AFFRESCO. - Si chiama così qualsiasi pittura murale eseguita con colori disciolti in acqua su uno strato sottile di intonaco ancora « fresco » sovrapposto in genere ad altro assai più spesso e rugoso detto arricciato. Nel processo di trasformazione dell'idrato di calcio in carbonato il colore si incorpora con l'intonaco e pertanto la pittura acquista una durevolezza

(fot. Frick Library)
Gli a. delle catacombe risultano eseguiti con impasto di colore denso, rapidi accostamenti di tinte e senza
contorni, secondo una maniera che gli antichi chiamavano compendiaria, molto simile al nostro impressionismo. Successivamente i contorni si accentuano, determinando zone che vengono riempite con colore piatto. Finché prevalse l'influsso bizantino, e cioè fino al sec. XIII, si usò dare sull'intonaco la tinta più scura e rilevare in chiaro o in bianco le mezzetinte e le luci quando lo strato era ancora umido. Le lumeggiature a secco sono molto rare; comunque le ultime velature sono assai stabili poiché date con colore molto denso. Attraverso il Cennini conosciamo la tecnica dei frescanti del Trecento, i quali usavano preparare in verdeterra e ricercare prima la modellazione tratteggiando le ombre e i chiari e rifinire poi con l'incarnato e con le profilature nere. Questa maniera che permette di raggiungere la luminosa trasparenza di tante opere trecentesche o le sottili sfumature cromatiche del gotico internazionale fu assai semplificata dai maestri maggiori. Giotto usò direttamente densi impasti di colore e Simone Martini larghe stesure appena variate. Pure immediata e rapida fu la tecnica usata da Masaccio, mentre P. Uccello tornò alla tradizionale preparazione in terretta verde ed il Baldovinetti finiva in gran parte a tempera. La Cena di Leonardo più che un vero a. è in realtà una pittura eseguita con colori a tempera su stucco ceroso; di qui le sue inguaribili malattie. Di sorprendente vigoria la tecnica di Michelangelo che usa direttamente impasti molto complessi e vela poi irregolarmente. Mirabile quella di Raffaello, che raccorda la corposità del colore con tinte liquidissime alle quali è affidata la trasparenza dei toni. Il Correggio invece abbozza a corpo e poi accosta velature diverse in modo da ottenere vibrazioni atmosferiche. Il Veronese rifinisce con pennellate brillanti e trae luminosità dall'accostamento coi neri. Nel Seicento l'uso già prima invalso di rifinire a tempera, biasimato dal Vasari, si diffonde nell'intento di trovare, attraverso una corposità densa ed impenetrabile, e per conseguenza opaca, del colore, effetti simili al luminismo della pittura ad olio; valgono gli esempi napoletani di Battistello o quelli romani del Cortona, del Pozzo o

(fot. Alinari)
(fot. Anderson)
Per le malattie degli a. antichi, i metodi di restauro ed i trasporti su tela o rete metallica,