MAZZINI, GIUSEPPE

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MAZZINI, GIUSEPPE. -

I. VITA

N. a Genova il 22 giugno 1805, m. a Pisa il 10 marzo 1872, figlio di Giacomo, professore di patologia medica dell'Università genovese, e di Maria Drago. Ebbe educazione religiosa, sotto la guida dei sacerdoti De Scalzi e De Gregori, noti giansenisti, dai quali era diretta la madre, che nutrì per il figliolo una speciale tenerezza e lo incoraggiò nelle sue iniziative e nelle dure vicende della vita. Frequentò il corso di filosofia, letteratura e legge, quando, appena laureato in giurisprudenza, il 6 apr. 1827, venne aggregato alla Carboneria dal condiscipolo Pietro Torre, e si diede con ardore ad intensa azione di propaganda, iniziando altresì la sua attività giornalistica su l'Indicatore genovese e, soppresso questo periodico, su l'Indicatore livornese fondato dal Guerrazzi. Il 13 nov. 1830, al ritorno da un viaggio di propaganda in Toscana, venne arrestato, dietro denunzia di un finto cospiratore, tal Raimondo Doria, confidente di polizia. Tra il confino e l'esilio, scelse quest'ultimo, e cominciò così una vita randagia che trascorrerà tutta tra cospirazioni, aggiunti e miseria, fino alla morte.

Partito da Genova si portò a Ginevra, e qui dall'esule lombardo Giacomo Ciani venne invogliato a recarsi a Lione, dove si stava organizzando la nota infelice spedizione di esuli in Savoia, ma ivi trovando poco promettenti i preparativi che si facevano, proseguì per la Corsica, insieme ad un altro animoso cospiratore, Borso de Car-

minati, sperando di poter ivi organizzare un'irruzione su l'Italia centrale. Ma, l'impresa andata a vuoto, ripartì per Marsiglia, e vi fondò nel 1831 la società segreta «Giovine Italia», ed il periodico dallo stesso titolo, per la diffusione dell'idea e del programma. Ebbe la sorte di attirare al suo seguito molti degli elementi più fattivi che militavano nella Carboneria, sicché la Giovine Italia rapidamente si diffuse in molte città d'Italia; ma scoperte dalla polizia le file della congrega di Genova, seguirono arresti e condanne (Jacopo Ruffini si suicidò in carcere) e lo stesso M., costretto a partire da Marsiglia, dovette di nuovo rifugiarsi a Ginevra. Qui assecondò l'idea di Antonio Gallenga, di un attentato alla vita di Carlo Alberto, e armò di un pugnale, ma invano, la mano del giovane temerario. Anche una nuova spedizione in Savoia, organizzata dalla Giovine Italia, d'intesa con esuli polacchi e con la Carboneria (1834), riuscì in un disastro, di cui si fa ricadere la causa principale al tradimento del nizzardo Gerolamo Maromino, cui n'era stato affidato il comando, ma dovuto soprattutto ad impreparazione e alle disposizioni negative se non ostili del popolo. Il M., come pure il Maromino e il Garibaldi, fu processato e condannato a morte in contumacia, e, rifugiati a Berna, lanciò la prima idea della Giovine Europa (apr. 1834). Questa, considerando la nazionalità come un problema non solo italiano, ma europeo, comprendeva un piano di organizzazione segreta esteso a tutte le nazioni soggette a servitù, le quali avrebbero dovuto stringersi, con azione concorde, in un patto federativo per la propria indipendenza. Il periodico La jeune Suisse, fondato nel 1834, è il primo portavoce di questa idea, per la quale M. lavorò indefessamente finché, espulso dalla Svizzera, dovette cercare scampo a Londra, dove giunse il 13 genn. 1837.

Qui lo attendeva una vita ancor più misera e stentata di quella condotta in Svizzera, e dovette ricorrere ai più umili ripieghi per procurarsi il pane. Solo grazie alla tenacia di volontà, riuscì a far accogliere in riviste inglesi suoi articoli e studi di argomento artistico e letterario, diretti sempre a far apprezzare le glorie, la miseria e i bisogni del proprio paese. In quegli anni iniziò la pubblicazione degli scritti di Ugo Foscolo, rimasti inediti a Londra, incominciando dal commento alla Divina Commedia, edito in due volumi nel 1842 e 1843; ma soprattutto attese alla riorganizzazione della Giovine Italia e della rivista relativa, e stabilì a Parigi con l'aiuto di Giuseppe Lamberti e di altri amici (tra i quali anche dei delatori come Michele Accursi) un centro di irradiazione che fu attivo fino al 1848. A Londra fondò una scuola popolare per giovani connazionali che non avevano chi si prendesse cura della loro formazione letteraria e morale.

Coerente ai suoi principi politici e religiosi, M. vide con diffidenza l'entusiasmo patriottico che si suscitò intorno a Pio IX al principio del suo pontificato, nondimeno si sforzò di orientarlo in armonia coi suoi ideali. A tale intento, nel 1846, pubblicò in un giornale inglese l'articolo The Pope and the italian question, additando quale avrebbe dovuto essere la linea di condotta di Pio IX; e allo stesso scopo scrisse al Papa una lettera aperta, con la data 7 sett. 1847, che, per mezzo di amici, fece giungere nelle di lui mani, mentre questi passava in carrozza per le vie di Roma. Ma non potendo confidare di condurre Pio IX sulla via desiderata, consentì nel metodo delle dimostrazioni e delle manifestazioni clamorose, diretto a volgere i concetti della politica papale conforme al programma della Giovine Italia. Scoppiata la rivoluzione delle Cinque giornate a Milano, M. vi accorse prontamente, e per tre mesi diresse il quotidiano L'Italia del popolo (20 maggio 1848), bene accetto al governo provvisorio e in rottura con Carlo Cattaneo, che lo accusava di tradimento. Ma volgendo a male le sorti della guerra (ag. 1848) passò a Lugano, poi a Marsiglia, e di qui il 15 marzo 1849 giunse a Roma, dove il 12 febb. era stata proclamata la Repubblica.

Come membro della Costituente prese parte ai lavori dell'Assemblea e il 29 marzo, insieme con Saffi e con Armellini, fece parte del triumvirato di governo, divenendone la mente e il braccio, resistendo, con energia

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MAZZINI, GIUSEPPE - Ritratto.

e moderazione insieme, agli elementi più intemperanti, che sempre più prendevano piede. Si sforzò, per quanto le condizioni anormali della cosa pubblica lo permettevano, d'incarnare nel governo repubblicano le idee politico-sociali sempre tenacemente propugnate, venendo ancora una volta in rottura coi suoi stessi compagni di fede, che lo riguardavano come un allucinato, che non vedeva altra via di salute che quella scritta nel suo cervello.

Il 12 luglio, dopo aver protestato contro il voto dell'Assemblea di cessare la resistenza, lasciò la città, e dopo soste a Marsiglia e a Ginevra ritornò a Londra, e fondò nel luglio 1850 un Comitato democratico europeo, del quale facevano parte Ledru-Rollin per la Francia, Ruge per la Germania, Darasz per la Polonia, e altri per altri paesi, ma l'iniziativa non ebbe grande successo. Invitato da alcuni agitatori milanesi a prender la direzione dei moti che si volevano suscitare contemporaneamente in varie città d'Italia, non tardò a portarsi in Svizzera, per essere presente sul posto: ma il moto, scoppiato il 6 apr. 1853, e tosto represso, lasciò un'amara sequela di processi, di impiccagioni e di recriminazioni. Non ebbero esito migliore altri simili conti nel 1854 e nel 1855 del mazziniano partito d'azione, né quello, di maggior portata, organizzato nel Napoletano nel 1857, d'accordo con Nicola Fabrizi e Carlo Pisacane, che costò a quest'ultimo la vita. Tutte queste disdette nacquero in modo decisivo al prestigio personale sulla capacità organizzativa di M., per cui si vide abbandonato anche dagli amici più fidi, come Bertani, Manin e Bixio. Egli, ritornato a Londra, edi ivi fissata la sua sede stabile, diede in luce un nuovo periodico: Pensiero ed. czione (1° sett. 1858), prendendo posizione contro la politica di Cavour, di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II. Dopo l'armistizio di Villafranca, fece clandestinamente una apparizione a Firenze per organizzare un piano di occupazione delle Marche e dell'Umbria e di tutta l'Italia meridionale, per proclamarvi la repubblica; un disegno simile tentò di attuare nel giugno 1860 in Genova, ma sempre senza esito; tuttavia vide assai di mal animo che Garibaldi, accantonando la causa repubblicana, mettesse la spada a servizio di Vittorio Emanuele, collaborando con opere concrete alla unificazione italiana. Ciò creò

fra i due agitatori una rottura, che si sanò solo nel 1864, in occasione del viaggio del condottiero a Londra. Ci fu un momento in cui M., viste fallire tutte le sue iniziative, non sarebbe stato alieno di venire ad un ravvicinamento con la monarchia e con il re; ma le relazioni condotte per mezzo di una terza persona con Vittorio Emanuele nel 1863 non ebbero seguito; M. continuò sul suo rigido repubblicanesimo e finché gli durarono le forze attese a suscitare moti locali con sempre minore seguito e successo. A tal fine il 10 ag. 1870 partì da Genova per la Sicilia, quando, arrestato a Napoli, veniva rinchiuso nel Forte di Gaeta. Liberato se ne tornò a Londra e fondò il periodico Roma del popolo (9 febbraio 1871); nel febbraio 1872 lasciò l'Inghilterra, e giunto a Pisa fu sorpreso da malattia mortale che lo spense in pochi giorni, ospite di Giovannetta Nathan Rossello. La salma fu sepolta nel cimitero di Staglieno a Genova.

II. M. PUBBLICISTA. — L'attività di M. come pubblicista (dispersa nei molti periodici da lui fondati, compresi anche i pochi opuscoli separati, come I doveri dell'uomo, e I fratelli Bandiera, anche questi apparsi da prima su periodici a puntate), è interamente coordinata all'ideale patriottico e umanitario che formò l'oggetto supremo di tutta la sua vita. Non vi è nella storia del Risorgimento un'altra figura che abbia servita la causa nazionale con un ardore di dedizione, una incrollabile fortezza di fede, ed un disprezzo dei vantaggi e della tranquillità propria pari a lui. Per questo, anche dovendosi fare, sulle dottrine, sulla condotta, e sull'opera stessa del M., dal punto di vista cattolico, le più ampie riserve, non si può non ammirare l'uomo che servì il suo ideale con una dedizione che ha dell'eroico.

Coordinando l'attività molteplice e febbrile svolta da lui in condizioni tanto dure e difficili, con i concetti ispiratori, quale ora ampiamente risultano da copiosissimi carteggi, e dagli scritti, diligentemente raccolti nella edizione nazionale, si vedrà, tra il pensiero e l'azione di M., correre stretta connessione e armonia. Non può dirsi che egli avesse una mente dotata di qualità speculative e filosofiche eccezionali e che i concetti filosofici ai quali si ispira siano proprio originali e profondi. Quel che spiega il potente fascino esercitato da lui con i suoi scritti si ricercato soprattutto nella forma calda, concitata, avvincente, con accenti imaginosi di veggente.

Egli parte dal principio che all'Italia, non per orgoglio nazionalistico, ma per missione affidata da Dio, spetta una funzione civilizzatrice preminente sulle altre nazioni: quella di «trasformare le condizioni sociali e politiche d'Europa e del mondo intero». I tre grandi popoli, grecobattino, germanico e slavo che abitano l'Europa, sono de stinati a fondersi in un'unica famiglia, formando un nodo di congiunzione da cui dipende la salvezza e la prosperità del mondo. Da questo concetto nacque in lui il disegno della Giovine Europa, la quale doveva essere, in definitiva, distinta in tre rami, Giovine Germania, Giovine Polonia e Giovine Italia, riunite in un comitato centrale, con «un ordinamento federativo» per il coordinamento dell'azione. La Giovine Svizzera fondata nel 1834 non era che un primo passo, per influire sugli altri paesi.

III. DIO E POPOLO

Fin dal momento in cui egli lanciò l'idea della Giovine Italia, adottò come sintesi del suo programma due formole: «Dio e l'Umanità» e «Dio e il Popolo», affermando che da questi concetti la nuova società da lui divinata doveva attingere e dedurre «tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali». Egli ripudiava, come ormai vieta e sorpassata, la formula della Rivoluzione Francese «Libertà, Uguaglianza, Fratellanza», mentre quella da lui proposta voleva essere un passo in avanti e comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita nazionale, armonizzando con le conquiste del passato quelle dell'avvenire, illuminante al raggio della luce religiosa.

IV. DIO

Va notato come il M. stabilisca la sua concezione fondamentale sopra basi trascendentali; egli protesta espressamente che «l'ideale è fuori di noi, è supremo su tutti noi; non è creazione, è scoperta dell'intelletto»;

e con pari energia afferma la sua fede nella spiritualità e immortilità dell'anima e reagisce quindi sia contro l'idealismo immanente in voga fin dai suoi tempi, sia contro il pantesimo. Dal concetto di Dio, supremo legislatore, profondamente impresso nell'animo suo, il M. deduce ogni legge di progresso. Pertanto, «il grido Dio lo vuole, Dio lo vuole delle Crociate — egli afferma — può solo convertire gli interi in attivi, dar animo ai paurosi, entusiasmo ai calcolatori, fede a chi respinge col dubbio ogni umano concetto». Il M. si gloria di essere stato il primo a reagire al filosofismo del sec. XVIII con il promuovere la ricostruzione morale dei valori demoliti dalla Rivoluzione Francese, con il richiamare in vigore la «santa autorità», che era spenta in Europa, con il dare ad essa potenza d'«iniziativa», e predicando il fallimento della filosofia illuministica e l'emancipazione dall'influenza francese.

V. POPOLO

Dal concetto di Dio il M. deriva il principio della legge morale universale e immutabile. Iddio informa il nostro modo di esistere, e insieme esercita sull'universo, come sui singoli individui, sia fisici sia morali, un afflato continuo, che essi hanno il dovere di assecondare, e da cui emana come da sua sorgente la legge del progresso. Tra umanità (popolo) e progresso (Dio operante sul mondo) concepisce una relatività necessaria e perpetua, da affermare che «l'unico interprete della legge divina sia il popolo, il popolo uno e indivisibile, che non conosce caste e privilegi, se non quelli del genio, e della virtù»; inoltre che «l'umanità è il verbo vivente di Dio». «Lo spirito di Dio la feconda e si manifesta sempre più puro, sempre più attivo d'epoca in epoca in essa». «Dio s'incarna successivamente nell'umanità». Per significare questo intimo nesso che esiste tra Dio e popolo non trova formula più adeguata che quella del Corano, accomodata al suo scopo: «Dio è Dio e il popolo è il suo profeta».

VI. RELIGIONE

Si comprende da ciò come il M. abbia alterato radicalmente il concetto tradizionale di religione. La religione non si fonda sopra un codice esterno quale è quello della Rivelazione e del magistero ecclesiastico. Tutte le religioni positive, buone in sé, in quanto e limitatamente al tempo in cui esprimono il vero sentimento dell'anima umana, rappresentano solo uno stadio dell'umanità, nel suo perenne evolversi e progredire sotto l'afflato dello spirito di Dio. «Abbiamo èttre, non Chiesa, — egli afferma — filosofi imperfette, contraddittorie, non religione, non credenza collettiva che congiunga i fedeli sotto un segno e ponga armonia fra i loro lavori».

L'idea che il M. s'era formata del cristianesimo lo rivela figlio inconsapevole di quell'illuminismo contro il quale protestava di reagire. Il cristianesimo è da lui considerato una religione individualista, antisociale; una religione la quale per il fatto stesso di porre «per fine la salvezza dell'individuo, per mezzo la credenza in un essere intermedio tra Dio e l'individuo, per condizione la Grazia, per dogma la caduta e la Redenzione per opera altrui, non può fondare società, che, avendo pure lo stesso fine, abbia per mezzo la credenza nella vita collettiva dell'umanità, sola intermediaria tra Dio e l'individuo, per condizione le opere proprie compie sulla terra, per dogma il progresso». È espressa in queste parole, nella forma più esplicita, la profonda antitesi che esiste tra il concetto di società religiosa, quale è insegnato dalla dottrina cattolica, e quello che il M. professa. Questi attinge tuttavia ad una verità teologica, quella del corpo mistico della Chiesa e dell'azione della Grazia sulle anime, il pensiero che forma il nocciolo della sua dottrina. Non può sfuggire la stretta analogia che v'ha fra l'idea mazziniana della influenza vivificatrice esercitata da Dio sulla umanità, e l'azione dello Spirito Santo sulla Chiesa; tra la divinizzazione umana quale la concepisce il M., e quella che si opera per mezzo della Grazia; tra l'incarnazione di Dio nell'umanità per la progressiva elevazione e salvezza di essa, e la incarnazione del Divin Verbo per la redenzione e salute degli uomini. Ciò chiaramente dimostra come il M. non si spogliò mai del tutto di quei

principi fondamentali che gli erano stati istillati con la
educazione cristiana ricevuta in gioventù (né è privo
di significato il fascino ch'egli sempre subì dalla figura
e dalle dottrine di Gioacchino da Fiore). Dallo scetti-
cismo e dall'ateismo egli confessa non essere stato sfo-
rato che per breve tempo, durante gli studi universitari.
Il sistema religioso del M. non è che il travestimento del
cristianesimo, umanizzato e spoglio del suo carattere
positivo, gerarchico e soprannaturale. Tra il popolo e
Dio non deve esserci alcun mediatore: «noi abbiamo un
solo padrone in cielo, che è Dio; un solo interprete delle
leggi sue sulla terra, ch'è il popolo. Liberate il paese da
cardinali, primati e da quanti trafficanti di menzogne
formano l'aristocrazia del clero!». Come la fede, così
il sacerdozio vuole essere umanizzato, laico; «il più saggio
e il più virtuoso fra i credenti» deve essere eletto sacer-
dote dal popolo, «a uspice la libertà di coscienza e di ele-
zione». I dogmi della nuova fede non saranno più idoli
e fantasmi, «ma il vero, la virtù, il genio»; la sorgente
di questa nuova fede non dovrà cercarsi nel magistero
gerarchico, nel Papa e nei concili, bensì nel popolo
stesso, che costituisce «la legge viva del mondo» ed è
investito di tale autorità che quando «dichiara che tale
è la sua credenza, dovete piegare la testa e astenervi da
ogni atto di ribellione». Il trionfo della rivoluzione pro-
testante, nel pensiero di M., segna l'inizio dell'agonia
del papato e della Chiesa. Essa oggi non sarebbe che
«una istituzione incadeverita e maschera di religione»;
e per tre secoli almeno non avrebbe esplicato altra
missione fuori di quella d'inceppare la divina missione
affidata da Dio all'Umanità. Egli si rappresenta il papato
e la monarchia come due spettri brancolanti nelle tenebre,
che si danno appoggio a vicenda per non precipitare
nel baratro, e occupata Roma, raccomandava agli amici
di agire in modo da «rendere impossibile ogni vita al
papato fra le sue mura».

VII. LA QUESTIONE SOCIALE

La giustizia sociale, quale il M. la concepisce, si dovrebbe raggiungere per mezzo di associazioni libere di lavoratori e con il ricono- scimento all'operaio del frutto integrale del suo lavoro. Dovrebbe essere compito dello Stato e degli enti para- statali o liberi provvedere i capitali necessari a dette as- sociazioni mediante istituti di credito e fondi nazionali speciali, da costituirsi con l'assorbimento di beni eccle- siastici, demaniali e di terre incolte, e da sostenere con una saggia riforma tributaria, ristretta ad una sola tas- sazione sul reddito, e con cessione di quanto è neces- sario alla vita. Alle riforme d'ordine sociale dovrebbero andare unite riforme anche quelle degli altri rami della vita pubblica, e in particolare dell'istruzione, che il M. con- cepiva come una funzione propria e inalienabile dello Stato, avendo esso, più che il diritto, un dovere preciso di formare cittadini secondo la propria forma ed ideale. Questo però non deve attuarsi in forma rivoluzionaria, bensì con riforme progressiste e metodiche. Per quanto egli sia rimasto, in tutta la vita, un repubblicano intran- sigente e un sostenitore convinto di riforme democratiche, tuttavia si schierò apertamente contro il sistema marxista e la concezione materialista della vita sulla quale questo si fonda, e propugnò tenacemente, come uno dei compiti specifici dello Stato, quello di prevenire la lotta di classe con opportune provvidenze e riforme. Appunto per ciò nel 1864, in occasione della fondazione a Londra della prima internazionale proletaria, venne in aperta rottura con Marx, Bakunin e i loro aderenti, i quali pertanto fecero di tutto per precludergli ogni influenza sulla classe operaia.

VIII. IL LAVORO

Il M. considera il lavoro come un quid che imprime al frutto di esso una impronta per- sonale incancellabile, e rende sacra e inviolabile la pro- prietà; esso insieme è come un «simbolo della vocazione umana» in ordine al progresso e alla civiltà. Il lavoro, quindi, va soggetto alla legge morale che domina l'in- dividuo e la società; e costituisce un dovere al quale l'individuo e la società si devono prestare con rendersi idonei mediante il perfezionamento delle facoltà fisiche e morali, che può renderlo facile e proficuo. Quegli poi che «è disposto a dare pel bene di tutti ciò che può di lavoro», ha diritto ad una retribuzione tale, da metterlo

M

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(fol. Gab. (ot. naz.)
Mazzini, Giuseppe - Ultima pagina della lettera autografa per la morte di Chiazzi (zo luglio 1871) - Roma, Museo del Risorgimento.

azzini, Giuseppe - Ultima pagina della lettera autografa per
la morte di Chiazzi (20 luglio 1871) - Roma, Museo del Ri-
sorgimento.

in grado di sviluppare la propria esistenza «sotto gli
aspetti che la definiscono», vale a dire per il maggior
rendimento possibile. Il prezzo del lavoro non deve
essere valutato dalla durata materiale di esso, bensì dalla
difficoltà, dal dispendio di energie, dall'utilità sociale
ecc., e in base a tali fattori deve assicurare all'operaio
un salario corrispondente alle esigenze familiari.

Bibl.: Meritano di essere segnalati A. Lodolini, Bibliogra- fia marxianiana, Milano 1932, e per gli anni posteriori gli spogli sistematici del Giornale storico e letterario della Liguria e della Rassegna storica del Risorgimento. Gli scritti del M. uscirono la prima volta in 3 voll.: Scritti letterari di un Italiano, Lugano 1847, seguirono Prose politiche, Livorno 1848 (2a ed. ampliata, Genova- Firenze 1849), quindi Scritti editi ed inediti raccolti dal M. stesso, corredati di cenni autobiografici, e continuati da A. Saffi e da altri amici in 18 voll., Milano-Roma 1861-71. Veramente esem- plare è la ed. nazionale di Scritti editi ed inediti, curata da M. Men- chini, Milano 1906-42, in 93 voll., oltre altri 5 di Appendici, divisi in 3 sezioni: Politica, Letteratura, Epistolario. Lo stesso M. Menghini ha curato altresì l'ed. del Protocollo della Giovane Italia, Roma 1916-22. Anche dell'Epistolario erano già prima apparsi parecchi voll. a cura di diversi raccoglitori, D. Giuriati, G. Mazzantini, I. Rinieri ecc. Delle molte biografie, per lo più apologetiche, si segnalano: F. Donaver, Vita di G. M., Firenze 1903; J. White Mario, Della vita di G. M., Milano 1908; G. Sal- vemini, M., Catania 1915; A. Codignola, M., Torino 1946; M. Saponaro, M., Milano 1946. Per la speciale competenza degli autori aggiungosi i cenni di M. Rosi nel Dizionario del Risorgi- mento nazionale, III, pp. 543-55 (comprende cenni del padre e della madre), e di M. Menghini, s. V. ENOCH. Ital., XXII, pp. 647-52, con scelta bibl. Sul sistema filosofico, religioso e sociale del M., F. Donaver, Il sentimento religioso di G. M., in Rassegna nazionale, 51-56 (1890), vari autori; T. Gallarati Scerri, G. M. e il suo idealismo politico e religioso, Milano 1904; G. Salvemini, Il pensiero religioso, politico e sociale di G. M., Messina 1905; F. Landogna, G. M. e il pensiero giansenista, Bologna 1921; A. Levi, La filosofia politica di G. M., ivi 1922. Altri studi parziali notevoli: H. Gruber, G. M., massoneria e ristruzione, vers. II. di E. Polidori, Roma 1901, uno dei pochi libri scritto con diligenza pari ad un rigido senso cattolico; esso serve a far conoscere quanto del sistema ideale elaborato da M. sia passato a far parte del concettualismo massonico, soprattutto in Italia. Ma benché la massoneria esalti M. come un suo pro- fetto e patriarca, pure l'indole di lui, indipendente e autoritaria, non era tale da soffrire le strette masse. Con essa infatti M. non ebbe che incontri momentanei, e ne parla con accento di disgusto. A. Luzio, G. M., Milano 1905; id., G. M. carbonaro,

TAZZONI GIUSEPPE – MAZZOLA DELLI GIROLAMO

Torino 1920; id., Carlo Alberto e M., ivi 1923; id., Profili biografici e bozzetti storici, 2 voll., Milano 1927; G. Gentile, I profeti del Risorgimento, Firenze 1923; id., M. e la nuova Italia, Roma 1934; A. Monti, Un nuovo volto di M., Milano 1945; Il pensiero di M. Scritti di vari autori, a cura del Comitato per le onoranze, 1949; E. Morelli, G. M., Roma 1950. Pietro Pirri