MEDIOEVO

MEDIOEVO. - Termine che nella storiografia della civiltà europea indica i secoli che corsero tra l'età antica e l'età moderna.

I. STORIA.

SOMMARIO: I. Il valore del termine. - II. Limiti cronologici del m. - III. Caratterizzazione del m. - IV. I rapporti romano-germanici. - V. Chiesa e del Papato. - VI. L'Impero. - VII. Il monachesimo. - VIII. Le lotte della Chiesa per la libertà. - IX. L'espansione della Chiesa. - X. Chiesa e Impero. - XI. La cultura. - XII. Nuovo spirito e nuovi orizzonti. - XIII. Arte.

I. IL VALORE DEL TERMINE

Il termine è consacrato da una tradizione ormai secolare per indicare il periodo che nello sviluppo storico della civiltà romano-europea sta fra l'età antica e l'età moderna. Già nel Rinascimento si profila la coscienza del distacco esistente tra la civiltà classica ed il suo rinnovarsi, separati da un'età intermedia contrassegnata dalla rovina dell'Impero romano e di tutta la civiltà antica, dalla decadenza delle lettere e delle arti, dalle invasioni di popoli barbari. Così tra gli splendori della civiltà greco-romana e quelli del Rinascimento il m. fu valutato come età non solo di transizione, ma anche di barbarie, di ignoranza, di oscurità. Tale giudizio negativo venne respinto dallo storicismo del sec. XIX che giudicò il m. età piena di attività spirituali ed economiche di altissimo valore, età ricca di un faticoso ma prezioso travaglio costruttore, fondamentale per lo sviluppo della civiltà. È dunque da respingere l'idea che il termine m. possa essere usato per indicare età di transizione e di oscurità esistenti nel corso di altre civiltà (egiziana, giapponese, ecc.); l'uso, determinato da analogie ceteriori e fallaci, è del tutto sconsigliato per gli errori e gli equivoci che comporta.

II. LIMITI CRONOLOGICI DEL M

I limiti cronologici del m. romano-europeo sono tuttora oggetto di discussione tra gli studiosi della cosiddetta periodizzazione, dettata da presupposti religiosi, politici o economici. L'erudito tedesco Cristoforo Keller (Cellarius) che per primo, pare, nel 1688 pubblicò una Historia Medii Aevi, la comprese tra l'età di Costantino e la conquista turca di Costantinopoli (313-1453), unendo due date di valore diverso, uno religioso ed uno politico. In altri schemi di periodizzazione, nessuno di valore assoluto, si usa per l'inizio la data della cessazione degli imperatori romani di Ravenna (476) o quella della discesa dei Longobardi in Italia (568), inizio del frazionamento politico della penisola, o quella del trionfo dell'islamismo nel Mediterraneo (700 ca.); per la fine del periodo si usa di solito la data della discesa di Carlo VIII in Italia (1494) o quella della scoperta dell'America (1492) o della rivoluzione religiosa di Lutero (1517) o della pace di Cambrai (1529).

D'altra parte gli studi moderni hanno mostrato l'impossibilità di ammettere una soluzione di continuità tra il m. e l'epoca che lo segue e lo precede. Per il Fustel de Coulanges vi è continuità tra l'età imperiale e quella delle monarchie romano-barbariche; per il Dopsch le invasioni barbariche non rompono il processo storico del germanesimo tra Cesare e Carlomagno; per il Pirenne solo nel sec. VIII vi sarebbe stata nel Mediterraneo quella rivoluzione economica che avrebbe determinato il vero m., cioè l'età dell'economia naturale, senza sbocchi. Così tra m. e Rinascimento oggi si vedono legami prima ignorati, per la religiosità caratteristica del Rinascimento, per certi atteggiamenti rinascimentali del m.; così anche la «Riforma» cattolica e la «pseudo riforma» luterana mostrano vitali legami con il m.

III. CARATTERIZZAZIONE DEL M

Il problema della continuità si lega strettamente con quello più grave di un'età medievale avente suoi caratteri ben netti ed inconfondibili. Giacché lo studio del periodo rivela in apparenza aspetti tra loro opposti e persino contraddittori, oltre che il succedersi di età aventi caratteri propri: l'età delle monarchie romano-barbariche, dell'Impero carolingio, del feudalesimo, dei comuni e delle monarchie di tipo nazionale. Tuttavia non pare dubbio che l'età medievale abbia nel suo complesso un carattere unitario: l'unione stretta esistente in essa tra civiltà romana e religione cristiana per cui sulla nuova fede viene a poggiare il

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MEDIOEVO - Le torri dette « Garisenda » e « degli Asinelli » (sec. XII) - Bologna.
continuarsi della romanizzazione della società europea in tutte le manifestazioni pubbliche e private.

L'unità del mondo romano si perpetua nel m., ma non viene più giustificata dalle armi e dal diritto di Roma, bensì dalla nuova religione che trasforma il vecchio vaporoso universalismo etico dello stoicismo in un nuovo universalismo religioso sgorgante dalla fratellanza universale nell'amore di Dio, Padre comune. La Romània cristianizzata straripa dal limes imperiale e tende ad abbracciare tutti i popoli barbari a cui arriva la fede di Cristo. Nel periodo in cui età antica ed età medievale ancora si confondono (secc. IV-V), il cristianesimo si presenta come la religione romana per eccellenza, la religione imperiale a cui lo Stato romano dà appoggio e da cui lo riceve, ma già un nuovo alone di civiltà subromana cristiana circonda il vecchio mondo imperiale. Scompaiono nel 476 gli imperatori di Ravenna con la loro organizzazione politica della tradizione diretta di Roma; ora la grande capitale romana d'Oriente vede rivolgere a sé gli occhi e le menti di tutte le popolazioni cristiane, romane e barbariche.

Il passaggio dall'età antica alla medievale è contrassegnato dalla formazione di questo schema politico religioso costantinopolitano: l'organizzazione ecclesiastica è contenuta nei quadri dell'organizzazione imperiale, così come i nuovi organismi politici romano-barbarici si allineano nella dipendenza giuridica e morale del potere imperiale di Costantinopoli. Tale unità romano-cristiana è però intaccata dalla tendenza dei regni barbarici ad affermarsi in indipendenza e dal formarsi delle Chiese nazionali ariane, contro la cui opposizione viene ad infrangersi il conato dell'imperatore Giustiniano di ricostituire l'unità imperiale. Conseguenza di questo contrasto

è la frattura profonda che si manifesta nella Romània nel sec. VIII: a Bisanzio si contrappone Roma, all'ellenismo resiste la latinità; vicino al mondo slavobizantino si presenta il mondo latino-germanico in cui le tradizioni romano-italiane della lingua, della scrittura, delle lettere, delle arti, del diritto, dell'economia persistono fortissimamente.

IV. I RAPPORTI ROMANO-GERMANICI

In questo ambiente romanizzato vivono le popolazioni germaniche mescolate con le popolazioni romane: si mescolano, ma non si fondono. Certo le invasioni barbariche del sec. V hanno avuto grande importanza: furono distrutti in buona parte i centri culturali romani; fu tolta ai popoli provinciali la possibilità di risorgere con le loro forze dal marasma in cui si trovava l'Impero, sì da avviarsi alla costituzione di una comunità concorde dei popoli romani e romanizzati. Dopo le invasioni, Romani e Germani convivono sopportandosi a vicenda, conservando ciascun popolo le proprie leggi e costumanze; li associa il sistema economico romano in cui i Germani si installano senza distruggerlo o trasformarlo.

Sui rapporti tra le due razze nel m. due opposte concezioni si contrastano il campo. I germanisti affermano che di fronte all'imputridire della civiltà romana soltanto gli elementi etnici germanici potevano apportare quella vitalità fresca e vigorosa a cui si deve quanto di vivo, di nuovo è nella civiltà medievale. Si oppongono i romanisti negando la germanizzazione: le popolazioni romane avrebbero conservato le loro tradizioni di vita e di civiltà; le invasioni non avrebbero determinato la germanizzazione ma solo un imbarbarimento, un ritorno alle condizioni di quelli che non erano più i popoli germanici ammirati da Cesare e da Tacito, ma solo i residui delle lunghe lotte che per secoli avevano funestato i paesi nordici e che erano scampati alla bufera dell'invasione unnica. Attualmente si tende ad un giudizio più equo: l'influsso del germanesimo sarebbe diverso secondo le zone: forte nei paesi di nessuna o superficiale romanizzazione, meno sensibile e fin trascurabile nei paesi di profonda romanizzazione.

Difficile del resto, se non impossibile, è la valutazione degli apporti etnici in una civiltà nuova, così originale, come la medievale: la differenza etnica lentamente sfuma in una semplice distinzione di classi sociali; nel sec. VIII, in Italia come in Gallia, non vi sono più vincitori e vinti, ma solo proprietari. Perdura infatti l'organizzazione terriera romana: il m. come l'antichità continua ad essere dominio di aristocrazie fondiarie e militari su masse di coloni, servi, piccoli proprietari.

V. LA FUNZIONE DELLA CHIESA E DEL PAPATO

Nel livellamento di popoli e di classi, funzione precipua viene compiuta dalla Chiesa cattolica per mezzo del suo centro, il Papato, e dell'episcopato delle province. Schiacciate dalle monarchie germaniche ariane, le varie Chiese dell'occidente, anziché a Costantinopoli, si appoggiano alla Sede Apostolica di Roma, la cui superiorità ora appare rifugio e difesa. Così romanità e cattolicità vengono a corrispondersi in modo perfetto distinguendosi e dalla Romània bizantina e dalla barbarie ariana: una nuova unità romana viene a formarsi in Occidente: la comunità di tutti i popoli che venerano nel papa di Roma il maestro di fede ed il capo morale. La tradizione apostolica già aveva fatto della Sede romana la guardiana della più pura ortodossia: detentrici dei poteri spirituali, si affermava come la sorgente inesauribile di una nuova vita, animatrice e consolatrice delle popolazioni private della guida giuridica degli imperatori.

Questa Romània occidentale latina subisce grandi trasformazioni tra il sec. VII e l'VIII. Vecchie province imperiali come l'Africa, la Spagna, la Sicilia e la Sardegna sono travolte dall'ondata islamica; scompaiono inoltre le Chiese ariane d'Italia, di Spagna,

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MEDIOEVO - Sala detta • Dei Notari • (primi del sec. XIII) - Perugia, Palazzo dei Priori.
(fot. Alinari)
di Gallia; l'opera missionaria iniziata dalla Sede romana sotto l'impulso di Gregorio Magno porta alla Chiesa nuove masse germaniche di fedeli; nuove province episcopali sorgono oltre il Reno e il Danubio, unite a Roma dal solo giuramento di fedeltà che i vescovi prestano al papa.

Così si delinea un nuovo mondo cristiano in cui si associano paesi di tradizioni romane e paesi di tradizione germaniche: un impero religioso, una Res publica christiana, erede e continuatrice della Res publica romana, prefigurazione della futura Europa divisa politicamente ma unita moralmente. Il Papato romano in essa domina con il suo magistero e con i suoi poteri spirituali, ma poi l'insufficienza dei poteri pubblici, le concessioni imperiali avute da Costantino a Giustiniano - diritto di proprietà, immunità fiscale, privilegio di foro - lo portano ad esercitare nella società europea una funzione politica preminente. A rafforzare questa funzione concorse grandemente la formazione dello Stato temporale in Roma, sorretto dalla ricchezza patrimoniale della Chiesa romana, dal prestigio morale e religioso dei papi, dalla loro attività sociale ed umanitaria. Il governo ierocratico che sorge così in Roma (cui darà particolare fondamento giuridico la falsa «donazione di Costantino», composta tra il 750 e il 760) diventa base e garanzia del sistema giurisdizionale cattolico e trova la spinta ad estendere la sua autorità su tutti i paesi che obbediscono ai suoi vescovi.

VI. L'IMPERO

All'ombra di questo universalismo romano religioso si costituisce alla fine del sec. VIII l'Impero cristiano romano di Carlomagno. Cadute sono infatti le organizzazioni politiche romane-barbariche che avevano tentato di conciliare le concezioni giuridiche romane con l'individualismo germanico: dovunque si è constatata la loro incapacità di organizzazione interna e di difesa esterna.

Tutti i paesi romani e germanici dell'occidente entrano a far parte del grande complesso territoriale creato dai Franchi con le armi: Carlomagno cerca di giustificare le sue conquiste affermando una missione religiosa civilizzatrice. L'Impero carolingio, nonostante l'incoronazione di Roma del Natale dell'800, ha di romano solo esteriori e vaghi atteggiamenti; esso è invece come l'estrinsecazione laica dell'universalismo cristiano papale.

Si ripresenta ora il problema dei rapporti tra i due poteri civile e religioso, già discussi nell'età postcostantiniana. Nuovamente si afferma il principio dualistico di Gelasio I: Chiesa ed Impero sono i due aspetti della stessa realtà politica, perché vita religiosa e vita civile sono i due modi di essere della vita sociale. Però al di sopra di questo dualismo la Chiesa afferma la necessità suprema della ordinatio ad unum: l'ideale ultramondano, lo scopo supremo della vita e della società porta l'apparente dualismo a sostanziale unità; la Chiesa, dopo la scomparsa di Carlomagno e l'incapacità dei suoi successori di conservare il programma, pretende di dominare l'Impero che deve ridursi a funzioni puramente ministeriali, poiché dal papa vicario di Cristo discende l'autorità dei principi e dei re. L'unità che l'Impero si lasciava sfuggire era raccolta dal Papato, e sotto Niccolò I si aveva la prefigurazione della cristianità quale il sec. XI doveva attuare.

Carlomagno per parte sua oppone pretese nettamente cesaropapiste, secondo la tradizione giustiniana bizantina, ma i successori non riescono a conservare questo programma di fronte al Papato: Niccolò I proclama la missione papale come difesa somma della pace e della giustizia ed i testi pseudo-isidoriani della metà del sec. IX sono poi addotti come prova dell'antichità di tale concezione di primato.

L'Impero carolingio si sfasciò, dopo aver vissuto

meno di cent'anni (800-888), senza essere riuscito a risolvere il problema dell'organizzazione politica del mondo cristiano e quello dell'ordine sociale. Alla pluralità delle popolazioni in esso associate aveva corrisposto la pluralità delle leggi nazionali. L'organizzazione amministrativa dei comitati e marche di origine merovingica non aveva potuto rinsaldare la compagine di uno Stato così vasto. L'ordine e la disciplina sociale sono affidati di conseguenza al formarsi ed allo svilupparsi di quei legami personali tra potenti e deboli sui quali nel sec. IX si costruisce il sistema feudale. Dalla zona franca in cui esso dapprima si sviluppa, tale sistema si diffonde in tutti i paesi dell'Europa occidentale assumendovi atteggiamenti e coloriti conformi alle tendenze ed alle esigenze locali. L'organizzazione feudale però, se in apparenza è disgregazione statale, in realtà è sistemazione e coordinazione delle cellule sociali fondamentali per la futura formazione politica ed economica dell'Europa; è inoltre scuola di disciplina sociale: osservanza dei doveri, inviolabilità degli impegni giurati, lealtà nell'esecuzione dei contratti liberamente assunti.

Nel frantumarsi dell'Impero carolingio, i suoi territori si riuniscono in agglomeramenti che fanno capo a discendenti del grande Imperatore; Francia, Germania, Italia, Borgogna formano unità dinastiche che preludono alle monarchie europee di tendenze nazionali dell'età successiva. La vita feudale con il suo folto sviluppo vela l'autorità e la potenza di queste dinastie, ma ne conserva il valore giuridico. Dal sec. X il mondo cristiano europeo presenta le due caratteristiche che conserverà per diversi secoli: disgregazione politica, unità religioso-morale per opera della Chiesa cattolica. Risorse infatti l'Impero per opera del tedesco Ottone I nel 962, ma esso abbracciava ora solo più i paesi germanici, italiani e — dopo il 1032 — borgognoni. Gli imperatori tedeschi aspirarono invano a riprendere la missione unificatrice della società cristiana secondo la tradizione carolina.

Disgregazione feudale, monarchie territoriali, impero romano-germanico costituiscono gravi difficoltà per l'universalismo religioso difeso dalla Chiesa romana. Contro questi pericoli la Chiesa inizia nel

sec. XI la lotta più tenace. Combatte per la libertà sua, per la sua indipendenza dalle organizzazioni politiche, dalla feudalizzazione che l'imbavaglia, dalla concezione germanica della Chiesa privata che distrugge i legami gerarchici. La Chiesa dispone ora di una grande forza: il monachesimo in fase di rinnovamento, che anch'esso cerca di sfuggire ai vincoli della società feudale.

VII. IL MONACHESIMO

Il monachesimo, sorto nell'epoca romana come affermazione di assoluta spiritualizzazione evangelica contro la superficialità del cristianesimo delle masse convertite, conserva nel m. latino, nelle forme del benedettismo italiano, tutta la sua fresca originalità.

Esso compie nel sistema cattolico-romano un'opera di capitale importanza: non solo serve all'elevazione di quanti aspirano alla sublimazione del proprio spirito, ma con le preghiere e le penitenze attende alla formazione di quel tesoro di grazie che deve essere la base della salvezza eterna della collettività. Funzione mistica ma in certo modo già sociale: ad essa si aggiunge l'altra di agire nella società europea con un'attività culturale, economica, assistenziale. In tal modo il monachesimo rappresenta la penetrazione in profondità, nelle masse, della fede, là dove l'organizzazione episcopale poteva attendere solo ad un'azione disciplinatrice prevalentemente esteriore (v. MONACHISMO). Le nuove congregazioni benedettine che sorgono dal sec. X in poi, i Cluniacensi prima, poi i Certosini ed indi i Cistercensi, rappresentano nuovi tentativi per conservare la fedele interpretazione della regola del maestro pur adeguandosi ai bisogni spirituali e materiali della società europea. Così s. Francesco e s. Domenico non esiteranno a rompere in apparenza i vecchi quadri rigidi della tradizione chiesastica consacrando in nuove regole il programma cristiano di una esemplare predicazione sociale, in cui vibrano tutti gli impulsi delle più giovani generazioni europee.

VIII. LE LOTTE DELLA CHIESA PER LA LIBERTÀ

Ma frattanto il monachesimo pervade con il suo spirito tutta la Chiesa, le impone le proprie concezioni, il proprio programma di libertà e di indipendenza spirituale, contrastando con gli influssi corruttori del mondo profano e della società politica. Questo spirito religioso più puro spinge nel sec. XI la Chiesa a rinnovarsi profondamente. Il movimento è presieduto dal Papato romano: il Dictatus Papae di Gregorio VII, a qualunque titolo sia stato scritto,

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MEDIOEVO - Allegorie dei mesi dell'anno. Sculture (sec. XII) - Ferrara, cattedrale.
(fot. Alinari)
rappresenta il programma che la Chiesa romana intendeva svolgere per ricondurre la società cristiana ai principi evangelici, quali essa li interpreta e li attua.

Il primo punto del programma è l'affermazione del primato romano su tutta la Chiesa, temperando le pretese tradizionali di autocefalia di alcune grandi sedi episcopali come Ravenna, Milano, Reims.

Più ardua è l'impresa di liberare il clero secolare e regolare dai vincoli dell'investitura laica. Si predica e si intensifica la lotta contro tale investitura, quale causa prima della simonia e del nicolaismo; si batte in breccia la concezione anticattolica della Chiesa particolare; il Papato si libera, nel Concilio romano del 1059, da ogni dipendenza verso l'Impero, poi proclama ed impone nella grave lotta con Enrico IV ed Enrico V il suo principio teocratico. Il concordato di Worms (1122) mostrò però l'impossibilità per la Chiesa di abbandonare i legami con l'organizzazione politica attraverso l'istituto feudale: la società europea rimaneva fedele alla tradizione del doppio carattere religioso e civile ed esigeva la conservazione dei vincoli tra Chiesa e Stato, determinando tra essi nuovi conflitti per la superiorità e per il dominio del mondo. Attraverso le nuove lotte con l'Impero, il Papato romano dirige nel sec. XII la sua azione alla completa sottomissione ai principi religiosi di tutte le manifestazioni della vita sociale: il suo ideale è l'assoluta fusione della Chiesa e della società politica, la realizzazione cioè nella vita mondana della Civitas Dei.

A questo fine deve servire la teocrazia solennemente proclamata; il mezzo più importante è l'amministrazione dei beni spirituali; la comunione dei fedeli è la stessa società civile; chi si sottrae all'autorità della Chiesa viene privato del godimento dei carismi e si trova ad un tempo fuori della Chiesa e della società. Tale è la funzione del sistema delle scomuniche e degli interdetti. In esso rientra la lotta contro ogni teoria deformatrice dell'ortodossia; la presenza di eretici in una regione è un pericolo di disfacimento per l'organizzazione episcopale e di conseguenza per la vita civile e statale.

Combattono l'eresia prima le autorità religiose e civili locali, poi sorge l'organizzazione inquisizionale centralizzata ed affidata in genere ai due nuovi Ordini religiosi: dei Francescani e, più ancora, dei Domenicani, mentre il potere civile si limita alla sola funzione ministeriale (braccio secolare) in base a costituzioni imperiali (Federico I, Federico II) che si appoggiano all'antica legislazione giustiniana.

La coscienza di dover difendere la giustizia di Dio e la pace sociale giustifica la Chiesa nel suo programma di sostituirsi agli organismi statali deficienti nell'opera necessaria di reprimere l'anarchia risultante dalle guerre private feudali. Dall'organizzazione episcopale già tonificata dallo spirito monastico parte la ricerca dei mezzi di pacificazione, consacrando l'immunità da ogni offesa di guerra, non solo degli ecclesiastici, ma anche dei deboli (vedove, orfani, pellegrini, mercanti) con la « Pace di Dio », e sospendendo le operazioni di guerra in certi periodi dell'anno con la « Tregua di Dio ».

Così si cerca l'umanizzazione della guerra imponendo ai combattimenti la difesa delle persone e dei principi religiosi, stabilendo come un codice religioso e morale della cavalleria a cui la guerra viene additata solo come difesa della verità e della giustizia.

IX. L'ESPANSIONE DELLA CHIESA

Ma la Chiesa si preoccupa di portare il fervore dei fedeli alla causa

della propagazione della Fede. Recuperare i territori perduti nei secoli precedenti per la rivoluzione islamica è il programma bandito nel sec. XI e sintetizzato nella Crociata per la conquista del S. Sepolcro (1099); ma vi fanno corona le lotte per comprimere l'espansione dei musulmani nelle isole italiane e nella penisola iberica. Intanto ferve l'opera per la conversione delle popolazioni scandinave del nord, delle slave dell'Europa orientale; vi attende l'episcopato tedesco sorretto dalla feudalità germanica; vi sorge una gerarchia episcopale dipendente direttamente da Roma; gli Ordini monastici come i Cistercensi vi diffondono il loro sistema religioso-economico. I confini della cattolicità romana si ampliano sino a quelli che saranno i limiti dell'Europa moderna. Falliscono invece le Crociate di Siria donde l'elemento latino è espulso del tutto prima che finisca il sec. XIII (caduta di Acri: 1291); solo frutto è l'abbattimento dell'Impero bizantino (IV Crociata: 1204), ma nelle regioni balcaniche l'egemonia papale è fugace, perché scompare con il ritiro progressivo delle dominazioni latine; però è fugace anche la ripresa della civiltà bizantina per opera dei Paleologi, che scompariranno di fronte al trionfo dei Turchi Ottomani (caduta di Costantinopoli: 1453).

Del movimento delle Crociate, caduta l'impalcatura bellica e conquistatrice, si conserva però quella che ne era stata l'idea fondamentale, la propagazione della fede, nelle missioni pacifiche che Francescani e Domenicani iniziano sotto la direzione del Papato nel continente asiatico verso la metà del sec. XIII. La predicazione del Vangelo dalla Mongolia alla Cina, allo stesso Giappone, pare alla fine del sec. XIII destinata a grandi risultati e fa passare in seconda linea il problema della Terra Santa.

X. CHIESA E IMPERO

Alla fine del sec. XIII appare completamente formata, sotto la direzione della Sede romana, quell'Europa civile che doveva durare sino all'età moderna: essa era formata da tre gruppi di popoli, neolatini, germanici, slavi, che traevano dallo spirito del cattolicesimo gli elementi primi della loro vita religiosa e morale. Ora si vedevano i frutti di quella romanizzazione delle masse che, nello spirito cristiano, era avvenuta avanti il Mille. Ogni regione, ogni città era centro di una vivace attività propria, caratteristica. Mentre la Chiesa conservava come sua lingua ufficiale il latino ed appoggiava un'attività letteraria latina fondamentalmente continuazione della classica, dovunque, manifestazione di tale vitalità, si formavano le nuove parlate volgari; nel sec. XII l'attività letteraria in volgare appare in varie zone, prima affermazione della nazione venutesi lentamente formando; più ricca e nutrita nel sec. XIII.

Mentre il Sacro Romano Impero fallisce nel suo programma di unificazione politica del mondo cristiano e si riduce ad essere un semplice istituto giuridico di scarsa importanza pratica, contestato anche nella sfera teorica, dinastie feudali vecchie e nuove si fanno iniziatrici ed organizzatrici di vasti organismi statali: Francia, Inghilterra, Scozia, Portogallo, Aragona, Sicilia, Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia.

La Chiesa romana, mentre combatte l'Impero per le sue pretese dominatrici, favorisce il sorgere delle monarchie territoriali che però cerca di legare a sé con vincoli feudali; in virtù della ratio peccati essa afferma il diritto ad intervenire come supremo tribunale nei contrasti tra i monarchi, sostituendo il suo giudizio basato su concetti religiosi e morali alla rozza concezione dell'ordalia (giudizio di Dio)

su cui sostanzialmente posava la giustificazione della guerra medievale.

L'unità cristiana europea ha il suo periodo di maggiore splendore nella prima metà del sec. XIII, tra il pontificato di Innocenzo III e quello di Innocenzo IV. È il momento in cui il Papato decide dell'Impero tra Filippo di Svevia ed Ottone di Brunswick; alza Ottone IV e poi lo abbatte, alza Federico II e poi lo scomunica, depone e sostituisce, distrugge gli Svevi e li sostituisce in Sicilia, mentre favorisce un nuovo scisma imperiale in Germania che colpisce a morte il Sacro Romano Impero nel suo prestigio.

XI. LA CULTURA

Sotto gli auspici della Chiesa romana la vita culturale cristiana raggiunge in quel mezzo secolo i più alti fastigi. Dopo il crollo della società colta romana nell'età delle invasioni barbariche, la cultura, i libri, l'insegnamento avevano avuto rifugio nelle scuole monastiche e poi nelle capitolari; la classe colta si era immedesimata nel clero. Nel sec. XII si formano i grandi Studi di Bologna, di Parigi, e nel successivo si moltiplicano le Università degli studi abbraccianti le varie facoltà: al diritto romano si affiancava ora il diritto canonico, alla teologia, la filosofia e le arti. La Chiesa proteggeva questi grandi stabilimenti di cultura, considerandoli come manifestazione della sua vitalità stessa: la cultura nel sec. XIII è ancora nettamente ecclesiastica, allo Studio di Parigi i maestri francescani e domenicani, ispirandosi ai principi dominanti nei loro Ordini, portano nuovi fecondi metodi, concetti e sentimenti.

Ma il tentativo di raccogliere nell'ambito della Chiesa tutte le forme della vita sociale europea è fugace: svanisce nel suo stesso attuarsi. Se la Chiesa ha ammesso con le debite riserve lo studio del pensiero aristotelico e s. Tommaso d'Aquino rappresenta la conciliazione del pensiero antico con il pensiero cristiano, sì da essere come il culmine massimo del trionfo della Chiesa romana, già nella stessa età di s. Tommaso - seconda metà del sec. XIII - la cultura tende a diventare laica, a passare nelle mani di una classe colta che vive fuori della Chiesa; dall'Università di Bologna si diffonde in tutta Europa la conoscenza del diritto romano, come da Parigi si diffonde la nuova filosofia aristotelica sciolta dalla tradizione patriottica e i due influssi unendosi formano la base teoretica della società europea del basso m. Una classe nuova di giuristi, al servizio delle monarchie feudali, mira a scioglierle dai vincoli verso la concezione cristiana. Ora si inalbera una nuova formola: Rex in regno suo est imperator. Ogni principe ha dunque nel suo regno le stesse prerogative di assoluta sovranità che la tradizione romana attribuiva all'imperatore; così il naturalismo aristotelico

insegnato dai neoaristotelici porta all'affermazione della più completa autonomia dello Stato nella sua attività e nei suoi fini da ogni presupposto religioso. Tali nuove concezioni venivano a contrastare recisamente le esigenze della Chiesa come organizzazione religiosa e morale universale, come regolatrice di tutte le attività politiche per avviare ai fini ultimi della società umana. Le monarchie europee armate del nuovo pensiero erano indotte a respingere ogni dipendenza dalla Chiesa, a rinserrare nel quadro dei loro interessi politici tutte le attività morali

ed economiche dei sudditi. Questo è il significato del conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII terminato con la sconfitta del Papato (Anagni 1303), all'indomani, si può dire, della pubblicazione della bolla Unam Sanctam (1302), che era la più solenne ed assoluta proclamazione della teocrazia papale. D'altra parte le lotte tra Clemente V ed Arrigo VII, tra Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro rappresentano il dissolversi dell'universalismo medievale politico-religioso nelle sue due forme antitetiche, Papato ed Impero.

Liberatosi delle soprastrutture ideologiche politiche, l'universalismo cristiano rimane pur sempre pernio della società europea nella sua essenza religiosa. Lo rafforza anzi il movimento

religioso francescano che fa appello all'inesauribile fonte di sentimenti di amore e di pietà della fede cristiana, raddolcendo quel che di angoloso, di aspro vi era pur sempre nella vecchia organizzazione episcopale che conservava per necessità evidente i suoi addentellati con gli interessi mondani, i feudi, le monarchie. Ora che la società religiosa e la società civile si differenziano assolutamente e si allontanano sempre più, che i rapporti del Papato con le monarchie si allentano, il francescanesimo con il riprendere nel campo del sentimento l'opera di penetrazione popolare abbandonata dai vecchi ordini monastici troppo isolatisi dal mondo, compie un'azione di grandissima importanza.

XII. NUOVO SPIRITO E NUOVI ORIZZONTI

Gli ultimi due secoli del m., dalla metà del sec. XIII alla metà del XV, presentano un'Europa del tutto già trasformata. L'ambiente economico offre un'attività vivacissima. Il grande commercio si apre nuove vie attraverso il continente; tutte le regioni sono rinnovate nella loro vita economica locale, aperte al movimento commerciale europeo; dove prima vi era il piccolo mercato e l'economia del baratto ora si rientra nel quadro del commercio basato sul denaro. I mercanti di Lombardia e di Toscana, quelli delle Fiandre, delle città anseatiche trasportano merci attraverso tutta l'Europa; i loro traffici sono l'inizio delle organizzazioni bancarie e del traffico del denaro; la comparsa dopo la metà del sec. XIII della moneta d'oro fiorentina (fiorino) e poi di quella veneziana (ducato) trasforma il mercato europeo; le concezioni economiche cristiane del giusto prezzo e del divieto di trar frutto dal denaro mu-

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(fot. Anderson) MEDIOEVO - Statuti della Mercanzia. Codice miniato del sec. XIV - Siena, Archivio comunale.
tuato lasciano posto alla grande legge naturale che regge il rapporto tra la richiesta e l'offerta: si ha una nuova vita economica che favorirà lo sviluppo dello spirito borghese moderno, scettico, egoista, anticristiano per eccellenza e presto anche nelle letterature nazionali si sentiranno gli echi di questa nuova vita, a detrimento degli influssi della religione e della morale.

Nel sec. XIV già è scomparso l'atomismo feudale e comunale lasciando il posto alle nazioni che trovano espressione nella parlata che si è imposta fra tutti i dialetti e che rappresenta le aspirazioni, gli interessi di una sempre più vasta fascia di regioni. Le nuove nazioni sono appoggio alle grandi monarchie che perfezionano rapidamente gli organi centrali e periferici del governo, utilizzando elementi nobiliari e borghesi con indifferenza, perché ormai domina il principio della ricerca delle competenze tecniche. Si delinea attraverso il continente una fitta rete di relazioni internazionali: ogni Stato si prefigge una politica di relazioni cordiali od ostili con gli Stati limitrofi secondo le esigenze dinastiche, territoriali ed economiche; la difficoltà di risolvere i problemi direttamente porta alla costituzione della diplomazia che tratti in pace, alla creazione di eserciti stabilmente organizzati per l'azione di guerra, alla formazione di coalizioni diplomatiche e militari che prima sono fugaci, poi tendono, persistendo il problema, ad assumere carattere di continuità.

Intanto il Papato, che dalla situazione politica europea è stato costretto al lungo esilio in terra francese (schiavitù avignonese: 1305-77), al ritorno in Italia subisce la grave scossa del grande scisma prodotto dal contrasto tra le varie tendenze nazionali che penetrano nella Chiesa. Al Concilio di Costanza si manifesta l'urto tra la tendenza centralizzatrice, monarchica del Papato e quella centrifuga, disgregatrice, diretta a fare dei concili radunanti a periodi fissi l'organo direttivo fondamentale della Chiesa. Riesce il Papato a superare l'opposizione dei concili, ma appoggiandosi ai principi europei con i quali avvia il pericoloso sistema dei concordati che spartiscono l'autorità sulle Chiese locali tra Curia romana e monarchia. Già nel periodo avignonese il Papato ha saputo creare una robusta organizzazione giuridico-finanziaria propria, a cui ora si appoggia la sua autorità su tutta l'organizzazione ecclesiastica; con nuovi Ordini religiosi o con la trasformazione dei vecchi Ordini cerca di salvare e rinforzare la più preziosa delle autorità, quella sugli spiriti; venendo incontro alle richieste già manifestate nel sec. XIV e poi con maggiore vivacità ed ansia nel sec. XV di una riforma dell'organizzazione e dei costumi in capite et in membris. Contrasta invece con questa tendenza l'altra a cui ubbidisce la Curia romana nel sec. XV di una trasformazione dell'autorità papale in senso più rigidamente monarchico.

Nonostante le crisi interne, le deficienze, le ribellioni spirituali, le guerre, persiste in Europa la coscienza che si appartiene ad un tutto che è ancora cristiano e romano, che è ancora la res publica christiana. Il cristianesimo è considerato come una caratteristica essenziale di tutti i popoli europei, come un legame che li avvince e che li differenzia dai popoli infedeli.

Per le singole questioni vedere poi le voci: CHIESA; IMPERO; FEUDALESIMO; COMUNI; COSTANTINOPOLI; CROCIATE; GERMANIA; RINASCIMENTO.

BIBL.: sul termine m., il concetto, la sua storia V. Sorrento, Medievalia, Brescia 1944 (particolarmente il primo studio: M., il termine ed il concetto). Inoltre: G. Falco, La polemica sul m., Torino 1933. Sulla continuità: R. Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der europäischen Kulturentwicklung aus der Zeit von Cäsar bis auf Karl den Grossen, a voll., Vienna 1923-24; id., Vom Altertum zum Mittelalter. Das Continuitäts-Problem, in Archiv für Kulturgeschichte, 16 (1925), pp. 159-82; W. Otto, Kulturgeschichte des Altertums, Monaco 1925; R. Vaccari, Dall'unità romana al particolarismo giuridico del m., Parigi 1936 (v. la rassegna di F. Cognasso, L'alto m. nella indagine e nella considerazione moderna, in Rivista storica italiana, 44 (1927), pp. 367-80). Sulla funzione del m.: H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Parigi 1937; Ch. Dawson, La formazione dell'unità europea, trad. it., Torino 1939; F. Lot, La fin du monde antique et le début du moyen âge, Parigi 1947. Sull'unità del m.: E. Barker, L'unità della civiltà medievale, in La concezione romana dell'Impero, trad.

it., Bari 1938, pp. 53-85. Sulla Chiesa nel m.: G. Schnürer, Kirche und Kultur im Mittelalter, 3 voll., Paderborn 1914-29. Sull'Impero nel m.: H. Fisher, The medieval Empire, Londra 1898; J. Bryce, Il Sacro Romano Impero, trad. it., Milano 1907; A. Dempf, Sacrum Imperium, trad. it., Messina 1933. Su Carlomagno ed il suo Impero: A. Kleinclausz, L'Empire carolingien et ses transformations, Parigi 1902; L. Halphen, Charlemagne et l'empire carolingien, ivi 1947. Sul pensiero politico medievale: R. W. ed A. I. Carlyle, A history of medieval political theory in the West, Edimburgo 1903-36; G. Tellenbach, Libertas, Kirche und Weltordnung, Stoccarda 1936; W. Pewesni, Imperium, Ecclesia universalis, in Geistige Grundlagen der römischen Kirchenpolitik, Stoccarda 1937; A. Passerin, The medieval contribution to political thought, Oxford 1939; G. Tabacco, La relazione tra i concetti di potere spirituale e di potere temporale nella tradizione cristiana fino al sec. XIV, Torino 1950. Sui rapporti tra Romani e Germanici: C. Cipolla, Della supposta fusione degli Italiani con i Germani, in Reudiconti Acc. Lincei, 1901; G. Volpe, Lombardi e Romani nelle campagne e nelle città, in Studi storici, 13 (1904), pp. 53-81; 167-82; 241-315; 369-416; 14 (1905), pp. 123-43; id., Alberi della nazione italiana, in Momenti di storia italiana, Firenze 1925, pp. 1-58. Sulla crisi del m.: J. Rivière, Le probleme de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel, Lovano 1926; B. Labdry, L'idée de chrétienté chez les scolastiques du XIIIe siècle, Parigi 1929; G. de Lagarde, La naissance de l'esprit laïque, St-Paul-Trois Châteaux 1934; G. Miglio, La crisi dell'universalismo politico medievale, in Marsilio da Padova. Studi raccolti nel VI centenario della morte, a cura di A. Cecchini e N. Bobbio, Padova 1942. Sulla formazione delle nazioni moderne: F. Bock, Imperium und Nationalstaaten im späteren Mittelalter, in Vergangenheit und Gegenwart, 27 (1937); K. Bierbach, Kurie und nationale Staaten im früheren Mittelalter, Dresda 1938. Sulla fine del m.: W. Goetz, Mittelalter und Renaissance, in Historische Zeitschrift, 98 (1907), pp. 30-54; J. Huizinga, Das Problem der Renaissance, Monaco 1930; id., Autunno del m., trad. it., Firenze 1940; F. Chabod, Il Rinascimento nelle recenti interpretazioni, in Bull. of Intern. Committee of Hlth. science, 19 (1933); H. Bainton, Changing ideas and ideals in the sixteenth century, in Journal of modern history, 8 (1936), pp. 417-43; F. Heer, Aufgabe Europas. Ein Studie zu den Zusammenhängen zwischen politischer Religiosität, Frömmigkeit und dem Werden Europas, Zurigo-Wienna 1949. Francesco Cognasso

XIII. ARTE

1. Origini. - La pittura compendiaraita romana (dall'età Flavia) tende a riassumere in poche note staccate (a stenografare) il mondo visibile (spettacolo), che in realtà risulta di una ininterrotta serie di trapassi chiaroscurali e cromatici; a sostituire le macchie alle sfumature. Procedimento di visione e di rappresentazione rapido ed estroso che si differenzia da quello lentamente e diligentemente imitativo dell'arte più propriamente classica e costituisce, per certo, una prima rottura della morfologia figurativa, una prima disarticolazione dei nessi della visione normale. Onde una sorta di impressionismo, del quale molteplici esempi appaiono anche nelle catacombe. Arte novatrice che urta il gusto comune e provoca le censure dei tradizionalisti da Vitruvio a Petronio e, probabilmente, dello stesso Orazio.

Analoga è la funzione dei profondi buchi d'ombra, improvvisi sconsendimenti in luogo di molli ondulazioni che la tecnica del trapano introduce nella scultura. Dal varco di questa prima sconnessione fanno breccia sempre più vasti e profondi sforzamenti dell'ordine morfologico e sintattico, che concludono ad un vero e proprio espressionismo. Processo, d'altronde, dai modi accademici a quelli impressionistici e da questi agli espressionistici, che si ripete, identico, nell'arte moderna.

Primi chiari segni di gusto espressionistico, nelle pitture delle stagioni nelle catacombe dei SS. Pietro e Marcellino (De Witt). In scultura il processo, già iniziato da decenni, si direbbe compiuto nell'arte tetrarchica - monetazione - e soprattutto, dopo notevoli anticipazioni, nell'arte romana di Provenza (Le Blant), nelle parti costantiniane dell'arco di Costantino (L'Orange, Castelfranco, Bovini, ecc.). Molteplici i motivi spirituali, anche di carattere generale e in parallelo con le altre attività, di codesti esiti figurativi: 1) la reazione antiaccademica del gusto, secondo le consuete oscillazioni della « moda ». 2) Il continuo riaffiorare, specialmente per spinta degli strati socialmente inferiori, di tendenze anticlassiche, ric-

che di spontaneità popolarese e radicata nelle più profonde e antiche attitudini della spiritualità romana in quanto italica. 3) Il generale processo dalla visione «baprica» o tattile, alla visione «ottica», dal plastico al pittorico, così bene (anche se forse un po' troppo meccanicisticamente) delineato dal Riegl. 4) E soprattutto l'impulso irresistibile della nuova spiritualità cristiana, la quale opera dal di dentro il disgregamento e la rinnovazione della vecchia mentalità pagana.

L'aborrimento della natura «afrodisiaca» entra senza dubbio nella formazione del gusto cristiano. Rivoluzione od evoluzione per quel che riguarda le arti figurative, si chiedono gli storici (v. specialmente Dvorák); probabilmente l'una e l'altra insieme. La nuova spiritualità cristiana sposta completamente il rapporto fra la scena e la luce. Nella visione antica lo spettacolo, il mondo, la «cosa» è collocata «sotto» la luce, «di fronte» alla luce. Di qui appunto la prevalenza dei valori plastici. Nella spiritualità cristiana lo spettacolo è posto «contro» luce; il mondo è riferito allo sfondo della luminosità soprannaturale, unica metà dell'anima e sul quale esso si proietta come ombra.

Ciò spiega tante cose: il cristallizzarsi della figura umana in uno schema fondamentale, cui più o meno si riducono tutte le infinite variazioni di atteggiamenti e che non è, in sostanza, se non la trasposizione mimica dello stato d'animo del soggetto, una sorta di «confessione» dell'autore, in atto di adorazione, immobile nella fissità estatica degli enormi occhi spalancati. Il mutarsi degli sfondi musivi dall'azzurro (realtà di cielo) al bianco e all'oro (simbolo di luce). Sul quale oro, superata l'ambiguità e la incongruenza dei rapporti spaziali antichi fra i primi e secondi piani, si realizza tuttavia integralmente la rappresentazione dello spazio, perché l'indefinito diventa l'infinito, la nebbia diventa splendore; e il mondo non ha più spessore, non più peso, ma solo vibrazioni di lume, limiti di linee e piani di colore.

La nuova basilica cristiana assimila senza dubbio molteplici elementi e motivi da svariati tipi di edifici pagani ma tutti li trasforma in un organismo decisamente originale, determinato dai fondamenti spirituali e dalle esigenze della nuova pratica liturgica: la convergenza della attenzione, l'unità di sentimento di tutto il popolo radunato verso quel momento e quel punto che è la metà suprema della «ecclesia», dove si celebra il rito.

Ed è anche questo, in certo senso, un esito «espressionistico». E ciò vale anche per il tipo, piuttosto raro, ma ormai accertato, specialmente in Illiria, della «basilica discoperta» (Digwe).

Con sempre più intima e precisa comprensione delle esigenze liturgiche e con l'introduzione di un simbolismo, allora chiaro ed eloquente, inteso a richiamare anche nelle membrature architettoniche i misteri sacri, l'edilizia religiosa, nella tendenza ad unificare in un solo organismo locali originalmente distinti e aggregati, viene assumendo una sua sempre più particolare fisionomia, nel periodo da Costantino a Teodosio nel quale tanti insigne personaggi del ceto dirigente romano trasferiscono la loro attività dal campo civile e politico a quello ecclesiastico, come s. Ambrogio e s. Paolino da Nola e s. Agostino. E proprio a codesti grandi uomini di governo è dovuto un impulso potente alle costruzioni di edifici sacri, come vanno rivelando le recenti ricerche (De Capitani d'Arzago, Arslan, Villa, Chierici) sia per le chiese paoliniane a Nola, sia per quelle ambrosiane nella capitale milanese.

2. L'architettura bizantina

Quella «posizione dell'oggetto contro luce» che s'è detta, chiarisce anche molte cose circa quel particolare sviluppo della edilizia romano-cristiana che è l'architettura bizantina (v. ARTE).

Simile ad un geode, povero ciottolo di fuori, che ha nel cuore una caverna splendente tappezzata di ametiste o di rubini o di zaffiri, l'edificio bizantino con una scorza all'esterno ruvida e disadorna, o quasi, chiude dentro a sé tesori non soltanto di materie preziose e lucenti, ma

anche magnificenze incomparabili di vere e proprie immaginazioni architettoniche altamente poetiche e suggestive. Allora il barbaglio d'oro dei musaici trasferisce all'interno degli ambienti la sorgente luminosa trasformando la parete in un semplice disfarma diafano. Un limite ambiguo; si potrebbe dire un limite illimitato o «all'infinito»; all'usione dell'infinito; un limite idealmente, anzi visibilmente anche se non tattilmente, valicabile. Ed ecco ancora un elemento figurativo (il piano parietale) posto contro luce e, alla fine, assorbito nella luce. Nello sforzo sublime di trascendere la materia, di attingere direttamente la Divinità esprimendo sensibilmente l'ineffabile, che accomuna l'architettura alle altre arti medievali, il musaico diventa così, nei suoi valori cromatici e luministici un elemento necessario dell'organismo architettonico bizantino, così come, ma in senso diametralmente opposto, cioè plastico, la colonna lo era stato per i Greci.

3. L'espressionismo figurativo

La violenza espressionistica, che è tanta parte dell'arte della tarda romanità e dei primi tempi cristiani, trova ancora più esasperati sviluppi alla periferia del mondo colto. Non tanto in quell'arte balcanica (s. Soldaten Kunst, «arte lungo il Danubio», ecc.) che è forse semplicemente protobarbarica, e sotto il livello dell'arte (forse con la sola eccezione della stele di Scarabantia e del Tropaion di Adamkissi), quanto nell'Egitto, dove, sotto la più forte pressione degli elementi di tradizione popolarese ed indigena, dà luogo all'arte copta; con sempre maggiore tendenza alla disintegrazione della morfologia e della sintassi figurativa e ad un sempre più accentuato decorativismo astratto, ora calligrafico, ora cromatico (begli effetti di macchia nelle stoffe). Anche per suggestione sempre più penetrante della vicina arte islamica; e vive ancora o meglio vegeta secondo fornole tradizionali dopo più di un millennio e mezzo in terra etiopica.

Nel nuovo cuore, invece, o meglio cervello dell'Impero bizantino, l'antico sottile spirito dei Greci e il persistente gusto della idealizzazione tipizzante operano sul nuovo patrimonio figurativo concretatosi nel momento espressionistico, «plutonico», lo assumono come dato, come motivo, come «mondo» e lo vanno elaborando in preziose raffinatezze stilistiche, in fornole più rigide di quelle dei vecchi canoni. Creano il nuovo «bello ideale» (codificato in celebri manuali) con i contenuti del «brutto caratteristico».

Certo il panorama dell'arte bizantina è meno uniforme di quanto si credesse fino a poco tempo fa, poiché lo differenziano nello spazio le correnti metropolitane e le provinciali e nel tempo il susseguirsi delle due età auree: la giustiniana e la macedone, divise dalla grande crisi iconoclasta, alle quali si può aggiungere, per quanto minore, la terza dei Comneni. Ma è forse ancora una oscura spinta di ataviche forme orientali che trova così la sua aulica sistemazione.

4. L'arte islamica

Al di là delle frontiere orientali e meridionali dell'Impero ribolle e ben presto trabocca il mondo islamico in fase di potente espansione e di rapida crescita, anche culturale. Esso, secondo il gusto più propriamente orientale, indirizza l'impulso alla astrazione verso schemi di pura ornamentazione.

Gusto eminentemente decorativo che si attua tutto in superficie, risolvendo la scultura in ricamo (esempio famoso: Mšattā); la pittura in puro sviluppo lineare (l'arabesco, appunto) o in mero accostamento di colori o di valori (tappeto). Anche l'architettura obbedisce ai medesimi impulsi, perché schiva una organizzazione sintetica e sintattica dello spazio, svolgendo il discorso architettonico in forma paratattica, con una serie di membrature simili che si susseguono senza conclusione: coordinamento e non subordinamento degli elementi: esempio la Moschea di Cordova.

Più ricca di contenuti storici, e quindi di rappresentazioni naturalistiche, la pittura è specialmente la miniatura persiane (influenzate dall'Oriente estremo), per certo note anche all'Occidente.

5. L'arte barbarica

Alle frontiere nord-orientali il mondo barbarico rivela operanti i medesimi impulsi,

nei riguardi dell'arte, se pur è possibile parlare di arte nel mondo barbarico, nel senso proprio della parola (v. ARTE). Il barbaro non ha un suo proprio mondo figurativo, né storico né logico: ed il suo linguaggio è un balbettamento, in gran parte sotto l'impulso di un automatismo che si concreta nell'«horror vacui», di frammenti attinti alla cultura classica e travisati spesso con assoluta incomprensione del modello. L'automatismo decorativo è palese in gran parte della oreficeria scitica, che è forse il vanto maggiore della produzione barbarica, con le ripetute punzonature, nel corpo e ai margini dell'oggetto, dei pochi motivi, ormai fissati, di animali interi o di membra. D'altro canto anche il famoso flechtbandornament, l'entrelac, o intreccio non è che una volgarizzazione di motivi classici (treccia), o bizantini (capitelli a paniere), più che copti.

Né è esatto, come si va spesso ripetendo per spiegare la quasi totale carenza della figura umana, che l'arte barbarica tenda ad esprimersi in un linguaggio astratto mediante la rappresentazione di un mondo riducibile a puri elementi e rapporti geometrici in spregio di ogni riferimento naturalistico. E per quanto negli stadi iniziali sia evidente piuttosto un processo di scadimento e di disintegrazione di forme naturalistiche incomprese (che assimila fibule gotiche e longobarde ai bratteati) nell'ultimo stadio, si può spesso ritrovare l'impronta di un vigoroso potere fantastico.

In esecuzione spesso assai raffinata, questo stile compare in oreficerie scandinave e nielli e più tardi nelle navi di Oseberg; onde la supposizione, che questa conquista dell'arte barbarica spetti al germanesimo più nordico. Ma per quel che riguarda Oseberg ci si trova in epoca relativamente tarda: per certo posteriore a quella di talune mirabili creazioni di quella miniatura che si considerava irlandese ma che le convincenti ricerche del Masai indicano piuttosto come pertinenti a quella cultura di alto livello alla quale era pervenuto il cristianesimo romanista di Northumbria.

Non soltanto nella felicità e fertilità inesauribile delle invenzioni ornamentali, ma anche nella rappresentazione per quanto rara della figura umana o animale (simboli degli Evangelisti, Crocifissione), questa arte riesce ad innestare ritmi decorativi su spunti naturalistici con un rigore stilistico ed uno slancio inventivo di una efficacia stupenda nella esasperata intensità espressionistica della trasfigurazione. E con mezzi autonomi ed esiti originalissimi nello smalto, svolge i suggerimenti della tecnica. È solo al contatto di una elevata spiritualità cristiana in questo primo fecondo incontro, che le oscure forze del sentimento barbarico trovano la luce di una espressione veramente ed altamente artistica e diventano un nuovo potente apporto di civiltà.

I Longobardi, che ignorano i più tardi e complessi sviluppi di tale stile, monotamente ne ripetono le più elementari formole. Un modesto accendersi di interesse per le arti si manifesta proprio verso il declino della potenza longobarda con Liutprando e gli ultimi re, e con i duchi, specialmente friulani.

6. L'arte carolingia e i «magistri comacini». — L'arte carolingia (v. ARTE) raggiunge in specie nella miniatura, intagli in avorio, oreficeria, un alto livello a servizio di un programma evidentemente politico. Fioritura splendida senza dubbio, ma innegabilmente artificiosa; una cultura pianificata. Ciò è chiaramente confermato dalla varietà di indirizzi (e tutti riflessi) delle varie scuole od officine. Una certa ripresa di attività edilizia, che culmina nella Cappella Palatina di Aquisgrana, si rifà palesemente a modelli ravennati.

Del resto, che l'arte del costruire, per due secoli in quasi completo abbandono tra la metà del VI e la metà dell'VIII ca., sia rimasta in vita solo per l'alimento di una sottile corrente di tradizione — più manuale che artistica — romana, è cosa per più indizi non solo probabile, ma ovvia.

I «magistri comacini» (v. MAESTRI) che costituivano vere imprese edili ricordate da fonti longobarde, non sono che i continuatori della maestranze dell'epoca di maggior splendore di Milano romana, nel periodo in cui fu capitale d'Occidente. Passata la capitale a Ravenna, vi si trasferisce anche il centro di maggior attività edilizia che ivi, per la posizione geografica e i contatti con l'Oriente, pur risalendo alle comuni fonti romane, si sviluppa con un particolare accento.

È molto probabile che la conquista e la breve dominazione longobarda a Ravenna abbiano fatto rifluire codeste maestranze ravennati nel resto dell'Italia padana e diffondere quel particolare accento. I due soli edifici che con qualche probabilità si sogliono assegnare alla seconda metà dell'VIII sec. (più particolarmente al tempo di Desiderio), il S. Salvatore di Brescia e il tempietto di Cividale, presentano particolarità costruttive e decorative di carattere così spiccatamente ravennate, e anzi tardo romane, da far perfino balenare la ipotesi (tuttavia per ragioni storiche difficilmente accettabile) che possano risalire addirittura al VI sec. Forme ravennati che, come ben ha visto il Fiocco, penetrano e più a lungo durano lungo le coste superiori dell'Adriatico, nell'arte da lui suggestivamente definita «esarcale».

7. L'arte ottoniana (v.). — Dopo quello della miniatura anglo-irlandese, l'altro grande contributo dell'alto m. alla civiltà figurativa è quello dell'arte ottoniana. E con ben maggiore varietà e ricchezza di atteggiamenti, pur in una grande unità di gusto e di stile, e con ben più profonda e vasta efficacia nello spazio e nel tempo. Si può ben dire che son qui i fondamenti di un nuovo linguaggio, compiuta e lucida espressione di quella sintesi di vari e talora contrastanti moti, che, dopo tanto travaglio, segna una nuova stagione dello spirito umano: quella del pieno m., che nelle arti figurative si suol chiamare romanica.

Ed è ancora una volta il clima spirituale della religiosità cristiana che, disserando il nodo della barbarie, consente a queste oscure forze primitive di trovare la via della capacità espressiva, agli impulsi bruti di una passionalità violenta di chiarirsi nella luce della poesia. Un impeto e un calore di sentimenti rudi, maschi, eroici, traboccante in vivacità drammatica, sommuove dal profondo le aspirazioni mistiche e, con una dinamica travolgente, trasforma la fissa estasi paleocristiana e anche bizantina in esasperata visionaria allucinazione.

Certo, come l'espressionismo o addirittura il surrealismo di codesti artisti può risalire alla vena carolingia di Reims e di Corbie, così in specie nei momenti di maggiore intreccio della politica dei due Imperi per il matrimonio di Ottone II con Teofano, l'arte ottoniana si nutre anche di attuali apporti culturali dalla Bisanzio aulica, che dopo l'iconoclastia era nel suo secondo fiore (onde, p. es., la compresenza dei due stili nel Codex Aureus Escurialensis). D'altro canto, in specie per quel che riguarda la pittura murale, non senza efficacia sono gli esempi che sul ceppo della vecchissima tradizione paleocristiana viene elaborando in nuove forme l'attività di largo respiro e di squisita cultura dei frescanti benedettini (S. Angelo in Formis) e romani (S. Clemente), come è chiaro, p. es., nella Oberzell della Reichenau.

8. L'arte romanica. — Nel sec. XI, in parte per l'irrefrenabile ascesa della vita sociale e in parte per il necessario risarcimento delle ultime devastazioni barbariche, le ungaresche, v'è in Occidente una ripresa quasi improvvisa, impetuosa, imponente di attività edilizia. Così accade contemporaneamente in Italia ed in specie nella Val Padana come in Germania, in Francia, in Spagna dove, nella parte non arabizzata, le Asturie, s'era avuta una singolare fioritura parallela alla carolingia, ma con caratteri di spiccata originalità (S. Maria de Naranco). Limite e condizione a codesta attività diviene il preminente problema della copertura dei grandi edifici chiesastici.

Se l'Oriente bizantino, sempre fermo nelle sue preferenze dei tipi centralizzati, si affatica ancora alla costruzione delle cupole, ma, ridotta in genere la mole dell'edificio, si compiace ora nella cesellatura decorativa anche esterna delle pareti con le policromie e merfettature laterizie; e se l'Armenia moltiplica bizzarramente le articolazioni spaziali, con schemi che si vuole, non senza esagerazione, abbiano influito sull'Occidente; se Roma resta in genere fedele al vecchio tipo basilicale con copertura a capriate, nell'Italia padana sembrano concretarsi i primi esperimenti su larga scala di copertura lapidea con volte a botte. In questo fervore d'opere cominciano a presentarsi caratteristiche del procedimento artistico che diventeranno essenziali nell'ulteriore sviluppo storico, e determinanti addirittura, del Rinascimento: su tutte, il riaffermarsi della «coscienza» artistica che è quanto dire della «personalità» dei singoli, pur armonicamente coordinata entro il lavoro collettivo.

a) La pittura. - Come d'altronde, nei cicli d'affreschi ai quali già s'è accennato dell'Italia centrale e meridionale, regioni con più stretti vincoli ora religiosi ora politici legate alla Sede papale, appare un senso di misura nella rappresentazione, una cordialità di motivi che li differenziano nettamente, vuoi dal sottile intellettualismo, dalle raffinatezze astratte dell'arte bizantina (che in Italia afferma il suo più preciso dominio nei musaici di Sicilia, dai solenni modelli di Daphni, e dell'alto Adriatico), vuoi dalle esagerazioni patetiche dell'espressionismo nordico. Ed in questa equilibrata concretezza, in questo rispetto e comprensione della persona umana, come motivo e come rappresentazione, come modello e come modulo, è possibile riconoscere il carattere distintivo dell'arte italica o si vorrebbe dire latina in genere e di questo periodo in specie, piena e perfetta attuazione nel campo fantastico e in particolare nelle arti figurative, della dottrina e della prassi sapienissime della Chiesa cattolica.

b) L'architettura. - Allora nell'architettura, forse anche per la suggestione del vecchio tipo tradizionale della basilica, sempre presente ai costruttori italiani, prevalgono schemi di semplice, chiara, relativamente svelta partizione. L'architettura fiorentina anche nella decorazione risale a modelli paleocristiani; la pisana a ravennati (non senza spunti orientali). Ma anche i costruttori lombardi, pur tutti attenti al problema delle volte ed ai sistemi conseguenti alla sua soluzione, mirano sempre alla chiarezza spaziale.

Ma particolarmente in Francia e in Germania le grandi autorità religiose, sia secolari episcopali che monastiche, sembrano cercare una tangibile manifestazione della loro potenza nella complicata grandiosità degli edifici enormi e straordinariamente ricchi di articolazioni; già fin dalla seconda metà del x sec. e per questo s'è detto che il romanico si radica nell'ottoniano. Si pensi solo alla complessità Cluny (v.) dell'ultima fase; alla vastità e al movimento di masse di un St-Riquier, alla massiccia imponenza di quelle, piuttosto cittadelle che chiese, che sono le cattedrali renane di Worms, Spira, Magonza.

c) La scultura. - Mentre, in Francia, una curiosa corrente di orientalismo si afferma nel Périgord, la Borgogna, l'Aquitania, la Provenza (in stretti legami, particolarmente St-Gilles, con Pisa) attingono largamente, talora pedissequamente per la decorazione delle membrature, al patrimonio della romanità provinciale. Gusto quasi classicistico che in Aquitania e in Provenza domina anche interamente la scultura, da Tolosa a Moissac, da Arles a St-Gilles; non senza qualche singolare venatura esotica come negli indianismi di Souillac. In Borgogna, p. es., Autun, accanto alla stretta imitazione classicistica di moduli architettonici le figure si allungano e si torcono con una intensità patetica che preannuncia il gotico.

Così la grande scultura germanica sviluppa modi espressionistici della miniatura e dell'intaglio ottoniano, in opere di scarnita essenzialità, di eccezionale potenza drammatica nelle accentuazioni anatomiche come molti crocefissi, o i bronzi di Hildesheim.

9. L'arte gotica

Così per il naturale evolversi del gusto e per la continua elaborazione di sempre nuove soluzioni del problema della volta, si determinano anche i modi della decorazione pittorica e della scultura. Ma per entro al grembo del romanico viene nascendo il gotico; poiché a malgrado di recenti negazioni (che affermano invece il valore puramente ornamentale-estetico e non struttivo del gotico e la sua derivazione da motivi orientali) si può ritenere sempre valida la interpretazione del Viollet-le-Duc, che fa derivare tutto il sistema gotico dall'arcus augiva (di origine forse lombarda). Sistema gotico che, nato e sviluppato nell'Ile de France nella seconda metà del sec. XII, si afferma nel XIII creando la serie delle mirabili cattedrali e si diffonde rapidamente in tutta Europa (

V. GOTI, ARTE)

Vedi tavv. XXXV-XXXVII.
BIBL.: per la bibliografia, V. testo. Per uno sguardo complessivo si veda P. Lavedan, Hist. de l'art médiéval et moderne, Parigi 1944.

Luigi Coletti

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“MEDIOEVO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 364. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/medioevo.