MEDICI, FAMIGLIA

MEDICI, FAMIGLIA. - Arricchitisi con la mercatura e con la banca, i M. acquistarono, nel sec. XV a Firenze, la supremazia politica, in forma di larvata signoria. Questa si trasformò, dopo il 1530, in una monarchia assoluta che governò la Toscana, con successione dinastica, per due secoli. I M. detto alla Chiesa romana molti vescovi e cardinali, e tre papi: Leone X, Clemente VII, Leone XI. Anche Pio IV era un Medici, dei M. di Marignano; ma le origini di questa famiglia, alla quale appartiene la madre di s. Carlo Borromeo, sono oscure, e mancano elementi positivi per provarne la discendenza dallo stesso stipite di quella dei M. fiorentini.

Il più antico dei M. di cui si trovi menzione nei documenti è BONA-GIUNTA, testimone in un atto del 1221. Nella vita pubblica i M. compaiono verso la fine del Trecento con ARDINO, priore nel 1291 e gonfaloniere di giustizia nel 1296. Nello stesso periodo CO-STANTINO fu vescovo di Orvieto, MATTEO di Chiusi. I M. parteggiarono per i Neri e per Corso Donati. GIOVANNI fu tra i giustiziati del duca di Atene. Intanto il Banco mediceo allargava la cerchia degli affari, diffondendo le sue filiali in Italia e all'estero, e superando felicemente la crisi che travolse industrie e banche nei primi decenni del Trecento. Sebbene per la loro condizione sociale ed economica appartenessero al popolo grasso, i M. miravano a formarsi una clientela politica nel popolo minuto. SALVESTRO (1331-88) fu tra gli organizzatori del tumulto dei Ciompi, mentre VIERI DI CAMBIO esercitò nel 1393 un'azione moderatrice.

Dei M. fin qui citati non si ha genealogia sicura. Questa incomincia solo con il ramo detto di Cafaggioiulo (dal nome di una loro possessione nel Mugello), del quale è riconosciuto capostipite AVERARDO detto Bicci. Suo figlio GIOVANNI DI BICCI (1360-1429), uno dei più ricchi banchieri d'Italia, si cattivò con le sue liberalità le simpatie popolari. Costruì la chiesa di S. Lorenzo e l'ospedale degli Innocenti; fece erigere da Donatello e Michelozzo, nel Battistero, una tomba a Giovanni XXIII. Ebbe due figli: Cosimo e Lorenzo.

Cosimo, detto il Vecchio (1389-1464), tolse agli Albizzi la supremazia politica e instaurò una signoria, dissimulata dalla sopravvivenza formale degli istituti repubblicani. La politica non gli fece trascurare gli affari, e alla sua morte lasciò il Banco in condizioni floridissime. Sebbene di scarsa cultura, protesse letterati ed artisti, dette incremento allo Studio fiorentino, costruì ville, palazzi, conventi, chiese. Congiunti di Cosimo furono Donato, vescovo di Pistoia, e FILIPPO, vescovo di Arezzo e poi di Pisa. Da Contessina de' Bardi Cosimo ebbe GIOVANNI, che gli premorì, e PIERO, detto il Gottoso, che ereditò il grado paterno, ma per il debole carattere e la malferma salute mise in grave pericolo l'autorità della famiglia. Un figlio naturale di Cosimo, CARLO (m. nel 1492), tenne la prepositura di Prato. Da Piero e da Lucrezia Tornabuoni, donna della quale son celebrati il severo costume e la profonda religiosità, nacquero GIULIANO, che fu ucciso nel 1478, e LORENZO, detto il Magnifico (v.). Giuliano lasciò un figlio, GIULIO, VIZI (v.). Durante il governo di Lorenzo, il Banco fu liquidato, e si cercò di salvare il patrimonio familiare con investimenti fondiari. Lorenzo ebbe da Clarice Orsini sette figli. Delle femmine, LUCREZIA, maritata a Iacopo Salviati, procreò MARIA, che sposò Giovanni delle Bande Nere; MADDALENA ebbe da Franceschetto Cybo, INNOCENZO, cardinale, ministro di Alessandro, poi di Cosimo I, e LORENZO, capostipite dei Cybo-Malaspina. Dei maschi, GIOVANNI fu Leone X (v.); GIULIANO, duca di Nemours, tenne con Giovanni il governo di Firenze dopo la restaurazione del 1512, e lasciò un figlio naturale, IPPOLITO, che fu nominato cardinale; PIERO, che successe al padre nella signoria, fu cacciato nel 1494 e dopo vanti tentativi di riscossa morì nella battaglia del Garigliano (1503). Figli di Piero e di Alfonsina Orsini furono CLARICE, che sposò Filippo Strozzi, e LORENZO, al quale Leone X procurò il Ducato di Urbino. Lorenzo ebbe da Maddalena de la Tour d'Auvergne CATERINA (v.), che sposò Enrico di Valois e fu regina di Francia. Si ritiene che fosse figlio naturale di Lorenzo, ALESSANDRO, il quale, nominato duca di Penne, ebbe nel 1530 il governo di Firenze, sposò una figlia naturale di Carlo V e fu ucciso nel 1537 dal cugino Lorenzino. Con Alessandro si spense la linea diretta di Cosimo il Vecchio.

Il fratello di Cosimo il Vecchio, LORENZO, che fu tesoriere della Camera Apostolica, ebbe un figlio, PIERRANCESCO, dal quale nacquero LORENZO e GIOVANNI. Questi, dopo la morte del Magnifico, si dichiararono avversari di Piero e ne furono banditi; rientrati nel 1494, mutarono stemma e presero nome di Popolani. Da Giovanni e Caterina Sforza nacque GIOVANNI DELLE BANDE NERE (m. nel 1526), il quale ebbe da Maria Salviati un figlio, che fu Cosimo I. Cosimo I (1519-74), dopo l'uccisione di Alessandro, s'impadronì del potere, ne allontanò gradatamente quei maggioretti fiorentini che tentavano di ricostituire un governo oligarchico, e con l'appoggio di Carlo V instaurò un regime di rigido assolutismo. Si liberò da ogni possibile rivale, facendo uccidere Lorenzino, procurando che il fratello di lui, GIULIANO, emigrasse in Francia (dove ebbe cariche ecclesiastiche), dando a GIULIO, figlio naturale di Alessandro, un alto grado militare. Co-

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(not. Alinari)

MEDICI, FAMIGLIA - Ritratto di Cosimo I de' Medici - Pater Patria - Dipinto del Pontormo da medaglia - Firenze, Galleria degli Uffizi.

simo I unificò il territorio con la conquista di Siena, creò una flotta che partecipò alla battaglia di Le- panto, e istituì l’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, che per oltre un secolo tenne testa gloriosamente nel Mediterraneo ai corsari barbareschi. Sebbene legato alla Spagna, Cosimo riuscì con la sua energia a conservare la massima autonomia che le condizioni dell’Italia potevano consentirgli. Nel 1569 ebbe da Pio V il titolo granducale.

Cosimo I ebbe da Eleonora di Tole- ledo dodici figli. Delle femmine, Lu- CREZIA andò sposa ad Alfonso II d’Este; ISABELLA, moglie di Paolo Giordano Or- sini, fu uccisa dal marito. Dei maschi, GIOVANNI, cardina- le, e GARZIA mori- rono a brevissima distanza, nel 1562, ciò che dette origine ad una infondata leggenda di tragedie familiari; FRANCESCO I (1541-87), successo al padre, non ne ebbe né l’intelligenza né l’energia. Sposò Gio- vanna d’Austria e, ri- masto vedovo, Bian- ca Cappello. Delle figlie di Francesco I, ELEONORA si maritò con Vincenzo Gon- zaga duca di Man- tova, MARIA (v.) con Enrico IV di Francia.

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A Francesco I successe un altro figlio di Cosimo I, FERDI- NANDO I (1551-1609). Questi, che abbandonò la dignità cardinalizia per sposare Cristina di Lorena, risollevò il prestigio del Granducato. Fu in amichevoli rapporti con Enrico IV ed ebbe parte notevole nella sua conversione. Costruì il porto di Livorno, protesse letterati e scienziati. Delle figlie di Ferdinando I, CATERINA andò sposa a Ferdinando Gonzaga, CLAUDIA a Federico Ubaldo della Rovere e in seconde nozze a Leopoldo d’Austria. Un figlio, CARLO, fu cardinale; l’altro figlio, COSIMO II (1590-1621) successe al padre. Cosimo II dedicò molte cure alla marina e al porto di Livorno; protesse il Galilei; ma da lui ha inizio la decadenza del Granducato. Da Cosimo II ebbe a Marzia Maddalena d’Austria nacquero GIO- VANNI CARLO, che fu cardinale; MATTIAS, che partecipò alla guerra dei Trent’anni e a quella di Castro; LEOPOLD, anch’egli cardinale, che favorì gli studi scientifici e fondò l’Accademia del Cimento; FERDINANDO II (1610-70), che appoggiò l’attività del fratello Leopoldo, e cercò di risol- levare l’economia depressa del paese stimolando gli scambi commerciali. Figlio di Ferdinando II e di Vito della Rovere fu COSIMO III (1642-1723).

Negli ultimi anni del governo di Cosimo III, mentre le guerre di successione preparavano radicali mutamenti nella carta politica d’Europa, le Cancellerie straniere, prevedendo prossima l’estinzione della casa M., presero a considerare il Granducato come merce di scambio nel giuoco diplomatico. Il figlio primogenito che Cosimo III aveva avuto da Margherita Luisa d’Orléans, FERDINANDO, premorì al padre. Il fratello di Cosimo, FRANCESCO MARIA, aveva rinunziato alla porpora per sposare Eleonora Gonzaga, ma il matrimonio rimase infecendo. Così il Grandu- cato passò all’altro figlio di Cosimo, GIANGASTONE (1671-1737) uomo di notevole ingegno, ma di carattere indo- lente e di costumi corrotti. Poiché Giangastone non aveva figli, Cosimo aveva pensato di assicurare la successione alla figlia ANNA MARIA LUISA, vedova di Giovanni Guglielmo, elettore palatino; ma le potenze, prima ancora della morte di Giangastone, destinarono il Granducato a Carlo di Borbone, poi a Stefano di Lorena. Dopo l’inse- diamento dei Lorenesi, Anna Maria visse in Firenze fino al 1743, rispettata da tutti, ma senza alcuna autorità po- litica. Nel 1737, cedendo i beni familiari al Lorenese, pattuì che le collezioni medice non potessero mai essere portate fuori della città.

Altri rami dei M. si fanno risalire a un GIO- VENCO (m. nella prima metà del sec. XIV), che sa- rebbe stato fratello del padre di Bicci. Da uno di codesti discese OTTAVIANO (1482-1546), che sposò Francesca Salviati, nipote di Leone X. Il loro figlio, ALESSANDRO, fu arcivescovo di Firenze e papa Leone XI (1605); dall’altro figlio Ber- NARDETTO, che nel 1567 acquistò il feudo di Ottaiano, derivarono i prin- cipi di Ottaiano e duchi di Sarno. Alla loro stirpe ap- partenne quel LUI- GI M. che fu mini- stro di Ferdinando IV di Borbone.

Ad un altro ra- mo infine apparten- nero la b. FILIPPA (m. nel 1488); GUI- DIO, che fu arcivescovo e castellano di Castel S. Angelo durante il sacco di Roma; GIULIANO, vescovo di Pisa (m. nel 1636); RAFFAELE (m. nel 1628), che fu ammiraglio dei Ca- valieri di S. Stefano. Questo ramo, detto dei marchesi della Castellina, titolo che già possedevano nel 1629, esiste tut- tora e si ritiene per ammazzare erede legittimo della ca- sata. - Vedi tav. XXXIV.

BIBL.: D. Moreni, Serie d’autori di opere risguardanti la ce- lebre famiglia M. Firenze 1826; P. Litta, M. in Famiglie celebri italiane, Milano s. a.; G. Spini, Cosimo I de’ M. e la indipendenza del principato medico, Firenze 1945; G. Pieraccini, La stirpe de’ M. di Cafaggio, nuova ed., ivi 1948; R. De Roover, The M. Bank, Nuova York 1948. Roberto Palmarocchi

MEDICI, LORENZO de’, detto il MAGNIFICO. - N. a Firenze il 10 genn. 1449, m. a Careggi (Firenze) l’8 apr. 1492. Giovannisimo ancora aiutò validamente il padre Piero a sventare le insidie degli avversari, e nel 1466, in deroga ai limiti d’età sanciti dagli Statuti, fu ammesso nel Consiglio dei cento. Nel 1469 sposò Clarice Orsini. Alla morte di Piero, nel dic. di quell’anno, fu riconosciuta a L. e al fratello Giuliano l’autorità di primi cittadini; ma Giuliano si disinteressò completamente dei pubblici affari.

I contrasti interni che avevano turbato il governo di Piero convinsero L. della necessità di riorganizzare lo Stato e di rafforzare il regime; ma le riforme costituzionali furono attuate con prudente lentezza e a lunghi intervalli di tempo: nel 1470-71 e nel 1480. Solo negli ultimi anni gli affari esterni vennero quasi del tutto accentrati nella Cancelleria personale di L.; ma egli non giunse mai ad attribuirsi un potere formalmente assoluto.

L. fu dapprima in cordiali rapporti con il papa Sisto IV che gli affidò la depositaria della Chiesa e dette aperto appoggio a Firenze quando, nel 1472, questa represse la ribellione di Volterra, riducendo la città ad una piena sud- ditanza. Ma l’amicizia fu turbata dai disegni di espansione

nei quali Sisto IV si lasciò indurre dall'ambizioso nipote Girolamo Riario, bramoso di cercarsi una signoria nell'Italia centrale. Il primo urto ebbe luogo nel 1473, quando il Papa, con l'aiuto dei Pazzi, rivali dei Medici, prevenne Firenze nell'acquisto di Imola. Il dissidio, divenuto sempre più aspro, ebbe il suo tragico epilogo nella congiura del 1478. Il 26 apr., durante una Messa in S. Maria del Fiore, i due Medici furono proditoriamente assaliti: Giuliano rimase ucciso, ma L. riuscì a salvarsi. L'atrocita del fatto scatenò una furiosa reazione popolare, e alcuni capi della congiura, fra i quali l'arcivescovo Salviati, furono messi a morte. Ne seguì la scomunica di L., l'interdetto fulminato contro la città e una guerra generale. Ferdinando di Napoli prese le armi per il Papa, e le operazioni militari volsero a svantaggio di Firenze, alla quale le sue alleate, Milano e Venezia, non dettero che scarsi aiuti. L. si trovò in gravi difficoltà, anche perché gli avversari abilmente dichiaravano di far guerra a lui e non alla città. Perciò nel dic. 1479 prese l'audace decisione di recarsi alla corte del suo più potente nemico, Ferdinando d'Aragona, per tentare un accordo. A Napoli riuscì a convincere il Re, e ne ripartì con la pace conclusa: un successo per il quale «tornò in Firenze grandissimo, s'egli n'era partito grande» (Machiavelli).

Nelle direttive di L. si delinea ora la cosiddetta politica d'equilibrio. Nella quale tuttavia conviene distinguere due fasi. Durante la guerra di Ferrara e fino alla pace di Bagnolo (1484), L. si propose lo stesso obiettivo che era stato perseguito da Cosimo il Vecchio: mantenere bilanciate le forze degli Stati italiani, impedendo con un accorto giuoco di alleanze che ambizioni egemoniche mettessero in pericolo la pace. Ma quando nel 1485 i baroni napoletani, appoggiati dal nuovo papa Innocenzo VIII, si ribellarono al Re, dando origine a una nuova guerra generale, e L., vincendo le riluttanze dei suoi concittadini, volle che Firenze si schierasse con Milano e con Napoli contro la S. Sede, questo intervento ebbe un carattere assai diverso da quello del 1482. L. sapeva che qualsiasi governante italiano, quando si fosse visto perdente, non avrebbe esitato ad invocare l'aiuto straniero; sapeva che la nuova Francia, unificata sotto una potente monarchia, costituiva la minaccia più grave per la libertà della penisola, minaccia dalla quale gli Stati italiani non potevano sperare di difendersi se non unendo insieme tutte le loro forze. Perciò, mentre spronava gli alleati ad agire con la massima energia, evitò che Firenze si dichiarasse formalmente in guerra con la Chiesa, e intavolò e proseguì durante tutto il conflitto segrete trattative con il Papa, nel proposito di preparare una «vera pace». Il carteggio di L. rivela ora i suoi scopi vicini e lontani. Poiché un'Italia debole e discorde sarebbe facile preda degli oltramontani, occorre consolidare l'alleanza tra Firenze, Milano e Napoli; la quale però non deve essere che l'avviamento ad una Lega generale, nella quale entrerà il Papa, quando avrà rinunziato ai suoi piani di espansione. Infine anche Venezia dovrà aderirvi, per non estraniarsi definitivamente dalla vita politica italiana.

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L'Azione di L. ebbe pieno successo, perché, dopo la pace di Roma (1486), i suoi rapporti con il Papa divennero cordialissimi e la loro amicizia durò inalterata fino alla morte di L. Ne dette prova Innocenzo VII facendo sposare al figlio Franceschetto la figlia di L. Maddalena, offrendo nel 1488 la porpora cardinalizia a L. che la rifiutò, dandola poco dopo all'adoscente Giovanni. Persisteva tuttavia, pericolo permanente di nuovi conflitti, l'antagonismo fra Roma e Napoli, che Milano e Venezia fomentavano piuttosto che sedare. Per sei anni L. dovette vigilare, si può dire, ora per ora sulle mosse dei contendenti, spiarne le intenzioni, dissuaderli da qualsiasi atto che potesse produrre conseguenze irreparabili. E per sei anni, valendosi dell'incontrastato predominio morale che ormai esercitava in Italia, riuscì a mantenere la pace. Pochi mesi prima della sua morte, nel genn. 1492, fu reso pubblico l'accordo che definiva l'annosa vertenza fra il Papa e il Re di Napoli. Così L. aveva compiuto la missione che si era assegnata, inducendo i governanti italiani ad un riconoscimento più o meno volontario dell'interesse comune.

Non meno originale della sua azione politica fu l'orma che L. impresse nella nostra letteratura.

La sua opera poetica è costituita da una raccolta di Rime; da un Comento sopra alcuni de' suoi sonetti; da due Selve d'amore; da tre poemetti: l'Ambra, gli Amori di Venere e Marte, La caccia col falcone; da due eglotte: il Corinto e l'Apollo e Pan; da nove capitoli incompiuti: Simposio ovvero I beoni; da Canzoni a ballo e Canti car-nacialeschi; da sei capitoli filosofici: l'Altercazione; da Rime spirituali e Laudi; da una Rappresentazione de' ss. Giovanni e Paolo. Contestata è l'attribuzione di un idillio: La Nencia da Barberino. Recentemente gli è stata riconosciuta la paternità di una novella in prosa: la Novella di Giacoppo. Il suo vasto carteggio è ancora per la massima parte inedito.

A differenza degli umanisti del suo tempo, che prefe

rirono per lo più servirsi del latino, L. scrisse sempre in volgare, e nel *Comento sopra alcuni de' suoi sentiti* compose la più bella apologia, dopo quella di Dante, delle virtù tradizionali, delle magnifiche possibilità e del valore nazionale della lingua nostra. Dopo un breve periodo di imitazione stilnovistica e petrarchesca, L. è tra i primi ad immettere nella letteratura una gagliarda vena popolare. Il suo realismo non è mera riproduzione della natura: egli non silimita ad osservarla con occhio attento, ma ne rivive lo spirito e la interpreta e traduce con espressioni universalmente umane.

Come uomo, L., se non andò immu-né da contraddizioni e da colpe, dimostrò tuttavia nella serietà degli affetti familiari, nel suo tenore di vita alieno da ogni fastosità, di essere rimasto fedele alla popolana semplicità della sua stirpe, e alla solida educazione morale e religiosa ricevuta dalla madre, Lucrezia Tornabuoni. Se indusse all'uso del tempo scrivendo canti licenziosi, dette però sfogo alle più profonde aspirazioni del suo animo componendo rime religiose, delle quali la stessa mancanza di ricercatezze stilistiche attesta l'assoluta sincerità, ed esprimendo nella *Rapresentazione de' ss. Giovanni e Paolo*, che può considerarsi il suo testamento spirituale, una tristezza ispirata al senso della vanità delle pompe e dei piaceri umani. Affrontò la morte con cristiana serenità, e chiese ed ottenne, prima del trapasso, la benedizione del Savonarola.

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ei piaceri umani. Affrontò la morte con cristiana serenità, e chiese ed ottenne, prima del trapasso, la benedizione del Savonarola.

In L. sono congiunte e fuse le virtù tipiche della gente italica: repugnanza all'astrattismo e gusto del concreto e del pratico; accettazione cauta del nuovo in quanto non distrugga il patrimonio spirituale ereditato dai padri; fondamentale sanità morale. Nella politica come nell'arte, la vita di L. rappresenta una continua ascesa dalla fiorentinità all'italianità. Egli è il primo statista che, svincolandosi dalla concezione municipalistica del medioevo, assurga alla visione più larga degli interessi comuni di tutta la nazione.

BIBL.: A. von Reumont, *L. de' M. il M.*, 2a ed., Lipsia 1883; E. L. S. Horsburgh, *L. the M.*, Londra 1908; E. Rho, *L. il M.*, Bari 1926; R. Palmarocchi, *La politica italiana di L. de' M.*, Firenze 1933; id., *L. de' M.*, Torino 1941. La più recente edizione complessiva delle opere è quella a cura di A. Simioni. Bari 1914. Studi recenti sono citati in E. Bizzarri, *Il Maanifico L.*, Milano 1950, e I. Marchetti, *Stato Civile e lineamenti della Nemica da Barberino*, in *Aevum*, 25 (1951), p. 415 segg.; cfr. inoltre *Arch. stor. ital.,* 107 (1949), tutto il fasc. II, pp. 105-242. Roberto Palmarocchi