MEDIOEVO. - Termine che nella storiografia della civiltà europea indica i secoli che corsero tra l'età antica e l'età moderna.
I. STORIA.
I. IL VALORE DEL TERMINE
Il termine è consacrato da una tradizione ormai secolare per indicare il periodo che nello sviluppo storico della civiltà romano-europea sta fra l'età antica e l'età moderna. Già nel Rinascimento si profila la coscienza del distacco esistente tra la civiltà classica ed il suo rinnovarsi, separati da un'età intermedia contrassegnata dalla rovina dell'Impero romano e di tutta la civiltà antica, dalla decadenza delle lettere e delle arti, dalle invasioni di popoli barbari. Così tra gli splendori della civiltà greco-romana e quelli del Rinascimento il m. fu valutato come età non solo di transizione, ma anche di barbarie, di ignoranza, di oscurità. Tale giudizio negativo venne respinto dallo storicismo del sec. XIX che giudicò il m. età piena di attività spirituali ed economiche di altissimo valore, età ricca di un faticoso ma prezioso travaglio costruttore, fondamentale per lo sviluppo della civiltà. È dunque da respingere l'idea che il termine m. possa essere usato per indicare età di transizione e di oscurità esistenti nel corso di altre civiltà (egiziana, giapponese, ecc.); l'uso, determinato da analogie esteriori e fallaci, è del tutto sconsigliato per gli errori e gli equivoci che comporta.II. LIMITI CRONOLOGICI DEL M
I limiti cronologici del m. romano-europeo sono tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi della cosiddetta periodizzazione, dettata da presupposti religiosi, politici o economici. L'erudito tedesco Cristoforo Keller (Cellarius) che per primo, pare, nel 1688 pubblicò una Historia Medii Aevi, la comprese tra l'età di Costantino e la conquista turca di Costantinopoli (313-1453), unendo due date di valore diverso, uno religioso ed uno politico. In altri schemi di periodizzazione, nessuno di valore assoluto, si usa per l'inizio la data della cessazione degli imperatori romani di Ravenna (476) o quella della discesa dei Longobardi in Italia (568), inizio del frazionamento politico della penisola, o quella del trionfo dell'islamismo nel Mediterraneo (700 ca.); per la fine del periodo si usa di solito la data della discesa di Carlo VIII in Italia (1494) o quella della scoperta dell'America (1492) o della rivoluzione religiosa di Lutero (1517) o della pace di Cambrai (1529).D'altra parte gli studi moderni hanno mostrato l'impossibilità di ammettere una soluzione di continuità tra il m. e l'epoca che lo segue e lo precede. Per il Fustel de Coulanges vi è continuità tra l'età imperiale e quella delle monarchie romano-barbariche; per il Dopsch le invasioni barbariche non rompono il processo storico del germanesimo tra Cesare e Carlomagno; per il Pirenne solo nel sec. VIII vi sarebbe stata nel Mediterraneo quella rivoluzione economica che avrebbe determinato il vero m., cioè l'età dell'economia naturale, senza sbocchi. Così tra m. e Rinascimento oggi si vedono legami prima ignorati, per la religiosità caratteristica del Rinascimento, per certi atteggiamenti rinascimentali del m.; così anche la «Riforma» cattolica e la «pseudo riforma» luterana mostrano vitali legami con il m.
III. CARATTERIZZAZIONE DEL M
Il problema della continuità si lega strettamente con quello più grave di un'età medievale avente suoi caratteri ben netti ed inconfondibili. Giacché lo studio del periodo rivela in apparenza aspetti tra loro opposti e persino contraddittori, oltre che il succedersi di età aventi caratteri propri: l'età delle monarchie romano-barbariche, dell'Impero carolingio, del feudalesimo, dei comuni e delle monarchie di tipo nazionale. Tuttavia non pare dubbio che l'età medievale abbia nel suo complesso un carattere unitario: l'unione stretta esistente in essa tra civiltà romana e religione cristiana per cui sulla nuova fede viene a poggiare ilMEDIOEVO
le la frattura profonda che si manifesta nella Romània nel sec. VIII: a Bisanzio si contrappone Roma, all'ellenismo resiste la latinità; vicino al mondo slavo-bizantino si presenta il mondo latino-germanico in cui le tradizioni romano-italiane della lingua, della scrittura, delle lettere, delle arti, del diritto, dell'economia persistono fortissimamente.
IV. I RAPPORTI ROMANO-GERMANICI
In questo ambiente romanizzato vivono le popolazioni germaniche mescolate con le popolazioni romane: si mescolano, ma non si fondono. Certo le invasioni barbariche del sec. v hanno avuto grande importanza: furono distrutti in buona parte i centri culturali romani; fu tolta ai popoli provinziali la possibilità di risorgere con le loro forze dal marasma in cui si trovava l'Impero, si da avviarsi alla costituzione di una comunità concorde dei popoli romani e romanizzati. Dopo le invasioni, Romani e Germani convivono sopportandosi a vicenda, conservando ciascun popolo le proprie leggi e costumanze; li associa il sistema economico romano in cui i Germani si installano senza distruggerlo o trasformarlo.Sui rapporti tra le due razze nel m. due opposte concezioni si contrastano il campo. I germanisti affermano che di fronte all'imputridire della civiltà romana soltanto gli elementi etnici germanici potevano apportare quella vitalità fresca e vigorosa a cui si deve quanto di vivo, di nuovo è nella civiltà medievale. Si oppongono i romanisti negando la germanizzazione: le popolazioni romane avrebbero conservato le loro tradizioni di vita e di civiltà; le invasioni non avrebbero determinato la germanizzazione ma solo un imbarbarimento, un ritorno alle condizioni di quelli che non erano più i popoli germanici ammirati da Cesare e da Tacito, ma solo i residui delle lunghe lotte che per secoli avevano funestato paesi nordici e che erano scampati alla bufera dell'invasione unica. Attualmente si tende ad un giudizio più equo: l'influsso del germanismo sarebbe diverso secondo le zone: forte nei paesi di nessuna o superficiale romanizzazione, meno sensibile e fin trascurabile nei paesi di profonda romanizzazione.
Difficile del resto, se non impossibile, è la valutazione degli apporti etnici in una civiltà nuova, così originale, come la medievale: la differenza etnica lentamente sfuma in una semplice distinzione di classi sociali; nel sec. VIII, in Italia come in Gallia, non vi sono più vincitori e vinti, ma solo proprietari. Perdure infatti l'organizzazione terriera romana: il m. come l'antichità continua ad essere dominio di aristocrazie fondiari e militari su masse di coloni, servi, piccoli proprietari.
V. LA FUNZIONE DELLA CHIESA E DEL PAPATO
Nel livellamento di popoli e di classi, funzione percepiva viene compiuta dalla Chiesa cattolica per mezzo del suo centro, il Papato, e dell'esposizione delle province. Schiacciate dalle monarchie germaniche ariane, le varie Chiese dell'occidente, anziché a Costantinopoli, si appoggiano alla Sede Apostolica di Roma, la cui superiorità era appaure rifugio e difesa. Così romanità e cattolicità vengono a corrispondersi in modo perfetto distinguendosi e dalla Romània bizantina e dalla barbarie ariana: una nuova unità romana viene a formarsi in Occidente: la comunità di tutti i popoli che venerano nel papa di Roma il maestro di fede ed il capo morale. La tradizione apostolica già aveva fatto della Sede romana la guardiana della più pura ortodossia: detentrice dei poteri spirituali, si affermava come la sorgente inesauribile di una nuova vita, animatrice e consolatrice delle popolazioni private della guida giuridica degli imperatori.Questa Romània occidentale latina subisce grandi trasformazioni tra il sec. VII e VIII. Vecchie province imperiali come l'Africa, la Spagna, la Sicilia e la Sardegna sono travolte dall'ondata islamica; scompaiono inoltre le Chiese ariane d'Italia, di Spagna,

Medicevo - Le torri dette Garisenda e degli Asinelli (sec. xit) - Bologna.
di Gallia; l'opera missionaria iniziata dalla Sede romana sotto l'impulso di Gregorio Magno porta alla Chiesa nuove masse germaniche di fedeli; nuove province episcopali sorgono oltre il Reno e il Danubio, unite a Roma dal solo giuramento di fedeltà che i vescovi prestano al papa.
Così si delinea un nuovo mondo cristiano in cui si associano paesi di tradizioni romane e paesi di tradizione germaniche: un impero religioso, una Res publica christiana, erede e continuatrice della Res publica romana, prefigurazione della futura Europa divisa politicamente ma unita moralmente. Il Papato romano in essa domina con il suo magistero e con i suoi poteri spirituali, ma poi l'insufficienza dei poteri pubblici, le concessioni imperiali avute da Costantino a Giustiniano - diritto di proprietà, immunità fiscale, privilegio di foro - lo portano ad esercitare nella società europea una funzione politica preminente. A rafforzare questa funzione concorsuale, il Papa sostiene la formazione dello Stato temporale in Roma, sorretto dalla ricchezza patrimoniale della Chiesa romana, dal prestigio morale e religioso dei papi, dalla loro attività sociale ed umanitaria. Il governo ierocratico che sorge così in Roma (cui darà particolare fondamento giuridico la falsa «donazione di Costantino», composta tra il 750 e il 760) diventa base e garanzia del sistema giurisdizionale cattolico e trova la spinta ad estendere la sua autorità su tutti i paesi che obbediscono ai suoi vescovi.
VI. L'IMPERO
All'ombra di questo universalismo romano religioso si costituisce alla fine del sec. VIII l'Impero cristiano romano di Carlomagno. Cadute sono infatti le organizzazioni politiche romane-barbariche che avevano tentato di conciliare le concezioni giuridiche romane con l'individualismo germanico: dovunque si è constatata la loro incapacità di organizzazione interna e di difesa esterna.Tutti i paesi romani e germanici dell'occidente entrano a far parte del grande complesso territoriale creato dai Franchi con le armi: Carlomagno cerca di giustificare le sue conquiste affermando una missione religiosa civilizzatrice. L'Impero carolingio, nonostante l'incoronazione di Roma del Natale dell'800, ha di romano solo esteriori e vaghi atteggiamenti; esso è invece come l'estrinsecazione laica dell'universalismo cristiano papale.
Si ripresenta ora il problema dei rapporti tra i due poteri civile e religioso, già discussi nell'età postcostantiniana. Nuovamente si afferma il principio dualistico di Gelasio I: Chiesa ed Impero sono i due aspetti della stessa realtà politica, perché vita religiosa e vita civile sono i due modi di essere della vita sociale. Però al di sopra di questo dualismo la Chiesa afferma la necessità suprema della ordinatio ad unum: l'ideale ultramondano, lo scopo supremo della vita e della società porta l'apparente dualismo a sostanziale unità; la Chiesa, dopo la scomparsa di Carlomagno e l'incapacità dei suoi successori di conservare il programma, pretende di dominare l'Impero che deve ridursi a funzioni puramente ministeriali, poiché dal papa vicario di Cristo discende l'autorità dei principi e dei re. L'unità che l'Impero si lasciava sfuggire era raccolta dal Papato, e sotto Niccolò I si aveva la prefigurazione della cristianità quale il sec. XI doveva attuare.
Carlomagno per parte sua oppone pretese nettamente cesaropapiste, secondo la tradizione giustiniana bizantina, ma i successori non riescono a conservare questo programma di fronte al Papato: Niccolò I proclama la missione papale come difesa somma della pace e della giustizia ed i testi pseudo-isidoriani della metà del sec. IX sono poi addotti come prova dell'antichità di tale concezione di primato.
L'Impero carolingio si sfasciò, dopo aver vissuto
di Gallia; l'opera missionaria iniziata dalla Sede romana sotto l'impulso di Gregorio Magno porta alla Chiesa nuove masse germaniche di fedeli; nuove province episcopali sorgono oltre il Reno e il Danubio, unite a Roma dal solo giuramento di fedeltà che i vescovi prestano al papa.
meno di cent'anni (800-888), senza essere riuscito a risolvere il problema dell'organizzazione politica del mondo cristiano e quello dell'ordine sociale. Alla pluralità delle popolazioni in esso associate aveva corrisposto la pluralità delle leggi nazionali. L'organizzazione amministrativa dei comitati e marche di origine merovingica non aveva potuto rinsaldare la compagine di uno Stato così vasto. L'ordine e la disciplina sociale sono affidati di conseguenza al formarsi ed allo svilupparsi di quei legami personali tra potenti e deboli sui quali nel sec. IX si costruisce il sistema feudale. Dalla zona franca in cui esso dapprima si sviluppa, tale sistema si diffonde in tutti i paesi dell'Europa occidentale assumendovi atteggiamenti e coloriti conformi alle tendenze ed alle esigenze locali. L'organizzazione feudale però, se in apparenza è disgregazione statale, in realtà è sistemazione e coordinazione delle cellule sociali fondamentali per la futura formazione politica ed economica dell'Europa; è inoltre scuola di disciplina sociale: osservanza dei doveri, inviolabilità degli impegni giurati, lealtà nell'esecuzione dei contratti liberamente assunti.
Nel frantumarsi dell'Impero carolingio, i suoi territori si riuniscono in agglomeramenti che fanno capo a discendenti del grande Imperatore; Francia, Germania, Italia, Borgogna formano unità dinastiche che preludono alle monarchie europee di tendenze nazionali dell'età successiva. La vita feudale con il suo folto sviluppo della l'autorità e la potenza di queste dinastie, ma ne conserva il valore giuridico. Dal sec. X il mondo cristiano europeo presenta le due caratteristiche che conserverà per diversi secoli: disgregazione politica, unità religiosa-morale per opera della Chiesa cattolica. Risorse infatti l'Impero per opera del tedesco Ottone I nel 962, ma esso abbracciava ora solo più i paesi germanici, italiani e - dopo il 1032 - borgognoni. Gli imperatori tedeschi aspirarono invano a riprendere la missione unificatrice della società cristiana secondo la tradizione carolina.
Disgregazione feudale, monarchie territoriali, impero romano-germanico costituiscono gravi difficoltà per l'universalismo religioso difeso dalla Chiesa romana. Contro questi pericoli la Chiesa inizia nel sec. XI la lotta più tenace. Combatte per la libertà sua, per la sua indipendenza dalle organizzazioni politiche, dalla feudalizzazione che l'imbavaglia, dalla concezione germanica della Chiesa privata che distrugge i legami gerarchici. La Chiesa dispone ora di una grande forza: il monachesimo in fase di rinnovamento, ché anch'esso cerca di sfuggire ai vincoli della società feudale.
VII. IL MONACHESIMO
Il monachesimo, sorto nell'epoca romana come affermazione di assoluta spiritualizzazione evangelica contro la superficialità del cristianesimo delle masse convertite, conserva nel m. latino, nelle forme del benedettismo italiano, tutta la sua fresca originalità.Esso compie nel sistema cattolico-romano un'opera di capitale importanza: non solo serve all'elevazione di quanti aspirano alla sublimazione del proprio spirito, ma con le preghiere e le penitenze attende alla formazione di quel tesoro di grazie che deve essere la base della salvezza eterna della collettività. Funzione mistica ma in certo modo già sociale: ad essa si aggiunge l'altra di agire nella società europea con un'attività culturale, economica, assistenziale. In tal modo il monachesimo rappresenta la penetrazione in profondità, nelle masse, della fede, la dove l'organizzazione episcopale poteva attendere solo ad un'azione disciplinatrice prevalentemente esteriore (v. MONACHISMO). Le nuove congregazioni benedettine che sorgono dal sec. X in poi, i Cluniacensi prima, poi i Certosini ed indi i Cistercensi, rappresentano nuovi tentativi per conservare la fede interpretazione della regola del maestro pur adeguandosi ai bisogni spirituali e materiali della società europea. Così s. Francesco e s. Domenico non esiteranno a rompere in apparenza i vecchi quadri rigidi della tradizione chiesastica consacrando in nuove regole il programma cristiano di una esemplare predicazione sociale, in cui vibrano tutti gli impulsi delle più giovani generazioni europee.
VIII. LE LOTTE DELLA CHIESA PER LA LIBERTÀ
Ma frattanto il monachesimo pervade con il suo spirito tutta la Chiesa, le impone le proprie concezioni, il proprio programma di libertà e di indipendenza spirituale, contrastando con gli influssi corruttori del mondo profano e della società politica. Questo spirito religioso più puro spinge nel sec. XI la Chiesa a rinnovarsi profondamente. Il movimento è presieduto dal Papato romano: il Dictatus Papae di Gregorio VII, a qualunque titolo sia stato scritto,---
