ADORAZIONE. - Etimologicamente a. (dal lat. ad os) è il gesto di portare le mani alle labbra e poi volgerle verso un simulacro o un oggetto comunque sacro in segno di venerazione. Questo nome si estende anche a consimili atteggiamenti delle braccia, delle mani, del corpo (inginocchiamento, prostrazione [gr. προσκυνησις], inchini profondi, ecc.).
I. L'A. NELLE RELIGIONI IN GENERE. - L'atto di a. esiste in tutte le religioni perché è provocato da un sentimento intimo di timore e di rispetto verso il mi-
ADORAZIONE
Stero divino e nelle religioni superiori di rispettoso amore verso la divinità o l'oggetto venerato.
L'a. si estrinseca con atti di culto collettivi o individuali. I collettivi convogliano tutto il gruppo umano, piccolo o grande che sia, verso l'espressione del medesimo sentimento religioso che può manifestarsi nelle forme inferiori della danza orgiastica, dei movimenti ritmici dei quacchetti e dei pentecostali, nei vorticosi giri dei dervisci urlanti; e, nelle forme superiori, in preghiere e in canti modulati dietro invito di chi presiede l'adunanza e in sacrifici.
Gli atti di culto individuali dipendono dalla libera espansione del singolo, e vanno per una scala ascendente, dal semplice gesto alla meditazione contemplativa, preparata in certe religioni da mezzi pratici come il controllo del respiro nello yoga, le pratiche «psicotiche» nella teosofia, la ricerca del silenzio che isola da contatti con l'esterno e finalmente l'abbandono completo di tutte le potenze dell'anima in Dio. Ma su questo punto V. MISTICA.
I monumenti religiosi, giunti a noi in tanta abbondanza dall'antichità e dal medioevo, ci permettono di distinguere vari gesti di a. Usata nell'Oriente antico ed ancor oggi presso i musulmani è la prostrazione completa a terra: la stessa che si usava dinanzi ai sovrani, che ai sudditi e ai re sottomessi mettevano il piede sul collo, mentre l'inferiore baciava il suolo. Più semplice è l'attitudine di star seduto sui calcagni o inginocchiato su due o su un ginocchio. Ma si poteva anche adorare stando semplicemente in piedi, nell'atteggiamento di un servo in attesa di ordini, con le braccia pendenti o incrociate sul petto, ovvero con ambo le braccia alzate. Frequente era anche l'uso di adorare col gesto di saluto, col braccio alzato e la palma rivolta in avanti. L'umiltà dei vari gesti poteva essere accresciuta dal chinare il capo in segno di riverenza.
Un gesto rimasto isolato sembra essere stato in uso presso i Cretesi-Micenei: consisteva nel portare alla fronte il pugno chiuso, quasi a riparare gli occhi dal fulgore che emanava dalla divinità. Segno di a. è infine il bacio, piuttosto raro, sia nell'antichità che nell'età moderna.
Paolino Mingazzini
2. NELLA TEOLOGIA CRISTIANA
Nell'accezione così ampia, con cui s'è definita l'a., questa potrebbe riferirsi anche a persone rivestite di autorità civile. Però nella tradizione cristiana suole avere soltanto un contenuto religioso e può significare tanto un qualsivoglia atto di culto (cf. Io. 4, 21) quanto e più propriamente ogni atto di culto esteriore tributato a Dio o alle creature, tenuto conto del loro speciale rapporto con Dio.In queste ultime parole è perfettamente determinato l'oggetto dell'a.: Dio sovrannamente, pienamente, senza alcuna relazione; e poi la creatura considerata unicamente nelle sue relazioni con Dio. E siccome l'unione delle varie creature con Dio può essere più o meno intima, ne segue che l'a. può avere diversi gradi. Già s. Agostino scriveva a questo proposito: «Noi onoriamo i martiri con quel culto di amore e di sociale intimità, con il quale onoriamo qui sulla terra gli altri uomini che si distinguono per la loro santità nel servire Dio. Solo che i martiri li onoriamo con maggior devozione e fiducia perché hanno superato già il combattimento» (Contra Faustum, 20, 21: PL 32, 384). Di fatto tuttavia, l'uso della parola a. è stato ristretto, per riguardo alle creature, a quelle solamente che hanno relazione tutta speciale con Dio. Così l'umanità santa di Gesù Cristo nell'Eucaristia, la croce simbolo della nostra redenzione, gli angeli e i santi la cui unica occupazione è di onorare Dio, la Madre del Verbo divino che è posta al di sopra degli angeli e dei santi, sono l'oggetto della nostra a., ma di un'a. proporzionata alla loro eccellenza relativamente a Dio. Di qui tre specie di a., che sono veri atti di religione, e cioè: di latria, di dulia, e di iperdulia. I teologi, con s. Tommaso, insegnano che mentre l'a. di dulia
una Wispett, barcolapli
adorazione - Cristo tra gli apostoli, adorato da due fedeli. Sarcofago - Ancona, Cattedrale.
e l'a. di iperdulia non differiscono sostanzialmente tra loro (si tratta sempre di a. resa a creature), tra esse invece e l'a. di latria (che va resa al solo Dio), la differenza è sostanziale (cf. Sum. Theol., 2a-2ae, q. 103, a. 3).
Presa in questo senso, a. vale lo stesso che culto (v.), per cui gli autori parlano ugualmente di culto di latria, culto di dulia e culto di iperdulia. Generalmente però essi, restringendo l'uso della parola a. al solo culto dovuto a Dio (a. in senso stretto, a. di latria), chiamano venerazione (dulia significa dipendenza, sottomissione e quindi venerazione) il culto dovuto agli angeli, ai santi e alle loro reliquie e immagini; e venerazione speciale quello dovuto alla Vergine, alle sue reliquie e immagini. In ognuna poi di queste specie di a. o culto, gli autori distinguono un'a. o culto assoluto e un'a. o culto relativo: è assoluta quell'a. che si rende a ciò che merita in sé di essere adorato a causa della propria eccellenza; è relativa invece quella che si rende a ciò che non merita di essere onorato in sé, ma a causa dell'eccellenza di un altro. Così a. o culto di latria assoluto va a Dio, alla S.ma Trinità, a Gesù Cristo, all'Eucaristia, al cuore di Gesù; a. o culto di latria relativo al nome di Gesù, alla croce sulla quale Gesù è spirato, all'immagine di Nostro Signore, agli strumenti della passione quali la corona di spine, i chiodi, la lancia, ecc. Con a. o culto di iperdulia assoluto si onora la Madonna e con iperdulia relativa le sue immagini. Con a. o culto di dulia assoluta veneriamo gli angeli e i santi, con dulia relativa le loro reliquie e immagini.
Stando alla definizione riferita più sopra, è chiaro che l'a. importa un duplice atto: l'uno interno, dell'intelletto che conosce l'eccellenza altrui e la propria soggezione, e della volontà che intende manifestare esternamente, con qualche segno, questa nostra soggezione; l'altro esterno, e cioè l'atto stesso di uniliazione e di rispetto, con cui manifestiamo esternamente l'atto interno.
Gli atti esterni con i quali si è dimostrata in passato e si dimostra tuttora l'a., eccettuato il solo sacrificio, sono indifferenti e si possono tributarle sia a Dio che alle creature; per cui la ragione specifica di a., più che dall'atto esterno, dipende e si desume dall'atto interno. Così chi per mezzo della prostrazione intende sottomettersi a qualcuno come a Dio, gli rende culto di latria; se intende invece sottomettersi a lui come ad unico Dio, fa atto di dulia; se poi intende sottomettersi a lui come ad unico rivestito di autorità o comunque potente, non fa altro che atto di culto civile. Di qui è facile spiegare l'uso ecclesiastico della genuflessione al Papa e al vescovo diocesano, del bacio del piede al Sommo Pontefice, del termine stesso di a. per designare l'atto di rispetto e venerazione prestato dai cardinali al neo-eletto vicario di Gesù Cristo; come pure l'uso della prostrazione civile (della genuflessione) e simili, praticato, specie in Oriente, verso la persona dell'imperatore, o verso gli antenati e i defunti in genere.
Quando tuttavia si pretende la pratica di questi atti verso le creature umane, con la stessa intenzione con cui si tributano a Dio, allora vediamo spesso il credente nel vero Dio, che si rifiuta di prestarli. Così la S. Scrittura ci dice che Abramo adorò Ephron Heteo (Gen. 23, 12), che Giuseppe fu adorato dai suoi fratelli (Gen. 43, 26), David da Miphiboseth, Ioab, Absalom, ecc. (II Reg. 9, 6 e 8; 14, 22 e 33); ma ci dice ancora che Mardocheo si rifiutò di adorare Aman, che pretendeva tale atto come fosse un Dio (Esh. 3, 2); che s. Pietro rifiutò l'a. del centurione Cornelio, che voleva prestargliela come a Dio (Act. 10, 26). Così i primi cristiani rifiutarono quegli atti di ossequio verso gli imperatori, i quali li esigenvano come fossero dèi, protestando che con tale intenzione non si potevano prestare che all'unico Dio. Sono anche note le dispute teologiche relative all'uso dell'a., e che dal secolo v al IX turbarono, quando più quando meno, l'Oriente e l'Occidente (v. IconoclaStia). Bisogna convenire che presso le due Chiese la dottrina fondamentale al riguardo era la medesima: la controversia derivò dal non essersi saputi intendere sulle parole (da allora i Greci cominciarono a riservare la parola λατρεία per indicare il culto dato a Dio solo e usarono la parola προσκόμισις in un senso più generale; ma la disinzione non divenne precisa che a poco a poco - ή άλλογιή λατρεία, ή κατά λατρεία προσκόμισις distinta da ή τιμητική (oppure έκ τιμής) προσκόμισις - mentre nella lingua latina i due vocaboli furono tradotti con l'unica voce adoratio, ciò che non contribuì né alla chiarezza, né all'intesa); e anche dal fatto che i Latini vedevano negli usi dei Greci l'espressione del culto assoluto di latria, mentre questi non ve la vedevano.
Quanto all'obbligo dell'a. verso Dio, i moralisti ricordano che tale dovere è imposto sia dalla legge naturale, sia dal diritto divino-positivo (cf. Mt. 4,10); la legge ecclesiastica poi ha determinato il modo e il tempo di soddisfare, per i fedeli, a detto precetto (cf. can. 1255 sgg. del CIC). Il culto dei santi, delle sacre immagini e delle reliquie è regolato dalle disposizioni del CIC (can. 1276-89).
3. NELL'ARTE
Nell'arte cristiana antica il rito dell'adoratio, già usato dai pagani verso le divinità e poi anche verso gli imperatori, diventa una semplice prostrazione, per lo più con un solo ginocchio e accompagnata spesso da un gesto di parola o di saluto. Così si comportano i santi che si presentano al giudizio di Dio, e così i vari personaggi (Cananea, Iebrosso, le tre Marie, ecc.) che il Vangelo fa accostare a Gesù in atto di a. Altro modo dell'a. era il semplice inchino profondo; e questo pure ricorre nell'arte antica, come, ad es., nelle rappresentazioni tratte dall'Apocalisse. Il bacio dei piedi accompagnato da prostrazione profonda, che si vede su vari sarcofagi antichi, unisce insieme il sentimento dell'a. con quello generico del più profondo rispetto. Questo è rimasto in quel rito che si dice ancora, impropriamente, a. del Papa appena eletto.Adorazione: V. ORAZIONE.
Adorazione della CROCE: V. CROCE.
Adorazione dei MAGI: V. EPIFANIA.
Adorazione del PAPA: V. SOMMO PONTEFICE.
Adorazione PERPETUA NOTTURNA: V. SACRAMENTI.
Adorazione delle QUARANTORE: V. QUARANTORE.
Adorazione del S.mo SACRAMENTO, SUORE MALABARESI dell'. - Questa congregazione fu fondata recentemente da mons. Tommaso Kurialachery (1873-1925). Lo scopo è l'adorazione del S.mo Sacramento e l'istruzione della gioventù. La congre-
gazione è sparsa nelle diocesi di Ernakulam e di Changanacherry e nel 1937 contava 202 suore e 37 novizie.
Guglielmo de Vries
