MAZZARINO, GIULIO. - Cardinale, primo ministro di Francia, n. a Pescina (L'Aquila) il 14 luglio 1602, m. a Parigi il 9 marzo 1661. Suo padre, Pietro, di buona famiglia di Palermo, venuto a Roma presso uno zio gesuita, divenne amministratore dei beni in Abruzzo del principe Filippo Colonna; il M. visse a Roma in dimestichezza con i figli del principe, che lo mandò nel 1619, compagno al figlio Girolamo poi cardinale, in Spagna. Richiamato dopo due anni, si arruolò come capitano in un reggimento pontificio, inviato a custodire la Valtellina sino alla pace di Monzone (1626), e si occupò di missioni più diplomatiche che militari. Tonato a Roma si laureò in legge nel 1628; poi a Milano con il card. A. Barberini, quando papa Urbano VIII si sforzava di mantenere la pace in Italia, divenne l'intermediario viaggiante di queste lunghe e vane trattative tra Milano, Torino, Mantova. Il 29 gen. 1630 e altre volte ancora si incontrò a Lione con il Richelieu; il 26 ott. 1630 riuscì sotto Casale, lanciandosi fra le schiere già in moto, a far accettare un armistizio da lui appena concluso; episodio che ebbe una risonanza europea. Partecipò al Trattato di Cherasco (6 apr. 1631) e a quello segreto tra Francia e Savoia, per volontà di Urbano VIII che, sospettoso della Spagna, preferiva la presenza francese in Italia per bilanciare i poteri. Mandato a Parigi nel 1632, divenne ecclesiastico per poter restare nella diplomazia pontificia, ma senza ricevere mai nessuno degli Ordini maggiori; fu canonico di S. Giovanni in Laterano e vicelegato di Avignone, ma tornato a Roma nel 1636 s'accorse che la Spagna non avrebbe permesso la sperata nomina a cardinale. Perciò il 4 gen. 1640 divenne l'agente diplomatico principale del Richelieu, finché, su proposta di Luigi XIII, fu nel 1641 creato cardinale. Dal Richelieu morente fu designato quale successore e il giorno dopo la morte di lui il Re lo nominò primo ministro.
Il carattere mite di M. si rivelò subito nel suggerire al Re, già gravemente malato, la grazia del fratello Gastone d'Orléans e di altri grandi. Morto il Re il 14 maggio 1643, il M., designato da lui come primo nel Consiglio della reggenza per la regina vedova Anna d'Austria, indusse questa a chiedere al Parlamento di annullare le limitazioni poste alla sua autorità, e da essa venne confermato nell'alta posizione (18 maggio 1643). Sostenuto dalla

Concistoro. E in corso la sua causa di beatificazione.
incrollabile fiducia della Regina (che ebbe certo per lui una affezione particolare, di cui però è romanzesco il voler precisare le forme) il M. diresse la politica francese fino alla morte. In cinque anni, colpendo sempre più duramente in Germania l'Imperatore, lo costrinse alla pace di Münster (24 ott. 1648) che diede alla Francia l'Alsazia austriaca e ridusse l'Impero ad un vuoto sistema federativo. Restava però in armi la Spagna, che il M. attaccò anche nello Stato dei Presidi occupando Portolongone (1646) come base contro Napoli e nel 1647 spingendo Francesco I duca di Modena ad assediare Cremona. Guerre, queste d'Italia, per il M. puramente diversive, poiché egli, come Enrico IV e Richelieu, credeva che gli interessi veri della Francia fossero verso il Reno e le Fiandre. La Spagna, rifiutando la pace, contava, più che sulle armi, sul profondo malcontento di tutte le classi di Francia per la guerra, più violento contro il governo di due stranieri (la Regina spagnola, il M. italiano). Il M. si era illuso di vincere l'ostilità interna con il trionfo sull'Impero: invece già il 26 ag. 1648, per un atto di energia della Corona contro il Parlamento, Parigi si riempiva di barricate; cominciava così la prima Fronda, o Fronda del Parlamento, che non registrava gli editti regni di nuove tasse: tre mesi dopo il successo della pace di Vestfalia, la corte dovette fuggire da Parigi a St-Germain. Contro Parigi in rivolta, si poterono però usare le truppe di Germania guidate dal Condé, ma per cadere sotto le prepotenze di lui, per cui la Reggente lo fece arrestare (18 gen. 1650). Subito si diffuse in Francia la rivolta promossa dagli stessi principi, mentre gli Spagnoli penetravano nello Champagne con l'aiuto del principe di Turenne (dic. 1650); nel febb. del 1651 il Parlamento, unendosi alla causa dei principi, emise un decreto di bando contro il M., il quale si ritirò a Brühl presso Colonia, donde segretamente dirigeva la Regina. Il M. esule rifiuta le offerte della Spagna e attende che le immancabili discordie fra i suoi nemici gli permettano di tornare a dirigere la politica francese verso quel successo in cui, egli straniero, ha una fiducia assoluta, benché ora molte sue conquiste vadano perdute. Nell'autunno del 1652 Parigi si ribella al Condé, che passa al nemico; vi torna il Re, ora maggiorenne, e il 3 febb. 1653, come in trionfo, il M. Nei sei anni successivi egli cerca di riprendere le posizioni perdute, fa risorgere in Lombardia la guerra del duca di Modena. Ma troppe rovine ha lasciato la Fronda e per piegare la Spagna egli deve ricorrere all'alleanza inglese (anche se il Cromwell ha fatto decapitare il Re, cognato di Luigi XIII) e promettergli Dunkerque, conquistata nel 1646. Così, disfatti alle Dune gli Spagnoli comandati dal Condé, si arriva alla pace dei Pirenei (11 nov. 1659) che ridà alla Francia la Cerdagna e il Rossiglione, perduti nel 1493, oltre alcune città delle Fiandre e, con la mano di Maria Teresa, primogenita di Filippo IV, la speranza dell'eredità spagnola. L'Infanta rinunciava ad essa contro una dote di 500.000 scudi che non fu mai pagata. Per ottenere questo matrimonio, voluto dalla Regina, il M. si era recisamente opposto al Re che voleva sposare sua nipote Maria Mannini. Pochi mesi dopo il matrimonio del Re il M. moriva, e Luigi XIV, fedele al consiglio del suo maestro, non prese mai un primo ministro, ma ne assunse le funzioni e le fatiche.
Solo da un secolo si è modificato il giudizio degli storici francesi sul M. che volentieri riecheggiava i libelli della Fronda (Mazarinades) e le accuse delle Memorie di contemporanei contro l'odiato italiano. Si è riconosciuto che egli compì e sviluppò il programma del Richelieu e di Luigi XIII e rese possibile la grandezza del primo Regno di Luigi XIV, con la eccezionale devozione alla causa francese. L'esplosione di odio contro il M. non fu causata tanto dai difetti innegabili del suo governo (che erano quelli del Richelieu) quanto dal disagio creato dalla enorme pressione fiscale causata dalla guerra (e moltiplicata dal bestiale sistema di riscossione per appalto), dalle facili accuse al debole governo di due stranieri, e dal rancore di classi e uomini piegati ma non sradicati dal Richelieu. La Fronda riunì tutti questi egoismi sotto la spinta spagnola, e così il M. poté, liquidi

dandoli, preparare il pieno assolutismo di Luigi XIV all'interno, come il primato della Francia in una Europa semidistrutta da quarant'anni di guerra.