche dei più preziosi tra essi e la collezione Studi e testi, si aumentarono le raccolte degli stampati, in particolare per formare una raccolta moderna di consultazione. Già suo prefetto, Pio XI sviluppò ancora la vita della Vaticana, accresce il numero dei bibliotecari, costruì un grande deposito a sei piani con scaffalatura metallica per gli stampati e rinnovò similmente la sala di consultazione. Per l'articolo 18 del Concordato con lo Stato italiano (1929), venne garantito l'accesso agli studiosi, sempre del resto accordato con larghezza, pur rimanendo alla S. Sede piena libertà di regolarità. Durante il secondo conflitto mondiale, e in particolare nel 1943 e '44, la Vaticana prese parte attivamente all'opera salvatrice della S. Sede, ricoverando tutto o in parte il materiale più importante di biblioteche e archivi di Roma, del Lazio e della Campania, tra cui le raccolte di Montecassino.

II. COLLEZIONI E FONDI STORICI

a) Manoscritti. La Biblioteca Vaticana possiede ora in totale ca. 60.000 manoscritti, 7000 incunaboli, 700.000 altri stampati, 100.000 incisioni e carte geografiche e molte migliaia di volumi e filze archivistiche. Codici e stampati si raggruppano in fondi propriamente Vaticani o posseduti in proprio, e in fondi di deposito, costituito generalmente a titolo permanente. Il fondo dei codici Vaticani, che resta sempre aperto a nuove aggiunte, si suddivide in sedici gruppi linguistici, ciascuno con propria numerazione progressiva: latino, includente altre lingue con alfabeto latino (ca. 15.000), greco (2607); arabo (1622), armeno (40), copto (103), ebraico (613), Estremo Oriente (49), etiopico (276), georgiano (2), indiano (46), persiano (163), rumeno (9), samaritano (3), siriano (623), slavo (64), turco (374). Altri fondi di manoscritti posseduti in proprio sono, nell'ordine storico di entrata: il Palatino di Heidelberg, 1622 (2028 latini e 432 greci e inoltre ebraici inseriti nel rispettivo fondo Vaticano alla città di origine furono restituiti per ordine di Pio VII 847 tedeschi, 26 greci e 10 latini); l'Urbinate, entrato sotto Alessandro VII (1779 latini, 165 greci e 59 ebraici) il Reginense, già della regina Cristina di Svezia, entrato sotto Alessandro VIII (1211 latini e 190 greci, ai quali sono ora uniti altri 55 greci, provenienti da Pio II); l'Ottoboniano, 1740 (3394 latini e 473 greci); il Capponiano, 1746 (289 latini e italiani); il Borghesiano, 1891 (387 latini); Atti notarili d'Orange (413); Ruoli (288); Introiti e Esiti (88); il Barberiniano, 1902 (10.041 la

volontà di Benedetto XIV, che ebbe ministro del suo mecenatismo l'erudito cardinale bibliotecario Passionei. Tra le varie raccolte che entrarono a formarlo, erano il museo del carl. Gaspare Carpegna, ricco soprattutto di oggetti provenienti dalle catacombe e dalle antiche chiese romane; la collezione di vetri paleocristiani del fiorentino Filippo Buonarroti e quella del romano Francesco Vettori, numerante ca. 6500 gemme. Il nuovo museo, del quale fu primo conservatore lo stesso Vettori, venne allogato in un'ornata sala (1768). Incrementi importanti recarono le ripetute esplorazioni negli antichi cimiteri suburban, specialmente a opera della Commissione d'archeologia sacra fondata da Pio IX nel 1855. Nel 1907 venne trasportato dal Laterano il tesoro paleocristiano e medievale della cappella del 'Sancta sanctorum'. Pio XI ordinò di collocarvi molti altri oggetti provenienti da scavi o da antiche chiese, e del Museo Sacro collocato ora in sei sale, promosse nel 1937 il riordinamento scientifico e la descrizione in una serie di nuovi cataloghi, secondo la diversa specie degli oggetti, appartenenti all'antichità cristiana, al medioevo e al rinascimento: avori e ossi, smalti, tessuti, vetri, pietre dure, bronzi, ecc.

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la diversa specie degli oggetti, appartenenti all'antichità cristiana, al medioevo e al rinascimento: avori e ossi, smalti, tessuti, vetri, pietre dure, bronzi, ecc.

Vaticano - Sede dell' "Indice d'arte cristiana, nel Pont. Istituto di archeologia cristiana - Roma.

Nel 1761 Clemente XI ordinò l'istituzione del Museo Profano, nel quale si collocarono separatamente gli oggetti d'antichità greca e romana appartenenti alle raccolte affluite in Vaticano: in particolare i cammei, pietre dure, bronzi, avori della ricordata collezione Carpegna, la preziosa raccolta Albani di medaglioni imperiali e altre cospicue serie numismatiche. Una caratteristica sede con armadi in legni rari venne apprestata per esso. Ma quasi totale fu la spogliazione fattata dai Francesi nel 1798: tutti i medaglioni Albani, più di 200 cammei antichi e altri cimeli ne furono asportati. La collezione successivamente ricostituita, pur lontana dal primitivo splendore, annovera notevoli oggetti etruschi e romani, provenienti da scavi e acquisti: avori e pietre dure, vetri, musica, rilievi in marmo, specchi, vasi, armi bronze, alcuni cammei e gemme. Un riordinamento venne eseguito dopo il 1936, e nell'occasione le opere medievali e del rinascimento, già conservate nel Museo, passarono all'appartamento Borgia, anch'esso in custodia della Biblioteca Vaticana.

Il primo Medagliere Vaticano, allogato nei musei fondati da Benedetto XIV e Clemente XIII, conteneva 21.293 monete e medaglie, delle quali 13.562 antiche; ma venne quasi interamente disperso nel 1798. Il nuovo, ripresosi posteriormente a formare, si accrebbe con l'entrata d'intere collezioni: Vitali, 1807 (3888 monete romane e coloniali), Tomassini, Belli, Sibilio, Randi, 1901 (15.000 monete); S. Congregazione de Propaganda fìle (12.000 monete e medaglie in gran parte orientali); Pizzamaglia (4579 medaglie pontificie, coni e piombi) e Celati (4000 monete pontificie). Due copiose collezioni di monete di Terrasanta e di monete sicure antiche e medievali si aggiunsero per munificenza di Pio XI; e 1900 monete imperiali romane, pontificie e medievali di vari Stati europei, trovate nei nuovi scavi condotti sotto la basilica di S. Pietro (1940-49) passarono alla raccolta per ordine di Pio XII. Nel 1940, il medagliere conteneva in totale 100.967 pezzi, così distribuiti: 3588 in oro, 28.925 in argento, 50.211 in bronzo, 12.000 in marmo, 4018 piombi, 2013 coni, sigilli, pietre; 10.712 carte, vetri, calchi. Si distinguono principalmente in esso la serie romana, numerosa d'esemplari e ricca di rarità, e quella pontificia, stimata per la quantità e la rarità degli esemplari la più importante raccolta del genere.

e) Indice d'arte cristiana. - Un grande repertorio per lo studio dell'arte e dell'antichità cristiana, copia dell'Index of christian art e dell'Università di Princeton (U. S. A.), è stato collocato nel 1952, quale sezione distaccata della Biblioteca Vaticana, presso il P. Istituto d'archeologia cristiana in Roma. Questo catalogo di monumenti, soggetti e bibliografia di opere artistiche d'ispirazione cristiana, anteriori all'anno 1400, comprende un indice iconografico su schede e un altro indice di fotografie dei monumenti; e sarà progressivamente incrementato con i riferimenti e le scoperte più recenti.

III. SCUOLA DI BIBLIOTECONOMIA. LABORATORI. - a) Una Scuola di biblioteconomia è stata istituita nel 1934 presso la Biblioteca Vaticana, con il fine di istruire principalmente gli ecclesiastici e religiosi nei moderni metodi di ordinamento e governo delle biblioteche e di diffondere l'uso di regole comuni di catalogazione (il codice relativo, Norme per il catalogo degli stampati, è stato tradotto anche in francese, inglese, portoghese e spagnolo). L'insegnamento, di carattere pratico e storico, comprende presentemente cinque discipline.

b) Laboratori di restauro e fotografico. - Per provvedere alla conservazione e al restauro dell'ingentissimo e antico materiale pergamenaceo, papiraceo, cartaceo, legature ecc. della Biblioteca e dell'Archivio Vaticani, il prefetto Ehrle, che nel 1898 promosse a S. Gallo un convegno dei maggiori bibliotecari e palegraffi europei al fine di trattare questi problemi, istituì uno speciale Laboratorio, che esegue con tecnica talvolta di estrema delicatezza tutte le varie operazioni necessarie per riparare i danni prodotti dal tempo, dal clima e da altre condizioni ambientali avverse e da cause meccaniche e accidentali varie.

Fin dal 1890, la Vaticana deliberò l'istituzione di un laboratorio per le riproduzioni fotografiche dei suoi manoscritti e stampati, affidato in un primo tempo all'opera di fotografi esterni. Nel 1937 venne creato un laboratorio proprio, fornito di tutti gli apparecchi adibiti ai vari procedimenti: bianco su nero, positivo diretto, microfilm, lastre e pellicole di formato diverso; i raggi ultravioletti vengono usati per le riproduzioni dei palinsesti. In questo laboratorio, ampliato secondo le nuove esigenze, si effettua dal 1952 la fotografia in microfilm della massa principale dei manoscritti della Biblioteca Vaticana a uso dell'Università cattolica di St. Louis nel Missouri, che per concessione pontificia diventa depositaria della copia. Inoltre, agli studiosi è stato recentemente apprestato presso la Biblioteca Vaticana un gabinetto provveduto di vari apparecchi di lettura per il microfilm e di lampade di quarzo per la lettura dei palinsesti e delle scritture svanite.

IV. PUBBLICAZIONI

Numerose furono lungo i secoli le opere pubblicate per iniziativa o sotto gli auspici della Biblioteca Vaticana. Ma fu soprattutto il rinnovamento promosso da Leone XIII nella vita dell'Istituto a dare origine ad alcune serie scientifiche, che da allora hanno continuato ad accrescersi. In primo luogo sono da ricordare i nuovi cataloghi di manoscritti, Codices manuscriti recensiti, finora una trentina di volumi, che descrivono i seguenti gruppi di codici: Vaticani latini I-678 (M. Vattasso e P. Franchi de' Cavalieri; 1902), 679-1134 (A. Pelzer; 1931-33), 1461-2059 (B. Nogara; 1912), 9852-10300 (M. Vattasso ed E. Carusi; 1914), 10.301-10.700 (M. Vattasso ed E. Carusi; 1920), 10.701-10.875 (G.B. Borino; 1947); Vaticani greci I-329 (G. Mercati e P. Franchi de' Cavalieri; 1923), 330-603 (R. Devreesse; 1937), 604-866 (R. Devreesse; 1950), 1485-1683 (C. Giannelli; 1950); Palatini latini I-920 (H. Stevenson; 1886); Palatini greci (H. Stevenson; 1885); Urbini latini (C. Stornajolo; 1902-21); Urbini greci (C. Stornajolo; 1895); Reginensi latini I-500 (A. Wilmart; 1937-45); Reginensi greci e di Pio II (H. Stevenson; 1888); Capponiari (G. Salvo Cozzo; 1897); Ottoboniani greci (E. Feron e F. Battaglini; 1893); Chigiani e Borgiani greci (P. Franchi de' Cavalieri; 1927); Ferajoli I-736 (L. Berra; 1939-47); Codici etiopici (S. Grubaut ed E. Tisserant; 1935-36); Codici armeni (F. C. Conybeare ed E. Tisserant; 1927); Codici copiti (A. Hebbelynck e A. van Lantschoot; 1937-47); Papiri egiziani (O. Marucchi; 1891); Papiri latini (O. Marucchi; 1895).

Nel 1902 venne Studi e testi (v.), destinata all'edizione e illustrazione della materia di maggiore interesse contenuta principalmente nei fondi della Biblioteca e dell'Archivio Vaticano.

La serie di riproduzioni fototipiche, Codices e Vaticani seletti quali simillime espressi, iniziata anch'essa dall'Ehrle, al fine di preservare e di divulgare in immagini fedeli moltiplicati fotomeccanicamente i più preziosi codici, comprendere finora una trentina di volumi contenuti, tra gli altri, la Geografia di Tolomeo (Urb. gr. 82), le Storie romane di Cassio Dione (Vat. gr. 1288), il De republica di Cicerone (Vat. lat. 5757), i Vigni e Vaticano (Vat. lat. 3225), Romano (Vat. lat. 3867), Palazzo (Pal. lat. 1631) e Augusteo (Vat. lat. 3256), le Commedie di Terenzio (Vat. lat. 3868), i frammenti di Frontone (Vat. lat. 5750), la Bibbia greca, B (Vat. gr. 1209), il Rotulo di Giosuè (Pal. gr. 431), il Menologio di Basilio (Vat. gr. 1613), la Topografia cristiana di Cosma Indocopleuste (Vat. gr. 699), il Convivio (Barber. lat. 4086), la Monarchia e le Epistole di Dante (Pal. lat. 1729), il Canzoniere (Vat. lat. 3195) e altri frammenti autografi del Petrarca (Vat. lat. 3196), il libro di disegni di Giuliano da Sangallo (Barber. lat. 4424). Una serie a parte, dedicata alle riproduzioni in facsimile di codici insigni appartenenti a biblioteche ecclesiastiche d'Italia, numerata finora sette volumi.

Altre collezioni scientifiche edite dalla Biblioteca Vaticana sono le Piante maggiori di Roma dei secoli XVI, XVII e XVIII riprodotte in fototipia (1911-36), gli Studi e documenti per la storia del Palazzo Vaticano (in corso dal 1933), il Catalogo del Museo Sacro (iniziato nel 1936), i Monumenta cartografica Vaticana, a cura di R. Almagia (in corso dal 1944). È infine da ricordare qualche monumentale pubblicazione isolata come i Pontificale Romanorum diplomata papyracea quae supersunt in tabulariis Hispaniae, Italiae, Germaniae, phototypice expressa (1929) e il Mappamondo cinese del p. Matteo Ricci S. I., a cura di P. D'Elia (1938). Vedi tav. CXIII-CXV.

Bibl.: per le antiche biblioteche pontificie e la storia complessiva: G. B. De Rossi, La bibliot. della Sede apost. ed i catal. dei suoi manoscr. in Studi e docum. di stor. e diritto., 5 (1884), pp. 317-80; De origine, historia, indicibus Scrinii et Biblioth. Sedis apost., introdux. a Codices Palatini lat. biblioth. Vatice., rec. H. Stevinson, I. Roma 1886; E. Tisserant, Biblioth. pontif., in DSc., Roma 1886

Vaticano - Sale del 1° piano dell'Archivio Segreto, adiacenti al Salone Sistino, affrescate sotto Paolo V (1610-12).

Handbuch der Bibliothekswiss., III: Gesch. der Bibliotheken, Lipsia 1940. Inoltre, il capitolo di A. Mercati, La Biblioteca Apost. e l'Arch. segreto Vatic., nel vol. Vaticano, Firenze [1946], pp. 469-93. Ampi riferimenti bibliografici sono dati in tutte queste opere. B) Fondamentale sulle biblioteche. Bonifaciana e Avignonese rimane F. Ehrle, Hist. biblioth. Roman. Pontif. tum Bonifatianae tum Avenionensis, I. Roma 1890, ora con Addenda et emendanda, di A. Pelzer, Città del Vaticano 1947 (anche in questo ult. vol. copiose indicaz. bibliogr.). Altri inventari antichi di libri dell'Avignonese, in H. Hoberg, Die Inventare des papstl. Schatzes in Avignon, 1914-76, Città del Vaticano 1944. — c) Per la storia della moderna Vaticana, in particolare: E. Muntz - P. Fabre, La biblioth. du Vat. au XVe siècle d'après des docum. ind., Paris 1887; su Niccolò V, cf. Pastor, I. pp. 498-504; su Sisto IV, J. W. Clark, On the Vat. library of Sixtus IV, Cambridge 1899 e The care of books, 1912, pp. 201-27. Sec. XVI; E. Muntz, La Biblioth. du Vat. au XVe siècle, Paris 1886; P. Batiffol, La Vaticana de Paul III à Paul V, Paris 1886. Per Sisto V, oltre agli autori contemporanei J. B. Cardona, M. Pansa e A. Rocca, Pastor, X, pp. 486-93 e A. Dupont, Art et contre-réforme. Les fresques de la biblioth. de Sixt. Quint, in Mél. d'archéol. et d'hist., 48 (1931), pp. 282-307. Sec. XVII: Pastor, sotto i vari pontificati: G. Mercati, Per la stor. della Biblioth. apost. bibliotecario C. Baronio, in Opere Minori, III, Città del Vaticano 1937, pp. 201-75. Sec. XVIII, fine: E. Muntz, La biblioth. du Vat. pendant la révolution franc., in Mél. Julien Havet, Paris 1895, pp. 579-91 e, specialmente per la sorte delle collezioni numismatiche, il saggio stor. di S. Le Grelle, premesso al vol. I dell'opera di C. Serafini, Le monete e le bolle plumbe del Medaglire Vatic., Milano 1910. — d) Per il rinnovamento di Leo-nie XIII: le due raccolte collettive Di alcuni lavori ed acquisti della Biblioth. Vat. nel pontif. di Leone XIII, Roma 1892, e Nel giubileo episc. di Leone XIII, omaggio della Biblioth. Vat., 1913; F. Ehrle, Bibliotheketchnisches aus der Vatikana, in Zentralbl. für Bibliothekswesen, 33 (1916), ristampato a parte, Lipsia 1933; E. Carusi, Le innovas. della Biblioth. Vat. dal 1883, in Accad. e biblioth. d'Italia, 5 (1931-32), pp. 208-14. — e) Per i lavori compiuti sotto Pio XI: G. Borghezio, Pio XI e la Biblioth. Vat., in La Biblioth. 31 (1929), pp. 210-31; E. Tisserant, Pius XI et librarian, in Library quarterly, 9 (1939), pp. 389-403 (con bibl.); L. Castelli, Quel tanto di territorio Roma 1940, passim; M. Luella, Eugène card. Tisserant, in Library quarterly, 22 (1932), pp. 214-22. — f) Per gli anni dell'ultima guerra: Biblioth. ospiti della Vat. nella sec. guerra mondiale, Città del Vaticano 1945. — g) Bibl. delle pubblicaz. I libri editi dalla Biblioth. Vat., MDCCCLXXXV-MCMXLVI: catal. ragionato e illustrato, Città del Vaticano 1947. Nello Vian.

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VATICANO

che si usava deporre e conservare presso la tomba di S. Pietro, mentre nel Sancta Sancto-rum al Laterano è solo un piccolo frammento in papiro di donazione imperiale (sec. IX).

Benché con Innocenzo III cominci la serie regolare dei documenti rimasti, altri trasferimenti ed altre perdite avvennero pure in seguito: nel 1245 l'Archivio pontificio era a Lione, poi seguiti la Curia a Viterbo, ad Anagni, a Perugia, ad Avignone, da dove tornò a Roma a più riprese. Nuovi danni ebbe a soffrire l'Archivio pontificio nel sacco di Roma del 1527 e nell'occupazione francese del 1798, ma soprattutto quando nel 1810, per ordine di Napoleone, fu trasportato interamente a Parigi, dove rimase fino al 1815. Ma fino al sec. XVI i volumi e i documenti antichi erano conservati in parte presso gli uffici stessi della Cancelleria e della Camera Apostolica, e in parte in altri luoghi del Palazzo Vaticano, nel Guardaroba e nella Bibliotheca secreta. Si sentì allora il bisogno di costituire un ente proprio per la custodia degli archivi, e si cominciò col creare nel 1597 l'Archivio di Castel S. Angelo per i documenti più preziosi, i privilegi della Chiesa Romana e in realtà questo non era un archivio nel senso moderno della parola, ma piuttosto il 'tresor des chartes', conservato nella stanza più sicura del Castello insieme al tesoro pontificio.

La fondazione dell'Archivio Vaticano fatta da Paolo V dette inizio all'Archivio centrale della Chiesa. Furono destinate come sede alcune stanze adiacenti al grandioso Salone Sistino della Biblioteca, che ancora oggi mostrano sugli antichi armadi di pioppo e nelle volte affrescate le armi gentilizie del fondatore. Alle prime sale furono presto aggiunte altre del piano superiore per collocarvi il carteggio diplomatico della Segreteria di Stato; nel 1784 venne da Avignone la parte dell'Archivio pontificio che ancora vi era rimasta, con i registri delle lettere detti «avignonesi»; nel 1798 fu trasferito al V. l'Archivio di Castel S. Angelo. Il successivo accrescerà del materiale rendeva necessari nuovi ampliamenti: le stanze della Torre dei Venti in tre piani, la lunga galleria delle soffitte che si estende per tutto il lato occidentale del Cortile di Belvedere, le sale al piano terreno del Cortile della Biblioteca e infine, nel 1930, le sale della vecchia Pinacoteca. Nel 1933 i locali terreni venivano dotati di una scaffalatura metallica per uno sviluppo lineare di oltre 13.000 m²; nel 1951 una scaffalatura analoga veniva messa in opera al piano delle antiche soffitte per altri 9000 m².

Un fatto decisivo nella storia dell'Archivio è stata la sua apertura alla libera consultazione degli studiosi nel 1881, per manifestare del papa Leone XIII; esso diveniva così il centro di ricerche storiche più importante del mondo determinando la fondazione in Roma dei vari istituti storici nazionali, e, mentre si moltiplicavano i lavori interni di ordinamento e d'inventariazione per far fronte alle nuove esigenze, si riconosceva ormai la convenienza di accertarvi gli Archivi della Curia e di raccogliere anche archivi estranei che avessero rapporto con la storia del Pontificato. Nel 1892 vi fu portato dal Laterano l'Archivio della Dottrina Apostolica con le due importanti serie dei registri lateranensi (lettere pontificie) e dei registri delle suppliche; tra il 1904 e il 1908 i brevi lateranensi, l'Archivio della S. Congr. Consistoriale e i registri della Segreteria dei Brevi; numerosi altri fondi sono entrati specialmente negli ultimi decenni, fra i quali gli Archivi della S. Romana Rota, delle SS. Congregazioni del Concilio, dei Riti e dei Sacramenti, delle nunziature apostoliche all'estero, del Vicariato di Roma e di confraternite romane. Meritano una speciale menzione gli Archivi delle famiglie romane, ricchi di documenti relativi alla storia ecclesiastica: Borghese, Boncompagni, Della Valle-Del Bufalo, Patrizi-Montoro, Rospigliosi e Ruspoli. Presso l'archivio Vaticano è

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depositato lo schedario del censimento degli Archivi ecclesiastici d'Italia indetto nel 1942, con notizie sul contenuto dei singoli archivi vescovili, capitolari, parrocchiali, ecc.

II. CONTENUTO

L'ordinamento dell'Archivio Vaticano rispecchia la sua formazione storica, per cui i versamenti dei vari fondi sono avvenuti in tempi diversi e senza un piano prestabilito. Riesce perciò impossibile, senza scendere a particolari, offrire un quadro organico completo del materiale archivistico seguendo la classificazione degli uffici da cui i documenti provengono: basta osservare che la serie importantissima dei registri vaticani è stata costituita nel sec. XVI mettendo insieme in ordine cronologico volumi di provenienza diversa, cioè della Cancelleria, della Camera, dei segretari comuni e dei segretari domestici. Solo nelle accessioni recenti il principio della provenienza è rigorosamente rispettato.

Tuttavia è possibile avere un'idea generale dell'entità del materiale dal seguente prospetto, rinviando alla guida descrittiva del Fink (v. BIBLICA) per notizie più precise:

I. Registri delle lettere pontificie, della Cancelleria e della Camera Apostolica (v. REGISTRI PONTIFICI).

II. Camera Apostolica: Introitus et Exitus, 565 voll. dal 1279 al 1524; Collectoriae, 504 voll. dal 1274; Obligationes et Solutiones, 61 voll. dal 1295 al 1555; Diversa Cameralia, 253 voll. dal 1389 al 1572; Indulgentiae, 222 voll. dal 1470 al 1796; e molte altre serie relative a diverse funzioni della Camera Apostolica fino al sec. XIX.

III. Conciestro, dal sec. XV al XIX.

IV. Collegio dei Cardinali, con notizie dei conclavi dal sec. XV.

V. APOSTOLICITÀ, fra le serie più importanti: Brevi lateranensi, 852 voll. dal 1490 al 1800; minute, ca. 30.000 dal 1523 al 1599; registri delle suppliche, 7365 voll. dal 1342 al 1899; processi, 166 voll. dal 1622 al 1800.

VI. Segreteria di Stato; il carteggio dal sec. XVI alla fine del XVIII è ordinato secondo la qualità dei destinatari (cardinali, vescovi, principi, particolari, soldati) e secondo le numerazione e le legazioni; dal 1816 in poi secondo il rubricario originale. All'Archivio della Segreteria di Stato occorre aggiungere gli Archivi delle numerazione apostoliche trasferiti in V. negli ultimi anni.

VII. Altre Segreterie: dei Brevi (5660 voll. dal 1566 al 1846); dei Brevi ad principes (252 voll. dal 1560 al 1836); delle lettere latine; dei memoriali.

VIII. SS. Congregazioni non più esistenti: della S. Consulta, dei Vescovi e Regolari, di Avignone, Laurentia, Economica, di Vigilanza, dei Confini, Ancora esistenti: Concistoriale, dei Sacramenti, del Concilio, dei Religiosi, dei Riti, degli Affari ecclesiastici straordinari, della Rev. Fabbrica di S. Pietro.

IX. Tribunali: S. Romana Rota, Segnatura.

X. Fondi particolari e archivi aggiunti: nella guida del Fink sono enumerati 75 fondi, tra i quali alcuni di grande importanza come gli Archivi del S. Palazzo Apostolico, del Vicariato di Roma (con gli archivi delle parrocchie) e delle famiglie patrizie romane (v. SORA). Alcune serie hanno il carattere di collezione e contengono materie diverse; p. es.: il Fondo Santini contiene fra l'altro 10 voll. di matricole di notai romani: la Collezione Spada 418 voll. con giornali, stampe, editti e incisioni relative alla Rivoluzione romana del 1849.

Si può considerare in questo gruppo anche l'importante raccolta dei Miscellanea composta nel sec. XVII con volumi manoscritti di diversa origine, in genere importanti per la storia della Chiesa, tra cui p. es. Liber Censuum (v.) e il Liber Diurnus (v.).

XI. Archivio diplomatico. Non esiste una raccolta unica delle pergamene, ma vari gruppi di diversa importanza e provenienza, oltre l'Archivio di Castel S. Angelo di cui si dirà a parte. Gli Instrumenta Miscellanea sono costituiti da oltre 800 documenti dal sec. IX in poi, ed oltre 3000 pergamene sono distribuite in gruppi minori; ad esse occorre aggiungere 16.712 pergamene (dal sec. IX) provenienti da monasteri soppressi del Veneto e della Toscana, venute con l'Archivio della Nunziatura veneta.

XII. L'Archivio di Castel S. Angelo (v. SORA) contiene i documenti più antichi e preziosi conservati dalla Chiesa romana; privilegi e diplomi d'imperatori, let

trele sovrane e in genere scritti di particolare interesse storico. Tra i più preziosi, il diploma purpuro di Ottone I del 962 scritto a lettere d'oro, che è un documento unico nel suo genere; i rotoli di Lione, copie solenni di privilegi sovrani munite del sigillo pontificio e di altri 40 sigilli dei cardinali e vescovi presenti al Concilio di Lione del 1245, che servirono al processo per la scomunica di Federico II; i 78 diplomi sovrani con sigillo d'oro, la più importante raccolta del mondo, da Federico Barbarossa (1164) a Napoleone (capa d'argento dorato, 1803), compreso un sigillo di Filippo II di Spagna (1555) che pesa 820 grammi. Molti altri documenti sono di singolare interesse, p. es.: tre lettere in forma di rotolo inviate al Papa dagli imperatori d'Oriente Giovanni ed Emanuele Comneno (a. 1124, 1127 e 1146), scritte in oro e finemente decorate; un diploma del Gran Khan di Persia del 1246; tre lettere di regnologi degli anni 1267 (o 1279), 1290 e 1302: la domanda inviata al papa Clemente VII dal Parlamento inglese nel 1530 per lo scioglimento del matrimonio di re Enrico VIII, con 49 sigilli; due lettere su seta inviate a Innocenzo X nel 1644 da una imperatrice cinese convertita al cattolicesimo; la rinunzia al trono della regina Cristina di Svezia (a. 1654), con 306 sigilli; il Trattato di Tolentino (1797) e il Concordato napoleonico (1801).

Costituzione attuale. — L'Archivio Vaticano, proprietà del Sommo Pontefice, è governato da un cardinale ARCHIVISTICA (v.) di S. Romana Chiesa.

La direzione dell'ufficio è affidata al prefetto; egli è assistito da un viceprefetto, 4 archivisti e 2 scrittori di nomina pontificia. Sono ammessi alla pubblica consultazione studiosi di ogni nazione, senza distinzioni di fede, dietro presentazione di una domanda corredata da opportune commentazioni; è ammessa la riproduzione fotografica dei documenti.

Il restauro delle pergamene e delle carte viene eseguito nello speciale laboratorio eretto presso la Biblioteca Vaticana.

All'Archivio è annessa la Scuola Pontificia di paleografia, diplomatica e archivistica (

V. sotto)

Vedi tav. CXV-CXVI.

BIBL.: per una informazione particolare sui singoli fondi, sui rispettivi inventari ed indici e sulle pubblicazioni, sistemati di docu. vat. intraprese dagli istit. stor. dei vari paesi, V. la guida di K. A. Fink, Das Vatikan. Archiv. Einführung in die Bestände und ihre Erforschung, 2a ed., Roma 1951. Sulla storia degli Arch. pont. V. speciali. G. Marini. Mem. istor. degli Arch. della S. Sede, Roma 1823; G. B. De Rossi, De orig., hist., indicibus: Scrinii et Biblioth. Sed. apost., in H. Stevenson-G. B. de Rossi, Codices Palatini lat. Biblioth. Vat., I. 1818, pp. XVIII-XXVII; G. Gasparolo, Costituz. dell'Arch. Vat. e il suo primo indice, sotto il pontif. di Paolo V. MANOSCRITTO. ind. di Michele L. Nino, in Studi e docu. di storia e diritto, 8 (1857), pp. 3-64; M. Marini, Mem. stor. dell'occupazione, e restituz. degli arch. della S. Sede ecc., in Regestum Clementis papae V, I, Roma 1885, pp. XIII-XLVII; A. Mercati, La Bibl. Apost. e l'Arch. segreto Vat., in V., Firenze 1946, pp. 471-93; P. Künzle, Del cosidetto «Titulus Archivorum» di papa Damaso, in Riv. di Storia ecc. in Italia, 7 (1953), pp. 1-26.

III. SCUOLA PONTIFICIA DI PALEOGRAFIA E DIPLOMATICA

CORSO DI ARCHIVISTICA. — La Scuola di Paleografia è stata istituita presso l'Archivio Segreto Vaticano da papa Leone XIII con «motu proprio» del 10 maggio 1884 «ad effetto di promuovere ed afforzare i soldi studi di storia che riguardano il Pontificato e la Chiesa, e di addestrare il giovane clero alla conoscenza e illustrazione dei documenti che a quella si riferiscono». Ad essa sono tuttavia ammessi anche laici, uomini e donne.

L'insegnamento si svolge in due anni, al termine dei quali, superati gli esami prescritti, viene rilasciato il diploma di paleografo-archivista; la commissione esaminatrice è presieduta dal cardinale archivista di Santa Romana Chiesa. Il diploma della Scuola Vaticana è titolo di preferenza nell'assunzione degli archivisti dei dicasteri ecclesiastici e, in particolare, è riconosciuto dallo Stato italiano per l'art. 40 del Concordato.

Primo titolare della Scuola fu mons. Isidoro Ca-

1135

VATICANO

Vaticano, che doveva fornire i testi da stampare e i correttori.

Questa prima Tipografia Vaticana durò ca. un ventennio e si unì poi alla Camerale, che ereditò i caratteri e ne portò per qualche tempo congiunto il nome. In diretto servizio dell'apostolato nei paesi di missione, affidato nel 1622 da Gregorio XV alla Congregazione di Propaganda Fide, sorse quasi contemporaneamente presso questa una «stamperia poliglotta», fondata ufficialmente nel 1626, con caratteri orientali ottenuti da varie parti e che ebbe vita per quasi tre secoli. Innumerevoli edizioni, specialmente scritturali e di opere religiose, vennero prodotte da essa, in lingue e caratteri svariati (nel 1873 erano posseduti tipi per imprimere in 180 idiomi). Eruditi sopraintendenti e valenti tipografi, tra i quali il giovane Bodoni, vi lavorarono; fino a quando, nel 1909, la gloriosa stamperia cesserà di esistere separatamente.

Ventunano, al principio del Seicento, la tipografia di Sisto V, la Biblioteca Vaticana continuò ad essere depositata di caratteri e a promuovere edizioni di opere dote. In V., e più tardi al Quirinale, furono anche in opera saltuariamente tipografie «segrete» o private, ad uso diretto dei pontefici. Nel 1825, Leone XII richiamò in vita la Tipografia Vaticana, fornendola di ottimi torchi e caratteri di fabbricazione specialmente inglese; e in essa si stamparono, tra l'altro, due collezioni crudele del Mai. Ca. il 1837, anche la sua attività cessò, per la contemporanea esistenza delle tipografie Camerale e di Propaganda. Ma dopo l'occupazione di Roma, nel 1870, un'officina tipografica in V. si rese necessaria. Ampliando quella «segrete» di Pio IX, Leone XIII ripristinò nel 1884 la Tipografia Vaticana, negli stessi locali adibiti da Sisto V, dai quali passò nel 1909, per ordine di Pio X, in un nuovo edificio, che essa anche al presente occupa. Intorno a questo tempo, avvenne la fusione dell'antica stamperia di Propaganda con la Vaticana, che assunse anche il nome di Poliglotta, ereditando i suoi numerosi caratteri esotici. Ingrandito ancora l'edificio da Benedetto XV, nel 1921, e aumentati continuamente sotto questo Pontefice e i successori i macchinari e gli impianti, la Tipografia Vaticana, ora una delle più vaste e modernamente fornite, imprime tutte le edizioni ufficiali e gli atti di governo pontificio e delle SS. Congregazioni; e inoltre innumerevoli altre opere per conto di privati. Una ROMAGNA (v.) e il suo settimanale illustrato. Dall'ag. 1937 l'amministrazione e la direzione tecnica della Tipografia sono state affidate ai Salesiani.

Bibl.: sulla storia di queste varie tipografie, si vedano G. Fumagalli, Lexicon typograph. Italiae, Firenze 1905, pp. 331-359, e Giunte e correre, ivi, 1939, p. 62; limitatam. al sec. XVI. F. Ascarelli, La Tipogr. cinquecentina in Italia, ivi 1953, pp. 61-76; e inoltre Moroni, LXIX, pp. 218-254. In particolare, sul Calvo, «impressore apostolico», G. Mercati, Not. varie di ant. letter. medica e di bibl. Roma 1917, pp. 47-67, e F. Barberi, Le ediz. rom. di Frane. Minizio Calvo, in Misc. di scritti di bibl. ed erudiz. in mem. di L. Ferrari, Firenze 1952, pp. 57-98; sul Blado, G. Fumagalli, G. Belli, E. Vaccaro Sofia, Catal. delle ediz. rom. di Ant. Blado Osolano ed eredi (1516-1593), Roma 1891-1942 (non ancora completato) e E. Vaccaro Sofia, Docum. e precisaz. su Ant. Blado ed eredi tipografi camerali del sec. XVI, in Boll. dell'Ist. di patologia del libro, 9 (1950), pp. 48-85; sul Cervini, si veda P. Paschini, Un Cardinale editore: Marcello Cervini, nella cit. Misc. L. Ferrari, pp. 383-413; sulla Camerale, una raccolta di decreti, editti, bandi a stampa si trova nell'Arch. Vat., Miscell. Arm. IV, 70 e cfr. inoltre B. M. Galanti, Note per la storia dell'arte della stampa in Roma: la Stamperia Camerale ed i suoi stampatori, in Boll. dell'Ist. di patologia del libro, 7 (1948), pp. 17-20. Per la storia della tipogr. promossa da Pio IV e l'elenco delle ediz., F. Barberi, Paolo Manuzio e la Stamperia del Popolo romano (1501-170), Roma 1942; e per quella di Propaganda. G. Monticone, Per la storia della «Stamperia poliglotta» della S. Congregazione. «De Prop. Fide», in Gutenberg Festschrift zur Feier des 25 jahr. Bestehens des Gutenberg Museums, Mainz 1925, pp. 438-43. In fine, sulla Tipograf. Vat., Pastor, X, pp. 422-

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Vaticano - Rotativa dell'Osservatore Romano.

rini. Nell'ordinamento degli studi originario, il primo anno comprendeva nozioni generali di paleografia latina, diplomatica, critica storica e cronologia, e il secondo era dedicato all'applicazione pratica e all'esame dei documenti più importanti per l

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(per cortesia della Specola Vaticana)
Vaticano - 1) P. Denza, barnabita, d.-1

rettore della Specola V. dal 1891 al 1894.

(da G. Stein-G.Junkers, La Specola Vaticana,
Città dei V. 1822, tav. contro p. 25)
2) P. Giuseppe Lais dell'Oratorio, vice-
direttore della Specola V. dal 1891 al 1921.

(per cortesia della Specola Vaticana)
3) P. J. G. Hagen, S. J., direttore
della Specola V. dal 1906 al 1930.

424: [A. Battandier], Imprimerie Vat., in Ann. pontif. cath., V. Parigi 1902, pp. 473-78; L. Huetter, Minuscula Vat., nel vol. V. Firenze (1946), pp. 680-86.

IX. Specola e Radio Vaticana.

I. La Specola Vaticana

Denominazione ufficiale del Pontificio Osservatorio Astronomico, trasferito dal V. a Castel Gandolfo nel 1923 e accresciuto da un laboratorio astrofisico.

Nella loggia superiore della Torre dei venti, fatta erigere in V. da Gregorio XIII nel 1579, il dotto domenicano Ignazio Danti costruì un anemoscopio e la famosa meridiana, per mezzo della quale, secondo la tradizione, fu dimostrata al Papa la necessità della riforma del calendario. In seguito la loggia venne trasformata in una sala (da Urbano VIII) ad uso di biblioteca. Ma il card. Zelada, bibliotecario dal 1780, volle ripristinare in questo luogo memorabile gli studi scientifici; ne fu però sconsigliato da G. Calandrelli, allora professore di astronomia al Collegio Romano. Tutta, in sinistra di mons. F. L. Gilii, Pio VI consentì nel 1797 che si facessero gli opportuni restauri e affidò al Gilii la cura e la direzione della Specola Pontificia Vaticana, come venne chiamata per la prima volta. Questi, con gli strumenti, parte donati dal card. Zelada, parte acquistati a proprie spese, eseguì regolari osservazioni meteorologiche, geofisiche ed astronomiche fino al 1821, anno della sua morte, con la quale si spense ogni ulteriore attività scientifica in questo luogo.

Quando nel 1879 anche l'Osservatorio pontificio del Collegio Romano, in seguito ai rivolgimenti del 1870, passò all'amministrazione del governo italiano, si cominciò a pensare ad una eventuale ripresa della Specola Vaticana. Se ne presentò l'occasione nel 1888, quando, fra i doni pervenuti a Leone XIII per il suo giubileo sacerdotale, figurava anche una collezione di strumenti scientifici offerta dagli studiosi del clero italiano, raccolta ed ordinata dal famoso meteorologo e fondatore della Società Meteorologica italiana p. Denza, barnabita, e dal suo fedele collaboratore l'oratoriano p. G. Lais. Su proposta degli organizzatori, il Papa fece collocare questi strumenti per l'uso scientifico nella abbandonata Torre dei venti e ne affidò la direzione al p. Denza. Quando questi, nel 1889, incaricato dal Pontefice prese parte alla riunione del Comitato permanente per la formazione della carta fotografica del cielo a Parigi, fece sì che anche alla nuova Specola fosse assegnata una zona del cielo (+50°-+64°). Ordinò pertanto da Gautier di Parigi, un astrografo normale che fu collocato sopra una delle massicce torri della fortificazione di Leone IV sul

Colle Vaticano. Il lavoro fotografico fu affidato al vicedirettore p. Lais. Si giunse così al memorabile motu proprio Ut mysticum del 14 marzo 1891, con cui Leone XII stabilì in maniera definitiva la costituzione della Specola Vaticana la cui attività comprendeva allora, oltre l'astronomia e l'astrofotografia, anche la meteorologia, la geofisica e la sismologia. A p. Denza, che morì nel 1894, successe nella direzione nel 1898 il p. A. Rodriguez, agostiniano, famosissimo meteorologo dell'Escursale, che però, si interessò quasi esclusivamente della parte meteorologica.

Nel 1904 Pio X nominò mons P. Maffi, arcivescovo di Pisa e poi cardinale, presidente della Specola, il quale, scienziato anch'egli di fama, volle che avesse il primo posto il carattere astronomico dell'istituto. Nel 1905, il p. Rodriguez fu richiamato dai suoi superiori e Pio X chiamò alla direzione della Specola p. J. G. Hagen S. J. (v.), allora direttore dell'Osservatorio astronomico del Collegio di Georgetown e rinomato studioso di stelle variabili. In seguito il Papa destinò la seconda Torre leoniana alla istallazione di un grande equatoriale per osservazioni visuali e l'attigua villa estiva di Leone XIII ad uffici ed abitazioni per gli astronomi. Mentre il p. Lais continuava fino alla morte (1921) la ripresa delle fotografie per il catalogo e la carta del cielo, il p. Hagen affrontò l'arduo compito della misura delle 1040 lastre, servendosi dell'aiuto di tre suore e d'un segretario, e riuscì a pubblicare il Catalogo astrografico nel 1928. Invece delle 540 carte progettate, alla sua morte (1930) ne erano state edite soltanto 120. Fin dall'inizio continuò i suoi studi sulle stelle variabili e pubblicò altri due volumi del suo famoso Atlas stellarum variabilium, e, in collaborazione con il p. Stein S. J., una completa enciclopedia in due volumi sulle variabili (1924). Noti sono i suoi esperimenti per la prova meccanica della rotazione della Terra, fatti con l'isotomeografo da lui costruito, e le sue osservazioni delle nebulose oscure. Moriva, ancora lavorando, all'età di 83 anni, nel 1930.

Il suo successore, il p. J. W. Stein S. J. (v.), già suo assistente dal 1906 al 1910, si accorse fin dall'inizio che, per tener l'istituto all'altezza dell'elevato concetto di chi lo volle risorto a nuova vita, occorreva una attrezzatura moderna ed il trasferimento in località meno disturbata dalla illuminazione notturna. Pio XI accolse i nuovi progetti con grande interesse e mise senz'altro a disposizione il suo Palazzo estivo di Castel Gandolfo. Sulle terrazze del Palazzo furono collocati un grande rifrattore visuale e un astrografo doppio consistente in uno specchio e in un rifrattore fotografico a lente quadruplice, forniti, con le rispettive cupole girevoli, dalla ditta Zeiss di Jena. L'arredamento strumentario venne completato con mo-

dernissimi strumenti di misura e fotometria. Aggiunse inoltre, sotto la direzione del p. Gatterer S. J., un laboratorio astrofisico, attrezzato con potenti spettrografia ed altri impianti necessari per ricerche astrofisiche e spettrochimiche, specialmente in vista di una futura analisi dei numerosi meteoriti della grandissima collezione raccolta dall'ing. marchese De Mauroy e donata, dopo la sua morte, dalla vedova al Papa nel 1935. Il 29 sett. 1935 Pio XI inaugurò personalmente il nuovo istituto con una solennissima cerimonia.

P. Stein completò l'Atlante del p. Hagen con la edizione postuma del vol. VIII e compilando l'ultimo, il IX. Continuò energicamente la carta fotografica del cielo, introducendo un nuovo procedimento fotografico e proponendo a Pio XI il trasferimento a Castel Gandolfo anche del vecchio astrografo, ciò che si effettuò sotto Pio XII nel 1942. I suoi assistenti, con i nuovi strumenti, cominciarono una ricerca sistematica della struttura della galassia con studi spettrali-statistici e di stelle variabili molto deboli. Per agevolare questi studi, ed anche per aggiornare lo strumentario della specola, il p. Stein propone a Pio XII l'acquisto di un nuovo telescopio del tipo Schmidt, attualmente (1953) ancora in costruzione. Nel laboratorio astrofisico si cominciarono presto le ricerche spettrochimiche, di cui un primo frutto fu la compilazione di vari atlanti spettrali, apprezzatissimi dai periti. In seguito il laboratorio diventò un rinomato centro di studi spettroscopici, al quale la Casa editrice Springer di Berlino affidò nei difficili tempi del dopoguerra l'edizione del vol. III della rivista scientifica internazionale Spetrochimica Acta, e l'Unione Astronomica internazionale nel 1948 la compilazione di un atlante di spettri molecolari di interesse astrofisico, lavoro che ancora (1953) è in corso. Gli studi scientifici di minore ampiezza vennero pubblicati in due riviste proprie: astronomiche (dal 1939) e Ricerche spettroscopiche (dal 1938).

P. Stein moriva alla fine del 1951 all'età di quasi 81 anni e Pio XII nominò nel 1952 come suo successore il p. D. O'Connell S. J., direttore dell'Osservatorio astronomico del Riverview College, Sydney, Australia. - Vedi tav. CXVII.

BIBL.: G. Lais, La Specola Vaticana, in Atti della Pont. Accad. N. Lincei, 32 (1879), pp. 239-47; F. Denza, Cenni storici sulla Spec. Vat. in Pubblic. Spec. Vat., 1 (1891), pp. 13-26; Appunti storici della Spec. Vat., ibid., 2 (1892), pp. IX-XIII; J. Stein, Researches in the Spec. Vat. in Riv. di Fis. etc., 18 (1908), pp. 665-680; J. G. Hagen, Vatikan. Sternwarte, in V. S. der Astronomische Gesellschaft, 45 (1910), pp. 235-46; id., Vatican Observatory, in Cath. Encykl., XV (1912), pp. 309-11; A. Gatterer, Il laborato. astrofisico della Spec. Vat., in Pubblic. Spec. Vat., 16 (1935); G. Stein, La Spec. Vat., ibid., 16 (1937); Cinquanta anni di attività della Spec. Vat. (1891-1941), in Mem. Soc. astron. Ital., 15 (1942), pp. 41-46; A. Gatterer, Ten years of scientific research in the astrophysics Laboratory of the Vat. Observat., in Riv. spettrali, 1 (1946), pp. 249-56; J. W. Stein, The Meridian Room in the Vatican Tower of the walls, in Misc. Astr. Spec. Vat., 3 (1950), pp. 33-67; G. Stein - G. Junkas, La Spec. Vat. nel passato e nel presente, Città del Vaticano 1938, Giuseppe Junkas.

II. LA RADIO VATICANA

La Stazione radio Vaticana nacque il 12 febbr. 1931, nei giardini vaticani, per volontà di Pio XI, che volle fare di essa un'espressione della sovranità del nuovo Stato della Città del V. essere, non un interprete ufficiale né ufficioso della S. Sede, ma un organo con sede in V. Papa, riflesso della vita di Roma e di tutta la Chiesa.

Si adoperava inizialmente soltanto un trasmettitore «Marconi» (18 kws.) su onde corte, preparato ed inaugurato personalmente dallo stesso Marconi; i servizi non erano periodici. Nel 1937 si aggiunse un trasmettitore «Telefunken» (25 kws.); più tardi tre trasmettitori «Marconi» (5 kws.); e, finalmente, il 12 febbr. 1952 uno più potente «Marconi» (50-60 kws.). Per questa data si disponeva pure di due trasmettitori per onde medie, un «R.C.A.» (5 kws.) e un «Safar» (2 kws.).

Analoga evoluzione hanno sperimentato gli studi, alloggiati prima nel fabbricato dei trasmettitori, ma più tardi trasferiti alla Vecchia Specola Vaticana, dove recentemente sono stati ampliati e corredati dei più moderni e abbondanti mezzi per trasmissione, controllo e registrazione. Con questi mezzi la Radio Vaticana svolge oggi, dopo analoga evoluzione nei suoi programmi, diversi servizi: 1) Tutto il traffico radiotelegrafico dello S.C.V.; 2) Un servizio ordinario di radiofonía in 25 lingue, che comprende due gruppi principali di trasmissioni: a) il notiziario I.R. Vat., dopo mezzo giorno, quotidiano in sei lingue; b) una serie di conversazioni, conferenze... ecc., la sera; 3) Trasmissioni straordinarie, come radiomei-saggi pontifici, solennità e particolari evenienze vaticane. Durante la guerra ultima fu notevole il suo contributo all'opera umanitaria della S. Sede nella ricerca di prigionieri e dispersi; 4) Servizi sussidiati entro lo Stato Vaticano per incisioni, altoparlanti nelle udienze e solennità... ecc. È notevole l'impianto di sonorizzazione nella basilica e nelle Piazza di S. Pietro.

La trasmissioni della Radio Vaticana comprendono dalle dieci alle dodici ore quotidiane; le lingue oggi regolarmente adoperate sono: italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco, polacco, portoghese, ecc., ungherese, slovacco, latino, croato, lituano, sloveno, romano, olandese, lettono, albanese, russo, arabo, ucraino, bulgaro, bielorusso, etiopico, cinese. Altre lingue vengono adoperate in casi particolari.

La Radio Vaticana può dirsi che abbia esaurite le sue possibilità di sviluppo nell'interno della Città del V. Per migliorare i suoi servizi ha in progetto l'ampliamento dei suoi impianti nei pressi di Roma, in due località che hanno dal governo italiano la concessione della extra-territorialità, con accordo ratificato il 24 luglio 1952.

Il primo direttore della Radio Vaticana fu il p. G. Gianfranceschi S. J., seguito dal p. F. Soccorsi S. J., a cui va il merito principale di tutti gli ampliamenti odierni; l'attuale direttore è il p. A. Stefanizzi S.J. - Vedi tav. CXVIII.