LEONE X, PAPA. - N. a Firenze l'11 dic. 1475, a Roma il 10 dic. 1521.
I. PRIMA DEL PONTIFICATO
Giovanni de' Medici, secondogenito del magnifico Lorenzo, ebbe a tre anni maestro il Poliziano, ma dopo pochi mesi fu dato a educare ad altri, e soprattutto fu formato spiritualmente dalla dott. gioconda, molteplice vita della Firenze medicea. Chierico e protonotario prima degli otto anni, provveduto per cura del padre di numerosi benefici, abate di Montecassino e di Miromondo a undici anni, fu, a poco più che tredici, creato segretamente cardinale da Innocenzo VIII, a suggello dell'amicizia con Lorenzo (9 marzo 1489). Laureato a Pisa in diritto canonico, prese dopo tre anni dalla creazione il cappello ed ebbe titolo, piuttosto che autorità, di legato nel Patrimonio e nel dominio fiorentino. Nel Conclave del 1492, dopo un tentativo sagace di conciliare la fazione sforzesca e l'aragonese, piegò alla prima e, non senza patti simoniaci, diede il voto a Rodrigo Borgia, Alessandro VI. Non amico del nuovo papa, in relazioni non troppo cordiali con il fratello Piero, visse nell'ombra, finché la catastrofe della signoria medicea, che invano aveva tentato di evitare (9 nov. 1494), lo costrinse a peregrinare per l'Italia, la Germania, i Paesi Bassi, la Francia, dove acquistò maturità ed esperienza.Tornato a Roma prima del sett. 1497, raccolse nel palazzo, fatto costruire da lui presso S. Eustachio (Palazzo Madama), libri, letterati, artisti e si distinse per munificenza nel restaurato della chiesa diaconale di S. Maria in Domnica e nel dare a Bolsena la splendida facciata di S. Cristina. Legato di Bologna per Giulio II (1° ott. 1511), fu fatto prigioniero dai Francesi a Ravenna (1° apr. 1512) e, condotto a Milano, rialzò abilmente il prestigio del pontificato e il suo.
Liberato da familiari e contadini, fu legato nell'esercito ispano-pontificio, che doveva ricondurre i Medici in Firenze, e, dopo il sacco di Prato, rientrò nella città (sett. 1512) e la governò con mitezza.
II. IL PRINCIPE
Nel Conclave che seguì alla morte di Giulio II, giurò con gli altri una capitolazione, che ristringeva assai l'autorità del Pontefice; ma, secondo il costume, non la mantenne poi. Fu eletto papa (11 marzo 1513), senza simonia, come atto ad «acquietare la povera Italia et assertare la Chiesa». Annunziò infatti, dopo la tempesta del pontificato di Giulio, un programma di pace. E volle insieme difendere la «libertà d'Italia», con l'impedire che Francesi o Spagnuoli predominassero da soli, o, accordatisi, dominassero insieme, e soprattutto che cadessero in una stessa mano Milano e Napoli. Ma, scarso di mezzi, variamente consigliato dai suoi più fidi, il card. di Bibbiena prima, il card. Giulio de' Medici poi, proclive per natura agli intrighi diplomatici, troppo curante degli interessi della sua casa, seguì una politica sottile forse, ma certo ambigua e tortuosa. Riuscì, per vero, ad assicurare alla casa medicea Firenze, dove affidò il governo prima al fratello Giuliano, poi al nipote Lorenzo con una Instructione, che segnava i limiti di una moderata signoria. Se non poté procurare a Giuliano, morto precocemente (1516), i grandi domini sognati, diede a Lorenzo il ducato di Urbino, tolto al maldito Francesco Maria della Rovere (1516); e, avendolo costui riacquistato, lo restituì al nipote con dispendiosissima guerra (1517). E rafforzò anche lo Stato papale, unendogli Urbino dopo la morte di Lorenzo (1519), sottomettendo tirannelli della Marca e dell'Umbria, riducendo in obbedienza Perugia (1520).(da G. B. Ladner. I ritratti dei papi nell'antichità e nel medioevo, Città del Vaticano 1911, tav. 18 a) LEONE IX, papa, santo - L. IX e Varino abate di S. Arnolfo a Metz. Miniatura del sec. XI - Berna, Biblioteca civica, cod. 292, f. 737).
tificali, cominciò il viaggio verso Roma (secondo Viberto, Vita di Leone IX). Brunone di Segni narra l'incontro di Brunone di Toul con il monaco Ildebrando, poi Gregorio VII, presso Besançon. A Roma fu eletto all'unanimità dal clero e dal popolo e coronato nel Laterano il 12 febbr. 1049. Poco dopo iniziò energicamente la riforma del clero e della Chiesa in un sinodo lateranense.
L. chiamò di fuori eccellenti collaboratori come Ildebrando, Umberto da Silva Candida, Ugo di Remiremont, Federico di Lotaringia (poi Stefano IX) ed altri alla Curia Romana. Il Papa stesso compì numerosi viaggi per l'Italia, Francia, Germania, dove nei Sinodi di Pavia, Reims e Magonza emise ordinanze contro la simonia, l'investitura laicale e la clerogamia. Nel Sinodo di Vercelli (1050) condannò Berengario di Tours per le sue erronee teorie sull'Eucaristia. Si recò anche a Toul ed in Germania, dove si incontrò con l'imperatore Enrico III. Ritornato in Italia, trovò i Normanni che minacciavano l'Italia del sud. L. stesso marciò contro di loro, ma l'esercito papale fu battuto il 18 giugno 1053 presso Civitate e il Papa fatto prigioniero. Tornò a Roma il 12 marzo 1054, annullato a morte. Sotto L. si realizzò definitivamente lo scisma preparato già da lungo tempo tra la Chiesa orientale ed occidentale; il Papa non rivide più da Costantinopoli i legati che avevano scomunicato il patriarca Michele Cerulario.
L. fu il migliore papa germanico del medioevo. Il suo pontificato, che manifestò una cooperazione armonica tra il sacerdozio e l'Impero, rappresenta l'inizio della riforma ecclesiastica medievale. Poco dopo la sua morte fu venerato come santo. Festa il 19 apr.

tificali, cominciò il viaggio verso Roma (secondo Viberto, V
Ma quel suo perpetuo oscillare attizzava in Italia e in Europa l'incendio e toglieva prestigio alla Chiesa. Seguì nei primi mesi la politica antifrancese di Giulio II, pur evitando di chiarirsi e facendo come «padre della cristianità» tentativi di pace. Poi, per timore degli Spagnuoli, apparve francofilo; profilandosi i disegni di François César I, si strinse contro di lui alla Spagna, agli Svizzeri, all'Imperatore. Per le clamorose vittorie del re, cadde d'animo; conchiuso col re un Trattato a Viterbo (13 ott. 1515) e s'incontrò con lui a Bologna (11-14 dic.), rinunciando a Parmenide a Piacenza e promettendo al re l'investitura di Napoli alla morte del Cattolico; ne ottenne la protezione per il dominio mediceo in Firenze, e pose le basi del concordato con la Francia. Non poté impedire l'accordo di Noyon tra i re di Francia e di Spagna (13 ag. 1516), né quel Trattato di Cambrai (11 marzo 1517), per cui i due potenti e l'imperatore Massimiliano si dividevano l'Italia. Nel nuovo conflitto tra Francesco I e Carlo d'Abburgo per la successione imperiale, non desiderando l'elezione di alcuno dei due, e meno del secondo, che alla corona di Spagna univa quella di Napoli, dopo aver tentato (6 marzo 1518) di ottenere una tregua di cinque anni per tutta la cristianità e un arbitrato papale per ogni controversia, fece sperare il suo appoggio ad ambedue i re, negoziando compensi, e con ambedue ad un tempo fece alleanza separata, pure promovendo l'elezione di un terzo meno potente. Delineandosi probabile l'elezione di Carlo, parve deciso a sostenere Francesco; divenuta quella sicura, le diede il consenso; ma si garantì con un accordo segreto con la Francia (ott. 1519). Alla fine, per la necessità di avere l'aiuto di Carlo V contro il movimento luterano, si alleò con lui con il Trattato segreto dell'8 maggio 1521, pubblicato il 29 giugno, che stringeva insieme i due «Capi della cristianità». Dopo la vittoria imperiale in Lombardia, ebbe a Roma accoglienza trionfale (25 nov. 1521); pochi giorni dopo, già presso alla fine, ebbe notizia che Parma, come già Piacenza, era riacquistata alla Chiesa. La morte gli impedì di vedere in balia dell'allegato la Chiesa e l'Italia.
Come reggitore dello Stato papale, mantenne sicurezza e pace; promosse l'agricoltura; pensò al prosciugamento delle paludi pontine. Generalmente mite, benevolo anche agli Ebrei, a cui concesse fin l'impianto di una stampa a Roma, attirò in corte con «bone parole» Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia, e lo mandò a una morte, del resto ben meritata. E una congiura, probabilmente esagerata ad arte, contro la persona del Papa, fu punita acerbamente con la morte del card. Alfonso Pe
trucci e con la prigionia di altri quattro cardinali, che solo con enormi somme ottennero il perdono (1517); forse il bisogno di danaro fu una delle cause principali di questo intrigo. Poiché l'inconsiderata liberalità e le enormi spese della guerra di Urbino non soltanto condussero L. a dissipare il tesoro di Giulio II; ma lo spinsero a procurare danaro con aggravamenti d'imposte, prestiti, pegni, vendita degli uffici anche più elevati, decime e giubilei e indulgenze, i cui proventi non sempre erano rivolti agli alti fini annunziati. E' spiacevole ai Romani l'affluire di sciami di Fiorentini, che si insediarono in molti uffici, particolarmente nei più redditizi.
III. IL MECENATE
Letterati ed artisti esaltarono L. con entusiastiche lodi. E veramente il mecenatismo è per lui titolo di gloria. Egli ebbe consigliere il Bibbiena, segretari il Bembo, il Saldolto, il Colocci; tenne cari il Castiglione, Alberto Pio da Carpi, GianfrancESCO Pico, il Molza, Bernardo Accolti; sollecito il Vida a comporre la Cristiade, il Sannazzaro a pubblicare il De partu Virginis, Zaccaria Ferreri a riformare linguisticamente il Breviario. Nulla diede al Machiavelli, fuori della grazia dopo la congiura del Boscoli; ma al Guicciardini diede uffici di avvocato concistoriale e di governatore di Modena e Reggio, al Trissino missioni diplomatiche, al Giovio una cattedra nell'Università di Roma. Pure mostrandosi freddo con l'Ariosto, gli accordò privilegi per la pubblicazione del
Furioso: ad Erasmo largi grazie e ne accolse la difesa dall'accusa di cresta. Protesta l'officina libraria di Aldo Manuzio; favorì gli studiosi di lingue orientali, di araldica, di numismatica. E a innumerevoli altri, poeti, umanisti, improvvisatori, musici, istriani, buffoni, fu liberale, non sempre con discernimento e misura.
Di Roma, cresciuta assai di popolazione, volle fare il centro anche intellettuale del mondo. Vi raccolse letterati ed artisti; riformò (5 nov. 1521) l'Università, che ebbe breve fiorimento, insegnandovi con molti altri, fin a 88, uomini di valore, come il Nifo, Luca Paciolo, il Giovio, Fedra Inghirani. Ampliò la biblioteca privata e la Vaticana, dandosi cura di raccogliere libri da tutta Europa, con esito non pari alla fatica. Creò a Roma, come a Firenze, un collegio greco, che fu diretto da Giano Lascaris e aveva annessa una stamperia; accordò privilegio al Mazzocchi per la raccolta di iscrizioni topografiche romane; incoraggiò Raffaello a preparare la pianta archeologica di Roma. Alla maggior parte di queste imprese mancò la continuità; qualcuna nemmeno ebbe inizio.
Nel campo dell'edilizia, ricostruì la Via Alessandrina e iniziò la Leonina (Ripetta) e la sistemazione della Piazza
del Popolo; condusse a termine le Logge del cortile di S. Damaso. In falso d'arte, con un breve (27 ag. 1515) salvò dalla distruzione i tesori dell'antichità, e molti ne raccolse nel Belvedere. Raffaello, aiutato dai discepoli, terminando la stanza di Eliodoro rappresentò nella figura di Leone Magno i lineamenti di L. X; nella stanza dell'Incedio simboleggiò nei fatti di Leone III e di Leone IV le gesta e i propositi del lontano successore; per quella di Costantino disegnò il trionfo della Chiesa; mentre nei cartoni degli arazzi, le sculture partenoniche dell'età moderna, ne glorificava la più antica storia, e nelle Logge (1513-19) armonizzava la sua Bibbia con le geniali creazioni paganeggianti di Giovanni da Udine; Giovanni stesso e Perin del Vaga decoravano il soffitto della sala papale nell'appartamento Borgia. Ma le opere grandiosi iniziate da Giulio II si arrestarono, o procedettero a stento; e prima tra esse la Fabbrica di S. Pietro, per la quale poco poterono fare fra' Giocondo, Raffaello, Antonio da Sangallo, ai quali, dopo la morte del Bramante (1514), ne fu affidata successivamente la cura. Michelangelo ebbe prima la commissione della facciata di S. Lorenzo in Firenze, poi quella della Sagrestia nuova; ma non iniziò nemmeno il lavoro. L'oscurità del periodo, che seguì alla morte di L., fece apparire più luminosa l'età sua, onde ebbe nome da lui il secolo; ma, anche quanto a mecenatismo, egli rimase inferiore al grandissimo Giulio.
IV. IL PONTEFICE
L'attività più strettamente religiosa di L. fu non trascurabile certo, ma inadeguata al bisogno ed al pericolo di quell'ora gravissima per la Chiesa. Fin dall'inizio del pontificato, egli si propose la difesa della cristianità contro le minacce degli infedeli; diede aiuti all'Ungheria, sollecitò le potenze cristiane alla Crociata, fece redigere (nov. 1517) da una commissione di cardinali, di ambasciatori e di esperti un memoriale, che esaminava a fondo il problema della guerra santa. Ma la diffidenza, soprattutto della Germania, per un'impresa che a molti dava il sospetto di essere pretesto per trarre danaro, la guerra di Urbino, i maneggi politici attraversarono il disegno.L. poté invece continuare dalla VI sessione (27 apr. 1513) e concludere con la XII (16 marzo 1517) il Concilio Lateranense (V) aperto da Giulio II, proponendogli come fine il ristabilimento della pace, la condanna degli errori, la riforma della Chiesa.
Fu posto termine allo scisma gallicano con la sottomissione del Carvajal e del Sanseverino, che ebbero, umiliandosi, il perdono (27 giugno 1513), con la dichiarazione degli oratori francesi, di abbandono del Concilio pisano e di adesione al Lateranense (19 dic. 1513), con l'approvazione del Concordato francese (19 dic. 1516). Furono condannate (19 dic. 1513) le dottrine sulla mortalità dell'anima individuale e sull'anima collettiva e la teoria della duplice verità, razionale e rivelata; e ai sacerdoti, che volevano coltivare gli studi umanistici, fu imposto di studiare prima per cinque anni teologia e diritto canonico. Si promulgarono decreti, che toglievano alcuni abusi nella Curia, tendevano a migliorare la scelta dei vescovi e degli abati, a porre un freno alle commende e al cumulo dei benefici, a elevare il tenore di vita religioso e morale del clero e del laicato (5 maggio 1514). Si mitigò, se non si riuscì a togliere, il dissidio fra vescovi e regolari, diminuendo le esenzioni di questi, accrescendo la potestà di quelli (4 maggio 1515); e si segnarono limiti tra i diritti del clero secolare e del regolare (19 dic. 1516). Si detrarono leggi per l'esercizio della predicazione; si risolse un'annosa questione, approvando i Monti di pietà e ammettevano un indennizzo ai prestatori; si vietò la stampa di libri senza la licenza del vescovo e dell'inquisitore, o, per Roma, del vicario e del maestro del S. Palazzo (4 maggio 1515). Provvedimenti di pacificazione, di difesa della fede, di riforma, per gran parte vantaggiosi, seme di cose maggiori; ma che né andavano a fondo quanto occorreva, né, soprattutto, ebbero applicazione efficace.
Anche fuori dell'attività spiegata nel Concilio, L. non si dimostrò insensibile a diverse necessità del governo della Chiesa. Favorì gli Ordini religiosi, e in particolare quello dei Minimi, dei quali canonizzò il fondatore, Francesco di Paola (10 maggio 1519); dopo aver tentato di riunire tutto l'Ordine francescano, sanzionò la divisione fra Conventuali e Osservanti (1517); pubblicò bolle contro la magia, la divinazione, il duello; approvò la «Compania del Divino Amore»; una delle manifestazioni più segnalate della periferia cattolica. Stabilì relazioni corollari con i monaci e con i greci uniti, che difese contro l'ostilità del clero latino; tentò anche di avvicinare alla Sede Romana gli etiopi ed i russi. Alzò la voce contro la schiavitù degli indiani e cercò di proteggerli dalla violenza dei conquistatori.
Ma troppi scandali di prelati e di cortigiani tollerò intorno a sé; fu troppo amante di cacce, di feste profane, di spettacoli, fino ad assistere alla rappresentazione della Calandria e dei Suppositi e a volere o permettere che fosse data in Roma la Mandragola.
Nella stessa creazione di cardinali, e in particolare in quella (19 luglio 1517) di ben 31 ad un tempo, alla quale consentì il S. Collegio, spaurito per l'aspra vendetta contro il Petrucci e i veri o supposti suoi complici, se furono compresi uomini degni, troppi altri furono accolti, che dovevano la porpora a parentela o amicizia col Papa, a motivi politici, allo sborso di somme ingenti. Questo contegno suo svalutava i propositi e i tentativi di riforma.
E troppo debole apparve L. di fronte a tendenze pericolose all'autorità del pontefice e all'unità della Chiesa, anche se la condiscendenza può essere in parte scusata per la gravità delle circostanze. Il Concordato con Francesco I (18 ag. 1516) aboliva la Prammatica, respingeva la dottrina della superiorità del concilio, assicurava alla Chiesa francese l'appoggio della Corona; ma abbandonava questa Chiesa nelle mani del Re, a cui erano concesse facoltà quasi illimitate di nomina dei vescovi e degli abati e, indirettamente, la risoluzione di grandissima parte delle cause, anche ecclesiastiche o miste, anche in giudizio di appello. Al re di Spagna L. confermò la concessione della Crusada; e tentò inutilmente di togliergli il diritto di retención de bulas e di sottomettere l'Inquisizione spagnola al diritto comune. Al Re di Portogallo accordò il giuspatorio su tutti i benefici dei paesi oltremarini; al Re di Poonia privilegi e al polacco arcivescovo di Gnesen ufficio di legatus natus. A Enrico VIII di Inghilterra diede (26 ott. 1521) il titolo di defensor fidei, da lui meritato per la sua Asserito septem Sacramentorum; ma al potentissimo cancelliere Wolsey aveva non solo concesso la porpora (10 sett. 1513), ma l'ufficio di legato, permettendo che unisse l'autorità politica e la religiosa.
Di fronte alle nuove dottrine diffuse in Germania (v. MARTINO G), dimostrò fin eccessiva tolleranza. Esitò lungamente a pronunciarsi nella battaglia fra teologi e umanisti a proposito delle opere del Reuchlin, e solo il 23 giugno 1520 condannò l'Ageneggelet.
V. LA FIGURA
Era nella persona di L. un singolare contrasto. Alla figura enorme ed obesa, col volto floscio e i miopi occhi sporgenti, idealizzata da Raffaello, ma ritratta con brutale realismo da Sebastiano del Piombo e dal Varignana, si contrapponevano la voce armoniosa, la parola eloquente, il tratto amichevole e talora affascinante. E lo stesso contrasto, proprio, d'altronde, di quell'età, era nel suo carattere spirituale. Sinceramente credente, poi, onesto nel costume, largamente benefico, era insieme bramoso di vivere e godere la vita, aveva «in orrore ogni fatica» e non voleva «fastidi»; era prudente sì, ma dubbioso, timido, coperto nei disegni, non schivo di doppiezza e di falsità, troppo amante dei suoi. La sua stessa cultura, ricca e varia, aveva alcun che di superficialità e dilettantismo. Morì, dopo rapidissima malattia, con segni di schietta pietà. Ma non fu compianto, anzi fatto segno ad accuse atroci ed ingiuste; sepolto prima in S. Pietro, solo più tardi le sue ossa riposarono nel pomposo monu-riconobbe anzi la necessità di un accordo con gli ugonotti, onde uscì l'Editio di Nantes. Nè ottenne che Enrico IV mantenesse tutte le sue promesse, ma con la franchezza, la prudenza, la modestia, guadagnò la simpatia del Re, ottenne conversioni clamorose, restaurò la disciplina ecclesiastica, scossa dalle guerre di religione. Presiedette alle trattative per la pace di Vervins (2 maggio 1598) e vi esercitò efficace opera mediatrice. Già vescovo di Albano (30 ag. 1600) e di Palestrina (17 giugno 1602), fu eletto papa il 10 apr. 1605 con l'appoggio della Francia e nonostante l'opposizione della Spagna. Fu immune da nepotismo, grato al popolo per l'abolizione di tasse gravose; indipendente anche di fronte al Re di Francia; inviò largo soccorso all'Imperatore contro i Turchi, convocò una commissione cardinalizia per la riforma del sistema di votazione nel conclave; troncò (23 apr. 1605) una contesa tra il clero di Castiglia e León e i Gesuiti, obbligando questi a dare una quota sulle loro rendite.
Mori dopo brevissimo pontificato, assai compianto; ebbe un monumento in S. Pietro, opera dell'Algardi.
Giovanni Battista Picotti