UMBRIA. -
I. GEOGRAFIA
È l'unica regione dell'Italia peninsulare, corrispondente, in sostanza, all'alto e medio bacino del Tevere, la cui testata tuttavia non le appartiene.Il territorio è solo per brevi tratti pianeggiante, in corrispondenza ai fondi dei numerosi bacini intermontani, un tempo occupati da laghi. Questi si aprono nella varia chiostra dei suoi rilievi, alternanti colline e ripiani, che prevalgono sulla destra del Tevere, alle aspre sommità dell'Appennino, ad oriente del solco Tevere-Nera, dove i Sibillini salgono fin quasi a 2500 metri, facendo posto a valli strette e profonde. Ciò nonostante, ca. la metà del suolo umbro è coltivata: oltre i cereali, vi sono diffusi la vite e l'olivo, né manca l'allevamento, che utilizza gli ottimi pascoli di montagna. Boschi e castagneti coprono più di un quarto della regione. Mancano ricchezze minerarie, ma la buona disponibilità di forza idroelettrica (cascata delle Marmore) ha permesso un notevole sviluppo di industrie.
Sugli 8472 kmq. del suo territorio (l'U. è la più piccola delle regioni storiche dell'Italia peninsulare) vivono poco più di 800 mila ab., con una densità (94 a kmq.) minore della media italiana, e tuttavia notevole, dato il carattere montuoso del territorio. Relativamente numerosi sono in U. i centri urbani, quasi tutti di antica origine e spesso sorgenti in posizione elevata su poggi e colli isolati, come il capoluogo, Perugia (493 m.), al centro di una fertile zona agricola e sede di notevoli industrie, o Spoleto (453 m., 40.000 ab.), nella cosiddetta Valle Umbra - dove sono anche Assisi (424 m.; 25 mila ab.) e Foligno (44 mila ab.) -, Gubbio (520 m., 37.000 ab.) e Todi (441 m.; 21.000 ab.). Delle due province in cui è suddivisa, la più densamente popolata è quella di Terni; il suo capoluogo è uno dei maggiori centri industriali d'Italia (fonderie, acciaierie, stabilimenti chimici e tessili) e Orvieto (325 m.; 24.000 ab.) uno dei più famosi per i suoi tesori artistici.
| Province | Superficie in kmq. | Popolaz. cens. 1951, in 1000 ab. | Dens. a kmq. | Capoluogo (e popolazione cens. 1951 in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Perugia | 6332 | 580,0 | 91 | Perugia (95) |
| Terni | 2140 | 222,3 | 104 | Terni (84) |
| Umbria | 8472 | 802,3 | 94 |
II. STORIA
La regione prese il nome dagli Umbri, popolo che, sovrappostosi ad altre schiatte di civiltà più arretrata, riuscì a dominare nell'Italia centrale dal Tirreno all'Adriatico, giungendo sin verso le foci del Po. Ma col posteriore allargarsi della potenza etrusca che nel paese ebbe i suoi caposaldi in Orvieto e in Perugia, gli Umbri dovettero ritirarsi dal lido tirrenico che fu compreso nel--
l'Etruria (Tuscia), mentre la pressione dei Galli Senoni li allontanò dall'Adriatico, sicché la loro stanza si ridusse alla fine nella regione montuosa dell'Appennino centrale.
Nulla si sa dello sviluppo della vita politico-sociale degli Umbri, finché, dopo aver opposta energica resistenza, furono ridotti durante il sec. IV a. C. sotto il dominio di Roma insieme con le altre popolazioni che abitavano i paesi circostanti. Di Roma divennero presto sudditi fedeli, condividendone le sorti e partecipando con alterna fortuna anche alle lotte intestine che portarono, verso gli inizi dell'era volgare, alla costituzione dell'Impero. Di questo condivisero quindi i destini e con Augusto si costituì la Regione VI, traversata dalla grande Via Flaminia e divisa in U. propriamente detta, al di qua degli Appennini, ed in U. transappenninica che comprendeva la Flaminia e il Piceno (cioè le Marche al di sopra di Ancona): di quest'ultima non si parla qui.
Nell'U. il cristianesimo dovrebbe essersi diffuso abbastanza presto, ma dalle numerose leggende che in età diverse pretesero scoprirne le origini ed i progressi, quasi nulla si può ricavare di veramente storico. In ogni modo nell'antichità cristiana risultano esistenti le sedi episcopali di Otricoli (Ocriculum), Narni, Terni (Interamna), Amelia, Todi (Tuder), Bettona (Vettona), Bevagna (Mevania), Trevi, Spoleto, Foligno (Fulginium), Forum Flaminii (S. Giovanni Profiamma), Plistia (Pistia), Tadino, Spello (Hispellum), Assisi, Arna (Civitella d'A.), Gubbio (Eugubium), Città di Castello (Tiferum Tiberinum), mentre le sedi di Orvieto e Perugia facevano, allora, parte della Tuscia.
Dell'Impero l'U. condivise le sorti quando l'Italia fu corsa dalle invasioni dei Visigoti e degli Ostrogoti. La devastazione del paese si fece più aspra durante i primi decenni dell'occupazione longobarda, quando le città furono prese e riprese sino a che alcune sparirono del tutto o quasi. La necessità di tenere aperte le comunicazioni fra il Ducato romano e Ravenna esarcale lungo la Flaminia diede speciale importanza alla difesa di Narni, Terni, Amelia, quando anche Perugia, caduta sotto i Longobardi, ritornò ai Bizantini al principio del sec. VII e cominciò a far parte dell'U., mentre la Tuscia circostante era soggetta ai Longobardi. Con Farolado I verso il 569 sorge il ducato longobardo di Spoleto, causa di gravi preoccupazioni politiche per i Papi sino all'occupazione carolingia, e rimasto anche in seguito, sino alla fine del sec. XII, l'istituzione politica più salda nel paese, estendendo il suo dominio anche nelle regioni circostanti. Nel sec. IX e nel X la nuova dinastia franca, che signoreggiò a Spoleto ed ebbe anche nelle sue mani l'Impero, riuscì ad intromertersi direttamente nelle vicende romane creando una difficile situazione al papato. Il feudalesimo, come istituto politico, non ebbe largo sviluppo nell'U. dove le forze vive della popolazione, raccolte in numerose piccole città, furono in grado in ciascuna di esse di costituirsi sino dal sec. XI in proprio libero comune. Purtroppo, come avveniva altrove, sorsero ardenti e talora feroci le rivalità tra comune e comune (ben note quelle fra Perugia ed Assisi) e le fazioni partigiane in seno ai singoli comuni, favorite dal fatto che mancava un forte potere centrale in grado di mantenere un ordine stabile, ed anche dalle fazioni guelfe e ghibelline che imperversarono durante l'impero di Federico I e di Federico II.
La vita religiosa non languiva per questo e ne fanno fede i numerosi monasteri che si stabilirono da per tutto sino al movimento francescano che nell'U. ebbe culla e fiori per santi e beati in ogni più piccolo luogo. Da Perugia si propagò in tutta Italia il movimento dei flagellanti ([v.], 1260), mentre Domenicani e Agostiniani sostituivano talora gli antichi istituti monastici e canonicali.
Un forte gruppo di castelli nella parte meridionale della regione riuscì a costituire dalla fine del sec. X un'unità feudale che si sfasciò man mano dal sec. XVI (v. ARNOLFINE TERRE): mentre nessuna forte signoria riuscì ad imporsi nella regione, sebbene qualche famiglia prevalesse nella città come i Gabrielli a Gubbio (che passò poi sotto i Montefeltro di Urbino), i Trinci a Foligno, i Baglioni e gli Oddi a Perugia, gli Atti a

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I secoli dal XVI al XVIII furono un periodo di tranquillità per l'U. sotto il pacifico dominio della Chiesa. L'invasione francese diede origine a nuovi sconvolgimenti. Nel 1809-14 fu costituito il dipartimento del Trasimeno con Spoleto per capitale. Il ripristinato governo pontificio durò fino al 1860, quando l'U. fu unita al Regno d'Italia costituendo un'unica provincia con la Sabina, cui fu aggiunto anche Orvieto che da secoli faceva parte del Patrimonio; la capitale fu allora stabilita a Perugia. Con il 1923 la Sabina costituì la provincia di Rieti, mentre anche Terni fu elevata a provincia.
III. REGIONE CONCILIARE
È costituita dalle seguenti circoscrizioni ecclesiastiche, tutte immediatamente soggette alla Sede Apostolica: arcidiocesi di Spoleto e di Perugia; diocesi di Foligno, Terni e Narni, Todi, Assisi, Amelia, Gubbio, Nocera e Gualdo Tadino, Norcia, Rieti, Orvieto, Città di Castello, Città della Pieve.Originariamente la regione conciliare umbra comprendeva anche la diocesi di Poggio Mirteto, ma con la cost. apost. In altis Sabinae montibus di Pio XI (AAS, 18 [1926], pp. 34-35), da questa furono stralciate sette parrocchie, che vennero unite alla diocesi di Rieti; e con la cost. Suburbicariae Sabinae dioecesis fines, del medesimo Pontefice (ibid., pp. 36-37), le rimanenti parrocchie della diocesi di Poggio Mirteto vennero annesse alla diocesi suburbicaria di Sabina nomine tamen dioecesis Mandelensis

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Per l'appello dalle cause di prima istanza, a norma del can. 1594 CIC e del Decreto della S. C. Concistoriale del 15 febbr. 1919, gli arcivescovi di Spoleto e di Perugia designarono l'Ordinario di Assisi; i vescovi di Terni e Narni, Amelia, Norcia, Rieti scelsero l'Ordinario di Spoleto, e i vescovi di Foligno, Orvieto, Assisi, Gubbio, Nocera e Gualdo, Todi, Città di Castello e Città della Pieve designarono l'Ordinario di Perugia. La S. Congr. Concistoriale ratificò tali designazioni.
Per le cause di nullità di matrimonio il tribunale ecclesiastico della regione ha sede in Perugia; e l'appello contro le sentenze da questo emanate va proposto o al tribunale regionale toscano (Firenze) o alla S. Rota (cf. motu proprio Qua cura, AAS, 30 [1938], pp. 410-13).
Le conferenze episcopali, che si sogliono tenere in Assisi presso il Pontificio Seminario Regionale, sono convocate ogni anno in tempo opportuno. Presiede, a norma del decreto di Leone XIII, del 24 ag. 1889, il dignior vel senior arcivescovo, o, in mancanza di esso, il dignior vel senior vescovo.
Dal 30 sett. al 7 ott. 1923, sotto la presidenza del card. Basilio Pompili, legato a latere di S. S. Pio XI, fu celebrato in Assisi, il primo Concilio plenario umbro i cui atti vennero approvati dalla S. Congr. del Concilio il 27 giugno 1925.
IV. ARTE
Ricca di testimonianze delle civiltà che vi si sono avvicendate, questa regione presenta un notevole interesse per il numero e l'importanza veramente essenziale dei suoi monumenti.Abitata fin dai tempi preistorici, conserva preziosi cimeli delle età paleolitica, del bronzo, del ferro. La civiltà etrusca vi penetra relativamente tardi, fissandosi sulla riva destra del Tevere, e lascia opere importanti negli ipogei di Bettona, dei Volumni presso Perugia, in Perugia stessa la cinta delle mura con le sue porte poderose, e nel territorio di Orvieto, che ha restituito resti di tempi e di tombe dipinte. Segue, alla fine del sec. III a. C., la dominazione di Roma con la creazione di presidi
e popolose colonie, soprattutto lungo la Via Flaminia. Delle costruzioni romane rimangono vestigia notevolissime nell'anfiteatro di Terni; nei ponti di Foligno e di Narni; nel tempio, resti del Foro, teatro e anfiteatro di Assisi; nell'altro tempio e nelle terme di Bevagna; nel teatro di Gubbio; nelle mura e l'anfiteatro di Spello; per non citare che le più importanti. Particolarmente ricco di resti archeologici è il territorio di Spoleto con il suo teatro, l'anfiteatro, l'arco di Druso, il Tempio, il «Ponte Sanguinario»; ed in questa stessa zona rimangono pure i più importanti monumenti paleocristiani. Sebbene si conosca l'esistenza di ipogei cristiani a S. Vittore, presso Otricoli, e presso Villa S. Faustino, e di un cimitero cristiano alla periferia di Terni, la basilica di S. Salvatore alle porte di Spoleto, della fine del sec. IV o dei primi decenni del V, e il Tempietto eretto presso le fonti del Clitunno, anch'esso degli inizi del sec. V, sono di eccezionale importanza per il confluire di forme dell'arte romana e di elementi giunti dall'Oriente.
Ancora al sec. V è assegnato un sepolcreto cristiano presso la chiesa dei SS. Apostoli, sempre a Spoleto, mentre Perugia nel suo S. Angelo dà un bell'esempio di edificio cristiano del V o VI sec., malgrado i profondi rimaneggiamenti subiti. Altri resti paleocristiani si trovano a Orvieto sotto la chiesa di S. Andrea. Nei secoli seguenti sono degne di nota, presso Ferentillo, l'abbazia di S. Pietro in Valle, eretta nel sec. VIII, ripetutamente restaurata (rimangono tuttavia alcune parti originali architettoniche e ornamentali); in Spoleto infine la piccola basilica di S. Eufemia nel recinto del vescovado (sec. X), interessante per la presenza dei matronei.
È tuttavia con il sec. XII che l'architettura si afferma in U. per una sua importanza, dovuta non tanto ad una originalità di modi costruttivi - è nota infatti la sua dipendenza da Roma, per quella tendenza a reminiscenze classiche e il suo inserirsi nell'ambito del linguaggio comune all'Italia centrale e per quella affinità di modi con le chiese abruzzesi e marchigiane; tipiche sono le facciate quadrangolari - quanto per il carattere inconfondibile che riesce ad imprimere ad alcune città umbre che in questo e nei due secoli seguenti videro affermarsi il loro potere e acquistarono lustro dai loro begli edifici sacri e profani. Se precipuamente medievale è l'atmosfera di Assisi - per richiamarsi all'esempio più noto - si possono ricordare ancora alcuni angoli di Perugia, di Todi, di Gubbio, di Bevagna, ecc. Tra i monumenti più belli vanno ricordati a Spoleto oltre il Duomo, rimaneggiato sia all'interno che all'esterno, il S. Pietro per la facciata chiusa da un timpano classicheggiante e preziosamente decorata e il S. Gregorio Maggiore, con una cripta alla lombarda; a Grugnano in Teverina S. Maria Assunta; ad Assisi il Duomo, dedicato a S. Rufino e rinnovato agli inizi del sec. XII da Giovanni da Gubbio (l'interno fu più tardi modificato dall'Alessi) e il S. Pietro, austero e poderoso nell'interno la cui cupola risente di influssi provenzali. Anche in questo edificio, come già nel S. Pietro di Spoleto, si ha una elegante decorazione di sapore classico di derivazione romana. Dovuto interamente a maestranze romane è il chiostro dell'abbazia di Sassovivo (1229) opera di Pietro di Maria. La Piazza della Libertà di Bevagna deve il suo aspetto medievale alle chiese di S. Silvestro (di Binello, 1195) e di S. Michele Arcangelo (di Binello e Rodolfo, fine XII - inizio XIII sec.) nonché il gotico Palazzo dei Consoli (1270); ugualmente a Todi il Duomo iniziato nel sec. XII, e completato nel corso del XIII, delimita con i palazzi del Popolo e dei Priori, che gli sorgono accanto, la bella Piazza del Popolo. Ma con questi ultimi edifici si è ormai in periodo gotico. L'esempio, specialmente per gli edifici sacri, Assisi (v.) con la costruzione della duplice basilica francescana iniziata nel 1228: alta, serena e luminosa la basilica superiore sarà il prototipo delle chiese gotiche umbre. Si può ora parlare di una propria originalità nelle costruzioni dell'U., dove il gotico acquista accenti che lo differenziano non solo dal prototipo francese ma anche dal tipo italiano. Nella 2ª metà del sec. XIII è tutto un fiorire di edifici religiosi e civili dove spesso persistono, accanto a forme gotiche, reminiscenze romaniche.
In Assisi stessa sorge, nel 1257, S. Chiara; a Perugia oltre al Duomo e al S. Domenico, a navata unica, il massiccio Palazzo dei Priori; a Gubbio, l'elegante Palazzo dei Consoli ad opera di Matteo Gattaponi che lavora anche alla rocca di Spoleto, al S. Convento di Assisi, nel chiostro di S. Giuliana, a Perugia e altrove; a Spoleto, S. Domenico, a una sola navata; a Foligno, S. Salvatore e il Palazzo Trinci.
Il S. Francesco di Terni si rifà all'esempio della Basilica assisiate; mentre a Città di Castello il Palazzo del Governo, attribuito ad Angelo da Orvieto, e il Palazzo comunale, dello stesso architetto, non sono immuni dagli influssi della vicina Toscana. Toscano è del resto il massimo edificio gotico umbro, Orvieto (v.), di Lorenzo Maitani; legati a modi locali sono invece il Palazzo del Popolo e il Palazzo Papale. Così ricca di edifici romanici e gotici l'U. perde, nel Rinascimento, importanza dal punto di vista architettonico. Le forme che vi dominano sono prevalentemente fiorentine, per merito soprattutto di Agostino di Duccio il quale porta a Perugia (Oratorio di S. Bernardino, Porta S. Pietro) l'arte di L. B. Alberti; anche i palazzi di Città di Castello sono legati a schemi perfettamente fiorentini e un eclettismo, anch'esso intinto di modi toscani, predomina in altre località quali Foligno, Spoleto ecc. Si stacca dalla comune corrente per chiari influssi dell'altro grande architetto del Rinascimento, Luciano Laurana, il Palazzo Ducale di Gubbio da alcuni attribuito al maestro stesso togliendolo a Francesco di Giorgio Martini.
Il Cinquecento si apre con la costruzione della chiesa della Consolazione di Todi per cui fu fatto il nome del Bramante come progettista, ma eseguita sicuramente da Cola di Matteuccio da Caprarola; comunque il gusto bramantesco è palese in altri edifici umbri. Contemporaneamente altri artisti vi portano i caratteri della propria arte: dal Sanmicheli, il quale lavora nel S. Domenico e nel duomo di Orvieto, ad Antonio da Sangallo, che è presente a Perugia, a Città di Castello, a Terni; dal Vignola, attivo a Norcia, al Vasari, pure a Città di Castello.
Mentre questi architetti operano nelle principali città dell'U., artisti locali acquistano fama oltre i confini della propria regione: si trovano al lavoro in Piemonte Ascanio Vitozzi, a Genova e a Milano Galeazzo Alessi, di cui scarseggiano le opere umbre; l'orriviano Ippolito Scalza è invece occupato a ornare di begli edifici la sua città natale. Pure degna di menzione è l'opera del perugino V. MARCELLIANI. Ancor più scarsi sono i contributi di artisti della regione nei secoli seguenti, mentre continuano gli esempi di opere dovuti ad architetti non locali. Per il '600 non si può ricordare che G. Giorgetti, il quale esercitò anche onorevolmente la pittura, nato ed attivo in Assisi; per il '700 Giuseppe Piermarini da Foligno si fa conoscere per le sue opere milanesi, come nell'800 G. Calderini lascia le sue opere più importanti a Roma. In U. sono allora attivi il Valadier e il Vespignani.
Meno indipendente dell'architettura si presenta la pittura fin dalle sue prime manifestazioni: i resti di musico pavimentale a disegni geometrici (sec. vi) nel sotterraneo del S. Andrea di Orvieto; gli affreschi del sec. vii nell'absidiola del tempio del Clitunno o la croce gemmata nell'abside del S. Salvatore di Spoleto (sec. ix), gli altri affreschi della cripta del SS. Isacco e Marzia pure a Spoleto (fine del sec. x-inizio dell'xi) o ancora quelli della cripta di S. Rufino in Assisi (metà del sec. xi) non presentano caratteri specifici o determinati che li rendano particolarmente umbri. Né si può parlare di caratteri spiccatamente umbri nelle opere che numerose fiorirono sul finire del sec. XII. Nel comune linguaggio bizantino dell'arte italiana di questo periodo l'U. mostra inflessioni locali che non differiscono sostanzialmente da quelle laziali con centro d'irradiazione da Roma. Così è per gli affreschi della citata abbazia di S. Pietro in Valle

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Egli, nell'ultimo decennio del '200, aveva finito di narrare, sulle pareti della chiesa superiore, gli episodi della vita di S. Francesco; i maestri che eseguirono poi gli affreschi in alcune cappelle della chiesa inferiore e le vele della crociera sopra l'altare (ritenute un tempo di Giotto stesso) accostandosi più o meno alla sua maniera, saranno gli unici, o quasi, epigoni della sua arte in U. MARTINO V, PAPA (v.), chiamato ad affrescare la cappella di S. Martino, nel S. Francesco di Assisi (1320) LORENZETTI, AMBROGIO (v.). L'eleganza raffinata e il piacevole colore tuttavia senese importato dai due e dai loro aiuti, anche se ad Assisi acquistano accenti giotteschi, rispondono, più del forte linguaggio

300. A rafforzare questi legami, sul finire del secolo si trovano a Perugia - ormai avviata a divenire, anche in campo artistico, il centro più importante dell'U
altri due pittori senesi, Bartolo di Fredi e Taddeo di Bartolo, mentre negli anni che seguono, fino in pieno '400, continua l'afflusso nella regione di artisti e di opere provenienti da Siena. Ma già nei primi decenni del '400 cominciano ad arrivare in U. anche artisti fiorentini per nascita o cultura i quali lasceranno un'impronta sempre più notevole. Da Masolino (Todi) a Domenico Veneziano, dall'Angelico (Perugia e Orvieto) al Gozzoli (Orvieto, Foligno, Montelaco), al Lippi, al Ghirlandaio (Narni), a Piero della Francesca (Perugia) è tutto un susseguirsi di artisti che fanno conoscere in U. le ultime novità e il gusto artistico fiorentino. Del resto anche Siena si era andata accostando a Firenze e ne aveva trasmesso le forme d'arte all'U. e inoltre a cavallo tra i due secoli, si era già avuto sentore di forme nuove nel movimento del gotico internazionale, NIELLO (v.), mentre Gentile da Fabriano, uno dei suoi massimi rappresentanti, lascia un dipinto a Perugia e un affresco a Orvieto.Il rinnovamento è già palese nei migliori artisti della prima metà del '400, fra i quali eccelle a Foligno, accanto al Mezzastris, Niccolò Alunno, artista venuto a contatto col mondo fiorentino sia mediatamente attraverso Siena sia direttamente col Gozzoli. Quel che più importa è che con lui si può per la prima volta parlare di scuola umbra: gli artisti umbri avevano sempre cercato di essere interpreti di idee e motivi giunti dal di fuori, ma solo nel '400 una scuola umbra di pittura si distingue per una propria autonomia nel complesso di influenze di altre scuole. Nel contempo a Perugia, dove avevano lavorato, oltre i fiorentini, il riminese Giovanni Francesco e soprattutto Giovanni Boccati da Camerino (dipinti in Pinacoteca), BUON, FAMIGLIA (v.), il Caporali (v.) Fiorenzo di Lorenzo (v.). Anche questi tre muovono da Benozzo e si accostano di volta in volta ad altri grandi artisti e sanno tuttavia esprimersi in modo individuale e coerente. Si giunge con loro entro la seconda metà del secolo, che vede Perugino (v.) Pinturicchio (v.). È l'apogeo della pittura umbra. Fin dalle prime opere il Perugino compendia i caratteri dell'arte umbra che conduce ad una tale perfezione formale da influire a sua volta su quello stesso
ambiente fiorentino di cui l'U. era stata tributaria; accanto a lui il Pinturicchio nel saper rendere in un modo analitico e poetico insieme, del tutto personale, il mondo che lo circonda, se ne distingue anche nelle opere di collaborazione: prima fra tutte la «Nicchia di s. Bernardino», complesso pittorico di somma importanza per la conoscenza dell'arte umbra nella seconda metà del '400.
Ai due maestri si accostano i pittori della nuova generazione. Allievi del Perugino, RAFFAELE, SANTO (v.) Ingegno (v.), furono Sinibaldo Ibi, Eusebio da S. Giorgio, Domenico Alfani, G. Batt. Caporali ecc.; Tiberio d'Assisi e Antonio da Viterbo detto il Pastura ad un certo momento si accostano piuttosto al Pinturicchio, mentre tanto Giannicola di Paolo quanto lo Spagna, il migliore dei seguaci del Perugino, nelle opere più mature riflettono la maniera del giovane Raffaello. Lo stesso fanno Francesco Melanzio, Bernardino di Mariotto, Dono Doni, attratto più tardi nell'orbita michelangiolesca, e Ora-
zio Alfani. Scarso invece l'influsso SIGNORELLI, LUCA (v.), che pure fu molto attivo in U. contemporaneamente al Perugino (tanto da esser considerato umbro da molti studiosi) e che lasciò suoi dipinti a Città di Castello, Perugia, Orvieto, Umbertide, Morra; Rosso Fiorentino (v.) attivo a Perugia, o Giovanni Antonio Pordenone e più tardi l'Aliense, i quali avevano importato un riflesso della fiorente pittura veneziana. Il gusto manieristico, di un manierismo michelangiolesco, si era andato frattanto affermando ad opera del Vasari (a Perugia, Città di Castello), di Raffaellino del Colle, di Cristoforo Gherardi e di Cola dell'Amatrice ed altri, e l'U. stessa può vantare un discreto manierista in Michelangelo Carducci. Ma gli si contrappone ben presto un altro movimento pittorico a cui fa capo Federico Barocci, che aveva importato a Perugia (Deposizione nel Duomo) gli elementi formali del più genuino manierismo emiliano; vi aderiscono Felice e Vincenzo Pellegrino, Silla Pecennini e due senesi, operosi in U., Francesco Vanni e Ventura Salimbeni.
L'autonomia della pittura umbra finisce comunque nella seconda metà del Cinquecento. Seicento e Settecento non vedranno operare che deboli personalità nella scia dei più noti pittori presenti con le loro opere in U., dal Baglioni a Pietro da Cortona, dal Calvaret a Sebastiano Conca, dal Domenichino al Sacchi, ecc.
Alla fioritura di opere architettoniche e pittoriche non corrisponde uguale ricchezza in campo scultoreo. I pochi esempi più antichi sono legati a decorazioni di edifici come la fronte dell'Oratorio di S. Giovenale nella cattedrale di Narni (sec. vi) o alcune parti ornamentali nell'abbazia di S. Pietro in Valle (sec. viii), dov'è pure un paliotto firmato «Ursus», databile al 739-40. Contemporanei sono i cibori di S. Prospero a Perugia e di S. Giuliano delle Pignatte presso Umbertide.
Nell'età di mezzo gli scultori locali usarono lavorare prevalentemente in legno. Si ha notizia di una produzione molto ricca (che non sempre è possibile individuare nettamente rispetto a quella delle regioni limitrofe, Marche e Abruzzo) di cui rimangono oggi relativamente pochi esemplari. Tra questi il più antico è la Madonna col Bambino (1ª metà del sec. xii) conservata nel Museo della Parrocchiale di Spello e prototipo alle seguenti. Accanto ad alcuni gruppi che raggiungono altezza d'arte non è difficile imbattersi in altri frutto di un artigianato molto attivo e tradizionale al punto che opere di carattere ancora romanico risultano eseguite nel sec. xv o nel xvi. È il caso della Vergine col Figlio della chiesa di S. Maria in Camucia a Todi. Naturalmente, accanto a questi intagliatori si hanno anche marmorari che, nei secc. xii e xiii, lasciarono traccia della loro attività nella decorazione, talvolta eccellente, di interni e facciate di chiese: sono già state ricordate S. Maria Assunta a Lugnano Teverina, S. Pietro a Spoleto e ad Assisi; V. ancora, ivi,
la facciata del S. Rufino e la Loggia del Monte Frumentario, S. Felice e S. Anatolia di Narco, e numerose altre. Si tratta, in prevalenza, di decorazioni geometriche, di gusto orientale, o di motivi florali, di derivazione classica, con rare figurazioni simboliche. Nel 1270 fra' Bevignate, chiamando Giovanni e Nicola Pisani ad eseguire la Fontana Maggiore di Perugia, favorisce l'orientamento verso la Toscana del gusto scultoreo. Seguirà Arnolfo di Cambio, presente a Perugia con alcune statue nel Museo (a un seguace suo o di Lorenzo Maitani è attribuito il monumento a Benedetto XI nel S. Domenico) e autore del monumento al card. de Braye nel S. Domenico di Orvieto. Ivi L. Maitani, con maestranze pisane-senesi, aveva splendidamente decorato a bassorilievi i 4 pilastri della facciata del Duomo e aveva lasciato tre capolavori nei crocifissi del S. Francesco e del Duomo. Malgrado l'esempio di questi e altri maestri venuti in U. nel '300, non riesce a formarsi una corrente locale né in questo, e neppure nel secolo seguente, quando continua l'affluenza di scultori e sculture di altre regioni.
Agostino di Duccio orna di eleganti figure l'esterno del suo S. Bernardino; Mino da Fiesole, Francesco di Simone, Francesco di Giorgio Martini sono ben rappresentati a Perugia; i Della Robbia a Città di Castello; di Benedetto da Rovezzano nel S. Gregorio di Spoleto c'è un bel tabernacolo. Nel '500, accanto ai soliti artisti « stranieri » si affermano il perugino V. Danti, attivo anche a Firenze, e a Orvieto il già citato Ippolito Scalza. Nel Seicento e Settecento anche per la scultura continuano a lavorare in territorio umbro artisti non locali.
Le arti minori furono in ogni tempo coltivate: è già stata ricordata Gubbio come centro importante per la miniatura, a cui si dedicarono anche grandi artisti: il Perugino e il Pinturicchio. A Orvieto (reliquario del Corporate, di Ugolino di Vieri), a Città di Castello (paliotto di Celestino II), a Perugia e soprattutto ad Assisi (Tesoro della basilica di S. Francesco) sono conservati ottimi pezzi di argenteria che spesso mostrano una spiccata aderenza al gusto senese.
Esemplari notevoli di suppellettile ecclesiastica ornano molte chiese: notissimi tra gli altri a Perugia i cori di S. Pietro, iniziato da Bernardino Antonibi da Perugia, e di S. Agostino eseguito da Baccio d'Agnolo su disegni ritenuti del Perugino; meno noto il bel faldistorio del sec. XII conservato nella Cattedrale di Perugia. Ma di caratteri veramente originali si può parlare per le ceramiche prodotte nei due centri di Gubbio e Deruta e per i tipici ricami perugini.
V. FOLKLORE
In regioni a largo substrato culturale, come la Toscana e l'U., in cui l'innato genio poetico e gusto artistico hanno avuto sviluppi notevolissimi, la ricerca folkloristica deve tendere a scoprire il fondo e significato originario delle tradizioni popolari, risalendo a ritroso il loro processo storico; a mettere in luce le forme di poesia e arte popolare che preparano e spiegano la nascita dell'arte e poesia colta, di cui serbano a loro volta ricordi; a determinare, infine, quanto c'è di schiettamente indigeno e caratteristico.Un esempio del confluire in un fatto folkloristico di elementi provenienti da culture e civiltà diverse viene offerto dalla festa dei ceri a Gubbio. Essa cade a metà maggio, e presenta uno spiccato carattere agreste (offerta dei prodotti della terra alla divinità cui se ne domanda la protezione), che, insieme alla data, ha in comune con varie feste svolgentisi nelle vicine aree demologiche: la barabbata, in onore della Vergine, a Marta, presso il lago di Bolsena, e la festa dei pugnaloni, in onore di Maria ad Acquapendente e in onore di s. Isidoro, patrono dei contadini, ad Allerona. Di origine antichissima, come mo-

(fot. Gab. fot. naz.)

(fot. Alineri)
Di tutta la poesia popolare religiosa umbra il saggio più bello è costituito da un canto sulla Passione di Cristo, di cui il Mazzatini raccolse, alla fine del secolo scorso, una delle più importanti versioni, annotando che « il contadino umbro suole ancor recitarlo nella sera del Venerdì Santo. La parte narrativa è per lo più esposta dal più vecchio della famiglia: quando occorre il dialogo, vi prendono parte gli altri della casa. Questo Canto come i contadini umbri lo chiamano è, secondo ch'essi attestano, remotissimo ». L'agitata ricerca della Madre, coperta di un nero manto, l'incontro con Giovanni, il presentito annunzio, lo schianto della Madre e infine il colloquio tra il Figlio e la Madre ai piedi della Croce, raggiungono in questo canto momenti di toccante umanità e rara poesia, che fanno ricordare da vicino il « Pianto della Madonna » di Jacopone.
Numerosi sono pure i canti religiosi ispirati alle leggende agiografiche: vi figurano s. Lucia, s. Barbara, s. Caterina, s. Alessio, s. Giuliano, ecc., in versioni filologicamente importanti per la conservazione di motivi arcaici e per la semplicità della forma: il cui confronto con quelle diffuse nelle altre regioni italiane fanno identificare nell'U. il centro creativo, o per lo meno d'irradiazione, di questa embrionale epica religiosa italiana. Ma per determinare il patrimonio folklorico della regione è necessario tener conto anche delle forme di adattamento o assimilamento della tradizione. Sotto questo profilo, caratteristica del vecchio carnevale perugino, erano le maschere del Bartoccino e della sua fedele Rosa, che agivano in rappresentazioni popolari carnevalesche dette bartoc-
che gareggerà per altezza con gli altri. Un interessante vestigio, inoltre, della tradizione della covata impropria è rilevabile nella pratica, segnalata a Gubbio, di porre sopra il ventre della partoriente i calzoni del marito; mentre, secondo un'altra versione, il marito viene mandato al campanile della chiesa per afferrare con i denti la corda della campana e dare tre rintocchi.
La letteratura popolare, specialmente
ciate: sia Bartoccino, come maschera del contadino o villano, sia le stesse bartocciate, svolgenti il tema obbligato delle nozze tra contadini, trovano riscontro altrove, con varietà di nomi e particolari: le bousade lombardo, le narcisate bolognesi, gli stessi bruscelli toscani, le farse meridionali. E passando al cielo dell'uomo, il rimedio contro le voglie, cui ricorre la gestante nel territorio di Assisi, di chinarsi e toccare la terra a cui trasferisce la voglia, è altrove applicato a varie malattie, e risponde al principio magico del trasferimento del male alla terra, di cui uno scongiuro romano arcaico ci attesta l'antichità. Nella prima settimana di maggio si fa il gioco del verde, che in Romagna, ad es., è tradizionale durante la Quaresima: « Tutti i ragazzetti si premuniscono di un rametto di bossolo e incontrandosi gridano: - Fuori verde! - Chi non lo ha è sottoposto a una piccola multa o a penalità di vario genere ». Diffuso, segnatamente a Pomonte, è il comparatico che si stabilisce tra due ragazze, col reciproco dono di un mazzetto di fiori nei giorni di s. Giovanni e s. Pietro: sempre nel giorno di s. Giovanni, propizio per l'annuncio pubblico dei fidanzamenti, si ha uno scambio di fiori tra innamorati. Segnalata dallo Zanetti è l'usanza secondo la quale il giovane, che desidera riconciliarsi con la propria amorosa, le toglieva violentemente di dosso un fiore o un fazzoletto, e se ella non reclamava, la pace era fatta: tale usanza, che in forma ridotta esiste tuttora nel territorio di Bettona, dove il giovinotto non toglie nulla alla ragazza, ma soltanto le chiede qualcosa con tono imperioso, non è altro che un adattamento al motivo della riconciliazione del rito della scappiata, ben noto nel folklore italiano. Per superare ogni ostacolo nelle nozze il mezzo normale è invece la fuga. Tra i doni di fidanzamento singolare è quello chiamato della mietitura: il fidanzato fa trovare alla sua ragazza d'improvviso, in un solco, una gregna di grano in posizione eretta, con un fiasco di vino e un fazzoletto per il capo nel mezzo; la giovane, tra gli evviva di tutti, getta via il vecchio fazzoletto, indossa il nuovo e distribuisce da bere a tutto il gruppo. A Poggio Inferiore, in caso di rottura di fidanzamento, si mandano alla ragazza spicchi d'aglio. È di buono auspicio a Bettona che il corteo nuziale passi per una via già battuta da una coppia di buoi aggiogati, essendo il giogo dei buoi simbolo del giogo coniugale. Nel territorio di Cascia il corteo nuziale si svolge in forma di cavalcata, e ricorda la corsa della rocca in Gallura. Osservata è la tradizione che durante la cerimonia nuziale in chiesa, dopo la Comunione, un lembo della veste della sposa rimanga sotto un ginocchio dello sposo, in segno di sottomissione della donna, ma soprattutto perché nessuna inguidia possa penetrare tra i due. Generale è l'uso della parata o sharra, che però nel circondario d'Assisi ha perduto con l'elemento « laccio » il relativo significato di ostacolo frapposto dalla comunità, per una richiesta di tributo, al passaggio degli sposi, tant'è vero che nella zona di Bastia è detta più propriamente banchetto: si pongono infatti sopra un tavolo un vaso di fiori, una bottiglia di vino o liquori e biscotti, che vengono offerti al passaggio del corteo. Vanno rapidamente scomparendo gli antichi balli tradizionali, alcuni dei quali specificamente nuziali: la manferina, il saltarello o trescone, il ballo della scopa o del mestolo, il ballo del serpente e il ballo dell'onore. Il matrimonio dei vedovi si celebra ordinariamente di notte, disturbato spesso dalla scampanata, che dovrebbe regolarmente durare nove giorni. Subito dopo la morte, generalmente si aprono le finestre della camera dove è avvenuto il decesso, con l'idea, per quanto risulta a Pomonte, di lasciare all'anima la via libera per il cielo; nella zona montana di Assisi si chiudono invece, temendo che entrino la civetta, il corvo, il gatto il quale saltando sul cadavere chiamerebbe il « capo-gatto », ritenuto un morbo misterioso; a Capodacqua e in varie frazioni del piano si conciliano le due credenze, aprendo le finestre ma stendendovi avanti una rete metallica. A Bettona al corteo funebre si fa percorrere un sentiero su cui sia passato un carro trainato da buoi (si noti l'analogia con la già descritta usanza nuziale), perché la figura della croce formata dalle stanghe della bure si ritiene il miglior suf-
fragio per il defunto. Nelle vie e nei campi, ove è morto qualcuno, si pone una croce di pietra: l'uso è diffuso, come si sa, per una vasta area, variando solo la materia adoperata per formare la croce. La croce, in genere, è ritenuta il più potente talismano contro le potenze demoniache: perciò si appende all'esterno della porta di casa, si confisca in mezzo alle messi nel campo, si adopera come infallibile rimedio contro le malattie, e il pastore dell'alta Val Tiberina riga in croce la cenere, pronunziando lo scongiuro contro l'incendio: « Croce Badia / el Signor ci venga, e 'l Diavol vada via ». Dei vari santi, infine, protettori di uomini e animali, accanto a quelli del calendario (s. Caterina, per le nubili, s. Barbara contro i fulmini, ecc.), vi sono alcuni nell'alta valle del Tevere, di creazione popolare e locale. - Vedi tavv. LXXIII-LXXVI.