I. GEOGRAFIA
Il territorio attuale (93.011 kmq.) è meno di 1/3 di quello del Regno d'U. innanzi la prima guerra mondiale e rappresenta l'area dove vivono compatti gli Unghrèesi, popolazione di provenienza orientale (Magiarì, Ugrofinici, misti a Turco-mongoli), in origine nomade, comparsa primamente in Europa nel sec. IX, poi fissata nella steppa, convertita al cristianesimo e decisamente conquistata alla civiltà europea; essa resta nondimeno tuttora ben differenziata dalle finiti popolazioni, non foss'altro per la lingua (agglutinante).Il paese corrisponde al bacino del medio Danubio e del suo affluente Tibisco, ed è costituito da una vasta pianura (Alföld = paese basso), fra Danubio e Transilvania, fondo di un antico bacino lacustre sul quale i fiumi divagano in pigri meandri e che trapassa ad E., per la crescente aridità, in una vera e propria steppa, la puszta. Sulla riva destra del fiume si estende invece una regione ondulata (Selva Baconia), che s'apre anch'essa in valli e depressioni, una delle quali occupata dal Lago Balaton; regione non molto ricca d'acqua, ma fertile e di vocazione agricola.
L'U. è un paese di ricca e varia agricoltura (cereali, patate, barbabietole, tabacco, vite, piante oleifere), con un fiorente allevamento (2 milioni di capi bovini, 3 di suini e 65 mila cavalli, questi ultimi noti per rapidità e resistenza). I prodotti dell'una e dell'altro servono di base ad un'industria, cui la scarsezza di fonti di energia ha posto in passato ferrei limiti. Ma una intensa utilizzazione delle riserve già note (petrolio e carbon fossile) è più ancora la recente scoperta di quelle metanifere hanno permesso una ulteriore espansione, nonostante la limitata entità e varietà delle materie prime disponibili (oltre le alimentari, solo la bauxite e i minerali di ferro). Oggi, questa industria non manca di importanza, specie in alcuni rami (tessile, chimico, metallurgico, della gomma, ecc.) che consentono un eccedente all'esportazione.
La popolazione (9,3 milioni di ab., 10 a kmq., come nel 1941) vive in centri agricoli: i grossi agglomerati urbani sono pochi. Di essi massimo la capitale Budapest (1,1 milioni di ab., coi sobborghi) sul Danubio, Szeged (135 mila ab.) e Debrecen (126 mila ab.), presso i confini jugoslavo e romeno.
L'U. è dal 1946 una Repubblica popolare, ormai sotto diretto controllo sovietico.
| Regioni | Superficie in kmq. | Popolazione cens. 1941 (in 1000 ab.) | Centri principali (popolazione in 1000 ab.) |
| Oltredanubio | 36.682 | 2777,6 | Pécs (80) |
| Pianura bassa | 42.365 | 5316,6 | Budapest (1165) |
| Alta Ungheria | 13.964 | 1195,4 | Eger (32) |
| Ungheria (terr. 1948) | 93.011 | 9289,6 | |

Ungheria - 1) Confini di Stato; 2) confini di Stato 1939; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) ferrovie.
II. STORIA CIVILE
Le provincie danubiane dell’antico Impero romano, straziate prima dai Goti, solcate dagli Unni nel sec. v, poi dagli Avari nel sec. vii-viii, dominate in parte dai Carolingi nella loro parte occidentale, parve verso la fine del sec. ix, che potessero offrire campo agli Slavi di stabilirvi un dominio fisso, quando irruppe dai Carpazi un gruppo di tribù Unghere (Magiarre d’origine ugro-finica [v.]) che divise gli Slavi settentrionali da quelli meridionali. Esso s’incuneò fra loro, distrusse il regno moravo di Svatopluk, sgominò la resistenza tedesca nella regione alpina occidentale e, attraverso il Carso meridionale, penetrò nell’Italia nell’899 e, profittando della debolezza e delle discordie del Regno italico, poté, a più riprese, attraversare tutta la valle Padana sino a penetrare nell’Italia centrale fin verso la Tuscia e raggiungere la Francia meridionale.Terribili sono le notizie lasciate dai contemporanei della ferocia di questi barbari che combattevano a cavallo e nelle loro scorrere non badavano che a predare. Altrettanto compirono nella Germania, finché riuscì a re Enrico I e poi a Ottone I a fronteggiarli ed a respingerli definitivamente verso la metà del sec. x nei territori danubiani. Anche in Italia non si fecero più vedere. Dal canto loro quelle tribù, condotte sul principio da capi occasionali, senza unità e senza freno, immerse in un paganesimo rudimentale che le teneva lontane da ogni civiltà, non potevano non subire col progredire degli anni l’influsso degli Slavi da loro dominati, dell’Impero bizantino e dell’organizzazione religiosa e feudale della Germania e dell’Italia. Compare alla loro testa un discendente di Arpad il principe Géza (973-97) che riuscì a dare unità al suo popolo e ad orientarlo verso la civiltà occidentale, mantenendosi in pace con la Casa sassone, arbitra allora dell’Europa, dopo le sue vittorie sugli Slavi settentrionali e sul Regno italico. Ma spetta a s. STEFANO, SANTO (v.), figlio di Geza, il merito di aver dato leggi ed ordinamento al popolo. Sposando Gisela, figlia di Enrico II, imperatore, poté ottenere pace stabile all’Occidente, vincere tenaci resistenze interne e ricevere missionari che lo coadiuvarono nel procurare la conversione del suo popolo al cristianesimo e nel dare a questo una costituzione che continuò attraverso i secoli seguenti nelle sue linee sostanziali; come pegno della sua indipendenza da altre nazioni assoggettò il suo regno alla Sede Apostolica.
Alla sua morte (1038) una feroce reazione del partito rigidamente pagano mise in pericolo gli ordinamenti di s. Stefano e diede origine ad un periodo di discordie interne, finché con s. Ladislao ([v.] 1077-95) non si ebbe una ripresa nella vita civile del regno per cui, superati i pericoli interni, esso poté assicurarsi il dominio fra la Drava e la Sava ed il Danubio nel 1089 e poi la Croazia, straziata dalle lotte intestine, nel 1091. D’allora questo regno segui le sorti dell’U. Merito di Ladislao fu pure di avere difese le sorti della sua gente nei combattimenti ad oriente contro i Besseni ed i Cumani, barbari e pagani. Colonnano suo successore completò l’opera di Ladislao con l’assoggettare le città ed isole dalmate, e ciò espose il suo regno alle guerre continuamente riprese durante tre secoli con Venezia, con alterne vicende. Sua preoccupazione fu pure di migliorare gli ordinamenti del regno che solo lentamente, causa le ricorrenti difficoltà interne e le guerre di difesa, si evolviva verso più elevata forma di civiltà. Né sempre facili erano i rapporti con la Chiesa in correlazione con le grandi lotte fra Papato ed Impero. Si ha notizia di Concili nazionali a Strigonia nel 1103-1104 in difesa del potere ecclesiastico. Un altro Concilio fu celebrato nel 1111 alla presenza del Re e dei nobili dall’arcivescovo di Spalato per la divisione delle diocesi e per impedire ai laici il conferimento degli uffici ecclesiastici. Nel Concilio di Strigonia del 1114 l’arcivescovo Lorenzo dovette ancora tollerare i preti ammogliati, proibire le usanze pagane, impedire che cristiani si facessero servi degli Ebrei, che si vendessero e compensassero le chiese. Raccomandò inoltre al clero l’uso famigliare della lingua latina che, fino al 1848, fu anche quella della corte e dei tribunali. Un poco più tardi, nel 1169, l’arcivescovo Luca doveva ammovere Stefano III di non conferire per simonia gli uffici ecclesiastici e di non usurpare i beni delle chiese. Fu nella seconda metà di quel secolo che si accese più violenta la lotta contro l’Impero bizantino che pretendevano asservire l’U. ed ebbe termine solo con la momentanea istituzione colà dell’impero latino. Si maturavano intanto le nuove vicende del popolo magiaro. Il re Andrea II (1205-35) che aveva condotto una spedizione crociata in Egitto (1217) a difesa del Regno di Gerusalemme dovette provvedere ai nuovi bisogni interni del suo regno, provocati dalle difficoltà sociali e dal movimento delle classi. Le forti immigrazioni di Francesi, Sassoni, Boemi, Polacchi da una parte, Croati dall’altra, avevano portato alla colonizzazione di nuove terre e ad un mutamento nei rapporti fra le classi; il Re nel 1222 con una bolla d’oro stabiliti i diritti dei nuovi nobili di fronte all’antica nobiltà, introdusse una finanza regia, per sopperire ai beni distribuiti largamente fra i sostenitori della monarchia. Ma i progressi della vita civile parve dovessero andare annientati questa volta dalla grande invasione tartara del 1241 sotto il re Bela IV (1235-70) quando il Re stesso, nell’impossibilità di resistere, dovette ripiegare in Dalmazia, lasciando il paese alla mercé dell’invasore. Fortunatamente i Tartari si ritirarono l’anno seguente, e fu duro compito del re riordinare il regno e riparare i danni subiti. Immigrati tedeschi, fiamminghi, italiani contribuirono a ripopolare il regno, Sassoni si stabilirono nella Transilvania.
Con la morte di Andrea III venne a cessare la dinastia degli Arpad (1301) e si creò un torbido periodo di interregno in cui le fazioni ebbero libero campo di sopraffarsi a vicenda e si palesò la debolezza interna del paese spadroneggiato da un’oligarchia di nobili che ormai da tempo miravano a rendersi quasi indipendenti dal potere sovrano, guerreggiando per conto proprio fra loro e con i principi

esteri loro confinanti; finché riuscì al cardinale legato Gentile di Montefiore a far riconoscere nel 1308 per sovrano Carlo Roberto d'Angiò, figlio di Carlo Martello, figlio a sua volta di Carlo II re di Napoli (cf. Dante, Parad., VIII, 58 sgg.). Già gli Arpad infatti avevano ripetutamente concluso relazioni matrimoniali con le diverse schiatte dominanti nei paesi circonvicini e Carlo II d'Angiò aveva sposato una principessa magiara, Maria, sorella di Ladislao IV (m. nel 1290).
Il regno di Carlo Roberto (1308-42) e quello di Luigi suo figlio (1342-82) segnano un periodo glorioso nella storia dell'U. Il primo seppe con grande abilità ed energia domare la nobiltà riottosa e ristabilire l'autorità sovrana, riorganizzare l'esercito e mantenere l'egemonia ungherese contro gli Asburgo dell'Austria e contro la Serbia; il secondo, che gli Ungheresi chiamarono grande e fu proclamato nel 1370 anche re di Polonia, continuò le riforme iniziate dal padre regolando il diritto interno sul fondamento di un feudalismo terriero distribuito negli Ordini che insieme con il sovrano costituivano la S. Corona d'U. Egli si preoccupò dello sviluppo della cultura nel regno e fondò nel 1367 l'Università di Cinquecchiese (Pécs), impone la sovranità dell'U. alla Bosnia, alla Serbia, alla Bulgaria, alla Valachia ed alla Moldavia e sottomise Halics e la Lodomiria. Con le spedizioni contro il regno di Napoli vendicò la morte del fratello minore Andrea, ucciso nel 1345 con la complicità della regina Giovanna di cui era marito; s'intromise in seguito nelle discorde del Veneto e partecipò insieme con Genova alla lotta contro Venezia per assicurarsi il conteso dominio sulla Dalmazia. Ma la sua morte riaccese le controversie interne: sua figlia Maria successe nel regno sotto il governo della madre Elisabetta; un tentativo di Carlo III di Durazzo (anche egli un Angioino) nel 1385 di conquistare il trono d'U. terminò con la sua uccisione a Buda (27 febbr. 1386); finché nel 1387 il governo del regno passò nelle mani del marito di Maria, Sigismondo di Lussemburgo che il 21 luglio 1410 fu eletto re di Germania e successe poi, nel 1419, a suo fratello Venceslao nel regno di Boemia. Queste vicende ed inoltre le guerre nell'Italia settentrionale sul principio del sec. XV e le successive cure per il Concilio di Costanza e l'estinzione dello scisma e la guerra susseguente contro gli Ussiti distrassero Sigismondo dal diretto governo dell'U., proprio in un momento decisivo per la sua storia. I Turchi attraversato il Bosforo e lasciata addietro Costantinopoli, penetravano nei Balcani, si stabilivano nel 1363 a Filippopoli e poi a Adrianopoli, costituendo un nuovo gravissimo pericolo sul fianco meridionale per la supremazia magiara. Infatti Sigismondo, che mosse loro incontro con gli aiuti dei migliori cavalieri europei, fu sconfitto a Nicopoli nel 1396 e, sebbene ristabilisse ugualmente la sua autorità in Bosnia ed altre provincie meridionali, fu costretto verso il 1420 a lasciare a Venezia il possesso delle città dalmate e non fu mai in grado di impedire che Turchi e cristiani rinnegati ripetessero scorrerle lungo la Drava e la Sava sin entro i ducati austriaci e contro la Bosnia.
Alla morte di Sigismondo e dopo il breve regno di Alberto d'Austria (1437-39) l'U. toccò a Ladislao Jagellone re di Polonia nel 1440. Intanto uno dei più benemeriti signori ungheresi Giovanni Hunyadi conduceva dal 1439 vittorioso spedizioni contro i Turchi ma nel 1444 sul campo di Varna cadeva re Ladislao con il card. Giuliano Cesarini, legato pontificio, e il fiore delle milizie ungheresi, sconfitta ripetuta nel 1448 a Kossovo. Ma l'intervento pontificio in aiuto dell'Hunyadi, ormai reggente del regno, portò alle vittorie del 1454 in territorio serbo e nel 1456 sotto Belgrado. La morte dell'Hunyadi e del re Ladislao il Postumo nel 1457 decise la nobiltà ungherese ad offrire nel 1458 Corvino (v.) figlio
dell'Hunyadi e sotto di lui l'U. ebbe un lungo periodo di splendore contraddistinto anzitutto dal progresso della cultura umanistica, dal favore per i libri e le arti, dai contatti dei più eletti ingegni con gli umanisti italiani, cui non fu estraneo il matrimonio del Re con Beatrice figlia di Ferdinando d'Aragona re di Napoli. Ma infine Mattia si indusse a dichiarare guerra contro la Polonia, contro Giorgio Podreby, re usita di Boemia, e da ultimo contro Federico III imperatore che lo portò nel 1495 ad occupare Vienna. Sicché dopo la sua morte nel 1490, Ladislao II di Polonia che gli successe fu costretto a rinunciare alle conquiste di Mattia, incapace di superare la disorganizzazione del regno provocata di nuovo dalle contese fra la nobiltà maggiore e minore cui si aggiunse nel 1514 la rivolta, a sfondo anche sociale, dei Crociati, che avrebbero dovuto provvedere alla difesa del regno contro i Turchi. Luigi II, successo al padre nel 1516, non poté impedire nel 1521 che i Turchi conquistassero Belgrado e nel 1526 cadde egli stesso insieme con gran parte della nobiltà e del clero sui piani di Mohács e ciò segnò la fine dell'indipendenza ungherese, il predominio turco nella pianura danubiana, l'avvilimento e la servitù del popolo, abbandonato al suo destino. Luigi aveva sposato Maria, nipote di Massimiliano re dei Romani, perciò il regno sarebbe toccato a suo nipote Ferdinando d'Ausburgo; ma non si volle rinunciare al diritto di libera elezione del re e il partito antigermanico, non mai spento, appoggiò Giovanni Zopolya principe di Transilvania (1526-40) che si affrettò a mettersi sotto la protezione dei Turchi. Questi ebbero così buona occasione di muovere contro Vienna nel 1529 e nel 1532, riuscirono a prendere Buda nel 1541 ed a dominare definitivamente il paese conquistato governandolo duramente. L'U. così fu divisa sotto tre dominazioni: quella dei Turchi, quella degli Asburgo e la Transilvania. Quest'ultima regione, riorganizzata dal frate puolino Giorgio Martinuzzi creato cardinale nel 1551, poi dal 1571 governata dai Báthory, sotto Stefano Bocskay riprese la sua alleanza con i Turchi guerreggiando contro l'imperatore Rodolfo che dovette scendere a trattati di pace (1606). Tali discorde favorire dai dissensi religiosi resero più difficili i rapporti durante la guerra dei Trent'anni, allorché le sollevazioni dei principi transilvani Gabriele Bethlen e Giorgio Rákoczi I, alleato con le potenze nemiche dell'Impero, impedirono ai sovrani asburgici di provvedere al loro regno d'U. che, d'altra parte, andava riducendosi all'ultima rovina per l'esosa tirannide dei Turchi. Un primo segno di ripresa si ebbe quando il generale austriaco Montecuccoli sconfisse i Turchi sulla Raab nel 1664; ma
latina nella amministrazione, entrando su questo in lotta con i croati. Le KOSSUTH, LAJOS (v.) condussero nel 1848 a maggiori riforme, a volere maggiore indipendenza con il creare un parlamento ungherese ed infine a rompere il legame con l'Austria, dichiarando decaduta la dinastia austriaca. Ma nel 1849 l'insurrezione fu repressa dalle truppe austro-russe e le concessioni appena elargite furono ritirate; la Croazia fu separata dall'U. e sottomessa direttamente dall'Impero d'Austria come la Dalmazia. Ma dopo la sconfitta di Sadova del 1866, l'Austria sentì il bisogno di riavvicinarsi all'U. e attraverso le trattative con il capo liberale ungherese Francesco Deák si giunse alla costituzione di quella che fu chiamata la monarchia dualista con due Stati distinti e con due parlamenti sotto un unico sovrano, comuni rimanendo anche i ministeri per gli Esteri, per la Guerra e per gli Affari comuni soprattutto riguardanti la ripartizione delle spese. La Transilvania rimase incorporata all'U. senza ordinamento speciale; mentre con la Croazia, Stato quasi autonomo, furono stabiliti accordi particolari. Dopo ciò Francesco Giuseppe poté essere coronato re d'U. secondo l'antico cerimoniale l'8 giugno 1867. La pace che ne conseguì offrì la possibilità all'U. di uno sviluppo culturale ed economico veramente ragguardevole ma non di risolvere la questione delle nazionalità; alla fine della guerra 1914-18 l'U. riuscì costituita a repubblica (31 ott. 1918) cui tenne dietro il 21 marzo 1919 la rivoluzione bolscevica guidata dall'ebreo Béla Kun che mise tutto a rovina, ma durò solo fino al 31 luglio.
L'ammiraglio Nicola Horthy riuscì infatti con l'aiuto dei contadini a ricostituire il regno di cui egli stesso fu proclamato reggente, dal quale però i vincitori vollero esclusi gli Asburgo. Il trattato di Trianon del 4 luglio 1920 segnò il destino dell'U., privata del 71,5% del territorio e dei 2/3 della popolazione di prima.
Allo scoppio della guerra del 1939 il Reggente si trovò dalla parte dell'Asse con la Germania e l'Italia per avere il loro sostegno nelle rivendicazioni territoriali ungheresi; ma quando nella primavera del 1944 le truppe sovietiche erano alle porte della Romania, il reggente fu chiamato il 19 marzo al quartiere generale di Hitler e questi il 21 fece occupare l'U. dalle truppe tedesche; il 31 ott., dopo un tentativo di armistizio, accusato di tradimento dai tedeschi fu internato in Baviera; l'U. invasa dalle truppe sovietiche fu sottoposta alle peggiori vessazioni e compresa nella sfera di influenza sovietica, secondo i patti conclusi tra gli alleati, costretta quindi a subire un governo comunista.
Bis.: fonti: E. Bartoniek, *Magyar történeti forráskiadó-nyok* (Edizioni di fonti della storia ungherese), Budapest 1929. Opere: S. Katona, *Hist. critica regum Hungariae*, 42 voll., Budapest 1779-1810; A. Szilágyi, *A magyar nemzet története* (Storia della nazione ungherese), 1, 10 voll., IV, 1895-98; H. Marczali, *Ungarische Verfassungsgesch.*, Tubinga 1916; Ch. Tisscyre, *La Hongrie mutilée*, Parigi 1923; C. R. Macartney, *Hungary*, Londra 1934; O. Zarek, *The Hist. of Hungary*, IV, 1939; B. Homan, *Ungarische Geschichte des Mittelalters*, Berlino 1940; A. Foeldváry, *La Chiesa riformata ungherese e la dominazione turca* (in ungh.), Budapest 1940; F. Valjavec, *Der deutsche Kulturfreund* (in ungh.), Budapest 1940; E. Lukinich, *Documenta historiam Valachorum*, in *Hungaria illustrantia usque ad a. 1400*, IV, 1941; G. Deér, *Die Entstehung des ungarischen Königtums*, IV, 1942; G. László, *La vita del popolo ungherese al tempo della conquista* (in ungh.), IV, 1944; E. Molnár, *Storia della società ungherese dall'età preistorica all'età degli Arpadi* (in ungh.), IV, 1945; H. Seton Watson, *Eastern Europe between the wars 1918-1941*, Londra 1945; A. Widmar, *U. 1938-46*, Roma 1946; A. Ullein-Reviczky, *Guerre allemande, paix russe. Le drame Hongrois*, Neuchâtel 1947; J. F. Montgomery, *Church and State in Hungary*, in *The world to-day*, sett. 1948; E. Várady, *Il 1848 in U.*, in *Convivium*, racc. nuova, 1948, pp. 579-93; L. Pasztor, *La confederazione danubiana nel pensiero degli italiani ed ungheresi del Risorgimento*, Roma 1949.
III. STORIA ECCLESIASTICA E RELAZIONI CON LA S. SEDE. — La Chiesa ungherese ripete le sue origini dal re s. Stefano, perché degli ordinamenti dell'antichità cristiana nulla era rimasto nel paese, né avevano resistito all'invasione quelli abbozzati da s. Me-

Ungheria - Una via di Sopron. In fondo la Torre del Fuoco,
todo; i discepoli ne avevano infatti interrotto l'opera allontanandosi verso la Bulgaria.
L'ordinamento gerarchico rimase sostanzialmente quale il Re, aiutato da missionari tedeschi e italiani, lo aveva costituito e dotato largamente; mentre parte, per così dire, integrante ne formarono i monasteri benedettini che furono allora fondati e particolarmente quello di S. Martino in Monte Pannoniae (Pannonhalma), patria di S. Martino, non lungi da Győr, e che assunse a capo del monachismo ungherese; l'arcivescovo di Strigonia tenne sempre in seno alla nazione un primato effettivo, anche quando fu costituita la metropoli di Colocza. Non fa meraviglia, date queste premesse, che si determinasse nell'episcopato ungherese un senso di particolare dipendenza verso il sovrano, come verso un patrono dal quale venivano le nomine ai diversi uffici e che questo episcopato formasse un corpo compatto con la nazione nella quale formava il primo Stato insieme con gli abati ed i preposti delle collegiate. La legislazione religiosa si conformò ai canoni antichi della Chiesa ed a quelle prescrizioni che si erano aggiunte per opera dei capitolari franchi e dei concili germanici. Non vi fu però mai in U. l'investitura con anello e pastorale; tuttavia non mancarono attraverso i secoli le lamentele per l'eccessiva ingerenza dei sovrani nei rapporti ecclesiastici. Certo è in ogni modo che le frequenti discordie per la successione del Regno durante il dominio degli Arpád e le molteplici guerre contro i nemici esterni ebbero spesso influenza funesta sulla vita religiosa e sulla disciplina ecclesiastica. La stessa conversione dei Cumani ripetutamente tentata ne risultò impedita, sicché soltanto sotto il re Luigi si poté ritenere completa. Nel sec. XIII Ugron vescovo di Colocza condusse una crociata contro i Bogomili che dalla Bosnia volevano estendersi in U.
A sviluppare l'opera dei primi Benedettini si aggiunsero, nella 2a metà del sec. XII, i Cistercensi e i Canonici regolari premostratensi per buona parte d'origine francese. Durante il sec. XIII, e particolarmente dopo l'innazione tartara, Domenicani e Francescani esercitarono efficace apostolato. Di origine direttamente ungherese furono i monaci di S. Paolo primo eremita (v.) che durante il sec. XIV giunsero ad avere oltre 50 monasteri e si estesero anche fuori dell'U., specialmente in Polonia. A Roma ebbero chiesa e monastero a S. Stefano Rotondo. Anche i Cavalieri di S. Giovanni ebbero commende e possessi nel Regno di U.
Durante il grande scisma d'Occidente l'U. stette con il papa Urbano VI; fu il re Sigismondo che, avendo abbracciato le parti di Giovanni XXIII e poi del Concilio di Costanza, trasse seco anche l'U.
Delle guerre germaniche suscitate dal luteranismo e delle invasioni turche ebbe campo di avvalersi la penetrazione protestante in Transilvania. Ciò avvenne con la complicità del principe in opposizione alla politica religiosa degli Asburgo permettendo che nel 1542 vi si costituisse, particolarmente fra i tedeschi immigrati, una vera Chiesa luterana organizzata, cui seguì una Chiesa calvinista che tenne i suoi sinodi a Csenger nel 1557 e a Dobrecen nel 1567. Una terza confessione meno estesa vi fu costituita dai sociniani unitari per opera di Giorgio Biandrata.
Il calvinismo mise larghe radici anche presso la nobiltà magiara, facilitato dalle tristi condizioni religiose del paese, tanto che poche famiglie nobili in un certo tempo rimasero cattoliche. Ed il fanatismo proprio dei riformati di cui Cassovia (v.) nel 1619, ed insieme la loro collusione d'interessi politici col Turco, al quale premeva di tenere divisi i cristiani, spiegano bene tali successi; mentre la gerarchia cattolica aveva perduti i suoi elementi migliori nelle guerre di resistenza (il primate Ladislao Szalkai era caduto a Mohács il 29 ag. 1526) e con loro anche la possibilità di provvedere all'educazione del clero e l'assistenza del clero regolare. Intanto i Trattati di Vienna del 1606 e del 1608 assicuravano ai dissidenti piena libertà di culto e di organizzazione, di cui essi profittavano per le violenze contro i cattolici, sostenuti come si sentivano dai principi o potenze estere.
L'occupazione turca impedì all'arcivescovo primate
di Strigonia di rimanere nella sua sede ed insieme col Capitolo dove trovare rifugio a Tirnovo (Nagyszombat) in Slovacchia. Del resto la sede stessa rimase vacante per 23 anni dal giugno 1573 al giugno 1596. In analoghe condizioni si trovarono le altre sedi d'U. A Tirnovo intanto operarono efficacemente i Gesuiti nel collegio loro affidato per la conservazione del la cultura e la formazione del clero ungherese: e già l'agricolare Crocevo Francesco Forcach (1607-16), Pázmány (v.)
prepararono la riscossa del cattolicesimo ungherese in opposizione all'accanita propaganda calvinista che si ripeteva più o meno intensa secondo le circostanze politiche. Poche furono invece le conversioni all'islamismo nell'U.
La progressiva riconquista del territorio rimetteva le circoscrizioni della Chiesa entro i confini di un tempo riportando sul luogo gli antichi ordini religiosi ed insieme vi introduceva i Gesuiti ed i Piaristi. Ciò provocò anche le reazioni dei dissidenti, che sentendosi in minoranza anche in seguito alle numerose conversioni temettero che fossero rivolte contro loro stessi quelle violenze grazie alle quali s'erano fatti forti per il passato. Con la pace di Szatmár nel 1711, in seguito alla repressione delle turbolenze, fu loro riconosciuta la libertà religiosa; ma non fu più loro possibile quella propaganda che circostanze politiche avevano reso quasi incontrastata. La Resolutio Carolina del 1731 rese più precisi questi rapporti soprattutto a proposito del cambiamento di religione, dei matrimoni misti e dell'educazione della prole. Questioni che furono poi agitate ripetutamente in seguito.
La ripresa del cattolicesimo fu rapida ed imponente, grazie anche al largo movimento verso l'unione con Roma da parte delle comunità di rito bizantino, particolarmente presso i Ruteni ed i Rumeni della Transilvania, favorito dall'arcivescovo Leopoldo Carlo Kolloniz (1695-1707); ciò portò nel 1721 all'erezione del vescovato Fárazs, Grazie all'interesse della regina Maria Teresa furono istituiti i vescovati di Mucacevo (Munkács) nella Subcarpazia nel 1771 e per i Rumeni della Transilvania quello di Gran Varadino (Oradea Mare, Nagy-Várad) nel 1777, per i Croati quello di Crisio (Krizevci, Kreutzer) per nel 1777. Dal territorio di Strigonia nel 1776 furono separate le nuove sedi di Rosnavia (Roznava), Scepusio (Spis, Zips) e Neosolio (Banska-Bystrica) ora in Cecoslovacchia. Si sentì pure la necessità di aumentare il numero delle diocesi ungheresi col costituire nel 1777 nel territorio di Giavarino e Veszprimia le nuove diocesi di Sabaria (Szombathely) e Alba Reale (Székesfehérvár). Francesco I nel 1804 eresse le due nuove diocesi di Cassovia (Kosice, Kassa), ora in Cecoslovacchia, e di Satu Mare (Szatmár) ora in Romania assoggettandole alla nuova metropoli di Agria (Erlau, Eger); nel 1818 erese per i Ruteni la diocesi Fragopolitana (Presov, Prášev), ora in Cecoslovacchia. Altre due diocesi di rito orientale furono erette sotto Francesco Giuseppe nel 1853: quelle di Lugos e di Claudiopoli-Armenopoli (Cluj) ed assoggettate alla nuova metropoli di Fágrás (Alba Julia, Blaj). Vennero in seguito Haidudorog nel 1912 e Timisoara (Temesvár) nel 1930.
Il Concordato stipulato nel 1855 fra l'Austria e la S. Sede fu ritenuto valido anche per l'U.; ma con il
1868, quando si ebbe la libertà politica per l'U., cominciò anche la politica restrittiva a danno della libertà della Chiesa in obbedienza appunto a quel falso liberalismo che andava infestando l'Europa. Si cominciò dalla scuola e dai figli dei matrimoni misti, poi si passò all'introduzione del matrimonio civile (1869), alla proibizione di pubblicare la bolla dell'infallibilità pontificia ed al placet nel 1870. Si seguivano in questo gli umori dominanti nella Cancelleria di Vienna, gli influssi derivanti dalla propaganda del Kulturkampf germanico. Il ministro Alessandro Wekerle si rese celebre nell'accettare, nel 1894-95, le precedenti leggi oppressive, introducendo il divorzio, la ricognizione ufficiale degli Ebrei nel Regno ed il favoreggiamento delle Chiese protestanti. La Chiesa rispose con un'organizzazione più efficace delle sue forze attraverso opportune organizzazioni popolari e giovanili e con l'esigere maggiore autonomia nel campo scolastico ed amministrativo.
Un nuovo assestamento delle circoscrizioni ecclesiastiche, ottenuto in seguito all'Arbitrato di Vienna del nov. 1939 e dell'ag. 1940, non ebbe lunga durata per l'invasione russa del 1945. Il nunzio apostolico fu espulso e la Chiesa ungherese nel 1946 fu di nuovo ridotta entro i confini assegnati all'U. nel 1920. Il governo comunista installato in U. dimostrò ben presto il suo malanimo contro la Chiesa e tentò di asservirla ai propri interessi: esso professò di non voler riconoscere i prelati non nominati col suo beneplacito, cioè quelli che la S. Sede nominava; condannò all'ergastolo il card. Mindszenty arciv. di Strigonia e mons. Grósz arciv. di Colocsa; fece nominare preti di sua fiducia agli uffici di vicario generale e di cancelliere nelle Curie vescovili, imponendo un commissario laico in ciascuna, nominato dall'ufficio statale per gli affari ecclesiastici; col pretesto della riforma agraria tolse alla Chiesa le proprietà forestali e quasi del tutto quelle agricole, sciolte gli Ordini e le Congregazioni religiose, meno qualche eccezione, confiscando tutti i loro beni; soppresse quasi tutte le scuole cattoliche tenute da religiosi, limitando anche il numero dei seminari e delle accademie religiose e soffocando la stampa cattolica. Fu instaurato in tal modo un regime ecclesiastico diretto praticamente all'annientamento di ogni libertà ed attività religiosa a profitto del comunismo ateo.
Circoscrizioni ecclesiastiche. Il territorio ungherese risulta diviso nel 1953 nelle arcidiocesi di AGRIA (Eger, Erlau) che ha le diocesi suffragane nella Cecoslovacchia; di COLOCOZA (Kalocsa) con la suffragane di CSANAD; di STRIGONIA (Esztergom, Gran) con le suffragane di ALBAREALE (Székesfehérvár), CINQUECHIESE (Pécs, Fünfkirchen), GIAVARINO (Győr), HAJDUDOROG (di rito bizantino), SABARIA (Szombathely, Steinamanger), VACIA (Vác), VESZPRIMIA (Veszprém); l'ABBAZIA NULLIUS DI S. MARTINO IN MONTE PANNONIAE (Pannonhalma) a capo della congregazione benedettina ungherese e l'esarcato apostolico per le parrocchie dei Ruteni di rito bizantino a Miskolc.
IV. RITO UNGHERESE
È un ramo etnico del rito bizantino secondo la sua forma rutena. L'unico suo distintivo è la lingua liturgica la quale, malgrado la cost. apost. Christifidelium dell'8 giugno 1912 (AAS, 4 [1912], pp. 432-33), è di fatto l'ungherese.Si conoscono le edizioni seguenti dei libri liturgici: Liturgia di S. Giovanni Crisostomo (Ungvár 1795); Debreczen 1882); Libro di preghiere e di canti (ivi 1862 ed altre); Epistole e Vangeli scelti (Eger 1882; Ungvár 1902, ed. più completa); Euchologion (Debreczen 1883; Ungvár 1907; Nyiregyháza 1927); Liturgia di S. Basilio e dei pre-santificati (ivi 1889); Liturgicon (completo, Nyiregyháza 1920); Calendario con note tipicali (ivi 1917); Anthologion per le feste di settembre e ottobre (Szatmár-Nemesti 1905); Orologion (il Grande; 2 voll., Miskolc 1938); I. Boksay e F. Malinis, Raccolta di canti liturgici con notazione musicale (Ungvár 1906).
V. LETTERATURA
I. L'età pagana (fino al 1000)
Sulla poesia del periodo pagano non ci è pervenuto alcun documento scritto, nonostante gli Ungheresi conoscessero, prima dell'alfabeto latino, una scrittura intagliata su verghe.Senza costituire un vero e proprio poema eroico fiorirono i canti eroici sulle gesta degli avi e sulle imprese militari dei grandi capitani contemporanei ai cantastorie, che questi ultimi cantavano in prima persona, facendo uso frequente dell'allitterazione e della ripetizione delle parole e dei concetti. Tali canti formavano due cicli principali: il ciclo della saga unno-magiaria e il ciclo della conquista della patria. Si hanno inoltre testimonianze sull'esistenza di canti popolari e sono pervenute tracce di formole magiche che risalgono probabilmente al culto sciamanistico. Questi canti eroici, canzoni popolari e formole magiche, erano accompagnati dal canto, monodico anche se strumentalmente accompagnato, che si basava sulla scala pentatonica.
2. Il medioevo (fino alla fine del 1400)
Con la conversione al cristianesimo gli Ungheresi si inseriscono nella comunità cristiana dell'Europa con l'aiuto della Chiesa e più precisamente degli Ordini religiosi, dei Benedettini in un primo tempo, dei Domenicani e Francescani in seguito. In tutto il medioevo prevale in U. la letteratura in lingua latina, coltivata, nel sec. XI, prevalentemente da ecclesiastici stranieri. All'inizio di tale letteratura sta la Deliberatio supra hymnum trium puerorum del benedettino veneziano s. Gherardo, divenuto vescovo di Casanad (m. nel 1046), che prendendo lo spunto dal libro di Daniele (la sorte di Daniele e compagni gli offrì il simbolo per quella dei missionari cristiani tra gli Ungheresi pagani), si serve di quell'anno delle creature per meditare su tutto il creato e per offrire ai cristiani neofiti una completa Weltanschauung cristiana.La Deliberatio getta le basi di quella lunga fioritura che nella storia letteraria ungherese è chiamata la letteratura dei codici. Questi codici, scritti in latino e vincolati, spesso nel senso letterale della parola, alle biblioteche capitolari e conventuali, contenevano le S. Scritture, i Sacramenti, le vite dei santi e, più tardi, anche raccolte di orazioni sacre; vi si trovano poi le prime tracce della lingua volgare: traduzioni inserite spesso nello stesso codice originale dei sermoni che il sacerdote doveva interpretare ai fedeli ungheresi, o degli inni che dovevano essere cantati in lingua volgare. Il primo testo letterario ungherese risale al principio del Duecento ed è una Orazione funebre. In essa la lingua, ad onta di certe difficoltà, di grazia in primo luogo e meno di natura grammatica, è ben comprensibile agli Ungheresi di oggi. I successivi testi dal principio del Trecento sono un Mária-siralom ispirato al Plancus Sanctae Mariae di Goffredo di San Victore; le Glosse di Alba fulia, traduzioni di schemi di sermoni; il Frammento di Conisberga, versione in prosa di un inno alla Vergine ed altri di minore importanza. L'invasione dei Tartari (1241) e la dominazione turca del '500 e del '600 troppe perdite arrecarono al patrimonio librario ungherese, ma anche i pochi esempi conosciuti rivelano, a confronto con i modelli, una vigoria espressiva e una sagacità costruttiva che sorpassano gli originali. Limitando l'esame dei testi latini a quelli di specifico interesse ungherese, si riferì a una tradizione latina. Instituti morum ad Emericum ducem, contemporanea alla Deliberatio, attribuita a S. Stefano, che contiene l'insegnamento al principe ereditario sull'arte del governo, in cui la condotta politica risulta interamente basata sulla morale cristiana. Nel 1070, si inizia, con la Legenda s. Zoerardi et s. Benedicti, dovuta al vescovo S. Mauro, la serie delle Vitae dei santi d'

Ungheria - Ricamo di Butrák.
U. Durante l'epoca dei rappresentanti (1001-1301) ed angioini (buona parte del '300) i cronisti, storiografi ufficiali della corte, attingono alla saga pagana, rimaneggiano la materia secondo gli interessi dinastici e contaminandola con motivi occidentali. La serie delle cronache si apre alla fine del sec. XII, con la Gesta Hungarorum del cronista anonimo — Magister P., un benedettino ungherese formatosi a Parigi — comprendente la storia della conquista della patria. La cronaca, dallo stesso titolo, di Simon Kézai (1284) introduce nella storiografia ungherese il concetto della continuità unno-magiaria. La Cronaca illustrata viennese, dovuta a Marco Kalti (1358), conduce il racconto al regno di Caroberto (1309-42), mentre Giovanni Küküllei dedicò il proprio lavoro (1390) alle gesta di Lodovico il Grande (1342-82). Vicini alla storiografia stanno l'Epistola magistri Rogerii super destructionem regni Hun-gariae per Tartaros facta (1244), dovuta ad un prete di Benevento teste oculare dell'invasione dei Tartari e loro prigioniero per un anno, e, dedicato allo stesso avvenimento, un Plancus destructionis regni Ungariae per Tartaros, elegia di autore ignoto. Né mancano, nel Trecento, inni dedicati ai santi ungheresi e scritti da anonimi poeti magiari in latino.
Alla prima metà del Quattrocento appartiene il primo codice interamente ungherese: la Vita s. Francisci completata su un Actus beati Francisci, sullo Speculum pe-fectionis e sulla Vita di s. Francesco di s. Bonaventura. In tre codici appaiono pure, verso il 1466, le prime traduzioni parziali della Bibbia, erroneamente ritenute una iniziativa usata: Evangelii, salmi, i libri di Ruth, Giuditta, Ester, Baruch, Daniele, i dodici profeti minori, i Maccabei. Nella seconda metà del secolo appare anche la prima elegia ungherese Gergely deák énke Both fád-nord (l'11 canto del deák Gregorio su Giovanni Both fád). Deák, da diacono, ha significato di erudito esperto del latino e dell'arte dello scrivere. L'elegia nacque quando i Both, ambasciatore di Mattia Corvino a Costantinopoli, fu trattenuto dal sultano e scomparve. Appare pure il primo poema Szabács viadala (s. Szabacs espugnata s. 1476). Nel campo della poesia popolare il repertorio dei cantastorie, che aveva man mano assorbito anche le vite dei santi re ungheresi e le gesta degli Árpád, si arricchisce di motivi tolti dai contrasti tra la nazione e i suoi sovrani di origine straniera (Sigismondo, Caroberto), oppure durante il glorioso regno di Lodovico il Grande completa-mente assimilatosi alla nazione; nascono così le storie dei Zách, di Kont, di Lőrinc Tar e di Miklós Toldi. Ma è la letteratura latina che rende attiva la prima stamperia sorta a Buda nel 1473, e suo primo prodotto è una Chronica Hungarorum, compilazione di ignoto sulle cronache precedenti. Quindici anni più tardi esce a Brno la Cronaca di Giovanni Turóczi, l'unico tra i cronisti medievali ungheresi che non fosse ecclesiastico, che servirà poi di fonte alla storia ungherese umanistica del
Bonfini. Tra i primi prodotti della stampa sta anche la serie delle raccolte delle orazioni sacre: nel 1482 i Ser
mones tredecim universales magistri Michaelis de Ungaria,
domenicano; nel 1497-98 i tre voll. della Biga salutis del
francescano Osvát Laskai e, dal 1487 al 1503, le raccolte
che dovevano raggiungere diffusione e popolarità in
tutta l'Europa, del francescano Pelbartus de Temesvár:
Stellarium, Pomerium, Sermones, Rosarium, Quadrage
simales, ecc., talune delle quali arrivarono anche a 18-20
edizioni. Alla corte umanistica di Mattia Corvino si de
vono, oltre alla magnifica biblioteca Corvina, le eleganti
epistole note sotto il nome del sovrano stesso, i Rerum
Hungaricarum decadés del citato recanatese Bonfini che
conduce il racconto della storia ungherese fino al 1496,
rimasti per alcuni secoli, in U. e fuori, fonte principale
della storiografia sull'U., un libellus elegans Galeoti Martii
de egregie, sapienter et jocose dictis ac factis Matthiae Un
gariae regis, nonché una serie di opuscoli politici ed enco
miastici di umanisti stranieri minori. Non furono da meno
del re gli umanisti ungheresi, alti prelati per lo più, che
con l'aiuto di Vespasiano da Bisticci raccolsero le proprie
biblioteche, János Vitéz arcivescovo di Strigonia e pre
cettore di Mattia (1498-72), Pietro Garázda, il vescovo
di Vác Miklós Bátori, l'arcivescovo di Kolocsa Pietro
Váradi che si erano formati in Università italiane e svol
sero un'estesa attività epistolografica e spesso anche poe
tica in latino. Maggiore tra tutti Janus Pannonius (1434-
1472), vescovo di Pécs che era vissuto undici anni a
Ferrara, Padova e Roma, del quale sono pervenuti l'ele
gante poemetto Concentratio ventorum, 4 panegirici, 34
elegie e più di 400 epigrammi, traduzioni da Demostene,
Plutarco e Plotino. L'eleganza del suo latino e la vigore
dell'espressione poetica si ammirano soprattutto nel poe
metto, in alcune elegie e in parecchi epigrammi in parte
licenziosi; le sue idee neoplatoniche, il suo interesse per
l'astrologia, la sua predilezione per la cultura classica si
manifestano invece più efficacemente nei componimenti
De rerum humanarum conditione, Ad Galeotum, De Stella,
e nel panegirico per Guarino da Verona, suo maestro.
3. Riforma luterana e Restaurazione cattolica
La catastrofe di Mohács (1526) e il susseguente disca cordo della nazione sulla persona del monarca con dussero alla scissione. Con ciò si incrinò anche lo svi luppo unitario della letteratura, la diffusione della Ri forma protestante non fece che aumentare la scissione degli animi, tormentati anche dalla rivolta dei servi della gleba nel 1514 e dalla sua severa repressione. L'accorata Preghiera alla Vergine di András Vásárhelyi (1508) e le satirica Cantilena di Ferenc Apáti (1526) temono e pre vedono questi mali, ed anche il primo esametro unghe rese, del 1521, parla della decadenza di Roma.Intanto la diffusione della stampa non ritarda l'atti
vità dai traduttori e, nei primi tre decenni del '500 si
traducono dal latino numerose leggende mariane, vite
di santi, le leggende di Barlaam e Giosafat e di s. Alessandro;
mentre quella della b. Margherita d'Ungheria nasce addi
rittura in lingua ungherese (1510). Questa vasta attività
arricchisce anche la poesia: così con la lunga leggenda
di s. Caterina d'Alessandria di più di 400 versi ottoniari
a rime baciate, con l'inno al Crocifisso e l'inno a s. La
dislao re, per citare solo gli esempi più noti. Si continua
anche a tradurre la Bibbia; a cominciare dai seguaci di
Erasmo che preparano alcune versioni parziali con il
commento del loro maestro. Benedek Komjáti traduce
nel 1533 le Epistole di s. Paolo e Gábor Pesti nel 1536
i Vangeli. János Sylvester, luterano, tradusse tutto il
Nuovo Testamento, premettendovi una dedica al lettore
in sonanti distici ungheresi (1541). Dopo numerose altre
traduzioni parziali il calvinista Gáspár Károli offrì la
prima versione integrale (1590). Grande l'influsso di questa
Bibbia ungherese, soprattutto nella letteratura: e lo si
ritrova ancora presso alcuni poeti moderni.
Nella seconda metà del '500 e nella prima metà del
'600 gran parte della stampa ungherese riguarda la pole
mica religiosa; vi prevalgono dapprima i protestanti, nelle
tre correnti luterana, calvinista, unitaria, fino al 1580;
l'azione del vescovo di Pécs, Miklós Telegdi, segna l'ini
zio della riscossa cattolica. La polemica non si limitava
alla discussione dei dogmi, ma si estendeva alla ricerca
della responsabilità storica per le miserevoli condizioni
del paese. Per il riflesso letterario di tali polemiche, la
lingua volgare si scaltrisce e si arricchisce, la personalità
degli scrittori si differenzia, preparando il terreno ad una
fioritura di poesia lirica prevalentemente religiosa. Le
tinte di tale poesia sono piuttosto cupe: la predestina
zione calvinista, la predicazione della predicazione pro
testante per il Vecchio Testamento ne sono la causa,
insieme con le tristi condizioni del paese smembrato.
Altra ispiratrice della poesia fu la continua lotta dei
soldati ungheresi, nei territori di confine, contro il Turco.
Questo settore trovò il suo maggiore esponente nel can
tastorie Sebestyén Tinódi (ca. 1506-56) che pubblicò la
raccolta dei suoi canti sotto il titolo Chronica, nel 1554.
Una terza sorgente fu costituita dai versi amorosi, i co
siddetti canti di fiori, che per l'austerità dei tempi non
potevano giungere agli onori della stampa. Colui che seppe
riunire in sé tutti e tre questi aspetti, diventando il primo
vero poeta lirico ungherese, fu il barone Valentino Ba
lassi (1551-94). Poeta soldato dotato di vasta cultura, co
noscitore delle letterature classiche, pratico delle lingue
italiana, ceca e turca, ebbe vita assai movimentata. Lu
terano di nascita, si convertì al cattolicesimo. Mori per
una f.rità riportato in battaglia contro il Turco e nei
suoi ultimi giorni tradusse i Salmi. I suoi canti religiosi
raggiunsero nel corso dei secoli 42 edd. I suoi canti
militari e amorosi si diffusero manoscritti con grandissimo
influsso sullo sviluppo della poesia ungherese, anche
grazie alle nuove forme create dal Balassi.
Più che nella lirica scritta del '500 il sentimento
d'amore prevalse nella narrativa. Le novelle in versi
(széphistóriák, cioè storie belle), erano, eccetto due, tra
duzioni particolarmente dal Boccaccio, ma attraverso ver
sioni latine. Altrettanto nella prosa narrativa. Le gesta
di István Mankoczi, una specie di novella picaresca, è
l'unica opera originale; tutte le altre sono traduzioni dal
latino o dal tedesco. Appare anche la prima traduzione
di un dramma classico: l'Elettra ad opera di Péter Bor
nemissza (1558), cui viene attribuita la satira dialogata
sul Tradimento di Menyhárt Balassi (1569), cinque atti
sulla storia di uno dei più loschi avventurieri del tempo.
Nel dramma pastorale si ha solo un frammento, Cre
dulus e Giulia, su modello italiano, attribuito a Bálint
Balassi.
La Compagnia di Gesù, introdotta in U. nel 1561,
nel 1577 gestisce a Nagyszombat una tipografia; nel 1635
il card. Pázmány (v.), seguita anch'egli, vi fonda
l'Università (che più tardi sarà trasferita a Budapest):
ecco le persone e i mezzi che sotto la guida dell'eccezionale
ingegno di Pázmány fanno trionfare in U. la causa della
Controriforma, ritrasformando il paese in un Regnum
Marianum. Tra i seguaci di Pázmány eccelle il gesuita
György Káldi, primo tra i cattolici ungheresi a dare
della Bibbia una traduzione completa (1626), tuttora in
uso. Il canonico Mihály Veresmarti (1572-1645) diede
alla letteratura ungherese il primo lavoro nel genere delle
storie di conversione. Anche i protestanti continuarono
la loro attività traduttrice. Lo Psalterium Ungaricum (1607),
opera di Albert Szenczi Molnár, condotta sulle versioni
francesi e tedesche, musicate da Goudimel, è tuttora in
uso nel culto protestante. János Apácai Csere, protestante
anch'egli, sulle orme di Cartesio scrive il primo compendio
filosofico ungherese (Magyar logikácska), e con la sua
Magyar Encyclopedia (1655), vasta compilazione, tra
dotta da manuali latini, getta le basi della lingua scien
tifica ungherese. Questi due scrittori furono attivi nel
principato di Transilvania, rimasto l'ultimo baluardo del
protestantesimo grazie anche ai principi che fecero rac
colgiere i canti religiosi protestanti e pubblicarli con il
titolo di Graduale maggiore (1636), completando la pre
cedente raccolta, il Piccolo graduale, del 1592. La corte
transilvana contribuì all'incremento della letteratura con
l'autobiografia del principe János Kemény (1607-62) e
del cancelliere Miklós Bethlen (1642-1716). Da parte
cattolica nel 1651 uscì per opera del gesuita Benedek
Szőlősy la raccolta Cantus catholici, con i più bei canti
religiosi cattolici, dando un esempio che sarà seguito nel 1674 dalla raccolta omonima del vescovo Ferenc Szegedi, nel 1676 dal *Cantionale catholicum* del francescano János Kájoni, nel 1693 dal *Salmi* del canonico István Illyés e nel 1695 dalla *Lyra coelestis* del canonico György Náray. Una seconda raccolta di versi pubblicò pure nel 1651 il poeta-condottiero e uomo di stato Miklós Zrinyi con il titolo: *Adriai tengernek Syrenaja*: «La sirena dell'Adriatico», dove è compresa la *Szigeti veszedelem* (*Obsidio Szigetiana*), il primo poema eroico-religioso della letteratura ungherese, il cui argomento è l'assedio del Sultano nel 1566 contro la fortezza di Szigetvár difesa da un avo del poeta e dove l'elemento storico si fonde organicamente con l'elemento miracoloso attraverso la fede viva del poeta. Miklós Zrinyi (1620-64), discepolo di Pázmány, a soli 27 anni diventò bano della Croazia. Per completare i suoi studi, Pázmány lo inviò in Italia e Zrinyi vi approfondì la conoscenza della letteratura. Nelle opere politico-militari, dirette tutte contro la dominazione turca, si rintraccia l'influsso di Machiavelli, nelle liriche di ispirazione pastorale quello del Marino, mentre nell'*Obsidio* è palese l'influenza del Tasso. Nella forma (strofe di quattro versi dodecassillabi rimati) e nello stile da lui creati László Listius cantò la storia della battaglia di Mohács sotto il titolo *Magyar Múrs* (1653). Il secondo grande poeta del Seicento, István Gyöngyösi (1624-1704), restringe la portata del poema eroico: in lui il sentimento religioso si riveste d'una decorazione mitologica e perde d'intensità; gli avvenimenti storici invece di essere nazionali si riducono in lui a proporzioni familiari, e spesso anzi matrimoniali; il che gli offre il pretesto di spostare l'interesse poetico dall'erotico all'amoroso. Tali sono per esempio il poema *Márssal társalkodo Murányi Vénus* (*La Venere di Murány* che si allega a Marte*) e il canto sul matrimonio di Imre Thököly e Ilona Zrinyi, nonché una parte della *Memoria di János Kemény*. Più palese ancora l'intento erotico sotto le apparenze moraleggianti in *Csalárd Cúpido* (*Cupido traditore*). Non scevre di contaminazioni mitologiche, ma sincere e convincenti le sue meditazioni sui Misteri del Rosario, *Rózsakoszoru*, ricche di mezzi espressivi che vanno dall'ingenuo stile popolare al crudo verismo. In quanto alla sapienza tecnica della versificazione, l'arte di Gyöngyösi segna su quella di Zrinyi un rilevante progresso. Nel Seicento la prosa narrativa e il teatro non escono dalle traduzioni o elaborazioni da modelli stranieri. La lirica d'arte trova nei suoi cultori alcuni continuatori della tradizione balassiana; tra questi János Rimai, se non uguaglia il modello in potenza lirica, è degno di stargli accanto per la varietà dell'ispirazione. Péter Beniczky, che nei suoi canti religiosi si ispira al libro di preghiere di Pázmány, e István Koháry, che scrive la maggior parte dei suoi versi in prigionia, si limitano invece alla poesia religiosa e patriottica; Ferenc Barakonyi e la baronessa Kata Szidónia Petróczi, a quella amorosa e religiosa. La lirica popolare – o, meglio, dovuta ad autori sconosciuti ma tutt'altro che privi di dottrina – si diffonde ancora manoscritta. Una raccolta di versi erotici e satirici è il *Vásárhelyi daloskönyv* (*Canzoniere di Vásárhely*). Verso la fine del secolo sorge poi la *poesia dei kuruc*. I *kuruc* (da *crusc*: dalla rivolta dei contadini del 1514, originariamente reclutati per una Crociata contro i Turchi) erano gli insorti contro gli Asburgo, sia che si trattasse dei perseguitati dopo la scoperta della cospirazione di Wesselényi, sia dei soldati di Imre Thököly e di Ferenc Rákóczi II. I temi di tale poesia sono l'odio contro i Tedeschi, la gioia o il dolore per le battaglie vinte o perdute, la preoccupazione per le sorti della patria che spesso sfocia in ardenti preghiere, e, infine, l'espressione di una lunga mente repressa ma esuberante vitalità ed allegria nei momenti di tregua. La poesia dei *kuruc* tocca la sua maggiore fioritura nel primo decennio del sec. XVIII.
4. Il *Settecento*
Salvo gli ultimi decenni, il Settecento è ritenuto un periodo di decadenza della letteratura nazionale. In realtà i centri generatori della letteratura vengono a trovarsi, al principio del secolo, nella emigrazione rákocziána e, alla fine del secolo, nell'ambiente nobiliare ungherese della corte di Vienna; mentre l'interesse intellettuale si sposta in una certa misura nel campo della letteratura scientifica.
l'interesse intellettuale si sposta in una certa misura nel campo della letteratura scientifica.
Nel 1711, la pace di Szatmár, ponendo fine all'insurrezione rákocziána, segna l'inizio dell'emigrazione di Rákóczi, e dei suoi seguaci, che dopo un primo periodo polacco (1711-13) e parigino (1723-17) si stabilisce definitivamente a Rodostó, nella Turchia. I prodotti letterari più importanti dell'emigrazione sono le memorie, scritte in latino, dello stesso principe Rákóczi, e le *Lettere dalla Turchia* del suo camerlengo Kelemen Mikes, pubblicate postume nel 1794. In queste, indirizzate ad una zia immaginaria, il Mikes (1690-1761) raccolse tutti gli avvenimenti degni di nota, vi aggiunse una ricca copia di aneddoti e novelle e vi stese sopra la delicata trama di un suo lungo inappagato amore. Il Mikes lasciò pure una dozzina di traduzioni dal francese: tutte opere di edificazione e di storia religiosa.
Dopo i primi tentativi nel campo della stampa periodica, le *Ephemerides Latinae* del gesuita Márton Szentiványi (Nagyszombat, 1675-1710) e il *Mercurius* del principe Rákóczi (1705-10), diretti ambedue all'opinione pubblica estera, e dopo le prime iniziative, più o meno effimere di offrire per i lettori ungheresi giornali scritti in latino o in tedesco – come la *Nuova Posoniansa* (1721), l'*Oferischer Mercurius* (1731) e la *Pressburger Zeitung* (1765) – nascono nel Settecento anche i primi giornali ungheresi: il *Magyar Hírmondó* a Pozsony nel 1780, che a cominciare dal 1787 pubblica anche un supplemento letterario, il *Magyar Mercurius* a Pest nel 1787, il *Magyar-kurír* a Vienna nel 1786, l'*Erdélyi Magyar Hírívő* nella Transilvania nel 1790, ecc.
Le tre maggiori tipografie del paese – Nagyszombat, Budapest, Debrecen – stampavano una grande quantità di libri scientifici, la maggior parte in latino, che valsero a far conoscere all'estero la storia, la vita giuridica, ecc. ungherese, nonché a inserire l'U. organicamente nelle correnti intellettuali europee dell'epoca. Sorgono la linguistica comparata e la storia letteraria per opera rispettivamente di János Sajnovics e Dávid Cvittinger, mentre continua la fioritura della storiografia: il gesuita Gábor Hevenesy, con la sua raccolta di fonti in 140 voll. mano-
scritti getta le basi della storia ecclesiastica ungherese, mentre György Pray, gesuita anch'egli, compie, con le sue ricerche archivistiche, la stesura degli Annales veteres e Annales Regum Hungariae. La Historia critica di István Katona S. J., in 43 voll., è l'opera storiografica di maggior mole che la letteratura ungherese conosca.
Un ponte tra la prosa scientifica e letteraria è costituita dalle opere morali del gesuita Ferenc Faludi (1704-1779), adattamenti, attraverso traduzioni italiane, francasi e tedesche, di opere dell'inglese Darell, dello spagnolo Gracián e di altri, che sono altrettante tappe di una lotta preventiva contro l'illuminismo. In anticipo sullo stesso Herder, il Faludi è il primo studioso della poesia popolare. Mentre introduce nelle sue liriche numerose forme occidentali (tra le quali anche il sonetto ed altre forme italiane: fatto dovuto al soggiorno di un quinquennio a Roma quale confessore dei pellegrini ungheresi), percorre con i suoi neologismi il rinnovamento linguistico della fine del secolo. Il barone László Amadé (1703-64) è l'altro poeta lirico che arricchisce con la sua versatilità le forme della poesia ungherese, ma la sua produzione prevalentemente amorosa e priva di serietà morale segna il primo fenomeno di laicizzazione della letteratura in U. Pál Rádiá inaugura invece, nella sua qualità di canzone dell'amore coniugale, un indirizzo lirico che in seguito diventerà tradizionale e troverà nella lirica di Sándor Kisfaludy e Sándor Petőfi la sua espressione più alta.
La corrente illuministica della letteratura ungherese sorge nella corte di Maria Teresa, tra i nobili giovani che a Vienna facevano parte della guardia del corpo speciale della Regina; primo in questa corrente, György Bessenyei che seppe imprimervi un indirizzo nazionalistico né, d'altra parte, il suo illuminismo fu scevro d'un profondo travaglio tra il dubbio razionalista e un intimo bisogno di fede religiosa. Animatore di iniziative culturali piuttosto che verso artista creatore, il Bessenyei (1747-1811) lasciò nondimeno orme preziose - nella tragedia, nella commedia, nella poesia epica e didascalica, nel romanzo politico, ecc. - che saranno seguite nel corso dell'Ottocento da artisti maggiori dei luci, così come gli uomini di Stato maggiori dell'800 unghiere persero l'antico e compimento iniziative culturali che il Bessenyei andava man mano additando nei suoi numerosi pamphlets. Quel gruppo di scrittori che prese nome dal Bessenyei e che lavorava alla realizzazione del suo programma - far progredire la nazione coltivando la linguaggio nazionale - soprattutto attraverso traduzioni dal francese, ebbe presto seguito in patria e, vieppi allargandosi, serbò intatto il programma nazionalistico, perdendo l'iniziale ispirazione illuministica. La causa va però ricercata anche nella sanguinosa repressione della cospirazione giacobina guidata dall'ecclesiastico Ignác Martinovics, nella quale furono coinvolti, e quindi condannati a reclusione più o meno lunga, anche numerosi scrittori.
Dal seme gettato dal Bessenyei sorsero diversi indirizzi a seconda dei modelli ungheresi o stranieri antichi o moderni ai quali si ispiravano. Si ebbe così l'indirizzo latineggiante, la corrente germanizzante, la scuola conservatrice nazionale, l'influsso italiano, finché le sorgenti tutte confluiscono nelle personalità più complesse di Kazinczy e di Kölcsey.
Iniziatori dell'indirizzo latineggiante furono il gesuita Dávid Baróti (1739-1819), lo scolpio Miklós Révai (1749-1807) ed il gesuita József Rájnis (1741-1812); il continuatore più valente il paolino Benedek Virág; solo il perfezionatore ed ultimo rappresentante di tale scuola il luterano Dániel Berzsenyi (1776-1836), fu un laico. Merito principale dei tre precursori fu aver chiarito, attraverso un'accusa polemica, i problemi della prosodia ungherese, aver tradotto fedelmente una serie di autori classici e qualche volta anche umanisti, e aver introdotto nella poesia ungherese in modo definitivo tutti i metri classici insieme a molte forme di pensiero del mondo greco e della latinità antica e barocca, arricchendo la lingua poetica magiara. Il Virág mise i metri antichi a servizio dell'attualità patriottica dando popolarità all'indirizzo latineggiante. Da Berzsenyi forme, concisione e psicologia oraziano sono riprese e vissute con profonda fede cristiana. Le vette della sua poesia religiosa e patriottica sono rispettivamente le odii Fohászkodás («Preghiera») e A magyarokhoz («Agli Ungheresi»).
Tra i fautori della scuola nazionale conservatrice eccellono lo scolpio András Dugonics (1704-1818), il generale József Gvadányi, di origine italiana (1725-1801), e il botanico Mihály Fazekas (1766-1828). Dugonics, «il padre del romanzo ungherese», tradusse in alessandrini i poemi omerici e l'Eneide e scrisse una serie di romanzi storici tra cui Etelka fu il primo «bestseller» nella letteratura ungherese. Il Dugonics dovette la sua grande popolarità al suo spinto nazionalismo. Gvadányi tesse, in un poemetto satirico-moraleggiante, Egy falusi notárius budai utazása («Il viaggio a Buda di un notaio di campagna», 1790), l'elogio delle antiche virtù nazionali e condanna l'imitazione delle mode straniere; nel poema Rontó Pál («Paolo Fracassa») narra la storia di un avventuriero popolano. Mihály Fazekas offre col poema con un poema Ladas Matyi («Matti dalle oche»), attraverso il racconto della triplice vendetta di un servo della gleba ai danni di un latifondista, uno dei primi spunti sociali nella letteratura ungherese.
Vicini all'indirizzo nazionale, ma superandone i limiti di scuola, stanno Sándor Kisfaludy e Mihály Csonkoni Vitéz. S. Kisfaludy (1777-1844), ufficiali di stanza a Milano e poi prigioniero di guerra in Provenza, viene a contatto con la poesia del Petrarca e scrive sotto l'influsso del Canzoniere i due libri di Himfy szerelmei («Gli amori di Himfy: Lamento d'amore e L'amore felice»). Nel primo il Kisfaludy non oltrepassa i temi petrarcheschi, nel secondo invece canta l'amor coniugale. Figura più complessa, ma anche più tragica, vissuto sempre in miseria e morto prematuramente, è il Csonkoni (1773-1805) la cui personalità poetica va dalla delicatezza delle canzoni per Lilla, le più aeree e musicali nella lirica ungherese, attraverso il successo umorismo del poema eroicomico Dorottya («Dorotea, ossia le dame nel carnevale»), fino alla penetrazione filosofica dell'A lélek halhatatlanságáról («dell'immortalità dell'anima»). Tradusse dal Tasso, dal Metastasio, dal Guarino.
Nell'indirizzo germanizzante gli scrittori più in vista sono Gedeon Ráday (1713-92), Gábor Dayka (1768-1796), il* paolino Ferenc Verseghy (1775-1822), János Batsányi (1763-1845) e József Kármán (1769-95). Nelle poesie di Ráday e di Verseghy appaiono per la prima volta accoppiati la rima e il metro; Dayka è la prima voce malinconico-sentimentale; Batsányi, poeta rivoluzionario dapprima e poi amaro pessimista, è il primo teorico in U. della traduzione artistica; Kármán trapianta nella letteratura ungherese, con Fanni hagyományai («Le memorie di Fanni»), il romanzo sentimentale. La vita letteraria nel senso moderno della parola comincia in U. con l'attività di Ferenc Kazinczy (1739-1831). Attraverso la pubblicazione di riviste letterarie e soprattutto la sua corrispondenza con tutti gli scrittori, poeti, studiosi ungheresi, raccolta in seguito in 21 voll., egli è l'organizzatore della vita letteraria ungherese. La polemica sorta in seguito all'attività dei neologisti, alla quale lo stesso Kazinczy diede un grande apporto specie con le sue traduzioni da Sallustio, da Shakespeare, da Molière, da Goethe e da Lessing, non fece che destare maggiormente l'interesse del pubblico per la letteratura. Anche se di fronte all'attività organizzativa ed innovatrice, la creazione poetica di Kazinczy resta in secondo piano, essa è improntata tuttavia a un senso stilistico elevatissimo e di gusto sicuro. Compagno di Kazinczy nel rinnovamento linguistico e suo seguace nell'indirizzo poetico, fu Ferenc Kölcsey (1790-1838), precursore della critica letteraria ungherese e grande oratore politico ed accademico, formatori sugli esempi della retorica classica. È autore dell'Hymns (inno nazionale ungherese), nel quale, come in altre sue poesie civili, l'afflato lirico si unisce ad una approfondimento filosofico della storia.
5. L'Ottocento
È il secolo d'oro della letteratura ungherese. Le iniziative di organizzazione, di rinnovamento della lingua e di creazione poetica, maturatesi nel 700, sfociano nel romanticismo nazionale, che costituisce per l'U. un momento storico particolarmente propizio incui il fattore politico e quello culturale si ispirano e si potenziano a vicenda. Né è possibile in questo periodo fare una netta distinzione fra letterati e uomini di Stato, tanto il fervore del risorgimento nazionale impegna gli intelletti migliori; già, per es., nel romanziere e ministro dell'Istruzione Eötvös il letterato non si può scindere dall'uomo di Stato. Questo periodo va dal 1820 fino all'esordio di Petőfi nel 1844 ed è dominato dalle figure del poeta Vörösmarty, del commediografo Kisfaludy e del romanziere Eötvös. Una nuova coscienza sociale, dalla quale scaturisce nelle assemblee nazionali una serie di riforme economiche e sociali, dovute all'iniziativa soprattutto del conte Széchenyi, ma sentite ed accettate da un'opinione pubblica favorevolmente preparata dall'atti-vità dei letterati, sotto l'influsso di Kossuth, erompe indo-mabile verso la completa indipendenza nazionale. Mentre il progresso politico, sfociato nel 1848 nel completo affran-camento dei servi della gleba e poi nella guerra d'indipendenza, vinta dall'Austria con l'aiuto russo, subisce durante il periodo dell'assolutismo (1849-67) una lunga battuta d'arresto, la vita letteraria continua il suo corso dominato dalle figure dei poeti Arany e Tompa, dei romanziere Kemeny e Jókai e del critico Gyulai.
Solo negli ultimi due decenni del secolo lo sforzo creativo del genio nazionale si distende nell'epigonismo, senza peraltro troppo rammollirsi nell'atmosfera intimista della fin de siècle.
L'attività letteraria del conte István Széchenyi (1791-1860), che la posterità annovera quale «il più grande ungherese», va da un libercolo di pratica utilità A lova-krul («De cavalli»), all'Allucinata satira contro l'assolu-tismo di Vienna (Blick); le sue tappe più importanti sono i volumi Hitel («Credito»), Világ («Mondo») e Stádium e la polemica con Kossuth attraverso la stampa periodica e il volume Kelet népe («Popolo d'Oriente»), mentre i suoi diari costituiscono un documento di altissimo valore, rivel-lante un'anima e un'epoca. KOSSUTH, LAJOS (v.) è legata ai suoi discorsi parlamentari e propagandistici.
Non meno precursore di lui in fatto di chiaroveggenza storica si dimostra il barone Miklós Wesselényi, che col suo Szózat («Appello») richiama l'attenzione del mondo sin dal 1843 sul crescente pericolo slavo. Discorsi e articoli di giornale tramandano lo stile sobrio e razionale di Ferenc Deák, il «saggio della patria», fautore del Com-promesso con l'Austria. Ma lo scritto politico filosofica-mente più approfondito dell'Ottocento ungherese resta il saggio fondamentale di Eötvös su L'influsso delle idee do-minanti del sec. XIX sullo Stato, in ungherese e in te-desco, in cui i principi della Rivoluzione Francese ed altri principi politici dell'epoca (nazionalismo, centralismo, re-gionalismo, ecc.) sono sviscerati e presentati nella loro attuazione storica ed avvenire con acume e preve-genza.
L'approccio che la coscienza della gloria antica può significare nella formazione di una nuova mentalità nazio- nale fu assicurato agli Ungheresi dal loro maggiore poeta romantico, Mihály Vörösmarty (1800-55). Egli rinnovò e quasi ricredì il poema eroico ungherese con la Zaldánfutása («La fuga di Zalán») ed altri poemi minori; con i suoi drammi storici immerse gli albori della storia nazionale in un'atmosfera shakespeariana e raggiunse profondità filo-sofiche nel dramma fabesco Csongor és Tünde; rese più varia e intensa la poesia lirica e soprattutto assicurò al rinnovamento linguistico il trionfo definitivo. Minore per potenza di linguaggio, ma non meno importante per attività letteraria fu il commediografo Károly Kisfaludy (1788-1830), che, mentre nei suoi drammi storici e nelle sue commedie sociali rese popolari i nuovi aspetti della coscienza nazionale, con la fondazione della rivista Aurora, la prima rivista letteraria veramente diffusa e letta in U., fece della capitale del regno anche il centro della vita let-teraria. Tragedia più valente di lui fu József Katona (1791-1830), che creò con Bánk Bán («Il bano Bánk») la tragedia nazionale rappresentativa, ma al quale la for-tuna arrise soltanto postuma.
Se il romanzo storico deve la sua grande popolarità ottocentesca alla vena felice del barone Miklós Jósika (1794-1865), esso assurge ad un significato nazionale nell'opera del barone József Eötvös (1813-71): i suoi quattro romanzi A karhatuzzi («Il certosino»), A falu jegyzője («Il notaio del villaggio»), Magyarország – 1514 – ben («L'Ungheria nel 1514») e Nővérek («Le sorelle») sono tutti a tesi. Il certosino, romanzo psicologico della ricerca della felicità, insegna che soltanto l'egoismo non trova la felicità sulla terra. Il notaio del villaggio è una raccolta completa degli abusi del feudalismo nelle auto-nomie amministrative e ha per tesi la necessità inelut-tabile della centralizzazione. Nell'Ungheria nel 1514 parla l'uomo sociale per additare alla nazione con l'esempio della storia l'altro grande compito ineluttabile: la libera-zione dei servi della gleba. L'ultimo, Le sorelle, insegna attraverso il diverso destino di due esseri uguali la decisiva importanza dell'educazione: in esso è Eötvös il ministro dell'educazione che impartisce ai suoi connazionali la le-zione più importante della sua alta cattedra.
Il momento più felice della letteratura ungherese, il classicismo nazionale, nasce dall'inno del'indirizzo po-lolareggiante sul tronco del romanticismo. Petőfi, Arany, Madách sono valori universalmente riconosciuti, anche se non bene conosciuti. Sándor Petőfi (1823-49), il maggior lirico ungherese, coltiva tutti i generi della poesia: nar-rativa e lirica patriottica e familiare, ma riesce forse più grande come poeta del paesaggio, perché in questo campo unisce ad una ipersensibilità impressionistica una sem-plicità quasi primitiva dell'intonazione. Pervaso di vivo sentimento sociale e continuamente agitato da un tem-peramento di rivoluzionario, il Petőfi è, nello stesso tempo, di grande integrità morale, un'anima natura-liter christiana. In questo tratto non dissimile da lui è János Arany (1817-82), notaio e insegnante in un mo-desto borgo agricolo, segretario generale dell'Accademia Ungherese nella capitale. Traduzione dal Tasso, da Shake-speare e tutto Aristofane, ma non scrisse per il teatro; fu lirico, ma di riflessione e non di passione. Raggiunse le vette più alte della propria arte nella poesia narrativa: nella trilogia eroico-popolare Toldi, nei poemi sugli albori della storia unno-magiarà Buda halála («La morte di Buda») in numerose ballate di tipo nordico. Mihály Tompa (1817-68), poeta elegiaco ed allegorico, trovò i suoi accenti più felici negli anni successivi alla guerra d'indi-pendenza, quando le sue poesie furono di consolazione per tanti patrioti: A gólyához («Alla cicogna»), A madár fiahoz («L'uccello ai suoi figli»). Negli anni depressi del-l'assolutismo si svolge pure la maggior parte dell'atti-vità letteraria del romanziere barone Zsigmond Kemény (1814-75). Nei suoi romanzi, che hanno per argomento episodi della storia transilvana, egli raggiunge una rara potenza nel far rivivere gli spiriti animatori delle diverse epoche del passato. Con i suoi oltre 100 volumi di ro-manzi e racconti Mór Jókai (1825-1904) è il narratore ungherese più fecondo, più ricco di fantasia e più avvin-cente, anche se non il più profondo e più solido per con-cezione morale. Imre Madách (1823-64) con il suo dramma storico-filosofico Az ember tragédiája («La tragedia del-l'uomo») risolve la ricerca di un senso nella storia con un pessimismo cristiano.
L'opera creativa dei poeti e scrittori ungheresi fu in questo periodo aureo efficacemente affiancata dall'opera critica di József Bajza (1804-58) e di Pál Gyulai (1825-1909), poeti essi stessi.
6. Il Novecento
Gli scrittori che si affacciano al nostro secolo traggono le loro origini dalle varie correnti: realismo, naturalismo, simbolismo. Nell'800 la letteratura ungherese ha raggiunto l'intensità delle letterature occi-dentiali, col Novecento essa vi si allinea completamente in una perfetta simultaneità. La traduzione poetica diventa un'importantissima categoria letteraria nazionale senza scapito dell'originalità degli scrittori ungheresi. Sorgono numerose le riviste letterarie: quali le conservatrici Uj tők («Tempi nuovi») e Napkelet («Oriente»), la cattol-lica Élet («Vita») e le progressiste A Hét («La settimana») e Nyugat («Occidente»), sulle colonne delle quali si accendono aspre ma vivificanti polemiche tra conserva-tori e occidentali. La prima guerra mondiale non arrecatroppi danni alla vita letteraria ungherese perché da una parte ravviva attraverso l’irredentismo le forme letterarie del patriotismo, mentre dall’altra e grazie all’attività degli scrittori raccolti attorno alla rivista Erdélyi Helikon è luogo al sorgere di una letteratura transilvana, improntata ad un fervore particolare. Contro la decadenza del gusto reagisce la più importante rivista letteraria, la Nyugat, diretta per lunghi decenni da quel Mihály Babits che ha dato agli Ungheresi una bellissima traduzione della Divina Commedia e di numerosi inni sacri medievali. Amatori a rivista o immorali si trovano soltanto nei mediocri; i maggiori, anche se più o meno lontani dal cristianesimo, sono anime religiose che rivelano il loro intimo travaglio di fronte alla Divinità: è questo il caso del simbolista-nietzscheiano Endre Ady (1877-1937) e di Dezső Kosztolányi (1885-1937) che da crepuscolare cresce a stucco moderno; oppure, nella generazione più giovane, il caso di Attila József (1905-1937), che da origine marxista si eleva a cantore dell’amore universale, e di Sándor Weöres (n. nel 1913), surrealista, il cui travaglio tra ideologie indottobetane e cristianesimo è tuttora in atto.
Il gruppo importante dei sociografi si è fatto, con un paziente lavoro di rilievo e di documentazione in forma letteraria, fa parte presso l’opinione pubblica nazionale di una riforma agraria. La personalità maggiore tra essi è il poeta Gyula Illyés, ma è pure indubbia la loro derivazione spirituale dal romanziere realista Zsigmond Móricz (1879-1941) e da Dezső Szabó (1879-1945), romanziere verista e romantico dello stile. Di fronte alla graduale laizzazione della letteratura ungherese nel 1880, la prima metà del ’900 si contraddistingue per un processo inverso, sia per l’intensificarsi dello spirito religioso che per la crescente partecipazione di ecclesiastici alla vita intellettuale e letteraria. L’apologista Ottokar Prohászka, vescovo di Székesfehérvár (1858-1927), l’oratore Tihamér Tóth (1880-1936) e il dogmatico Antal Schütz O. P. (n. nel 1886) hanno esercitato sulla formazione spirituale delle nuove generazioni ungheresi un influsso decisivo. I poeti sacerdoti Lajos Harsányi (n. nel 1883), Sándor Sik (n. nel 1889) e László Mécs (n. nel 1895) sono all’avanguardia della poesia novecentesca ungherese. Tutti questi valori morali varranno forme domani a saldare quella rottura che la seconda guerra mondiale ha prodotto nello sviluppo della letteratura ungherese.
e l'iscrizione « Invicto Constantino felici triumphantis». In una di Intercisa, ora al Musco etnografico di Berlino, oltre al Buon Pastore è l'Imperatore a cavallo (G. Supka, Frühlchristliche Kästchenbeschläge aus Ungarn, in Römische Quartalschrift, 27 [1913], p. 162 sgg.).
VII. ARTE
Le culture artistiche sviluppatesi nei territori del bacino danubiano, poi occupati dagli Ungheresi, prima del loro arrivo erano quelle tipiche dei vari popoli che avevano in fasi successive abitato la regione: Unni, Sciti, Avari, Longobardi; culture che, localmente, si erano innestate ai sedimenti di quella sviluppatasi nella Dacia e nella Pannonia al tempo del dominio romano.Fu s. Stefano, primo re degli Ungheresi (997-1038), che, convertendo il suo popolo alla fede cristiana, ne orientò anche il gusto in senso occidentale, come testimoniato i pochi resti delle costruzioni che risalgono alla sua età ad Alba Regia (Székesfehérvár) e ad Alba Julia (Gyulafehérvár).
Poi durante il periodo romanico fra il sec. XII e il sec. XIII si costruirono, particolarmente in Pannonia nella antica capitale di Strigonia (Esztergom), importanti chiese, delle quali rimangono resti più o meno rimaneggiati, che testimoniato l'immissione nel territorio di elementi architettonici di gusto lombardo e francese. Ma è appunto agli inizi del sec. XIII che anche in U. cominciano ad apparire forme gotiche. Esse sono importate soprattutto dai monaci cistercensi, chinuacensi e premonstratensi che ebbero nel territorio grandi abbazie. Fra gli architetti francesi allora operosi in U. va ricordato particolarmente Villars de Honnecourt autore della cattedrale di S. Elisabetta a Kassa (Košice). Anche a Buda, a Pozsony (Presburg), a Gyorke, a Kasmark, a Tyrnau, a Tranchín (sec. XIII-XIV) furono allora costruite chiese di forme gotiche sempre di derivazione francese. E forme gotiche si vedono pure nella cattedrale di Rosenak e successivamente nella cappella di S. Michele a Kassa.
Quest'ultima è di stile tardo gotico (flamboyant) e risale al sec. XV, mentre fu costruito fra il 1470 e il 1506 il bel Palazzo episcopale di Kuttemberg.
Frattanto si intensificavano anche diretti rapporti artistici con l'Italia. Essi ebbero inizio quando i principi angioini di Napoli regnarono durante l'8000 suli Ungheresi, e poi si protrassero per tutto il Rinascimento. Nicola di Tommaso, pittore fiorentino, opera durante il sec. XIV nella cappella palatina di Esztergom, mentre nel Museo di quella città si conservano tavole dipinte da Tommaso di Kolozsvár (Cluj) — l'esponente maggiore della pittura ungherese agli inizi del sec. XV — che mostra nelle sue opere elementi derivanti dall'arte italiana e particolarmente da Gentile da Fabriano che fra i suoi allievi ebbe un Michele ungherese. D'altronde è noto come Masolino da Panicale abbia lavorato in U. intorno al 1430 e come, qualche tempo dopo, da Ferrara, Michele Pannonio importasse in U. elementi di gusto italiano. Successivamente il maestro ungherese che sigla le sue opere con un M. S. mostra con chiarezza fra gli elementi della sua formazione forti influssi umbri. È ad ogni modo evidente come, durante il sec. XV, sia l'arte del Rinascimento italiano quella che assume una decisa prevalenza in U. Ciò rispecchiava la precisa volontà di Mattia Corvino che regnò sugli Ungheresi dal 1458 al 1490. Al suo tempo furono fatti grandi lavori in ogni parte dell'U. E mentre Pellegrino da Fermo e Benedetto da Majano la voravano per conto del Re nel Castello di Buda, altri artisti italiani, quali Aristotele Fioravanti, Camicia Ghimenti, Baccio Cellini operavano ugualmente per lui che a Firenze comandava opere al Verrocchio, a Filippino Lippi pittori, a Cristoforo Romano scultore, ad Altavante e Gherardo miniatori.
La moda delle forme rinascimentali seguitava in U. anche dopo la morte di re Mattia. Lo testimonia la cappella annessa alla Cattedrale di Esztergom (Gran) co
struita nel 1507 per il primate Thomas Bakócz da Amsterdam. Era Frerucci da Fiesole.
Allora gli architetti ungheresi andavano già adattando al loro gusto le forme rinascimentali d'importazione. Ciò si nota in edifici, anche di non grande importanza, nei territori di Szepes e Sáros ove sono evolute, in tono minore, forme stilistiche riecheggianti appunto temi rinascimentali italiani fin dentro il '700.
resè». Il programma, poi, abbracciava materie obbligatoria e materie facoltative, allo scopo di lasciare ampia possibilità di scegliere, accanto ad una cultura-base unitaria, quelle discipline che avessero destato maggior interesse negli allievi. Però nel 1949 le discipline facoltative furono assai limitate nelle ore e nel numero; tra quelle allora scomparse sono il latino e le lingue moderne e resta obbligatorio lo studio della lingua russa. Nel 1949 cessa anche di essere obbligatorio nella Scuola generale l'insegnamento religioso.
7. L'istruzione media
Secondo il programma tracciato con decreto del 1948, l'istruzione media abbraccia tre gruppi principali di scuole, due dei quali suddivisi in scuole di vari tipi, aderenti ai vari indirizzi futuri degli alunni. a) Il primo gruppo o «gimnázium» ha un solo tipo di scuola, maschile e femminile, della durata di 4 anni, corrispondente più o meno al nostro liceo, e distinto in tre sezioni parallele: 1) sezione classica, caratterizzata dallo studio del latino e di una lingua moderna; 2) sezione di lingue moderne, senza il latino, ma con due lingue moderne; 3) sezione scienze, senza latino, con una lingua moderna e più ampio svolgimento delle materie scientifiche. Alla fine del quarto anno si ha l'esame di maturità davanti a una commissione interna; e il diploma dà adito per la sezione classica a tutte le Facoltà universitarie; per la sezione scienze solo alle Facoltà di medicina, fisica e chimica e agli studi superiori tecnici. b) Il secondo gruppo ha i seguenti tipi di scuola: 1) scuola media industriale di 4 anni, con due sezioni: meccanica e chimica; 2) scuola media commerciale, di 4 anni; 3) scuola media di agraria, di 4 anni; 4) scuola media di giardinaggio, di 4 anni, con programma simile a quello della scuola agraria, ma con speciali materie di giardinaggio; 5) scuola media magistrale maschile e femminile di 5 anni; 6) scuola media per la formazione delle maestre giardinieri per i giardini d'infanzia, di 3 anni, più 1 anno di tirocinio; 7) «liceum» maschile e femminile di 4 anni con indirizzo pratico: conoscenze di economia, specie domestica, nozioni fondamentali di educazione familiare e scolastica dei bambini.c) Il terzo gruppo, di indirizzo artistico, doveva abbracciare i seguenti tipi: 1) liceo di arti figurative; 2) scuola media per la formazione degli artisti cinematografici; 3) scuola media per la formazione degli artisti del teatro; 4) scuola media di musica.
Ma già questo panorama della scuola media subiva nel 1949 parecchie modificazioni: diminuzione del programma, ritenuto sovraccarico, intensificazione dello studio dell'ideologia marxista leninista e della lotta contro il clericalismo e lo sciovinismo. Inoltre tutte le scuole medie porteranno il nome di «ginnasi», e le stesse materie verranno diversamente distribuite.
L'istruzione superiore. — Secondo i programmi di riforma del 1950 (passibili ancora di ulteriori riforme parziali nei singoli rami), l'istruzione superiore comprende: università e scuole superiori. a) Università di scienze tecniche: 1) Scienze tecniche di ingegneria a Budapest (in-gegneria meccanica, stradale, elettrotecnica, idraulica, edile, chimica); 2) di Scienze tecniche dell'industria pesante a Miskolc (con 3 sezioni: miniere, fonderia, macchine); 3) di Scienze tecniche a Sopron (con 2 sezioni: forestale e geometri); 4) di Scienze tecniche della chimica industriale pesante (ingegneria chimica). b) Università ungherese di scienze economiche, a Budapest (con le specializzazioni: industria, commercio, economia agraria, scienze economiche generali, formazioni di professori in materia per le scuole medie). c) Università di studi: 1) di Budapest (con 3 Facoltà: scienze, filosofia, giurisprudenza); 2) di Szeged (con 4 Facoltà: scienze naturali, filosofia, giurisprudenza, medicina); 3) di Pécs (con 3 Facoltà: scienze naturali, giurisprudenza, medicina); 4) di Debrecen (con 3 Facoltà: scienze naturali, filosofia, medicina). d) Università di scienze agrarie a Budapest (con 3 Facoltà: veterinaria, economica agraria, ortofrutticoltura). e) Scuole superiori: 1) di Aziende e Commercio, a Budapest (con 3 specializzazioni: gestione aziende, commercio interno ed estero); 2) di Tecnica, a Budapest (meccanica tessile, miniere di carbone, chimica del pelame, ecc.); 3) di Pedagogia a Budapest, Szeged, Eger, Pécs (lingue, scienze, educazione fisica, ecc.); 4) di Arti figurative, a Budapest (pittura, affreschi e arti grafiche, scultura, disegno); 5) di Arti decorative a Budapest (decorazione interna, ceramica, scenografia, ecc.); 6) di Musica, a Budapest (composizione, direzione, i vari strumenti); 7) di Arti drammatiche, a Budapest (recitazione, regia di teatro e di film); 8) di Educazione fisica a Budapest.
Nel loro complesso università e scuole superiori vengono valorizzate soprattutto per le finalità pratiche.
Istituzioni affiancarie per una miglior resa della scuola e in generale della formazione culturale sono l'Istituto per la Cultura popolare (1946) e l'Istituto per i film di cultura popolare (1947), cui gradualmente si aggiungono concessioni di borse di studio, creazioni di previdenze per gli studenti, facilitazioni di studio per i lavoratori. — Vedi tavv. LXXVII-LXXVIII.


