AFFRESCO

AFFRESCO. - Si chiama così qualsiasi pittura murale eseguita con colori disciolti in acqua su uno strato sottile di intonaco ancora « fresco » sovrapposto in genere ad altro assai più spesso e rugoso detto arricciato. Nel processo di trasformazione dell'idrato di calcio in carbonato il colore si incorpora con l'intonaco e pertanto la pittura acquista una durevolezza

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AFFRESCO - Sinopia dell'a. di Benozzo Gozzoli raffigurante l'Annunciazione (1468-84) - Pisa, Camposanto.
(fot. Frick Library)
che non si può conseguire con altre tecniche. L'a., quindi, è massimamente adatto per la grande decorazione monumentale. Dovendosi eseguire mentre l'intonaco è ancora umido, richiede da parte del pittore una sicura intuizione dei rapporti spaziali, immediatezza di tocco e rapidità senza pentimenti. Fino al Trecento si usava calcolare con abili e complesse divisioni lo spazio da decorare; più tardi si disegnò su un cartone la composizione per poi riportarla sull'intonaco ricalcandone i contorni. Secondo le età e gli intendimenti di ciascun artista, la tecnica, pur rimanendo la stessa nelle sue caratteristiche fondamentali, subì variazioni notevoli.

Gli a. delle catacombe risultano eseguiti con impasto di colore denso, rapidi accostamenti di tinte e senza

contorni, secondo una maniera che gli antichi chiamavano compendiaria, molto simile al nostro impressionismo. Successivamente i contorni si accentuano, determinando zone che vengono riempite con colore piatto. Finché prevalse l'influsso bizantino, e cioè fino al sec. XIII, si usò dare sull'intonaco la tinta più scura e rilevare in chiaro o in bianco le mezzetinte e le luci quando lo strato era ancora umido. Le lumeggiature a secco sono molto rare; comunque le ultime velature sono assai stabili poiché date con colore molto denso. Attraverso il Cennini conosciamo la tecnica dei frescanti del Trecento, i quali usavano preparare in verdeterra e ricercare prima la modellazione tratteggiando le ombre e i chiari e rifinire poi con l'incarnato e con le profilature nere. Questa maniera che permette di raggiungere la luminosa trasparenza di tante opere trecentesche o le sottili sfumature cromatiche del gotico internazionale fu assai semplificata dai maestri maggiori. Giotto usò direttamente densi impasti di colore e Simone Martini larghe stesure appena variate. Pure immediata e rapida fu la tecnica usata da Masaccio, mentre P. Uccello tornò alla tradizionale preparazione in terretta verde ed il Baldovinetti finiva in gran parte a tempera. La Cena di Leonardo più che un vero a. è in realtà una pittura eseguita con colori a tempera su stucco ceroso; di qui le sue inguaribili malattie. Di sorprendente vigoria la tecnica di Michelangelo che usa direttamente impasti molto complessi e vela poi irregolarmente. Mirabile quella di Raffaello, che raccorda la corposità del colore con tinte liquidissime alle quali è affidata la trasparenza dei toni. Il Correggio invece abbozza a corpo e poi accosta velature diverse in modo da ottenere vibrazioni atmosferiche. Il Veronese rifinisce con pennellate brillanti e trae luminosità dall'accostamento coi neri. Nel Seicento l'uso già prima invalso di rifinire a tempera, biasimato dal Vasari, si diffonde nell'intento di trovare, attraverso una corposità densa ed impenetrabile, e per conseguenza opaca, del colore, effetti simili al luminismo della pittura ad olio; valgono gli esempi napoletani di Battistello o quelli romani del Cortona, del Pozzo o

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AFFRESCO - Giulio II. Particolare dell'a. del Miracolo di Bolsena (1512) nelle Stanze di Raffaello - Vaticano.
(fot. Alinari)
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AFFRESCO - S. Lorenzo che elargisce i tesori della Chiesa. Particolare dell'a. distrutto di C. Fracassini nella basilica di S. Lorenzo (sec. XIX) - Roma.
(fot. Anderson)
del Baciccio. La gessosa chiarità settecentesca non potè far a meno dello stesso completamento, poiché esso arricchiva l'elementare semplicità della tavolozza. Nel Tiepolo contrastano singolarmente gli abbozzi opachi e le velature limpidiissime e luminose come quelle del Veronese. Nell'Ottocento è stata piuttosto scarsa la fortuna dell'a. nella decorazione chiesastica, mentre invece una notevole ripresa esso ha avuto negli ultimi decenni, anche in rapporto alle mutate forme architettoniche; oltre l'a. vero e proprio, con o senza ritocchi a tempera, si usa spesso sciogliere i colori con caseina, ottenendo una pittura ancor più stabile con vaste possibilità di effetti.

Per le malattie degli a. antichi, i metodi di restauro ed i trasporti su tela o rete metallica,

V. RESTAURO

Vedi Tav. XXVI.

BIBL.: Teofilo, Diversarum artium schedula, in Eitelbergers Quellenschriften, VII, Vienna 1878; C. Cennini, Il libro dell'arte, ed. Milanesi, Firenze 1859; G. Vasari, Introduzione alle arti del disegno, in G. Baldwin Brown, Vasari on technique ecc., Londra 1907; G. B. Armenini, Di vari precetti della pittura, Ravenna 1587; A. Pozzo, Introduzione per dipingere a fresco, in Prospettiva de' pittori ed architetti, I, Roma 1693; L. Ward, Fresco painting, Londra 1900; Baudouin, La fresque: sa technique, ses applications, Parigi 1914; H. Hildebrandt, Wandmalerei, Berlin 1920; P. Zancani Montuoro-N. Tarchiani-M. Bazzi, s. V. ENOCH. Ital. I, pp. 688-703; A. Eibner, Entwicklung der Wandmalerei, Monaco 1926. Guglielmo Matthiae
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“AFFRESCO.” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 239. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/affresco.