MEDITAZIONE

MEDITAZIONE. — ADORAZIONE (v.) mentale in cui l'anima, attraverso l'attenta considerazione delle verità della fede, muove la volontà al bene ed al fervore della vita spirituale. Non è una pura speculazione intellettuale, ma un esercizio essenzialmente ordinato al perfezionamento di se stessi (s. Francesco di Sales, Théotime, 6, 2). Nella m. s'impiegano quasi tutte le facoltà interiori; la memoria, che presenta la materia su cui meditare; l'intelletto, che ne investiga la natura e le proprietà; la volontà, che produce affetti e propositi corrispondenti.

I. OGGETTO DELLA M

Oggetto di m. sono le verità di fede, atte a muovere l'animo al bene; pure ricerche teoretiche appartengono piuttosto allo studio che alla m.

In generale ogni soggetto che sia adatto allo scopo di spingere e rafforzare l'animo nelle virtù è buono, secondo il detto di s. Paolo (Phil. 4, 8). Tali soggetti si trovano specialmente nei Vangeli, nella liturgia, negli scritti e vite dei santi. Gesù Cristo con i suoi insegnamenti ed esempi, gli attributi di Dio, le prerogative di Maria s.m., le verità eterne sono i soggetti più raccomandati (N. Lancitius, Op., 2, n. 181; J. Alvarez [V. BIBLICA.], III, 3, prooem.). Conviene cercare quanto è più adatto alle condizioni di vita e di spirito, alle necessità ed inclinazioni di ciascuno. Si consiglia di far sì che la m. corrisponda al massimo ai bisogni individuali, essendovi tanta varietà di anime: alcune sono mosse da verità astratte, altre da esempi, e può essere utile variare, purché si ritorni frequentemente sui punti fondamentali, che realmente interverano l'anima (C. Schorrer, Theol. ascet., parte 3, 5, serie, cap. 1).

La m. è uno dei mezzi più efficaci e necessari per lo sviluppo della vita interiore e per la santificazione, perché abitua lo spirito a conoscere le verità soprannaturali, in un modo intimo e personale, mentre lo guida a Dio o lo fa vivere in un'atmosfera divina. Infatti la m. dispone l'uomo a gustare e comprendere le cose e le stesse, le bellezze della Grazia e delle virtù, i misteri del Redentore, e lo aiuta a trasformarsi con l'acquisto del dominio sui propri sensi ed atti. Perciò è raccomandata da tutti i maestri spirituali, particolarmente a coloro che hanno l'obbligo di tendere ad una vita più perfetta. Il CIC la prescrive quotidiana al clero (can. 125, 2) ed ai religiosi (can. 592) e Pio XII affermò tale uso «insostituibile» per la perfezione sacerdotale (Allocutio ad parochos Urbis, in AAS, 35 [1943], pp. 105-16; Adhortatio: Menti Nostrae, ibid., 42 [1950], pp. 671-72).

II. METODI

La m. è una pratica ascetica che attraverso i secoli ha assunto forme più definitive (P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, 6a ed., Parigi 1927, p. 8 sgg.). Già nell'antico medioevo si cominciarono ad avere dei metodi per la m., scegliendo determinati elenchi

di soggetti da meditarsi progressivamente (Revue d'asc. et de myst., 6 [1925], p. 367 sgg.). Così fecero s. Edmondo di Canterbury, il domenicano Guglielmo Perlado, s. Bonaventura (De triplici via, cap. 1), il b. Raimondo Laullo, i quali parlarono dell'uso delle varie potenze dell'anima «ratio, syneresis, conscientia, voluntas, memoria». La «devotio moderna» (v.) introdusse e propagò nuovi metodi più sistematici d'orazione mentale, resi più necessari dal decadimento della vita interiore, con l'affermarsi della rinascenza pagana, e sono di quest'epoca le varie «scala» e «exercitatoria». Inventata la stampa, i libri di m. vennero largamente diffusi. Alla fine del '500, attraverso il Rosetum du Mauburnus (1494), il quale aveva fissato che la m. si facesse su punti determinati (meditabilia puncta), vennero successive precisazioni, Esercizi spirituali (v.) di s. Ignazio di Loyola (1556) e la m. metodica raggiunse un punto ultimato, culminante nella sua evoluzione (P. Pourrat, op. cit., III, p. 34). Alumbrados (v.) e di Michele de Molinos (Denz-U, 1238-40) i quali disprezzavano la m. discorsiva, ed anche di Fénelon (ibid., 1341), che la considerava di poco valore e come appartenente all'amore «interessato», vennero dalla Chiesa condannate.

Le difficoltà opposte, anche recentemente, contro la m., provengono in generale da un falso concetto del metodo. Alcuni critici all'udire i termini di riflessioni, di affetti, di propositi e di colloqui, temono che un tale procedimento sia meccanico ed impedisca alle anime di seguire liberamente i movimenti della Grazia. Ma è facile dimostrare la necessità di tali elementi, perché ogni m. sia orazione fruttuosa. Sole riflessioni e affetti senza propositi gioverebbero poco all'acquisto della perfezione. Affetti senza colloqui, ossia senza preghiera di petizione, priverebbero l'anima del mezzo più sicuro per avere la Grazia di mantenere i frutti delle considerazioni e gli stessi propositi, nonché di quelli'intimità con Dio, che si alimenta con le espansioni confidenti e filiali. Viceversa chi si contentasse di affetti e colloqui senza riflessioni intellettuali, non avrebbe quelle convinzioni profonde sulle verità religiose, che devono essere il sostegno di tutta la vita spirituale. Perciò s. Tommaso dice che la causa della devozione, dopo la Grazia di Dio, è la m., ossia la considerazione intellettuale della verità della fede (Sum. Theol., 2a-2a, q. 82, a. 3); è lavoro di persuasione, di assimilazione, di approfondimento.

Tuttavia è certo che gli atti della volontà sono più importanti che quelli dell'intelletto, e quindi occorrono più affetti che pensieri. Tutti i maestri spirituali affermano che quando la volontà è scossa, deve cessare il lavoro dell'intelletto, essendosi così già raggiunto il fine. Il ragionamento sarà ripreso quando gli affetti cominciano a languire. Generalmente viene raccomandato di evitare la fretta, ma di abituarsi a fermarsi negli affetti finché il cuore ne sia interamente saziato. Gli affetti possono esprimersi vocalmente sotto forma di giaculatore, nate spontaneamente e recitate adagio e pensatamente; o usando formole già in uso nella Chiesa, quali i versetti dei Salmi o della liturgia. Alcuni autori, data l'importanza di tali affetti, propongono vari elenchi di quelli più utili alla vita spirituale, classificati secondo il bisogno degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti (cf. J. Alvarez [V. BIBLICA.], pp. 933-1183, 1185-1220).

Quanto ai propositi si deve procurare che siano pratici e tali che servano veramente per l'emendamento della vita e per l'acquisto della perfezione; particolari, ossia circonstanziati quanto alle occasioni in cui debbono essere attuati; adattati allo stato presente di colui che medita; possibilmente da eseguirsi subito; appoggiato sopra solidi fondamenti, cioè sopra forti motivi di ragione e di fede, e non su entusiasmi passeggeri o consolazioni labili; umili, cioè basati sulla diffidenza di sé, e sulla convinzione della necessità d'invocare l'aiuto di Dio con la preghiera. Occorre ricordare che non si deve eseguire l'importanza dei propositi fino al punto di giudicare inutile ogni orazione che non ne formuli; errebbe anche chi credesse di dover ogni volta fare nuovi propositi; spesso conviene invece ribadire i medesimi per lungo tempo, finché si siano messi realmente in esecuzione.

III. TECNICA

Quanto alla «tecnica» della m., vi è molta varietà nelle diverse scuole di spiritualità. Generalmente tutte convengono in un lavoro di preparazione remota e prossima. Il meditante si dispone con il raccoglimento e poi con la lettura dei punti da meditare fatta da sé o ascoltata da altri; quindi si mette alla presenza di Dio, cui rivolge un'orazione, ordinariamente vocale, offrendogli la m. e chiedendo grazia per ben compiuta. Succede il lavoro propriamente meditativo sul soggetto scelto, che si termina con colloqui o preghiere destinate a chiedere qualche grazia relativa all'argomento meditato e specialmente ai propositi fatti, o anche d'altro genere. Tali colloqui sono molto utili anche nel decorso della m. e si indirizzano a Dio, alla Vergine s.m., ai santi.

Una forma speciale di m. sono anzitutto le «ripetizioni», m. rifatte completamente, con l'intento di ricavare nuovi frutti dallo stesso soggetto, sia fermandosi soltanto in quei punti, nei quali prima si era più infervorati, sia a modo di riassunto, sia a volo d'uccello percorrendo una serie intera di m. o misteri già considerati. Questa tecnica forma anime profondamente conoscitrici delle vie spirituali.

Efficacissime, inoltre, sono le «contemplazioni» o esercizio delle potenze dell'anima non più per via di ragionamento, ma per via di esempi, di osservazione e intuizione; metodo contemplazione (v.) acquisita o infusa. Tali contemplazioni si fanno ordinariamente sopra i misteri della vita di Gesù, supponendo d'essere presenti e di osservarli con i propri occhi, con una via rappresentazione immaginaria. Si contemplano le persone, le parole e le opere allo scopo di essere istruiti e edificati con qualche frutto spirituale; di questo modo di orazione vi sono molti esempi nelle m. sulla vita di Gesù di fra' Giovanni de Caulibus (falsamente attribuite a s. Bonaventura; X, Quaracchi 1940, p. 23), nelle opere di Tomaso da Kempis, di Ludolfo di Sassonia e negli Esercizi di s. Ignazio di Loyola. Quest'ultimo (Exerc. Spir., 2a hebd., Applicatio sensuum) ed anche s. Bonaventura (Itinerarium mentis in Deum, cap. 4), hanno diffuso anche una terza forma di contemplazione, detta «applicazione dei sensi», facendo adoperare i cinque sensi immaginativi e spirituali, ossia inducendo a vedere, udire, gustare, odorare, toccare internamente le persone, luoghi e cose sacre, secondo determinate norme. Così, ad es., gustare la fragranza spirituale della virtù, la soavità e la dolcezza dell'amore di Dio, la nausea e il disgusto del peccato, dello spirito mondano ecc. Tale forma d'orazione alimenta i sentimenti di compiacenza, di godimento e diletto amoroso per il Divin Redentore, per le virtù, ed è un metodo particolarmente proficuo quando si accompagna ai precedenti (F. S. Calcagno, Ascetica ignaziana, I, Torino 1936, pp. 208-15).

Infine per le persone che hanno meno capacità nelle cose spirituali viene raccomandato l'uso delle orazioni vocali meditate, ossia dette con debite pause, in cui si riflette ai vari significati delle singole parole o frasi, o la m. e ponderazione del senso di qualche passo scritturale, ed anche la ripetizione per molte volte della stessa giaculatoria, o di diverse con un certo ordine, come ne diede l'esempio lo stesso Salvatore (Mt. 26, 39; cf. Lancius, De causis et remediis ariditatis in oratione, capp. 2 e 14) e la Chiesa nell'invitatario del Matutino, ed innumerevoli santi.

Bibl.: M. BELLINI (v.) da Salò, Pratica dell'oration mentale, Venezia 1603; J. Alvarez de Paz, Opera spiritualia, III, De inquisitione pacis, Lione 1613; G. Bona, Principia et documenta vitae christianae, Anversa 1723, pp. 28-104; C. Acquaviva, Quis sit orationis et poenitentiarum usus, in Epistolae Praepositorum Generalium Soc. Iesu, I, Gand 1847; J. P. Rothman, De ratione meditandi, Roma 1847; G. Letourneau, La méthode d'azione mentale du Séminaire de St-Sulpice, Parigi 1903; F. Chatel, De l'oraison mentale et de la contemplation. Théorie et pratique, Lovanio 1909; H. Watrigant, Quelques promoteurs de la méditation méthodique au XVe siècle, Parigi 1919 e in Rev. asc. myst., 3 (1922), p. 134 sgg.; 4 (1923), p. 13 sgg.; A. Schwartz, Einführung ins betrachtende Gebet, Immensee 1921; V. LEHODEY, VITAL, Les voies de l'oraison mentale, Parigi 1923; A. Brou, St Ignace; maître

MEDITAZIONE - MEDVJEDEV SILVESTRO

d'ornison, ivi 1925; R. de Maumigny, Pratica dell'Orazione mentale, trad. it., I. Torino 1933; J. Doda, L'union avec Dieu, ses commencements, ses progrès, sa perfection, Bar-le-Duc 1934; G. Lercaro, L'orazione mentale, Genova 1947; B. Martin, Vom Weg zum meditativen Leben, in Geist und Leben, 21 [1948], pp. 390-395; R. Morency, L'union du juste à Dieu par voie de connaissance et d'amour, in Sciences ecclésiastiques, 1949, II, pp. 109-28. Arnaldo M. Lanz