VERONA, DIOCESI di. - Città del Veneto, capoluogo di provincia, ai piedi delle propaggini collinari dei Lessini, bagnata dall'Adige, sulle cui rive si dispongono e corrono gli incantevoli « Lungadigi ». Le due sponde sono congiunte da 10 ponti, fatti crollare dai Tedeschi (apr. 1945); i più caratteristici e storicamente importanti sono il ponte Scaligero, medievale (seconda metà del sec. xiv), ricostruito com'era e dove era (1950), e il ponte « Pietra », romano nei due archi di sinistra, cinquecentesco negli altri.
Per la sua posizione V. ebbe preminente importanza di centro romano, medievale e moderno. Un nodo ferroviario di prim'ordine la congiunge al Brennero e a Milano, Venezia, Bologna. La vita economica si basa sull'agricoltura e la viticoltura (pregiati e notissimi i vini); gradualmente va sviluppandosi e intensificandosi l'industria mineraria, edilizia, chimica, alimentare e idroelettrica. Una cospicua rete di canali provvede a irrigare le zone

(Ist. Alinari)
La diocesi, già suffraganea di Aquileia ed ora di Venezia, è confinante con le diocesi di Trento, Brescia, Mantova, Rovigo, Vicenza, Padova; ha una superficie di km. 3098 e una popolazione di 645.402 ab.; 319 parrocchie, 26 curazie, 11 rettorie, 7 non residenziali, 3 santuari, 260 oratori pubblici, 331 semipubblici, 68 privati; 664 sacerdoti, 186 regolari, 3280 religiose.
I. STORIA
Incerta è l'origine di V.: a costituirne il primo nucleo concorsero probabilmente Celti, Etruschi e Euganei, popoli che sulle rive dell'Adige fissarono la sede del traghetto per il transito e gli scambi; fu dapprima importante centro veneto; in epoca romana (III sec. a. C.) punto d'incrocio di strade, che più tardi prenderanno il nome di Postumia (dalla pianura lombarda ad Aquileia) e di Clodia (dalla valle del Po alle Alpi, lungo l'Adige). Nella successiva organizzazione politica della Venezia, fu prima municipio e poi, con Augusto, colonia (Colonia Augusta V.), iscritta alla tribù Pobilia. La città romanamente quadrata, sorse entro l'ansa dell'Adige, divisa in 4 zone dal decumano massimo, la via che corrisponde ai Corsi Crispi e Porta romana detta dei Borsari, e dal cardo massimo, perpendicolare che corrisponde alle vie Cappello e S. Egidio; all'incontro si formò il Foro, attuale Piazza Erbe. La cinta muraria romana fu segnata partendo dall'Adige e via A. Diaz, proseguiva poi presso l'attuale chiesa di S. Niccolò, svoltando alla via Leoncino per tornare al fiume; nel 265 l'imperatore Gallieno rifece le mura, allargandone l'ambito, che incluse anche l'Arena. Nel 312 l'imperatore Costantino conseguì la vittoria su Massenzio che gli aprì la via verso Roma. V., tra le città della « X Regio augustea », di cui era capitale Aquileia, fu forse la prima a ricevere il cristianesimo e ad avere la gerarchia ecclesiastica (metà del sec. III) dopo Aquileia.Il ritmo papiniano e il Velo di Classe, entrambi dell'inizio del sec. IX, danno la serie di vescovi di V.: il IV della serie è Procolo (a. 304); il VI è Lucillo, presente al Concilio di Sardica (a. 343-44); l'VIII è s. Zeno (362-80) d'origine africana, luminosa figura di santo e dotto pastore, che svolse la sua attività nel periodo ambrosiano, come si può indurre dal contenuto della sua predicazione, pienamente conforme ai bisogni della seconda metà del sec. IV; a lui è da attribuire la Basilica a tre navate, nella zona del Duomo, con pavimento musivo e iscrizioni paleocristiane, messa in luce verso la fine del secolo scorso, con opportuni scavi dovuti a mons. Vignola (1884) e ripresi fortuitamente nel 1946,

(per carlosia di don Zanatto)
Dalla caduta dell'Impero d'Occidente alla fine dell'Impero carolingio, V. fu teatro di complesse vicende storiche: Alarico, re dei Visigoti, fu sconfitto da Stilicone (403); nel 489 Odoacre è vinto da Teodorico, il quale fa di V. S. Pietro; Alboino (a. 569) l'uni al Regno dei Longobardi di cui V. divenne sede di un ducato; al crollo dei Longobardi (774), Carlomagno, re dei Franchi, sconfisse Adelchi, figlio di Desiderio; Pipino figlio di Carlomagno, dimorò a lungo a V., ingrandì la chiesa di S. Zeno, su progetto dell'arcidiacono Pacifico, che impersona e guida la rinascita culturale e artistica della città e contea carolingia di V.; Berengario, re d'Italia, riportò vittoria su Lodovico III imperatore e gli Ungheri e vi lasciò la vita. Ottone I (984) staccò la Marca di V. dall'Italia per darla al duca di Baviera; nel sec. XI, i vescovi di V. sono tedeschi e parteggiano per l'Impero contro Gregorio VII; nel 1061 Cadalo veronese, fondatore del monastero di S. Giorgio in Braida, vescovo di Parma, è eletto antipapa, col nome di Onorio II. Mentre inferiscono le lotte feudali, V. riesce a costituirsi in Comune (1136) con i consoli e, poco dopo (1164), a formare la «Lega veronese», che prelude alla lombarda e combatte a Legnano (1176). Nel 1184 V. Lucio III, che vi muore l'anno dopo ed è sepolto nella Cattedrale (quivi fu pure eletto il successore nella persona di Urbano III).
Dopo feroci lotte tra feudatari, Ezzelino III da Romano, nel 1226, si proclama podestà di V.; sconfitto a Cassano d'Adda, alla morte sua (1259) il potere passa alle Arti (1262) ed a Mastino della Scala, capitano del popolo e della città; gli succedono Alberto (1277), Bartolomeo (1301) che offre a Dante «lo primo suo rifugio
e il primo ostello»; con l'assunzione di Cangrande (1308), si consolida la signoria scaligera che assoggetta Vicenza, Padova, Treviso; Cangrande II costruisce Castelvecchio (1351), come fortilizio e rifugio. Nel 1386 alla potenza scaligera sottentrano i Visconti di Milano; e dopo un'effimera restaurazione scaligera, V. passa sotto Venezia (1405); nel sec. XV i vescovi sono generalmente veneziani. Successivamente V. è coinvolta nelle guerre venete contro Milano: è occupata da Massimiliano imperatore (1509) e infine torna a Venezia (1516); nella prima metà del sec. XVI l'architetto Sammicheli erige mura e porte. Nel 1796 V. subisce l'invasione francese e l'anno dopo insorge contro i Francesi (Pasque veronesi); col Trattato di Campoformio passa all'Austria, fa parte poi (1804-14) del Regno Italiano, dal 1814 del Regno Lombardo-veneto sotto l'Austria fino al 1866; nel 1822 vi si tiene il Congresso che fa proprio il programma politico della S. Alleanza.
Per un lungo periodo di tempo, diventa campo trincerato, perno del quadrilatero, con mura rinnovate e doppia cinta esterna di fortezza. Presso V. Risorgimento, di S. Lucia (1848), S. Martino e Solferino (1859), Custoza (1866).
Tra le molte inondazioni, memorabile quella del 1882, che provocò gravi danni e che determinò l'erezione dei muraglioni sull'Adige.
II. VITA RELIGIOSA E ISTITUZIONI
Tra i santi nati nella diocesi si ricordano: s. Pietro martire (v.), s. Angela Merici (v.), la b. Maddalena Gabriella di Canossa, il ven. Bertoni (v.).Molti vescovi oltre a S. Zeno lasciarono grande ricordo: Adelardo I (876-915) visse ed operò efficacemente in periodo di agitazione politica tra carolingi e principi germanici; Notkerio (915-28), dotato d'insigni virtù, e «pater Veronensium clericorum»; Raterio (932-68), benedettino, erudito e studioso eminente, i cui scritti fanno conoscere le condizioni di V. nel sec. X e la topografia della città, vista dal punto dove ora si trova la cittadella (iconografia rateriana); Ognibene (1157-85), che dispiegò alta opera pacificatrice nella lotta tra le città italiane e Federico Barbarossa; dopo la Pace di Costanza (1183, libertà della Chiesa e dei Comuni) si poté dire di V.: «est iusti latrix urbs haec et laudis amatrix»; Adelardo II (1188-1214), il primo cardinale di V., che partecipò alla II Crociata; Ermolao Barbaro (1453-71), benemerito delle scienze ecclesiastiche; Gian Matteo Giberti (1524-43), la cui opera ha importanza di prim'ordine nella riforma pretridentina: aprendo criteri pratici di riforma per il Concilia tridentino di cui è da considerare «quasi dux et magister» (cf. St. Ehses, Conc. Trid., Actorum, Friburgo in Br. 1901, p. 321); Agostino Valier (1565-1608), cardinale, il quale nel 1576 fondò il Seminario, che nel 1695 prese definitiva sede nelle case dei Somaschi e fu adattato e abbellito ad opera dei vescovi G. F. Barbarigo (1697-1714) e Morosini (1772-89); il card. Luigi di Canossa (1861-1900) e il card. Bartolomeo Bacilieri (1900-23), figure eminenti di pastori la cui opera ha ancora vivi riflessi. Il '700 è il secolo d'oro della cultura ecclesiastica veronese con G. Bianchini, i Ballerini, Scipione Maffei, Girolamo da Prato, Vallarsi, Patuzzi, Dionisi, Perazzini, ecc.
Istituzioni caritative e ospedaliere, ospizi e senodochi si svilupparono largamente a V. MANTICA, fin dalla prima diffusione del cristianesimo e continuarono intensificandosi per merito dell'Ordine benedettino nei suoi rami, e poi dei Frati Minori e predicatori e vari altri Ordini maschili e femminili, fino alle recenti fondazioni di origine veronese: Congregazione di preti dell'Oratorio (sec. XVIII), cui appartenne Antonio Cesari; b. Maddalena di Canossa (Canossiane); ven. Gaspare Bertoni (1816, Stimmatini); d. Mazza; mons. Daniele Comboni, cui risale la fondazione (1867) del fiorente Istituto dei Figli del S. Cuore per le Missioni in Africa (con casa madre e generalizia a V.); d. A. Provolo (Sordomuti), d. Calabria (rigogliosa benemerita Opera dei Poveri servi della Provvidenza). Gli istituti femminili: Suore della Misericordia, Pie Madri della Nigrizia, Figlie di s. Maria Imm., Figlie di Gesù, S. Famiglia (Terese), Piccole Figlie di S. Giuseppe,
Sordomute, Sorelle Minime di M. Addolorata, Terziarie Francescane, Clarisse.
III. ABBAZIE E MONASTERI
La più importante è certamente l'abbazia di S. Zeno. Eretta sulla destra dell'Adige, davanti a V. sul luogo probabilmente di un nucleo di costruzioni cristiane primitive, da collegare alla memoria dell'ottavo vescovo di Verona, s. Zeno (seconda metà del sec. IV), al vescovo Petronio (sec. V), e al miracolo narrato da s. Gregorio Magno, per cui le acque del fiume in piena non vi irruppero. La tradizione e alcuni elementi di scultura tardocristiana, reimpiegati nell'annesso oratorio di S. Benedetto (sec. XI) confermerebbero l'ipotesi d'una chiesa e d'un monastero per le vergini, e questo in rapporto anche ad espressioni di s. Ambrogio che parla d'una vergine di nome Indicia, approvata dal giudizio di s. Zeno.Notizie documentate dell'Abbazia risalgono ai primordi del sec. IX, quando il re Pipino e il vescovo Ratoldo, su progetto dell'arcidiacono Pacifico, eressero qui la chiesa sopra il corpo di s. Zeno; ne assunsero la custodia i monaci benedettini, e l'abbazia che costituirono crebbe e prosperò rapidamente, sino a rendersi indipendente dal vescovo meritando protezione, privilegi e possedimenti da Pipino, Ludovico il Pio, Berengario, Urbano III, Federico II; presto andò acquistando anche importanza politica e giurisdizione feudale su Bardolino (chiesa di S. Zeno presso il Garda), Caffi, Ostiglia, Vigasio, Trevenzuolo, Cellose di Illasi, Pastrongo, Castelnuovo dell'Abate (Affi e dintorni), Chievo e Romagnano, su alcune terre di Bonferraro, Roncoletto, Pigozzo, Fatoledo, ecc. Questi possedimenti erano distribuiti ai coloni a condizioni vantaggioso, divenendo spesso loro proprietà sotto l'alto dominio dei monaci, altri rimasero in proprietà dell'abbazia fino alla soppressione. Il vescovo Raterio, con aiuti di Ottone I, restaurò l'abbazia danneggiata dalle invasioni ungare; l'abate Alberico (metà del sec. XI) pose le basi del campanile, che l'abate Gerardo (1163-67) elevò, agile ed elegante, nella sua mole romanica.
Durante il dominio degli Scaligeri, l'abbazia divenne quasi loro dominio; e passò agli abati commendatari nel 1425 che l'affidarono a monaci tedeschi fino al 1630; soppressa dalla Repubblica veneta (a. 1753), i beni furono ceduti all'ospedale di V. (a. 1779), gli edifici venduti (1810) e poi demoliti per farne materiale da costruzione. Ne resta solo una modestissima parte con alcune celle e qualche struttura medievale; è superstite il chiostro romanico (sec. XII-XIII) a colonnine binate di marmo rosso ed archi a tutto sesto e con rifacimenti e aggiunte posteriori (sec. XIV) di archi acuti, con l'oratorio di S. Benedetto e la torre massiccia a merittatura ghibellina (sec. XIII); su un lato del chiostro si innesta un piccolo recinto colonnato (lavabo). La chiesa del IX sec., dopo i danni causati dall'invasione ungara (sec. X) e dal terremoto (a. 1117), subiva trasformazioni e rimaneggiamenti: allungata ad ovest e rinnovata nei fianchi (sec. XII); tra il sec. XII e XIII si provvede a rialzare la parte mediana con la fronte, mentre si adattò la tribuna sopra la cripta (sec. XIII) e l'abside assunse forma e struttura gotica (1389-96); a quest'epoca si riferisce anche il tetto a carena di nave.
Nel 1459 Andrea Mantegna, su commissione dell'abate commendatario Correr, eseguì, per l'altare maggiore, il mirabile tritico con la Madonna in trono tra i ss. Pietro e Paolo (v. vol. VII, tav. 128): la predella con Scene della Crocifissione, asportata durante la Rivoluzione Francese, è ora al Louvre. Nella cripta ampia e suggestiva, a nove navate, sono accolti i sepolcri di s. Zeno e di altri vescovi veronesi. Nel suo insieme, la Basilica è il capolavoro dell'architettura romanica nel Veneto; la fronte, ripartita da sottili simmetriche lesene, con protiro aereo e leoni stilofori (di Niccolò, 1138) e rosone della fortuna labile (Brioloto, fine del sec. XII) e loggette cieche, è impreziosita dal portale di bronzo, che reca scene bibliche e della vita di s. Zeno, in una serie di eleganti formelle: espressione alta di arte locale, con influssi carolingi (sec. IX e X) secondo alcuni studiosi; secondo altri invece, prevalgono influssi ottoniani della fine del sec. XI e quindi romanici. Ai fianchi del protiro sono

scolpiti sul marmo i bassorilievi della Genesi da assegnare a Niccolò e scene della vita di Cristo da assegnare a Guglielmo (1138): gruppo di sculture romaniche tra le più notevoli del sec. XII. Le pareti esterne della Basilica sono a corsi alternati di cotto e vivo, tipicamente veneti; l'interno a tre navate, divise da colonne e pilastri alternati, con la mediana solenne e luminosa, dal profondo respiro spaziale, riecheggia il ritmo basilicale romano-revennate. Notevoli i capitelli romanici delle colonne a decorazione floreale e animale, gli affreschi sulle pareti e sui pilastri; sulla tribuna presbiteriale, le statue di Cristo e degli Apostoli (sec. XIII) e, nell'absidiola sinistra, quella di s. Zeno che ride (sec. XIII). Anche la sacrestia (sec. XV) ha notevole interesse artistico, per il soffitto a cassettoni, fregio e fiori e tondi con santi benedettini. La Basilica è stupendamente inquadrata dalla Piazza e dal sagrato dove ancora si celebra una festa benefica, cui partecipa tutta la città e detta «venerdì gnocolar», dallo gnoccolo che si distribuisce il venerdì prima della Quaresima.
Di S. Maria in Organo, abbazia benedettina soggetta al patriarca di Aquileia dal sec. X, si hanno notizie fin dal sec. VI; dal duca longobardo Lupone (751) fu arricchita e dotata di senodochio; Carlomagno (804) concedeva libero transito ai suoi carri e navi per tutto l'Impero; altri privilegi e possedimenti ebbe da Berengario (886) e Ugo (928) e da privati. Acquistò altro splendore quando gli Olivetani (1481) rinnovarono ed ampliarono la chiesa romanica (della chiesa del VII sec. sussistono tracce nella cripta) e l'arricchirono di stupende opere d'arte, di Giolfino, Caroto, Cavazzolo, Moroni, Savoldo; del candelabro intagliato e scolpito (1499), delle squisite tarsie nel coro e nella sacrestia (1504) di fra' Giovanni da V. olivetano, cui si deve anche l'architettura del campanile. Fu parrocchia nel sec. XIV, ma poi le fu tolta la cura d'anime e quindi ristabilita nel 1808.
Nel recinto della città di V. esistevano due monasteri femminili: S. Maria in Solaro, fondato nel 774 dalle due sorelle Auteonda e Natalia, soggetto a S. Maria in Organo e al patriarca di Aquileia; S. Pietro «ad puellas» (780), in seguito abitato da monaci benedettini. Alla chiesa dei SS. Fermo e Rustico era annesso un monastero di Benedettini (fine del sec. X); alla chiesa di S. Trinità

(da E. Cerusi, W. M. Lindsey, Monumenti paleografici veronesi, II, Città del Vaticano 1921, 35)
Nel territorio della diocesi di V. esisteva l'abbazia di S. Maria al Gazzo Veronese, dipendente da S. Maria in Organo e, com'essa, soggetta al patriarca di Aquileia; fondata nel sec. VIII e beneficiata dai re longobardi Liutprando e Idebrando, ottenne privilegi e donazioni da Lodovico II, Berengario, Ottone II. L'attuale struttura romanica della chiesa con buoni affreschi, restaurata e rimaneggiata, insiste sul nucleo primitivo, di cui restano varie sculture e lacerti del pavimento musivo (seconda metà del sec. VIII); dal 1526 parrocchia.
Sono da aggiungere: il monastero di Benedettine «ad Flexium» (inizi del sec. IX), di S. Salvatore di Sirmione (sec. VIII), unito nel secolo seguente al S. Salvatore di Brescia; l'eremo di Benigno e Caro (fine del sec. VIII) a Malcesine, sul lago di Garda; sulla Rocca di Garda fiorisce ancora l'eremo dei Camaldolesi. L'abbazia di S. Maria della Vangadizza veronese, fondata nella prima metà del sec. X da Ugo, marchese di Toscana, abitata da monaci neri, ebbe privilegi e possedimenti da Berengario II e Adalberto, passò poi ai Camaldolesi; dal 1454 è parrocchia; altra abbazia degli stessi monaci fioriva a Vangadizza di Badia Polesine (Rovigo).
IV. SANTUARI
Nella diocesi di V. è molto frequentato il santuario della Madonna della Corona, alle falde del Montebaldo, la cui origine risale alla fine del sec. XII, come documentano i vestigi di una chiesetta e di affreschi; passò (sec. XV) alla dipendenza dell'Ordine dei Cavalieri di Malta e allora vi si venerò il simulacro della Pietà, donato da Lodovico di Castelbarco nel 1432; l'attuale chiesa, rinnovata ed abbellita recentemente, è del sec. XVII. Il santuario della Madonna di Campagna, nella parrocchia di S. Maria della Pace, fu edificato dal Sanmicheli nel 1559, e nel 1597 abitato dai Camaldolesi.Negli immediati dintorni di Peschiera, presso il laghetto, sorge in posizione bellissima il santuario della Madonna del Frassino (sec. XVI) con annesso ospizio. Anche la Basilica minore, dedicata a S. Teresa del Bambino Gesù (Tombetta), nella parrocchia di Tomba, a pochi km. da V., è meta frequente di pellegrinaggi.
IV. ARTE
A V. segni e opere eloquenti di arte. Dei periodi romano i monumenti più importanti sono: l'anfiteatro dell'Arena (I sec. d. C.), che vide nell'evo medio e moderno duelli giudiziari, tornei e feste cavalleresche; restaurato, ora è sede di grandi spettacoli di massa. Sulla Via Postumia, a mezzo km. dalla Porta romana, detta nel medioevo di Borsari, sorgeva l'arco dei Gavi (I sec. d. C.), ora ricostruito (1932) accanto a Castelvecchio; a sinistra dell'Adige, sulle pendici del colle S. Pietro è disposto il teatro, una delle opere più notevoli e significative della romanità nell'Italia settentrionale (I sec. d. C.). Negli antichi chiostri, che sul colle S. Pietro ospitano il Museo archeologico, sono custodite le memorie dell'epoca preistorica e romana. Nel Museo Maffeiano, il più antico museo lipidario d'Europa, sorto all'inizio del 1700 per iniziativa di Scipione Maffei, sono raccolti molti monumenti di scultura, frammenti architettonici e documenti epigrafici latini e greci, provenienti dal Veneto e da altre località anche fuori d'Italia.Dei periodi paleocristiano sono i musaici nella zona del Duomo, resti notevoli di due basiliche del sec. IV, una delle quali, di maggiori proporzioni e a livello più alto, è da assegnare a S. Zeno; un esemplare stupendo di sarcofago a sfondo mura di città (metà del sec. IV), il sarcofago strigilato (III sec.), riadoperato dai cristiani, manufatti notevoli che sono accolti nella cripta di S. Giovanni in Valle; nel Museo di Castelvecchio, alcuni vetri a fondo d'oro (sec. IV), unnetta per reliquie a guisa di minuscolo sarcofago di gusto ravennate (VI sec.), resti di elementi di sospensione di una «gabata» (lampada) veronese (sec. IV); sono da aggiungere frammenti musivi, sculture ornamentali, oggetti di oreficeria, rarità iconografiche nella Biblioteca capitolare e in chiese e musei (dal sec. VI al XI); la chiesa di S. Teuteria e Tosca, collegata alla paleocristiana, ora romanica chiesa dei SS. Apostoli, nella sua struttura primitiva a simmetria crociata, richiama il mausoleo di Galla Placidia di Ravenna ed è riferibile alla seconda metà del sec. V; vari rimaneggiamenti ne hanno mutato in parte l'aspetto pristino.
I periodi longobardo, carolingio e ottoniano hanno lasciato tracce notevoli in sculture ornamentali (capitelli, plutei, ciborio di S. Giorgio di Valpolicella, porte bronzee di S. Zeno) e in edifici sacri di V. e provincia (S. Stefano, S. Giorgio di Valpolicella, S. Zeno di Bardolino, S. Benedetto di S. Zeno Maggiore, S. Giovanni in Ponte, S. Nazaro), cripte e strutture primitive di altre chiese, come S. Giovanni in Foro, S. Maria in Organo, S. Procolo, S. Giovanni in Valle.
L'arte romanica con un gruppo di chiese conferisce a V. una nota di alto valore spirituale e artistico e di severa nobiltà. Sono tipiche le loro facciate a capanna, a corsi di mattoni e tufo, che i secoli hanno dorato, divise da lesene a denotare le navate interne, taluna con le torri scalari (chiesa di S. Lorenzo) o il nartece (S. ma Trinità), tutte con protiri pensili (S. Giovanni in Valle, S. Maria Antica), decorate d'archetti e fasce fantasticamente scolpite con mostri e volute floreali. Gli interni hanno la suggestione delle ombre mistiche e della fuga prospettica dei pilastri e delle colonne che sostengono, sui capitelli cubici o figurati, le ardite volte a crociera e il tiburio (S. Stefano) o i tetti a incavallature; hanno il mistero delle cripte profonde, la luce dei presbiteri ridicati con ambulatori (S. Stefano) e i matronei (S. Lorenzo). Varie case e torri tradiscono ancora la struttura romanica. Altre chiese romaniche del contado gareggiano per importanza e valore architettonico con quelle della città e pongono interessanti problemi di derivazione e influenze vari (come S. Severo di Bardolino, S. Pietro in Valle, ecc.).
I monumenti di stile gotico assermano e fondono elementi costruttivi di fattura e di tradizione romanica, sempre desta e operante a V. e spesso si arricchiscono
di decorazioni rinascimentali; nella Cattedrale l'evoluzione gotica utilizza le strutture romaniche (1139-87) della parte inferiore, dei protiri (di Niccolò), dell'abside imponente, con tornacoro, capolavoro dei Sanmicheli, con affreschi rinascimentali del Falconetto e tele di Liberale, Giolfino, Morone, Caroto, Tiziano (l'Assunta). S. Fermo Maggiore, rinnovata nel sec. VIII, ricostruita dai Benedettini (secc. XI-XII) trasformata dai Frati Minori (seconda metà del sec. XIII), con armonica fusione di elementi romanici e gotici; S. Anastasia, cui era annesso il convento dei Domenicani (secc. XIII-XIV), ora sede del Liceo classico, richiama la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia e schemi del gotico italiano, specie nell'interno; le Arche Scaligere (sec. XIV) uniche nel loro genere, opera di maestri lapicidi di Campione. Altri palazzi e case uniscono elementi del gotico veneziano ad elementi rinascimentali. Il grande architetto veronese, Michele Sanmicheli (1484-1559), con le monumentali ed eleganti costruzioni dei Palazzi Pompei, Bevilacqua, Canossa (in esso stupendi affreschi di G. B. Tiepolo), della cappella Pellegrini in S. Bernardino, chiesa e campanile di S. Giorgio e del Duomo, delle fortificazioni, mura e porte con la solida struttura classica, ha dato un'impronta rinascimentale caratteristica a V, quale ebbero nello stesso torno di tempo, Vicenza dal Palladio e Venezia dal Sansovino. L'insegnamento del Sanmicheli continuò in architettura posteriori, tranne poche eccezioni barocche, e così la tradizione classica proseguì fino all'erezione del monumentale cimitero d'ordine dorico (1830). Di fra' Giocondo è la purissima Loggia del Consiglio (ultimo scorcio del sec. XV) nella Piazza dei Signori, dove, sopra il cornicione, Alberno da Milano scolpì le statue dei grandi veronesi dell'età romana: Catullo, Plinio, Emilio Macro, Vitruvio, Cornelio Nepote. La caratteristica e suggestiva Piazza Erbe, sede del Foro antico, si adorna di monumenti romani (statua di Madonna V.), romanici (Torre Lamberti), gotici (casa dei Mercati, Torre del Gardello), rinascimentali (Casa Mazzanti e affreschi), barocchi (Palazzo Maffei).
La pittura veronese sin dal sec. X ha esempi negli affreschi della grotta di S. Nazaro, ora nella chiesa di S. Libera sul Colle S. Pietro; nel sec. XIII a S. Zeno Maggiore, dove pure si ammirano i cicli più notevoli di scultura del secc. XI e XII; nella stessa Basilica, il trittico del Mantegna, con Madonna e santi.
In Castelvecchio, è accolta la Pinacoteca del Museo, dove la scuola pittorica veronese è largamente rappresentata dal sec. XIII al XVIII. - Vedi tavv. CXXXII-CXXXIII.
scultura veronese dal sec. VIII al sec. XIII, Milano 1943; P. Gazzola, Il musaico nel sottosuolo della Bibliot. capit. di V., in Studi stor. veron., 1948; P. L. Zovatto, Antichità cristiane di V., Verona 1950. Per l'abbazia di S. Zeno; C. Cipolla, Annales Veron. antiqui, in Boll. Ist. Stor. Ital., 29 (1908), p. 7 8gg.; L. Simeoni, La basil. di S. Zeno in V., Verona 1909; A. Boelder, Die Bronzetür von V., Marburgo 1931; G. De Francovich, La corrente comasca nella scultura romanica europea, in Rivista R. Ist. d'arch. e st. dell'arte, 5 (1937); G. Trecca, La facciata della basil. di S. Zeno, Verona 1938; A. Da Lisca, La basil. di S. Zenone in V., ivi 1941. Per le abbazie: Cottineau, II, coll. 3342-46.
Paolo Lino Zovatto
V. BIBLIOTECA CAPITOLARE
Fondata nel sec. V, per opera della «Schola sacerdotum sanctae Veronensis Ecclesiae», ritrasse il patrimonio dei suoi codici soprattutto dalla produzione del proprio scriptorium, per il servizio liturgico nella Cattedrale, per lo studio individuale dei membri del Capitolo, degli insegnanti e degli allievi delle scuole presso la Cattedrale stessa. Il più antico amanuense dello scriptorium, che abbia registrato il suo nome e la data, è Ursicino «lettore della Chiesa veronese», nell'anno 517. Il massimo impulso fu dato alla Biblioteca nel sec. IX dall'arcidiacono Pacifico (776-844), e da molti chierici sotto la sua direzione.La Biblioteca capitolare di V., definita «la regina delle collezioni ecclesiastiche», è assai nota per la ricchezza e la somma importanza dei suoi manoscritti. I codici veronesi, incominciando dal sec. V, rappresentano con un gruppo più o meno numeroso, ma sempre notevole, ciascuno dei secoli successivi specialmente nell'alto medioevo. Meritano di essere particolarmente citati: 1) il «Gato» (sec. V, palinsesto), famoso codice unico, fonte insigne degli studi del diritto romano; 2) il «s. Agostino» (De Civitate Dei: sec. V), scritto probabilmente mentre ancora viveva il santo Dottore; 3) e 4) «s. Ilario» (In Psalmos, e De Trinitate: ambedue sec. V); 5) Evangelario purpureo (sec. V), uno dei più importanti manoscritti biblici della Vetus latina, noto fra gli studiosi con l'indicazione Cod. b. Veron., scritto in argento e oro, su pergamena purpurea, finissima; 6) La Didacalia Apostolorum (sec. V, palinsesto); 7) Il «Sulpicio Severo» (a. 517), scritto dal già citato Ursicino; 8) Il Psalterium bilingue, greco-latino (sec. VI); 9) Il Sacramentarium Leonianum (sec. VI), codice liturgico di eccezionale importanza. Numerosi soprattutto sono i manoscritti del sec. IX, con parecchi autografi dell'arcidiacono Pacifico. Altri autografi particolarmente preziosi: due manoscritti di S. Lorenzo Giustiniani (sec. XV), due di Girolamo Fracastoro (sec. XVI), tutti quelli di Scipione Maffei e di Francesco Bianchini (sec. XVIII). Miniature e legature di pregio speciale: due codici di Mattia Corvino, re d'Ungheria (sec. XV); i Corali miniati dal Turone, pittore veronese del sec. XIV; un lezionario di S. Scrittura (sec. XV), di artista fiammingo; un «Candido Decembrio» (sec. XV), di miniatore lombardo. Quasi tutti i manoscritti anteriori al sec. X, insieme con alcuni documenti dell'Archivio, furono restaurati presso la Biblioteca Vaticana, per liberalità e munificenza di Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI. Eccellente pure, per qualità e quantità, il patrimonio bibliografico a stampa, che comprende un buon numero di preziosi incunaboli, con qualche «unicum» e non pochi assai rari. Merita di essere rilevata anche la sontuosità e la bellezza artistica della sede, ricostruita (in seguito al bombardamento del 4 gen. 1945, che la distrusse interamente) secondo i provvedimenti più accurati per la più sicura custodia, per la migliore conservazione e la più degna presentazione del materiale bibliografico, documentario, archeologico e artistico. Da notarsi la nuova cappella, interamente dipinta a fresco da Elena Gazzola Schiavi, con episodi della vita dell'arcidiacono Pacifico.
VI. ARCHIVIO CAPITOLARE
Nella stessa Biblioteca è custodito anche l'Archivio dei canonici, composto di ca. 11.000 documenti membranacei, e di innumerevoli cartacei; cominciando i primi con 7 pergamene del sec. VIII, delle quali la più antica del 710; gli altri con protocolli notarili del principio del sec. XIV. I documenti membranacei si conservano in cartelle, disposte in ordine cronologico.Giuseppe Turrini

(da V. JALABERT, LOUIS, Les livres d'Heures mes, de la Bibliothèque nationale, Mâcon 1887, tav. 81)