MEDICI, LORENZO de', detto il MAGNIFICO. - N. a Firenze il 1° genn. 1449, m. a Careggi (Firenze) l'8 apr. 1492. Giovanissimo ancora aiutò validamente il padre Piero a sventare le insidie degli avversari, e nel 1466, in deroga ai limiti d'età sanciti dagli Statuti, fu ammesso nel Consiglio dei cento. Nel 1469 sposò Clarice Orsini. Alla morte di Piero, nel dic. di quell'anno, fu riconosciuta a L. e al fratello Giuliano l'autorità di primi cittadini; ma Giuliano si disinteressò completamente dei pubblici affari.
I contrasti interni che avevano turbato il governo di Piero convinsero L. della necessità di riorganizzare lo Stato e di rafforzare il regime; ma le riforme costituzionali furono attuate con prudente lentezza e a lunghi intervalli di tempo: nel 1470-71 e nel 1480. Solo negli ultimi anni gli affari esterni vennero quasi del tutto accentrati nella Cancelleria personale di L.; ma egli non giunse mai ad attribuirsi un potere formalmente assoluto.
L. fu dapprima in cordiali rapporti con il papa Sisto IV che gli affidò la depositoria della Chiesa e dette aperto appoggio a Firenze quando, nel 1472, questa represse la ribellione di Volterra, riducendo la città ad una piena sudditanza. Ma l'amicizia fu turbata dai disegni di espansione

MEDICI, FAMIGLIA - Adorazione dei Magi, impersonati da Cosimo (ai piedi di Gesù), Pietro il Gottoso e Giuliano (inginocchiati al centro), circondati da altri membri della famiglia e della Corte. S. Botticelli (1467) - Firenze, Uffizi.
nei quali Sisto IV si lasciò indurre dall'ambizioso nipote Girolamo Riario, bramoso di crearsi una signoria nell'Italia centrale. Il primo urto ebbe luogo nel 1473, quando il Papa, con l'aiuto dei Pazzi, rivali dei Medici, prevenne Firenze nell'acquisto di Imola. Il dissidio, divenuto sempre più aspro, ebbe il suo tragico epilogo nella congiura del 1478. Il 26 apr., durante una Messa in S. Maria del Fiore, i due Medici furono proditoriamente assaliti: Giuliano rimase ucciso, ma L. riuscì a salvarsi. L'atrocità del fatto scatenò una furiosa reazione popolare, e alcuni capi della congiura, fra i quali l'arcivescovo Salviati, furono messi a morte. Ne seguì la scomunica di L., l'interdetto fulminato contro la città e una guerra generale. Ferdinando di Napoli prese le armi per il Papa, e le operazioni militari volsero a svantaggio di Firenze, alla quale le sue alleate, Milano e Venezia, non dettero che scarsi aiuti. L. si trovò in gravi difficoltà, anche perché gli avversari abilmente dichiaravano di far guerra a lui e non alla città. Perciò nel dic. 1479 prese l'audace decisione di recarsi alla corte del suo più potente nemico, Ferdinando d'Aragona, per tentare un accordo. A Napoli riuscì a convincere il Re, e ne ripartì con la pace conclusa: un successo per il quale «tornò in Firenze grandissimo, s'egli n'era partito grande» (Machiavelli).
Nelle direttive di L. si delinea ora la cosiddetta politica d'equilibrio. Nella quale tuttavia conviene distinguere due fasi. Durante la guerra di Ferrara e fino alla pace di Bagnolo (1484), L. si propose lo stesso obiettivo che era stato perseguito da Cosimo il Vecchio: mantenere bilanciate le forze degli Stati italiani, impedendo con un accorto giuoco di alleanze che ambizioni egemoniche mettessero in pericolo la pace. Ma quando nel 1485 i baroni napoletani, appoggiati dal nuovo papa Innocenzo VIII, si ribellarono al Re, dando origine a una nuova guerra generale, e L., vincendo le riluttanze dei suoi concittadini, volle che Firenze si schierasse con Milano e con Napoli contro la S. Sede, questo intervento ebbe un carattere assai diverso da quello del 1482. L. sapeva che qualsiasi governante italiano, quando si fosse visto perdente, non avrebbe esitato ad invocare l'aiuto straniero; sapeva che la nuova Francia, unificata sotto una potente monarchia, costituiva la minaccia più grave per la libertà della penisola, minaccia dalla quale gli Stati italiani non potevano sperare di difendersi se non unendo insieme tutte le loro forze. Perciò, mentre spronava gli alleati ad agire con la massima energia, evitò che Firenze si dichiarasse formalmente in guerra con la Chiesa, e intavolò e proseguì durante tutto il conflitto segrete trattative con il Papa, nel proposito di preparare una «vera pace». Il carteggio di L. rivela ora i suoi scopi vicini e lontani. Poiché un'Italia debole e discorde sarebbe
facile preda degli oltramontani, occorre consolidare l'alleanza tra Firenze, Milano e Napoli; la quale però non deve essere che l'avviamento ad una Lega generale, nella quale entrerà il Papa, quando avrà rinunciato ai suoi piani di espansione. Infine anche Venezia dovrà aderirvi, per non estraniarsi definitivamente dalla vita politica italiana.

(fot. Alinari)
(fot. Alinari)
Non meno originale della sua azione politica fu l'orma che L. impresse nella nostra letteratura.
La sua opera poetica è costituita da una raccolta di Rime; da un Comento sopra alcuni de' suoi sonetti; da due Selve d'amore; da tre poemetti: l'Ambra, gli Amori di Venere e Marte, La caccia col falcone; da due egloghe: il Corinto e l'Apollo e Pan; da nove capitoli incompiuti: Simposio ovvero I beoni; da Canzoni a ballo e Canti carnascialeschi; da sei capitoli filosofici: l'Alterazione; da Rime spirituali e Laudi; da una Rappresentazione de' ss. Giovanni e Paolo. Contestata è l'attribuzione di un idillio: La Nencia da Barberino. Recentemente gli è stata riconosciuta la paternità di una novella in prosa: la Novella di Giacoppo. Il suo vasto carteggio è ancora per la massima parte inedito.
A differenza degli umanisti del suo tempo, che prefe-
rirono per lo più servirsi del latino, L. scrisse sempre in volgare, e nel Comento sopra alcuni de' suoi sonetti compose la più bella apologia, dopo quella di Dante, delle virtù tradizionali, delle magnifiche possibilità e del valore nazionale della lingua nostra. Dopo un breve periodo di imitazione stilnovistica e petrarchesca, L. è tra i primi ad immettere nella letteratura una gagliarda vena popolare. Il suo realismo non è mera riproduzione della natura: egli non si limita ad osservarla con occhio attento, ma ne rivive lo spirito e la interpreta e traduce con espressioni universalmente umane.
Come uomo, L., se non andò immune da contraddizioni e da colpe, dimostrò tuttavia nella serietà degli affetti familiari, nel suo tenore di vita alieno da ogni fastosità, di essere rimasto fedele alla popolana semplicità della sua stirpe, e alla solida educazione morale e religiosa ricevuta dalla madre, Lucrezia Tornabuoni. Se indulse all'uso del tempo scrivendo canti licenziosi, dette però sfogo alle più profonde aspirazioni del suo animo componendo rime religiose, delle quali la stessa mancanza di ricercatezze stilistiche attesta l'assoluta sincerità, ed esprimendo nella Rappresentazione de' ss. Giovanni e Paolo, che può considerarsi il suo testamento spirituale, una tristezza ispirata al senso della vanità delle pompe e dei piaceri umani. Affrontò la morte con cristiana serenità, e chiese ed ottenne, prima del trapasso, la benedizione del Savonarola.
In L. sono congiunte e fuse le virtù tipiche della gente italica: repugnanza all'astrattismo e gusto del concreto e del pratico; accettazione cauta del nuovo in quanto non distrugga il patrimonio spirituale ereditato dai padri; fondamentale sanità morale. Nella politica come nell'arte, la vita di L. rappresenta una continua ascesa dalla fiorentinità all'italianità. Egli è il primo statista che, svincolandosi dalla concezione municipalistica del medioevo, assurga alla visione più larga degli interessi comuni di tutta la nazione.
zione complessiva delle opere è quella a cura di A. Simioni, Bari 1914. Studi recenti sono citati in E. Bizzarri, Il Magnifico L., Milano 1950, e I. Marchetti, Stato Civile e lineamenti della Nenzia da Barberino, in Aevum, 33 (1951), p. 415 segg.; cf. inoltre Arch. stor. ital., 107 (1949), tutto il fasc. II, pp. 105-242. Roberto Palmarocchi