ARNOLFINE, TERRE.- Gruppo di castelli nell'Umbria meridionale, tra Terni, Spoleto, Amelia e Narni, la cui unità amministrativa, in ricordo di una precedente autonomia feudale, venne dal sec. XI al XVIII serbata, pur a lato del ben maggiore Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, dal governo ecclesiastico. Appartennero a tale speciale circoscrizione, attraverso il fruttuare delle dominazioni e la varietà delle fortune, Cesi, Sangemini, Poggio Azzuano, Macerino, Porzano, Collecampo, Cisterna, Scoppio, Fiorenzuola, Messenano, Arezzo, Palazzo, Appecano, Castiglione, Acquapalomba, Fogliano, Rapicciano, Balduino, Portaria, Quadrelli, Fossola, Cicigliano, Montecastrilli, Dunarobba, Collesecce, Farneta, Avigliano, Castel del Monte, Casigliano, Mezzanelli, S. Maria in Pantano, Montignano, Configni, Acquasparta e la diurta Gallicitulo.
La denominazione del territorio (Terra Arnulphorum, come si esprimono Cencio Camerario nel Liber Censuum e Niccolò III in una bolla del 1289, o Terra specialis commissio Arnulforum, come intorno al 1417 si esprime Martino V) e lo stesso nome familiare degli Arnolfi, antichi proprietari dei luoghi, derivò da un vassallo di Ottone I e di Ottone II, compagno dei due imperatori nelle spedizioni d'Italia, che figura, quale comes et missus sacri Palatii, in atti del 981. A questo Arnolfo già forse il primo Ottone, nella distribuzione dei fudi ai suoi seguaci, effettuata all'indomani dell'incoronazione imperiale (961), dovette infedare le terre della curtis regia del Casentino, intorno all'antica Carsoli distrutta. Tali terre, per l'accordo del 1004 tra Enrico II e Giovanni XVIII, vennero commutate con i domini della Chiesa in Carinthia dipendenti dal vescovato di Bamberga, aggiungendosi al Patrimonio a costituire le basi dello Stato ecclesiastico. I figli e successori di Arnolfo, già soggetti al duca di Spoleto, assunsero figura di vicari, dividendosi quindi in due rami, dominanti rispettivamente la T. A. montana o spoletta e la T. A. piana o di sotto. Una larga serie di donazioni - ai monasteri di Farfa e di Montecassino - nei secc. XI e XII ne contrassegnano l'esistenza, mentre rampollavano da essi i conti di Sangemini, i Bentivenga di Todi e i Cesi, poi d'Acquasparta, e mentre le donazioni stesse ne eliminavano via via il superstite potere; così da rendere possibile, al disgregarsi della potenza farfense e al cessare delle lotte col Barbarossa e, meglio, con il riassetto operato da Innocenzo III, lo stabilirsi d'un diretto governo ecclesiastico sulla regione. Ne fu segno l'erezione della rocca di Cesi, dimora dei rettori delle T. A.: che ci appaiono divise in seguito nei cinque castellati di Cesi, Portaria, Macerino, Castiglione (poi Porzano) e Gallicitulo (poi Fiorenzuola) e che più volte dettano, e fanno confermare, i loro Statuti. Nei secoli successivi, e già negli anni che seguirono la morte di Innocenzo III, animati dalle riaccese lottà imperiali, dal rafforzarsi delle autonomie cittadine e dalle repressioni dell'eresia, le T. A. furono ragione di continuo contrasto tra Terni e Narni, tra Todi e la Chiesa e tra Terni e Spoleto; in particolare, i contrasti furono accaniti per il possesso della tenuta cosiddetta degli Arsicicali e del Poggio Azzuano. Gran parte della vicenda politica delle città umbre ed i loro rapporti con la curia gravitano intorno ai castelli delle T. A.
Per troncare la lunga contesa, Alessandro VI, con bolla del 29 apr. 1502, sottoponeva le T. A. al governo dei chierici della Camera Apostolica. Ma Giulio II revocava la bolla, e sulla questione ogni Papa volle ritornare, mentre i dissidi si succedevano tra le città viciniorie, finché, nel 1568, Pio V confermava definitivamente l'atto di Alessandro VI, mantenendo Cesi a capo delle T. A., quale sede del vicario dei chierici di Camera. Ma ormai l'antica unità, serbata attraverso tante vicissitudini, giungeva alla sua crisi: tra la fine del Cinquecento e il Seicento, la intaccano le frequenti concessioni di nuove signorie, da parte della Chiesa; solo la comunità di Cesi serba, con le poche terre rimaste, l'antico orgoglio di dominante e lo difende nella lunga lite per il Poggio Azzuano, con i duchi d'Acquasparta. Tuttavia, pur ridotta a quei pochi luoghi, e più ormai terra di Cesi che degli Arnolfi, la circoscrizione restò in vita sino alla bufera napoleonica, per esser dimenticata e scomparire nell'ultima restaurazione dello Stato Pontificio.