VERONICA. - Appellativo dato, per metonimia, all'icona con il « Volto Santo » di Cristo, conservata tra le reliquie maggiori della basilica di S. Pietro in Vaticano. V. (da Βερνίκη, Βερονίκη, Beronica, e non da vera eicon) è il nome dato dagli Apocrifi di Pilato all'emorroissa guarita da Gesù (Mt. 9, 20-22; Mc. 5, 25-34; Lc. 8, 43-48) proprietaria del « Volto Santo », e il soprannome di Marta, identificata con la predetta emorroissa sull'esempio dello pseudo Ambrogio (PL 17, 721) e di altri, come si legge negli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury: « propter diutinam passionem fluxus carnalis in poplitis vena incurvata, unde Veronica dicta est » (III, 25: Dobschütz, op. cit. in bibl., p. 292*).
I. V. « VOLTO SANTO ». - I primi accenni alla presenza in S. Pietro della V. si hanno tra lo scorcio del sec. x e i primi dell'XI. Sin d'allora la V. altare, posto davanti all'oratorio della Vergine fatto costruire da Giovanni VII (705-707) all'inizio dell'ultima navatella destra della Basilica Vaticana. Questo oratorio, distrutto nel 1606 assieme al ciborio per la V. eretto da Celestino III nel 1197, è chiamato dal monaco Benedetto di S. Andrea (v.) « a Veronice » (Chronicon, ed. G. Zucchetti, Roma 1920, p. 41) e l'abste Giovanni in un documento del 18 febbr. 1018 aggiunge alla sua sottoscrizione la qualifica di mansionario « S. Marie in Beronica » (cf. L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'Arch. cap. di S. Pietro in Vat., in Archiv. della R. Soc. Rom. di St. Patria, 24 [1901], pp. 450-53).
Stilisticamente, per quanto si può giudicare dalle copie medievali e moderne tuttora reperibili, tra loro assai discordanti (non si è ancora potuto studiare l'originale in modo diretto), la V. si riallaccia alle icone riproducenti il volto di Cristo il cui prototipo va ricercato nel celebre
μανδύλιον di Edessa, trasportato nel 944 a Costantinopoli (v. ACHEROPITA). La V. tuttavia, in confronto, ad es., della S.Laon (v.) e del S. Volto di Genova, trasportato nel sec. XIV da Costantinopoli e tuttora conservato in S. Bartolomeo degli Armeni, ha un aspetto più realistico e patetico (si V. anche i Volti Santi riprodotti ai voll. II, tav. 32; IV, 971, Cristo con V. nel penultimo to.do a sinistra [inizio sec. XIV]; VI, 1539; X, tav. 92; XI, tav. 42, XII, tav. 53).
La tradizione popolare attribuisce naturalmente una altra origine alla V. e trovò il modo di spiegarne la sua presenza in Roma. Il velo della V. con il volto di Cristo è ricordato nell'antichità dal gruppo degli Apocrifi di Pilato (v. secc. II, IV-VIII). Innanzi tutto gli Acta Pilati chiamano Bernice o Beronice (testo greco) o V. (testo latino, copio e siriaco) l'emorroissa guarita da Gesù (cap. VII: ed. C. V. Tischendorf, Evangelia apocrypha, 2ª ed., Lipsia 1876, pp. 239, 356; P. Vannutelli, Actorum Pilati textus synoptici, Roma 1938, pp. 74-75; Hypomnemata Domini nostri seu Acta Pilati, vers. siriaca, ed. J. E. R. hmâni, Šarfah [Monte d. Libano] 1908, p. 18). Ora la Vindicta Salvatoris pone la pia V. TIBURIO, il quale guarisce dalla lebbra appena lo vede e l'adora. La V. Palestina e segue il suo cimelio a Roma (Tischendorf, op. cit., pp. 478-85; cf. anche la Cura sanitatis Tiberii, in St. Baluzius, Miscellanea a cura di J. D. Mansi, IV, Lucca 1764, p. 56). La Mora Pilati precisa il modo con cui la V. venne in possesso del ritratto di Cristo: la pia donna desiderava far ritrarre le sembianze di Cristo; questi, saputa la cosa, le chiede il velo su cui l'artista avrebbe dovuto operare e vi lascia imprese le sue sembianze. Volusiano, meno crudele del Velosiano della Vindicta, la fa venire a Roma e quivi la presenta a Tiberio che guarisce appena vede il Sacro Volto (Tischendorf, op. cit., pp. 456-57).
Altre versioni sul modo con cui Cristo avrebbe impresso il suo volto sul velo della V. medioevo. Verso la metà del sec. XII, MANILIO (v.)
(da cd. anostatica a cura di Ch. Hülsen, Berlino 1955)
VERONICA - Ostensione della V. S. Pietro. Incisione inserita nei Mirabilia Romae, Roma, per i tipi di Stefano Pianck, 20 nov. 1489.
attesta, sulla fede dei maggiori, che il Salvatore avrebbe impresso il suo volto sul sudario conservato in S. Pietro «quando sudor eius factus est sicut guttae sanguinis decurrentis in terram», cioè durante l'agonis al Giardino degli Ulivi (Descriptio Bas. Vaticanae, ed. R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. top. della città di Roma, III, Roma 1946, p. 420; cf. anche Pietro Diacono di Montecassino, cit. in Dobschütz, p. 283). Dal sec. xiv in poi, per influsso di Ruggero d'Argenteuil (ca. 1300, Bible en françois o Storia sacra: Dobschütz, p. 304), e soprattutto delle grandi Posizioni francesi del sec. xv (Mercadè, Grèban, Jean Michel) e del pio esercizio francescano della Via Crucis ([v.] VI Stazione; cf. D. Baldi, Enchiridion locorum sanctorum, Gerusalemme 1935, pp. 762, 764-65, 769, 779, 780-81), cominciò a divulgarsi l'opinione che l'impressione del Sacro Volto della V. Calvario, quando una donna con gesto coraggioso e pietoso avrebbe asciugato il volto del Salvatore madido di sangue e di sudore, gesto che in arte non viene difatti raffigurato prima del sec. xiv (cf. E. Mâle, L'art religieux de la fin du m. â. en France, 4ª ed., Parigi 1931, p. 64). Infine, la 3ª lezione del II Notturno della festa di s. V. nel Breviario Ambrosiano del 1513 spiega come la Chiesa Romana sia venuta in possesso del prezioso cimello: la V. l'avrebbe lasciato per testamento al papa s. Clemente I. Inoltre il Grimaldi (cit. in bibl., p. 6) precisa che la V. sarebbe stata portata a Roma l'anno 34 (p. 2).
Inutile dire che questi racconti nulla contengono di storico. Comunque dal sec. xii in poi, da tutti credevasi che la basilica di S. Pietro fosse in possesso della «pictura Domini vera», come la definisce Gervasio di Tilbury nel 1210 nei suoi Otia imperialia (III, 25, cit. in Dobschütz, p. 292*). Sin da quel tempo infatti la V. fu oggetto di grande venerazione. Benedetto Canonico (Ordo, ed. R. Valentini-G. Zucchetti, op. cit., p. 210) e Pietro di Mallio (Descriptio, ed. cit., pp. 411, 425) trattano delle incensazioni e dei luminari dell'altare del «Sudarium Christi» ossia della V. Celestino III fa erigere un sontuoso ciborio per la V. e mostra il Sacro Volto al re Filippo Augusto nel 1191 (cf. Ex gestis Henrici II et Richardi I, in MGH, Script., XXVII [1885], p. 131); Innocenzo III, il 3 genn.

VERONICA - Distintivo con la V. Volto Santo, applicato sul capricapo di un pellegrino. Testa in pietra dell'inizio del sec. xv, conservata nel Museo di Evreux.

(de Guide des monuments visités par les membres du XIIIe Congrès International d'histoire de l'Art, Stoccolma 1932, fig. 20)
Fu la V. Roma, come lasciano supporre due lettere alla duchessa d'Urbino di un certo messer Urbano, scritte da Orvieto e da Nepi, il 14 e 21 maggio 1527 (M. Sanuto, I Diarii, XLV, Venezia 1896, coll. 133, 192) e la lettera del card. Salviati dell'8 giugno 1527 (Pastor, IV, II, p. 725)? Non sembra, poiché la relazione di un soldato del Fronsberg dice che
la V. non fu trovata dalla soldataglia (cf. E. Rodocanachi, Rome au temps de Jules II et de Léon X, Parigi 1912, p. 432). D'altronde l'antico rito di mostrarla al Papa quando celebrava pontificalmente in S. Pietro il giorno di Pasqua, fu osservato dopo il sacco di Roma, nel 1533, 1535 e 1536, come risulta dai Diari di Blasio de Martinelli (cod. Vat. lat. 12277, foll. 182, 239, 248). Inoltre l'Alfarano nel 1582 (De bas. Vat. antiquis. et nova structura, ed. M. Cerrati, Roma 1914, pp. 107, 194, altare n. 115), e il Grimaldi nel 1618 (p. 174) parlano della V. Basilica.
La V. fu trasportata nell'odierna tribuna della cupola il 21 maggio 1606 (Grimaldi, pp. 210-14) ed è racchiusa in tre teche d'argento protetta da un cristallo e da un velo o «crivellotto». Le fattezze del S. Volto si distinguono, a quanto pare, pochissimo. Dal pontificato di Paolo V e soprattutto di Urbano VIII è proibito levarne copia, anzi Urbano VIII ordinò, nel 1629, che tutte le copie della V. venissero bruciate. Tra le copie non distrutte è da ricordare quella tuttora conservata nella chiesa del Gesù, ritratta sull'originale con permesso di Gregorio XV (1621-23).
La V. viene mostrata ai fedeli dall'alto della tribuna la 2ª domenica dopo l'Epifania, i 4 ultimi giorni della Settimana Santa, a Pasqua quando il papa celebra in S. Pietro, il lunedì di Pasqua, il lunedì di Pentecoste, il 22 febbr., 3 maggio, 18 nov. e in altre straordinarie circostanze (cf. X. Barbier de Montault, cit. in bibl., II, pp. 377, 393-94).
II. CULTO TRIBUTATO ALLA V. «PERSONA». - La V., supposta persona, ebbe qua e la culto al 4 febbr. (s. Carlo Borromeo soppresse questa festa, che figurava nel Breviario [1513] e nel Messale [1560] ambrosiani), 26 febbr., 25 marzo. A S. Pietro si credeva possederne il corpo (cf. Alfarano, op. cit., pp. 108, 194). In Francia, è stata considerata cervellotticamente, assieme al marito Zaccheo il pubblicano (identificato con s. Amatore, Amadour), l'apostola del Médoc e si additava la sua tomba a Soulae in diocesi di Bordeaux. A Parigi, s. V. (Ste Venisse) era la patrona della confraternita delle lavandaie e stiratrici, con sede in S. Eustachio. Era invocata contro i mali viscerali e di testa ed è la patrona dei fotografi. - Vedi tav. CXXXIV.
A. Pietro Frutaz