TUNICA

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TUNICA. - Voce dalla radice indo-europea tun, - coprire, stringere, legare »; diminuitivi : tunicula, tunicella; ital. : tonaca. Corrispondente al $χ ι τ ω̂ \boldsymbol{α}$ dei Greci, era un indumento intimo usato presso i Ro-
mani tanto dagli uomini quanto dalle donne quale abito di casa e sotto la toga e la palla in pubblico. Nelle statue togate si vede sotto la toga la t. che copre il petto fino al collo. Era la sola fra le vesti che si infilasse dalla testa.

Per lo più le t. si confezionavano con stoffa di lino (vestis linea o liutea), ma per i malati e per l'inverno si usava anche la lana (t. lanen). Augusto per la sua malferma salute soleva portarla di lana e, al dire di Svetonio, quando il freddo era intenso, ne indossava fino a quattro. Comunemente se ne portavano due; la t. aderente alla pelle dicevasi t. interior, interula o subucula; su questa si indossava la seconda detta iudusium o supparus. I senatori ed i membri dell'ordo senatorius avevano quale parte dell'abito ufficiale, oltre alla toga proetesta, la t. distinta da una larga lista purpurea, che dal collo scendeva fino al lembo inferiore (laticlavius), i membri dell'ordo equestris avevano invece una o due liste più strette (angusticlavius). La t. poteva essere cinta ai fianchi (t. praecincta) o portarsi disciolta (t. discincta o soluta). Era segno di distinzione portarla bene cinta; Mecenate era criticato perché andava in giro di notte con la t. discinta (Seneca, Ep.. 114). L'andare vestiti con la sola t. era proprio del popolo minuto (il tunicatus popellus di Orazio); fuori di città, in campagna, era lecito, anche a persone di rango elevato, andare per una maggiore libertà, deposta la toga, con la sola t. (la tunica quies di Marziale). I braccianti, i pastori ed i servi portavano una t. di fatica senza maniche (t. exomis), sostenuta da un cingulum, che lasciava scoperti gli omeri ed il petto; essa rendeva più spediti i movimenti e, al dire di Seneca (De brevit. vitae, XIII), anche più ossequienti i servi verso i padroni. La t. dei militari era più corta dell'ordinario e portata sotto il sagum. Nel sec. III dell'Impero, con l'accrescersi del lusso, divenne di alta moda il portare t. intessute di porpora e d'oro, benché fossero incolnode per la loro rigidità e per essere aspre quali cilizi.

La t. era l'indumento più in uso presso i cristiani, in gran parte appartenenti alle classi umili. Di un solo pezzo, non cucita (inconsutilis) era quella che indossava il Salvatore nell'ascesa al Calvario. Vestito di sola t. succinta è rappresentato il Buon Pastore (v. buon). Nelle pitture cimiteriali sono raffigurate t. anche con maniche non oltre i gomiti, scendenti fino al ginocchio per gli uomini, alquanto più lunghe per le donne (v. orante), semplici od ornate di strisce di porpora dal collo ai lombi (t. clavata). Altri tipo di t., cortissima e senza maniche, fu il colobium ($[v$.$] x 0 λ 6 β 10 v$, cf. $x 0 λ 0 β 6 ς$ = mutilo, accorciato); con tale indumento sono rappresentate le più antiche immagini di Cristo crocifisso. Una t. scendente fino ai piedi (t. poderis : $σ τ \imath χ ἀ ρ ι ν v$) alla foggia orientale, di bianco fino (alba), fu indumento ecclesiastico e da essa deriva il comice liturgico; sue modificazioni sono il rocchetto e la cotta.

Bibl.: G. Wilpert, Un capitolo di storia del vestiario, in L'Arte, I (1808), pp. 90, sgg.; id., Pitture, p. 38 sgg.; W. Amelung, Die Gewandung der alten Griechen und Römer, Lipsia 1903. Giosechino Mancini