TRIPOLITANIA. - Libia (v.), che si affaccia sul Mediterraneo fra la Tunisia e la Sirtica.
Quando la fede cristiana abbia cominciato a diffondersi nella regione che oggi si chiama T., e che corrisponde solo in parte alla «provincia Tripolitana» dell'ordinamento diocetaneo, non si può dire con certezza.
La denominazione di «apostoliche» data ad alcune moschee del Gebel Nefusa, e che evidentemente devia da una eguale denominazione che avevano alcune chiese cristiane preesistenti alle moschee, fece già dubitare che la prima predicazione cristiana nella regione dovesse portarsi ai tempi apostolici, o a quelli immediatamente successivi; e la stessa ipotesi sembrerebbe avvalorare l'espressione che usa, parlando di sé, il vescovo Arche di Leptis: «qui post discipulos Domini episcopus fuit Leptitanae urbis»: senonché, mentre la prima denominazione va certamente spiegata nel senso che quelle chiese erano dedicate agli Apostoli (della frequenza nell'Africa del culto dei ss. Pietro e Paolo si hanno molteplici testimonianze) e non da essi fondate, la seconda espressione può anche avere avuto un significato vagamente generico. Si che, pur non escludendo, anzi reputando molto probabile che la Buona Novella giungesse assai presto nella T., considerati soprattutto gli stretti rapporti tra questa e la vicina Cirenaica, e vi giungesse sia direttamente dall'Oriente che da Roma, non sembra verosimile ammettere che vere e proprie comunità cristiane si siano costituite in essa prima del sec. II: e la prima di tali comunità non poté non essere quella di Leptis, città marinara in attivi rapporti di commercio e di cultura fin dall'età di Augusto, e forse ancor da prima, con la Grecia e con l'Egitto non meno che con Roma: per Leptis si ha la prima, sicura menzione di un vescovo in Archeo, già ricordato, autore di un trattato sulla data della Pasqua, vissuto secondo ogni probabilità al tempo del papa Vittore. Centri di accoglienza e di diffusione della nuova fede dovettero essere le molte colonie giudicatrici della costa e dell'interno, alle quali la distruzione di Gerusalemme prima, la rivolta cirenaica del tempo di Traiano poi diedero certamente largo incremento.
Alla metà del sec. III, al Concilio di Cartagine del 256, i vescovi tripolitani sono quattro, due presenti di persona, Natalis di Oea e Monnulus di Girba (nell'Isola di Gerba della Piccola Sirte, oggi parte della Tunisia), e due che si fanno rappresentare dai loro colleghi: Diogo di Leptis Magna e Pompeius di Sabrata: sedi episcopali sono dunque le tre città della costa, che danno nella regione, più l'Isola di Gerba. Già fin d'ora si palesa quella che resterà anche nei secoli posteriori la caratteristica della T. rispetto alle arti regionali dell'Africa romana, e cioè la scarsezza in essa di sedi episcopali, tanto più singolare quanto invece più numerose e dense esse appaiono nel resto dell'Africa; scarsezza che evidentemente ha da porsi in relazione con la pari rarità dei centri urbani regolarmente costituiti a comunità cittadine. Alle quattro sedi già dette un'altra se ne aggiunge più tardi, quella di Tacapz (oggi Gabés in Tunisia), e cinque tali sedi rimarranno poi sempre, come espressamente si rileva dagli Atti dei Concilia. Le cinque sedi sono tutte sulla costa; per l'interno, dove, come si dirà più oltre, i resti di monumenti cristiani sono tutt'altro che rari, le testimonianze sono meno chiare, ma non sembra si possa dubitare che alcune almeno delle stazioni del limes Tripolitanus avessero pure esse tale dignità: certamente l'aveva Turris Tamalleni, dove infatti si conosce l'esistenza di un centro urbano, divenuto municipio sotto Adriano; così forse, a giudicare dall'analogia del nome di talune di queste stazioni con quello di alcune sedi ricordate negli Atti dei Concilia, l'avevano anche Thenteo, riconosciuto oggi a Gasr Duib, a sud-est di Qintan (Journ. of Rom. Stud., 1949, p. 88 sgg.), Augemmi ed altre: senonché, poiché gli Atti dei Concilia testé ricordati attribuiscono esplicitamente alla T. cinque vescovati, è da credere che queste sedi dell'interno fossero comprese in una regione ecclesiastica diversa, e cioè in quella de nominata Arzugitana o Arzugis, riunita e dipendente, anziché dalla T., dalla Bizacena, forse perché da esse era più facile comunicare, a riparo delle difese del limes, con questa che con quella (v. anche W. Goodhild, in Journ. of Rom. Stud., 1950, p. 30 sgg). D'altronde la lontananza, quasi il distacco dei paesi tra le due Sirti dal resto dell'Africa romana, la difficoltà di comunicazioni e di rapporti tra questa e la T., sono tratti caratteristici del cristianesimo di questa regione, che assai spesso affiorano o sono messi in rilievo nei testi e negli Atti dei Concilia.
Ciò non impedì tuttavia che lo scisma donatista avesse anche nella T. i suoi seguaci e le sue lotte, di cui si colgono lontani e vaghi riflessi: al Concilio massimista di Cabarsussi del 393 intervengono tre vescovi tripolitani, e altri due si fanno rappresentare; alla grande assise cartaginese del 411 alcune delle sedi tripolitane compaiono con due vescovi ciascuna: uno cattolico ed uno donatista, altre con uno solo, o cattolico o donatista. Tuttavia del donatismo tripolitano le testimonianze epigrafiche si limitano finora ad alcune iscrizioni rinvenute a Hensir Tacglissi a sud di Garian (Inseript. Rom. Trip. [V. BIBLICA.], 863).
Venuta dopo il 455 in possesso dei Vandali, la T. subì anch'essa le asprezze della persecuzione ariana: Vittore di Vita ricorda due vescovi tripolitani, Vincenzo di Sabrata e Cresconio di Oea, mandati in esilio da Genserico, ma il secondo appare nel 484 di nuovo a capo della sua Chiesa; al Concilio di quest'anno la regione manda ancora tutti i suoi cinque vescovi: è l'ultima volta che essa compare con la sua rappresentanza al completo. Nei concili successivi tale rappresentanza sarà assai più limitata, se non talvolta addirittura assente: prova indubitabile, non tanto forse della povertà, quanto delle difficoltà in cui la vita cristiana si svolgeva nella regione.
Una ripresa essa ebbe con la riconquista bizantina, e non pure nelle città che Giustiniano arricchì di nuove chiese, ma fin nell'interno più lontano, dove, secondo la testimonianza di Procopio (De aedif., VI, 4), gli abitanti di Cydamus (Gadames) e i Garamanti del Fezzan si convertirono alla fede di Cristo. Le sedi episcopali dovettero rimanere le medesime, a giudicare almeno dall'elenco dei vescovati africani aggiunto al cosiddetto OpoVOC ALEZAVBOVOC, elenco che sembra derivato da un documento della prima metà del sec. VII, immediatamente precedente alle prime invasioni arabe: in esso i vescovati tripolitani sono quattro; Leptis, Oea e Sabrata si leggono correttamente, il quarto, Tepetitov, è certamente corretto e potrebbe essere reintegrato tanto con il nome di Gerba che con quello di Tacape. È l'ultima menzione che si ha al riguardo.
È peraltro da credere che la prima invasione araba del sec. VII, come non mutò sostanzialmente la fisionomia dell'Africa, per quel che in essa ancora rimaneva della sua romanità, così non vi spense quel che vi era ancora di vita cristiana: nuclei cristiani continuarono a vivere prima nelle città, a Leptis e ad Oea, poi ai margini di esse, come quello di cui il sepolcreto è stato trovato ad En Niglia, e nell'interno, tra i Berberi. Se ancora questi nuclei cristiani si eleggessero vescovi, e quanti, non è noto: comunque fu solo l'invasione helliana del sec. XI quella che annullò e disperse definitivamente ogni residuo cristiano.
Di fronte alle notizie, certo non copiose, che si rilevano dalle fonti scritte, stanno ad illuminare intorno al cristianesimo tripolitano le numerose testimonianze monumentali che le esplorazioni archeologiche hanno riportato alla luce, le quali testimonianze si estendono parimenti e alle città della costa, sedi, come si è visto, di cattedre episcopali, e all'interno della regione. Per quel che riguarda le città, V. LEPTIS MAGNA.
A Sabrata due grandi chiese erano a sud e a nord del Foro: la prima era stata adattata nei primi anni del sec. V nella preesistente basilica giudiziaria; è un edificio molto complesso, a doppia abside, con battistero e molte tombe con iscrizioni; la seconda, da identificarsi certamente con quella di cui parla Procopio (op. cit.), era ornata di musica, tra cui particolarmente prezioso quello della navata centrale. Altre due chiese più piccole, formanti con i rispettivi battisteri e molte tombe all'interno un unico complesso, sono a nord del teatro. Infine una cata
comba, con loculi, fosse, terrae e arcosoli, iscrizioni e simboli dipinti o a musica, fu rinvenuta a nord della grande latomia che precede l'anfiteatro: il nucleo più antico di essa è da far risalire forse alla fine del sec. IV.
Di Oea, l'attuale Tripoli, non si ha più alcun edificio, ma solo resti architettonici sparsi, tra cui una colonna con su graffita una invocazione a Maria e all'arcangelo Gabriele; un piccolo ipogeo giudaico con iscrizioni, costituito da una breve galleria scavata nell'arenaria, fu scoperto presso la spiaggia di Sciara Sciat, ma è andato pressoché perduto durante la seconda guerra mondiale. Ma nella regione immediatamente adiacente alla città si hanno le due grandi ed importanti aree cimiteriali di Ain Zara e di En Niglia. Ambedue in zone di dune mobili presentano lo stesso tipo di tombe, costituite da un rozzo tumulo di muratura di forma allungata e tondeggiante superiore: sull'intonaco che copre la muratura sono graffiti iscrizioni e simboli: la data dei due sepolcri è peraltro assai diversa. Nel primo furono riconosciute 121 tombe, ma esse erano certamente di più: le iscrizioni danno il nome del defunto, le sue lodi, la data della morte, espressa sempre con la menzione dell'indizione, e alcune frasi augurali e di benedizione: interessante qualche reminiscenza virginalia. I simboli sono croci, pesci, colombe, ecc. Il ricorso del *trisagion* cantato nel Concilio di Calcedonia (451) e l'accenno che sembra riconoscersi in un'epigrafe ad una morte violenta per persecuzione, oltre ad altri elementi, hanno indotto l'Aurigemma a datare il sepolcreto all'epoca vandalica, cioè tra il sec. V e il sec. VI.
Assai più tardo appare invece il cimiterio di En Niglia, le cui iscrizioni, che hanno una fraseologia più complessa di quelle di Ain Zara e molti richiami ai sacri testi, portano talvolta una data contata dalla creazione del mondo: sulla base dell'era costantinopolitana, le date fornite riportano alla seconda metà del sec. X e al principio dell'XII, quindi proprio alla vigilia dell'invasione helliana: si ha infatti da 1 Bekri che allora nuclei di cristiani venivano nelle campagne intorno a Tripoli.
Di tipo affatto diverso è il cimitero cristiano di Sirte. Esso è una catacomba scavata nell'arenaria e costituita da una galleria larga m. 4 e lunga m. 31,65, con vòlta piatta sostenuta da tre pilastri ricavati dalla roccia stessa. I morti furono dapprima deposti in loculi aperti nelle pareti, poi anche in fosse terragne e in sepolcri appoggiati alle pareti stesse; le iscrizioni, nella grande maggioranza in latino, poche in greco (rispettivamente 47 e 6), sono semplicissime, recando soltanto il nome e l'età del defunto; spesso sono accompagnate dal *crimson*, di una forma che può datarsi alla fine del sec. IV: e questa è verosimilmente l'età dell'ipogeo; in esso furono raccolte più di duecento lucerne, in una delle quali è l'immagine di s. Pietro.
Nelle regioni dell'interno due chiese furono esplorate a el-Asbaha sul Gebel Garian, e presso il villaggio Breviglieri a Tarhuna. La prima, perfettamente orientata con la fronte a levante, ha profondo nartecce, tre navate divise da colonne, altare all'estremità della navata centrale, abside sopraelevata; in questa è la tomba di un *presbyter Turrentius* ed altri sepolcri; dietro l'abside il battistero. Numerose mensole in pietra, ornate da croci, rosselline, nodi di Salomone, sostenevano le travature del tetto: dallo stile di queste e dalle monete rinvenute nello scavo l'edificio può datarsi al principio del sec. VI, anteriormente alla riconquista bizantina.
Della chiesa della regione di Tarhuna si hanno finora solo notizie sommarie: era un edificio non grande (m. 17.60 X 11.75 ca.) ma di buona costruzione, era a tre navate, le laterali più strette e più corte della centrale, divise da colonne, e terminanti tutte ad abside: l'abside centrale era sopraelevata; mensole di sostegno del tetto e capitelli recano segni e figure di significato cristiano; annesso era il battistero con vasca a croce lobata e pozzetto circolare; la data probabile è il sec. VI. La chiesa faceva parte di un più vasto complesso, forse un monastero fortificato. Una terza chiesa è stata riconosciuta a Gasr Chafagi Aamer nella regione del Soffegin: anch'essa a tre navate con la centrale più lunga e chiusa da un'abside, le laterali terminate da piccole camere comunicanti tra loro attra
verso una cripta sottostante l'abside. Sul retro della chiesa un galleria a vòlta, e vicino il battistero e altro edificio con piccole celle (I. Gentilucci, in *Africa Italiana*, 5 [1933], p. 172 sgg.; D. E. L. Haynes, *Ancient T.,* p. 112 sgg., tav. 30). Altri edifici cristiani infine sono stati segnalati a Tebadut, non lontano da el-Asbaha, a Rumi bir-el-Cur, ad est di Garian, ad Ain Wif, a sud della strada Tarhuna-Garian (*journ. of Rom. Stud.,* 1929, p. 84) e forse a Giamar presso Chicala; frammenti architettonici o iscritti nel Gebel Nefusa, a Gadames, ecc.; ipogei a Tarhuna e Gasr Doga, pure nella zona di Tarhuna (*Papers of British School of Rome, 1951*, p. 64 sgg.). - Vedi tav. LV-LVI.