PALESTINA

PALESTINA. - Regione del Prossimo Oriente, sulla costa mediterranea tra la Fenicia e l'Egitto, che fu conquistata, quale «Terra Promessa», da Israele al tempo di Giosuè, e fu il teatro della storia biblica. Il nome (gr. Παλασινίη, lat. Palaestina) riproduce Pēlēseth «Filistea» (egiz. Pω-r'-δ-θ, assiro Palastu), che prima del periodo ellenistico designava la pianura costiera sud-occidentale della P. (Šēphēlāh).

Le numerose scoperte negli ultimi decenni di manufatti litici e di resti di fossili umani in diverse grotte della P., hanno dimostrato che essa fu, fin dalle epoche più remote della preistoria, abitata dall'uomo, di cui si sono ricostruiti la forma, le abitudini, il cibo, gli strumenti. Dopo la scoperta del «cranio umano» nella grotta ez-Zattijhēh nel Wādī el-'Amūd, fatta nel 1925 da F. Turville-Petre, i ritrovamenti di residui umani nelle caverne di Suqbah (1928) presso Ramleh, del Carmelo (1928-34) e di Gebel Qafzeh (1934) con artefatti litici dalle caratteristiche dell'abbevilliano, levalloisiano e musteriano, confermarono la presenza in P. dell'uomo paleolitico (Palaeanthropus Palaestinus) affine al tipo del Neandarthal.

Il mesolitico, rappresentato dal natūfiano (dal Wādī Naṭūf, vicino a Lidda), presenta l'uomo agricoltore, pastore e anche artista. Sua particolarità è il microlitismo e il lavoro dell'osso trasformato in aghi, uncini, ami, pettini. Una cura tutta particolare è rivolta al seppellimento dei cadaveri; nel cimitero davanti alla grotta el-Wad nel Wādī Maġārah, i crani e le teste erano adornate con conchiglie e con ossa. Controversa è ancora la presenza della cultura neolitica in P.; alcuni pensano che si passi direttamente dal mesolitico al calcolitico. I caratteri differenziali del villaggio preceramico di Gerico, con case di argille, santuario e figurine di animali e di divinità, sembrano doversi attribuire al neolitico. A questo periodo (6000-4500 a. C.) vengono pure attribuiti i monumenti megalitici (dolmen, menhir, cromlech), di cui è particolarmente ricca la Transgiordania.

L'apparizione del metallo e il nuovo sviluppo nella tecnica ceramica caratterizzano il calcolitico (fine del V e principio del IV millennio a. C.), detto anche «gassūliano» dagli scavi praticati nel 1929 in Telejāt Gassūl (v.), nella valle ad est del Giordano, e più tardi in Megiddo, Bejsān, 'Affūleh e Tell el-Fara'. La popolazione, di provenienza sconosciuta, manifesta una cultura avanzata.

I. STORIA CIVILE. - Con l'età «cananea» (3000-1200 a. C.) la P. entra nella luce della storia. È l'età del bronzo, detta «cananea» per designare, in senso esteso, l'insieme dei popoli che hanno abitato in P. prima dell'avvento degli Israeliti e che hanno lasciato

copiosi avanzi della loro civiltà, messi in luce dagli scavi e cronologicamente così determinati: bronzo I (antico): 3000-2000; bronzo II (medio): 2000-1600; bronzo III (recente): 1600-1200.

Ca. il 3000 una prima immigrazione semitica, detta in senso stretto «cananea», porta una vera rivoluzione nella civiltà palestinese. Le città sono costruite sulla cima o su sproni di colline, vicino alle fonti, e sono fortificate con massicce mura e approvvigionate d'acqua. Poco chiara appare l'organizzazione politica e sociale; ma, probabilmente, esistevano solo città rette a Stato, intorno alle quali si muoveva il grosso degli abitanti, ancora in condizione nomade o seminomade. Su gran parte della regione si estendeva l'influenza egiziana, rimasta dominante, attraverso varie vicende, per tutta l'età del bronzo. Verso la fine del 2000 a. C. i Cananei sono sopraffatti da nuovi invasori semiti, Amorriti (v.), il cui stanziamento in P. rivive attraverso i testi egiziani «di proscrizione», pubblicati dal Sethe nel 1926 e dal Posener nel 1940. Questi testi, scritti su ostrava o su statuette, hanno per scopo di efficacemente maledire principi e città ribelli al faraone e fanno assistere alla politica espansionistica dell'Egitto, che, indebolita dai nuovi invasori, cerca consolidarsi lungo le vie commerciali. Ma con la travolgente occupazione militare degli Hyksos (ca. 1730-1580 a. C.), l'Egitto venne eliminato dalla P. Con l'uso dei carri trainati da cavalli e con armi nuove, gli Hyksos, sopraffatta la P., riuscirono perfino ad occupare l'Egitto. Sognando la fondazione di un vasto Impero sotto il loro dominio, dall'Africa all'Asia, favorirono gli scambi fra i due paesi e lasciarono tracce di una cultura composta.

Dopo l'espulsione degli Hyksos (ca. 1580 a. C.) la P. divenne provincia egiziana. Domata da Thutmosis III nel 1479 a. C. la rivolta dei principi siriani e palestinesi nella piana di Megiddo, il paese sotto un fermo e saggio regime gode prosperità materiale, come si manifesta dagli scavi. Seri disturbi alla pace furono arrecati nel sec. XIV dalle bande di Habiru e dalle rivalità e doppio gioco dei principi locali, come informano le lettere di el-'Amārnah.

Nonostante le spedizioni militari di Ramses II (1292-1226) e di Meneptah (1225-1205) per assicurare aperte le vie di comunicazione, l'influenza egiziana andò sempre più indebolendosi e restò sommersa con la nuova ondata di invasori, «i popoli del mare», che, pure respinti dalle frontiere d'Egitto, lasciarono un gruppo potente, Filistei (v.), lungo le coste meridionali della P. In queste condizioni caotiche, favorevoli ad ogni nuovo invasore, gli Ebrei entrarono nel paese.

Il periodo «ebraico» va dalla fine del sec. XIII o inizio del sec. XII all'esilio babilonese (587 a. C.). Dopo la morte di Mosè alle soglie della Terra Promessa, Giosuè intraprese la conquista di Canaan. Aperta una breccia nella valle del Giordano ed occupata Gerico, gli Ebrei puntarono direttamente sul centro dell'altipiano, da dove, spingendosi con graduali spedizioni nel sud e nel nord, conquistarono l'intero paese, ad eccezione della città di Gerusalemme, della pianura di Esdrelon, tenuta fortemente dai Cananei, e delle città della costa, occupate dai Filistei. Le dodici tribù, fra cui era stato diviso il territorio conquistato, si trovarono separate da questi isolotti cananei in tre gruppi: la tribù di Giuda e Simeone al sud, la casa di Giuseppe (Ephraim e Manasse) al centro, e le tribù del nord in Galilea.

Senza un potere centrale, le funzioni politiche erano esercitate dai capi-tribù; ma le minacce continue all'espansione e all'egemonia israelita da parte dei Cananei, dei razzatori dell'est e più dei Filistei, portarono un cambiamento nella struttura sociale. Sorsero i liberatori (v. GIUDICI), che, nei momenti difficili, posti a capo di una o più tribù, con potere limitato e soltanto per il tempo di crisi, salvarono il paese dall'oppressore: Debora dai Cananei, Aod (Ehud) dai Moabiti, Gedeone dai Madianiti, Sansone dai Filistei. Ma pericolo grave restarono i Filistei. Questi, grazie alla loro organizzazione civile e militare e all'uso

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di nuove armi di ferro, dalla costa avanzarono sulla montagna sino a distruggere Silo (1050 a. C.) ARCA (v.) dell'Alleanza. Allora fu sentita la necessità dell'unità nazionale, e Samuele, ultimo dei Giudici, unse re di Israele il giovane Saul, che iniziò il suo regno con vittoriose campagne, ma lo chiuse con la sconfitta di Gelboe.

La vera unità politica del popolo David (v.). Con fortunate guerre egli domò l'ultima resistenza dei Cananci e Filistei, ampliò i confini dello Stato e, snidati finalmente gli Iebusei dalla loro roccaforte di Sion, stabilì in Gerusalemme la sua capitale, riportandovi l'Arca e facendone il centro politico e religioso d'Israele. Con il figlio Salomone il Regno si afferma sempre più all'estero, mentre all'interno si urbanizza con lusso orientale nella costruzione del Tempio, della reggia e degli uffici amministrativi e militari. Diviso il Regno in 12 distretti, ciascuno retto da un governatore responsabile, Salomone creò un potente esercito, ed aprì nuove vie commerciali per la Fenicia, Arabia e Ophir, sviluppando il commercio di carri e cavalli e l'industria mineraria. Ma alla sua morte il Regno, gravato dal fiscalismo, in seguito ai tradizionali antagonismi fra le tribù, si frazionò in due parti: la minor parte del popolo, cioè le tribù di Giuda, di Simeone e di Beniamin, rimase sotto la dinastia di David con capitale Gerusalemme e con territorio che andava dell'Idumea fino all'altezza dello sbocco del Giordano nel Mare Morto; le altre tribù, sotto la preminenza di Ephraim, si tennero il resto della P. con la capitale prima a Sichem, poi a Thersa e finalmente a Samaria. Nella politica interna, il Regno settentrionale, detto «d'Israele», fu continuamente coinvolto in rivolte di palazzo, mentre più stabile fu la dinastia di Giuda. La storia dei due Regni è una storia di guerre fra loro; Israele, più forte militarmente, ottenne quasi sempre il successo. Altre guerre combatterono insieme per difendere i confini lasciati dal re David, o per preservare la loro indipendenza dal colosso assiro. Ma il Regno d'Israele fu incapace di resistere all'urto formidabile degli Assiri, e nel 722 a. C. Samaria, la capitale, fu presa da Sargon II e la popolazione deportata in Assiria. Con i pochi elementi restati e con nuovi importati sorse la ibrida razza dei Samaritani.

Il Regno di Giuda, evitata la crisi assira, non poté però fare fronte a Nabuchodonosor e nel 587 a. C. Gerusalemme fu presa e distrutta con grandi stragi e la popolazione deportata in Babilonia.

Nel 538 Ciro il Grande, re persiano, conquistato l'Impero di Babilonia, concesse ai Giudei il rimpatrio

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(per cortesia del Superiore della Cesa degli Escrivi del Sacro Cuore, Roma) PALESTINA - Il Mar Morto visto da Nebi Mûsâ. In primo piano il deserto di Giuda, in fondo i monti di Moab.
e la riedificazione del Tempio. I ritornati si restrinsero entro i soli confini di Giuda e intorno a Gerusalemme; ma la ricostruzione fu lunga e penosa, per le opposizioni dei Samaritani e per lotte interne. Le grandi figure di questo periodo sono Zorobabel, Esdra e Neemia. Ma soltanto nel 515 a. C. fu terminata la ricostruzione del Tempio e nel 445 a. C. quella delle mura.

Del periodo «persiano» della P. poco si sa. achemenidi (v.) lasciarono ai Giudei una completa autonomia e la comunità, racchiusa in se stessa, sotto l'autorità del sommo sacerdote e del sinedrio, condusse una esistenza pacifica, dedicata alla raccolta e sistemazione del patrimonio nazionale delle Scritture. Di lavori materiali non sono rimaste tracce. Dopo la conquista di Alessandro il Macedone (333 d. C.), sotto i Seleucidi il paese acquistò un aspetto completamente ellenista, come è dimostrato dalle cospicue rovine di templi, teatri, edifici pubblici sparsi per ogni dove. Il greco divenne la lingua delle persone colte e nel vicino Egitto la Bibbia stessa fu tradotta in greco. I decreti vessatori di Antioco IV Epifane (v.) contro l'osservanza della religione jahwista provocarono la reazione dei Maccabei (v.). Con il loro eroismo fu ristabilita la pace religiosa e riconquistata l'indipendenza assoluta con la dinastia asmonea. Alessandro Ianneo (103-76 a. C.) estese i confini del Regno, fortificandone i punti strategici; ma alla sua morte le lotte fratricide, per la successione al trono, favorirono l'intervento romano (Pompeo nel 63 a. C. occupò Gerusalemme) e la conquista del potere da parte di Erode il Grande (37 a. C.).

EROE (v.), figlio di Antipatro, astutamente equilibrandosi tra i partiti locali e l'ingerenza di Roma, riuscì a farsi riconoscere sovrano da Augusto. Grande ammiratore della cultura romana, la diffuse nel paese, come attestano le città di Sebaste e di Cesarea. A Gerusalemme costruì, con gusto romano, l'anfiteatro, la propria reggia, e ricostruì il Tempio. Poco tempo prima della sua morte (4 a. C. secondo la cronologia usuale) nacque in Betlemme Gesù, che con la sua predicazione e dottrina divina illuminò il mondo di nuova luce e rese «santa» ai suoi fedeli la terra dove nacque, visse e morì.

Alla morte di Erode il suo Regno fu diviso fra i figli, che continuarono la trasformazione iniziata dal padre in P.: Archelao, etnarca della Giudea, Samaria e Idumea, ricostruì la reggia di Gerico; Filippo, tetrarca della Gaulanitide e della Traconitide, costruì

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PALESTINA - Veduta aerea di una zona della vallata del Giordano.
(per cortesia dei dott. N. Di Girolamo)
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(fot. Associated Press)
PALESTINA - Pellegrinaggio pasquale in Terra Santa. I pellegrini, visti attraverso il filo spinato, pregano alla terza stazione della Via Crucis, sorvegliati da arabi armati appartenenti alla Guardia Nazionale. Il filo spinato è a difesa della vecchia città di Gerusalemme, nel quartiere arabo.

Cesarea di Filippo e Bethsaida Giulia; Erode Antipa, tetrarca della Galilea e Perea, fondò le città di Tiberiade e Livia in Transgiordania. Alla loro morte il territorio fu direttamente annesso alla provincia di Siria, salvo il breve periodo di Agrippa I (37-44) e di Agrippa II (50-100), PROCURA (v.) residenti a Cesarea. Tra questi fu Ponzio Pilato (26-36), che processò e condannò Gesù a morte. La violenta « guerra giudaica » (66-70) si chiuse con l'occupazione di Gerusalemme nel 70 da parte di Tito e la distruzione del Tempio, il massacro e la deportazione dei Giudei di P.

I cristiani, all'avvicinarsi delle truppe romane, si erano rifugiati a Pella, di là del Giordano; passata la tempesta, fecero ritorno a Gerusalemme e si stabilirono intorno alla loro chiesa madre sul Monte Sion. La vita sociale stava riprendendo gradatamente il suo ritmo, quando i Giudei fecero un estremo tentativo per ricostituirsi a nazione, Bar Kökhèbhâ' (v.). La rivolta fu lunga e tenace, soprattutto intorno alla fortezza di Bethar, dove, per tre anni (132-35), i rivoltosi tennero testa ai legionari romani; ma infine fu domata, e Adriano, per impedire che riaffiorassero le aspirazioni giudaiche, trasformò su tutt'altro piano Gerusalemme, che divenne la colonia romana detta Aelia Capitolina. Sul posto del Tempio ebraico furono poste statue pagane, e sul Golgota, dove era stato crocifisso Gesù, fu innalzato un tempio alla triade capitolina. I cristiani, avendo a capo un vescovo di sangue gentile, non furono disturbati; ma ai Giudei fu proibito perfino l'ingresso nella nuova città. L'antico nome di Indaea fu cambiato in quello di Syria Palaestina.

Nel sec. IV, con l'adesione di Costantino al cristianesimo, cominciò per la P. un periodo di floridezza. La madre di Costantino, s. Elena, nel 326 visitò la P. per venerarvi i Luoghi Santi e per promuovere la costruzione delle contuose basiliche del S. Sepolcro a Gerusalemme, della Natività a Betlemme, dell'Eleona sul Monte degli Olivi. Si intensificarono allora i pellegrinaggi, di cui sono state tramandate importanti relazioni scritte (v. ITINERARI), le molte colonie di monaci si fissarono per ogni dove nella P. La popolazione si accrebbe non solo in P. e Transgiordania, come indicano le numerose chiese bizantine, monasteri ed ospizi che vengono continuamente alla luce, ma perfino in regioni oggi pressoché deserte, come nel Neghebh.

Nel 451 Gerusalemme fu messa a capo di un patriarcato indipendente (v. GERUSALEMME, patriarcato di).

Ma nel 614 i Persiani, guidati da Cosroe II in lotta contro l'Impero bizantino, si rovesciarono sulla P., favorevolmente accolti dai Giudei e dai Samaritani, e devastarono il paese, distruggendo e danneggiando grave-

mente le basiliche, i monasteri, perseguitando a morte i cristiani o conducendoli in schiavitù. Segui poi un'ardita e paziente opera di ricostruzione, promossa dal monaco Modesto, e con il ritorno di Eraclio (628-629) la P. stava appena risollevandosi, quando sopravvenne la conquista araba.

Il califfo 'Omar, vinto al Jarmûk l'esercito bizantino, nel 637 fece il suo ingresso in Gerusalemme, arresasi con i patti negoziati dal patriarca Sofronio.

Durante il dominio arabo, tenuto prima dai califfi elettivi di Medina, poi dagli Umajjadi e dagli 'Abbâsidi, la politica di tolleranza promossa da 'Omar fu mantenuta. Furono ripresi i pellegrinaggi e permessa la ricostruzione degli antichi santuari. Il paese, abbellito, specie sotto gli Umajjadi, con monumenti e palazzi da inverno (come quelli scoperti a Mefğer presso Gerico, a Hîrbet el-Minjeh sul Lago di Galilea) divenne in prevalenza arabo-musulmano.

Successi agli 'Abbâsidi i Fâtîmiti di Egitto, si scatenò, sotto il califfato di al-Hâkim, la persecuzione contro i cristiani. Per suo ordine nel 1009 fu distrutta la chiesa del S. Sepolcro, i tesori e le reliquie sacchegiate,

giate, i monaci e i pellegrini uccisi o scacciati. Una breve parentesi di tolleranza si ebbe dopo la sua morte. Successi ai Fâtîmiti, i Turchi selgûqidi ripresero, in modo anche più violento, le persecuzioni.

La triste situazione commosse l'Europa e provocò il Crociate (v.). La P. fu organizzata in un Regno dai Latini o « Franchi ». Ma il 15 luglio 1187 il sultano Saladino, che aveva proclamato la « guerra santa », riprese Gerusalemme e, nonostante i diversi tentativi dei cristiani, nel 1291, con S. Giovanni d'Acri, cadeva l'ultima difesa del Regno latino. La P. venne poi incorporata, con la Siria, sotto il dominio dei Mamelucchi d'Egitto.

Periodi di persecuzioni si alternano a periodi di tolleranza. Nel 1335, per interessamento dei reali Roberto e Sancia di Napoli, i Francescani, come rappresentanti dei Latini o dei cattolici, si stabilirono ufficialmente nel convento del Monte Sion sul luogo del S. Cenacolo, ed entrarono nell'ufficienza del S. Sepolcro, ottenendo un posto dentro la basilica, insieme alle comunità dissidenti.

Al dominio dei Mamelucchi d'Egitto si so titui quello degli Ottomani, durato quattro secoli (1517-1917). L'inizio fu segnato da una grande attività nel riassetto amministrativo e nella ricostruzione (a Solimano il Magnifico, 1542, si deve la cinta di mura attuale); ma il loro dominio fu esiziale per il paese, vessato dai pascià e bej che lo consideravano terra di sfruttamento. La corrotta amministrazione e l'oppressione fiscale ridussero la regione alla miseria economica. Alla fine del sec. XVIII Napoleone, conquistato l'Egitto, avanzò verso la P.; ma non potendo espugnare Acri ('Akkah), potentemente difesa da Gazzâr pascià e dagli Inglesi, abbandonò l'impresa il 20 marzo 1799. Più tardi il sultano Mahmûd II procurò di ristabilire l'ordine in P.; ma la turbolenza del pascià di Acri, 'Abdallâh, figlio del suddetto Gazzâr, desideroso di rendersi indipendente dal Sultano, provocò l'intervento di Mohammed 'Alî, viceré d'Egitto, che con 30.000 uomini, al comando del figlio Ibrâhîm pascià, conquistò Acri.

L'occupazione egiziana, durata 9 anni (1831-40), non fu senza buoni effetti. Fu riorganizzata l'amministrazione, favoriti l'iniziativa europea ed in genere i rapporti con l'Europa, con istituzione di consolati nelle principali città. Fu data maggiore libertà all'esercizio del culto cristiano, riedificati antichi santuari, aperti istituti di beneficenza, scuole, ospedali ed accresciute le comunità religiose: quelle cattoliche sotto il protettorato della Francia, quelle « orto-

dosse » sotto l'influenza della Russia, quelle protestanti ad iniziativa dei Tedeschi e degli Inglesi. Si determinò pure una forte corrente immigratoria per gli Ebrei. Ma questa promettente restaurazione fu bruscamente interrotta dalla guerra mondiale: la Turchia, alleata delle potenze centrali, fece della P. una base d'operazioni contro l'Egitto occupato dagli Inglesi. L'11 dic. 1917 Gerusalemme si arrendeva al generale Allenby.

La « dichiarazione Balfour » del 2 nov. 1917 per l'istituzione in P. di un National Home per gli Ebrei, salvi i diritti civili e religiosi delle comunità non israelitiche colà esistenti, fu inserita nel Trattato di pace con la Turchia firmato a Sèvres il 20 ag. 1920 e nel testo del mandato britannico, approvato dalla Società delle Nazioni il 24 luglio 1922. Dalla difficoltà di poter conciliare la istituzione del National Home e il rispetto dei diritti delle comunità esistenti, nacque il problema palestinese o conflitto arabo-ebraico, tanto aggravatosi da obbligare l'Inghilterra a rimettere nel 1947 il suo « mandato » all'O.N.U. Il giorno 15 maggio 1948 le truppe inglesi lasciarono la P. e scoppiò la guerra arabo-ebraica. Dal 1948 la P. è divisa in due zone sotto la sovranità dei due antagonisti: ISRAELE (v.), con capitale a Tell Aviv, comprende la maggior parte del territorio, dalla Galilea al Neghebh; la Giordania controlla, oltre Gaza, la parte orientale della P. verso il Giordano (Samaria) fino alla città vecchia di Gerusalemme e a Betlemme. Questa divisione corrisponde allo statu quo dell'armistizio concluso nel 1948. V. TRANSCIORDANIA.

BIBL.: per i risultati archeologici: W. Albright, The archaeology of Palestine (Pelican books), Harmondsworth 1949. Per una sintesi storica: A. S. Rappoport, History of Palestine, Londra 1931; E. Keit-Roach-C. H. Luke, The handbook of Palestine and Trans-Jordan, 3ª ed., ivi 1934; J. Parkes, A history of Pale-

stine from 135 a. C. to modern times, ivi 1948; F.-M. Abel, Histoire de la Palestine, depuis la conquête d'Alexandre jusqu'à l'invasion arabe, 2 voll., Parigi 1952.

Donato Baldi

II. STORIA ECCLESIASTICA

Per la storia antecedente alla prima guerra mondiale, V. GERUSALEMME, PATRIARCATO di La P., che dopo la guerra del 1914-18 venne sotto mandato inglese, secondo indicazioni ufficiali del governo britannico verso la fine del 1945 contava 1.795.179

abitanti, di cui 1.101.565 musulmani, 554.329 ebrei e 139.285 cristiani.

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Il numero degli ebrei fino al 15 maggio 1948 aumentò ancora di ca. 58.000.
(per cortesia del dott. N. Di Girolamo) PALESTINA - Resti del castello crociato a Tallhit.
Con queste cifre è già indicata la situazione dei cristiani, che si trovano in assai debole minoranza tra i due blocchi ostili dei musulmani ed ebrei. Nella lotta tra questi blocchi i cristiani si schierarono nettamente dalla parte dei loro concittadini musulmani, sentendosi anch'essi arabi.

Tra i cristiani soltanto il 39%, ossia 51.320, sono cattolici. L'ultima statistica dettagliata per le singole confessioni è del 1931. Si suppone che le relazioni siano rimaste più o meno le stesse, benché il numero assoluto dei fedeli sia assai cresciuto, dato che in quel tempo si contarono solo 91.398 cristiani complessivamente.

Tra i cattolici la comunità più importante è quella latina, che costituisce il 53,1%. Per essa Gerusalemme (v.). I cattolici latini della P. sono in grandissima parte indigeni, convertiti alla fede cattolica dall'« ortodossia » greca specialmente nel secolo scorso, per opera del patriarcato latino (ristabilito nel 1847) e dei Padri Custodia di Terra Santa (v.). Il patriarcato latino dispone di un clero secolare ben formato, in grandissima parte indigeno, e di un numero abbastanza elevato di religiosi e religiose, in maggioranza europei.

A Gerusalemme, oltre il patriarca latino risiede il vicario patriarcale dei greco-cattolici, melkiti (v.). Il patriarca melkita di Antiochia porta di fatto anche il titolo di Gerusalemme ed ha giurisdizione sui fedeli di rito greco nella P., i quali costituiscono il 35,5% dei cattolici. La grande maggioranza dei melkiti cattolici risiede nella diocesi di S. Giovanni di Acri ([v.] antica Tolemaide) con residenza a Caifa. Da segnalare il Seminario di S. Anna a Gerusalemme, diretto dai Padri Bianchi.

Le altre comunità cattoliche, eccezione fatta per i Maroniti che costituiscono il 9,6% dei cattolici, sono poco numerose. C'è un piccolo numero di Armeni, Siri e Caidei. La diversità di riti in P. non è tanto grande quanto altrove, poiché all'epoca delle dispute cristologiche il monofisismo non poté prendere piede nel patriarcato di Gerusalemme.

Tra i non cattolici predomina il rito greco. Il 71,2% dei dissidenti sono « ortodossi ». Il patriarcato greco dissidente di Gerusalemme è tuttora dominato dai Greci, che occupano tutti i posti importanti, mentre il popolo ed il basso clero sono arabi. L'antagonismo tra i dirigenti greci ed il popolo arabo è il fatto principale della situazione di questo patriarcato, che si trova senza dubbio in uno

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PALESTINA - Facciata della chiesa della Flagellazione (sec. XIV), restaurata dall'ing. G. Barluazi - Gerusalemme.
(fot. Custodia di Terra Santa)
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(per cortesia dei dott. N. Di Girolamo) PALESTINA - Chiave del S. Sepolcro conservata da una famiglia musulmana.
esercita una grande attività l'Y. M. C. A. Poi vengono gli Armeni, che hanno a Gerusalemme un patriarcato proprio, esistente dal 1311. Essi costituiscono il 5,6% dei dissidenti. Vi sono inoltre piccoli gruppi di giacobiti, nestoriani, abissini e copti.

La colonia russa è passata verso la fine del 1948 sotto la giurisdizione del patriarca di Mosca, mentre prima sottostava al Sinodo vescovile antisovietico dell'emigrazione russa.

La situazione religiosa è stata completamente sconvolta dai recenti avvenimenti. Dopo lo scoppio della guerra tra Israele e la lega araba (15 maggio 1948), più di mezzo milione di arabi sono fuggiti; tra essi 60-70.000 cristiani, di cui 20-30.000 cattolici. Soltanto una piccola parte ha potuto finora (1951) tornare. Le opere e le istituzioni cattoliche hanno sofferto moltissimo dalla guerra. Nello Stato di Israele, che conta, secondo indicazioni ufficiali della fine del 1950, 1.150.000 ab., di cui 87% ebrei, soltanto una infima minoranza, ca. 50.000, è cristiana. L'avvenire di questi cristiani è molto preoccupante. La diocesi greco-cattolica di S. Giovanni d'Acri ha superato la guerra ed ha potuto riaprire pure alcune scuole. Ma ancora ca. il 43% dei fedeli vivono nell'esilio. V. ISRAELE; TRANSGIORDANIA.

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BIBL.: Fr. Dunkel, Die orientalische katholische Kirche in Palästina, in Das Heil. Land, 65 (1923), pp. 52-57; G. de Vries, Stato attuale della Chiesa nella Terra di Gesù Cristo, in L'Oriente cristiano e l'unità della Chiesa, 5 (1940), pp. 27-32; Kcladion, Das Patriarchat von Jerusalem, in S. Schultze, Ehklesia, X, Lipsia 1941; G. de Vries, Cattolietismo e problemi religiosi nel prossimo Oriente, Roma 1944, pp. 47-73; C. Crivelli, Protestanti e cristiani orientali, ivi 1944, pp. 397-429. Guglielmo de Vries

III. ARCHEOLOGIA CRISTIANA

Lo studio dell'archeologia cristiana in P. si può dire iniziato con questo secolo e manca ancora un'opera generale riassuntiva.

1. Dal sec. I al IV - Del complesso ecclesiastico vescovile sul Monte Sion, sede dei successori di s. Giacomo, non rimane che un muro abbastanza rovinato (quello est dell'attuale Cenacolo). Il fatto che la chiesa fu allargata nel sec. IV fa pensare che fosse assai piccola. Veramente ampia e a tre absidi sarebbe, secondo il p. Vincent che ha scavato il luogo, la chiesa di 'Amwās (Emmaus [v.], costruita nel sec. II-III, ma la sua opinione non è condivisa da molti studiosi; infatti alcuni preferiscono abbassare tale datazione (Lassus, C. Cecchelli) mentre altri (A. Prandi) pensano che l'edificio primitivo avesse altra destinazione. Una grotta absidata presso Bejt Gibrin, con croci rotte

stato poco fiorente. Il predominio greco è attuato dalla Confraternita del S. Sepolcro, composta da numerosi greci. La situazione finanziaria del patriarcato, venute a mancare le sovvenzioni russe, diventò disastrosa.

Dopo gli «ortodossi», sono più numerosi tra i cristiani dissidenti i protestanti di varie denominazioni, in maggioranza stranieri: 20,3% di tutti i dissidenti. I protestanti lavorano in Palestina dal 1830; dal 1888 esiste un proprio «vescovato» anglicano di Gerusalemme. Dal 1932

per scavare nicchie da colombario, fa pensare ad un ambiente sacro profanato. Alcuni ossari con croci, trovati sul Monte Oliveto e sulla via di Betlemme, hanno una probabile origine cristiana, quando cioè la Chiesa di Gerusalemme era composta in prevalenza di ebrei convertiti. Lucerne fittili con croci e svastica, rinvenute in cisterne di Bejt Nattif con altri oggetti del sec. II-III, fanno pensare ad oggetti criptocristiani.

2. Dal sec. IV al VII. - Il movimento edilizio iniziato da s. Elena, sotto l'impulso del vescovo Macario, continua per tutto il periodo bizantino sino a trasformare Gerusalemme in una «città nuova» e a erigere edifici sacri in ogni villaggio della P. In Galilea si segnala l'attività del conte Giuseppe di Tiberiade, che sembra aver innalzato edifici abbastanza modesti, come si può giudicare da edifici a lui attribuiti, quale la chiesa inferiore della Multiplicazione dei pani e pescia et-Tābigah. In Giudea si distinsero come costruttori Melania la giovane ed Eudocia nel sec. V e Giustiniano nel VI. Luoghi Santi (v.), testimoni delle gesta del Salvatore, furono abbelliti da santuari. Alla tomba del Salvatore (326) tennero dietro le tombe dei martiri, e spesso in seguito a visioni in sogno: s. Giacomo il Minore (351) sul Cedron, s. Giovanni Battista (tomba profanata nel 561-62) a Sebaste, Mosè sul Nebo (Sijāgah), s. Stefano a Cafargamala (415) e probabilmente anche i due martiri di 'Ajn Kārim ai quali allude l'iscrizione musiva: «Salve, o martiri di Dio».

Nella costruzione dei santuari l'elemento ricordo influì potentemente nella disposizione architettonica. Esso è costituito da una «grotta» come al S. Sepolcro, Eleona, Betlemme ecc.; da «sabbia» lasciata appositamente visibile come all'Ascensione; da «acqua» come nelle fontane di Siloe e della Probatica, al Fiume Giordano e al Pozzo della Samaritana. Tale memoria qualche volta restò semplicemente in comunicazione con la basilica liturgica, così al S. Sepolcro la tomba del Redentore comunica con il Martirio mediante il triportico; a Bethania la tomba di Lazzaro (= Lazarion) è situata a ovest dell'atrio (sec. IV), esattamente come a S. Menna in Egitto. Più spesso, invece, l'edificio sormonta la memoria: Pozzo della Samaritana; Betlemme, grotta della Natività; Eleona, grotta dell'insegnamento, ecc. Quando si tratta di una «grotta» essa rimane talora al livello del nuovo edificio, come il S. Sepolcro del Redentore, dentro l'Anastasis, e la tomba della Vergine (sec. V) mediante il taglio della roccia, ma il più delle volte diviene la cripta dell'edificio come a Betlemme, al Monte delle Beatitudini (sec. IV), Eleona, ecc., dando origine ad un motivo che poi sarà sviluppato in Europa.

Gli edifici religiosi di P. presentano una costruzione

(fot. Sira)

PALESTINA - Materiale archeologico rinvenuto negli scavi di Ascalon.

assai varia: basiliche a 5 navate (Betlemme e Martirio), a 3 navate con una sola abside (tipo ordinario) o con 3 (caso raro e primo esempio sicuro a Gethsemani, sec. IV), il più delle volte con due sacreate fiancheggianti l'abside; edifici con pianta a trifoglio (Dejr Dōsi e S. Giovanni a Gerusalemme, ambedue del sec. V, e Betlemme, unito alla Basilica nella ricostruzione di Giustiniano); a croce (Pozzo della Samaritana e pinnacolo del Tempio, ambedue conosciuti solo dalla letteratura; secc. IV e V); con 2 absidi (a est e ovest: tomba della Madonna); a pianta ottagonale (Betlemme unito alla Basilica nel periodo costantiniano, Cafarnao con abside e Garizim con 4 cappelle affiancate); rotonda (Anastasia, cattedrale di Bejsān con abside). Le cappelle rupestri, usate ordinariamente dai monaci, sono talvolta grotte rimaste in uno stato seminaturale, ad eccezione della decorazione pittorica (Dejr Mukellik, Mār Sābā, el-Merd), talaitra bene accomodate con il pareggiamento della roccia o con muratura (grotta della Natività, parzialmente del Gethsemani) che si trova invece quando gli ambienti erano usati in epoca anteriore come tombe (p. es., le colonne sul Wādī el-'Amad a Gerusalemme munita solo dopo di abside) o cisterne (p. es., a Bethania, presso le Suore della Carità e alle Beatitudini). I muri degli edifici, spessi in genere da 75 a 95 cm., sono per lo più di pietre quadrate (ricorsi da 29 a 49 cm.) di forma rettangolare nei secc. IV e V e tendenti a divenire quadrate nel V. Sono rivestiti di intonaco dipinto (nel IV sec. Betlemme, Bethania; nel V Hān el-Aḥmar o Monastero di S. Eutimio ecc.), o da musaici (Sijāgāh, Betlemme sec. VI, ecc.). Intorno all'abside vi sono talvolta i sedili per il clero (Sijāgāh) con la cattedra vescovile. Sedili si trovano qualche volta ai lati del presbiterio che si estende davanti all'abside nello spazio della navata centrale (Mhajjet) e ordinariamente addossati ai muri perimetrali. I pulpiti erano spesso esagonali (Sijāgāh, S. Stefano in Gerusalemme) e collocati nella navata sud o davanti al presbiterio.

Gli altari ritrovati sono a mensa, spesso con incavi semicircolari, sostenuta da 4 colonrette. Come appare da alcuni casi (p. es. Mhajjet, S. Giorgio, dove è il musaico con un agnello all'albero), la direzione dell'altare è verso Oriente, cosicché il sacerdote celebrava con le spalle rivolte ai fedeli. La descrizione di Eusebio circa le 12 colonne del Martirio fa pensare ad un ciborio e sembra che la piattaforma circolare con BETHLEHEM (v.) sia appunto il resto del ciborio, sebbene sia ritenuta ordinariamente come un oculus. Colonne di mediocre grandezza han suggerito la presenza del ciborio in altre chiese, come in S. Stefano a Gerusalemme (V sec.). Sotto gli altari ('Ajn Hannijeh, Mhajjet), o presso, sono stati trovati i reliquiari ordinariamente a forma di piccolo sarcofago con tetto spiovente dove talvolta sono i fori per gli oli aromatici (Sijāgāh). Lo spazio interno era alcune volte (S. Stefano, 'Ajn Hannijeh) suddiviso per separare le reliquie dei vari martiri.

La decorazione degli edifici sacri nel sec. IV e in gran parte anche nel V consistette in motivi decorativi o simbolici, magari con sfarzo di dorature, ma senza l'uso della figura umana. Egeria (v.) e dai resti ritrovati. Pitture o musaici parietali di quel tempo non son conservati; restano invece molti musaici pavimentali (Betlemme, Eleona, Bethania, Gethsemani, Monte delle Beatitudini) del sec. IV, sempre però senza figure e solo con motivi geometrici e qualche raro uccello (Betlemme). Ciò si comprende quando si riflette che persone eminenti, come Eusebio di Casarea (v.) e s. EPIFANIA (v.), aderirono alla corrente contraria alle immagini sacre. Non è quindi il caso di parlare di tipi iconografici creati in P., nei santuari, e poi sparsi nel mondo. Le attestazioni AMPOLLA (v.) di Monza e di Bobbio, sono solo del sec. VI, quando anche in P. si era ormai formata una corrente d'arte con largo uso di figure umane. In questo tempo si hanno le descrizioni di Coricio circa le chiese di Gaza ed i pochi resti di musaico descritti dagli autori (Adorazione dei Magi a Betlemme nell'edificio rifatto da Giustiniano) o pitture viste fino ai nostri tempi (Battesimo di Gesù a Sbejtah) e forse la Maestà a Gethsemani e soprattutto un largo repertorio di

musaici pavimentali. Esso è uniforme in P. e paesi limitrofi e presenta caratteristiche abbastanza definite, sotto l'aspetto iconografico e tecnico. Dal lato iconografico si trova un largo uso di scene della vita reale: caccia, pesca, agricoltura, ecc., di motivi simbolici spesso spiegati con frasi bibliche: cervi alla fonte, animali all'albero, il bue ed il leone insieme, i tori presso l'altare, i 4 fiumi del Paradiso; o allegoriche come le 4 stagioni, la Terra con i frutti nel grembo, ecc. Una sola volta si ha la scena delle gesta di Giona (Bejt Gibrin). Sotto l'aspetto tecnico si nota: l'uso delle tessere piccolissime nelle teste e mani rispetto al resto del corpo, duplice letto, sfondi mossi, figure tozze con sguardi fissi e contornate da linee scure, con orbiculi e tabulae nelle vesti, con chiaroscuri talvolta prettamente convenzionali. I luoghi dove si constata questo movimento sono: Sbejtah, Bejt Gibrin, Gerusalemme (Orfeo), Bejsān (Hammām e monastero), regione di Madaba e Gerasa e molti altri luoghi dove il repertorio è ristretto ai soli animali, soprattutto uccelli (p. es., con iscrizione armena sull'Oliveto). La datazione al sec. VI, o poco dopo, è data dalle iscrizioni musive apposte ai musaici stessi: 518 a Bejt Alfah (Sinagoga), 529-33 a S. Giovanni a Gerasa, 567-69 a Bejsān (monastero); 575 a Qabr Hirām (Libano), 395-96 a S. Elia a Madaba, 597-608 nella cappella della Theotokos a Sijāgāh, 604 a S. Sofia a Ḥalīd al-Kifāṣī, mentre prima di questo tempo non si ritrovano; e dall'evidenza dello scavo. Anteriore a questo movimento del sec. VI è il pavimento musivo di et-Tibāṣāh (chiesa dei Pani e Pesci), realizzato su repertorio nilotico che ebbe una qualche influenza nel movimento posteriore, p. es., per la ripetizione degli uccelli sulla corolla di papiro (Madaba, 'Amwās, Bejt Gibrin, Mhajjet).

Poca importanza ebbe in P. la scultura: infatti se si eccettua un rozzo Buon Pastore, proveniente da el-Mīneh presso Gaza, forse importato dall'Egitto, non si trova che un repertorio ristretto ai motivi geometrici e floreali. I capitelli sono ordinariamente di stile corinizio con bozza e due o tre ordini di foglie, assai in rilievo nel sec. IV (Gethsemani, Bethania), molto stremenzite e convenzionali dopo. Si notano altri a cesto (Eleona, S. Sepolcro) e molti di stile floreale semplificato e non brutto (Sijāgāh, Gīrā presso Qubejbeh), dove talvolta domina la croce e qualche figura di animale (Sbejtah). Anche le transenne han motivi floreali e qualche raro animale come pecore a el-Merd, e gazzelle che bevono al vaso, in un frammento al Museo dei pp. Bianchi in Gerusalemme. Sembrano questi ultimi due motivi ricalcati dai musaici.

I battisteri finora conosciuti sono sempre piccoli e come annessi di un complesso religioso ('Amwās, Eleona, Sbejtah, Sijāgāh, ecc.) ordinariamente a piccola cappella absidata. Tale sembra essere stato quello del S. Sepolcro e quello di Betlemme, posto, pare, nell'angolo nord-ovest della Basilica o più precisamente nell'atrio. Molte sono le vasche battesimali conservate e di svariate forme: a croce nell'interno e nell'esterno (Sbejtah), a quadrifoglio nell'interno e nell'esterno (Sbejtah, Bejt 'Awwā e Melakatha presso Bejt Nattif, che reca l'iscrizione: «Per la salute di Matteo e di Giorgio»), ottagonale all'esterno e a quadrifoglio nell'interno (Thecua e Betlemme che ha l'iscrizione: «Per il ricordo, pace e remissione dei peccati di coloro il cui nome Dio sa»), quadrato all'esterno e quadrilobato nell'interno ('Amwās, Bersabea, Hirbet Zakarijjah con l'iscrizione mutila: «Per la salute di Sofronia e di Baricha»), rotondo da ambedue le parti (el-Merd e Hirbet Maqāṭir presso Bejtīn). La vasca di Hirbet el-Ma'mūdijjeh, presso Hebron, era alimentata dalla sorgente stessa.

I numerosi monasteri della P. presentano la particolarità di essere costruiti, spesso, sui fianchi rocciosi e scoscesi dei wādī in modo da avere celle elevate e talvolta raggiungibili solo mediante corda, con il vantaggio di ottenere la solitudine e facile difesa dalle fiere. Di questo genere sono varie grotte al Wādī Fārah tra cui la cella di S. Caritone, quelle del Wādī Mukellik, della Quarantena, del Wādī Sūwejnit (cella di S. Firmino), ecc. L'organizzazione monastica ha sempre sussistito nei due tipi principali: di laura con celle separate (Dejr Mukellik, Mār Sābā) e di monastero con la vita comune (Hān el-Aḥmar, Dejr Dōsi, ecc.). Quest'ultimo si è sviluppato soprattutto presso l'abi-

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(do M. Ara-Yenah, The quarterly of the Department of Antiquities in Palestine. D 1897), pp. 65-65)
PALESTINA - Iscrizione che ricorda il concorso del diacono Giovanni per l'erezione della chiesa di S. Sofia (febbr. 604) - Halid al-Kifajsi.

tato e dove si poteva facilmente costruire un monastero con celle e chiestri. Tra i meglio conservati del periodo bizantino si notano Sijāgāh (completamente scavato), Sijār el-Gānem presso Betlemme (con belle installazioni per acqua), Hān el-Aḥmar (v sec.) che hanno un complesso circondato da mura e parecchie celle. Della installazione duplice, presso il Giordano, di S. Gerasimo non rimane quasi nulla, perché le celle dovevano esser fatte con materiali assai deboli. In un primo tempo una grotta servì da chiesa, ma con il sec. v si costruirono molte chiese (Mār Ṣābā, Kossiba, Wādī Fārah, ecc.), ordinariamente ad una sola navata con pilastri, senza però abbandonare del tutto le cappelle rupestri.

I cimiteri cristiani della P. sono spesso a camera scavata nella roccia, con tombe prevalentemente ad arcosolio. Le camere sono raramente dipinte ed il repertorio è limitato: croci, uccelli, palmette (Getheemani, Bejt Ĝibrīn, 'Ajn Kārim) forse una figura di un angelo (Qolōnijjah). Non manca mai la croce sul frontone e viene aggiunta se la tomba è riadoperata ('Ajn Ḥannijeh, Gerusalemme, ecc.). Questo sistema di tomba qualche volta è in muratura, p. es., il complesso presso la porta di S. Stefano a Gerusalemme. È conosciuto, sebbene con pochi esempi, il sistema catacombale o a gallerie riunite, p. es., le tombe dette « dei Profeti » sull'Oliveto con un piano semicircolare. Si trovano sparse ovunque molte stele sepolcrali, il che mostra che anche i cimiteri all'aperto erano molto usati. Esse recano la croce, il nome del defunto e qualche breve frase. Per trovare formole di sapore prettamente cristiano bisogna scendere, ordinariamente, al sec. VI. La data è computata dalle ore locali: di Eleuteropoli (Bejt Ĝibrīn) Gaza, Scitopoli (Bejsān), Bosra, di Pompeo, ecc. Nelle chiese e monasteri si hanno i poliandri, ossia fosse comuni assai profonde, munite di un anello verso la bocca dove si depositavano tre pietre una delle quali con foro (pelluikon) in modo da essere estratta facilmente. Talvolta le tombe sono coperte da musaico (Sijāgāh, a Gerico la chiesa di Antimo, 'Amwās, Bejsān, ecc.).

La ceramica continua senza notevoli differenze il sistema del periodo romano, con vasi, coppe, piatti ecc., mantenendo buona cottura. I vasi son rivestiti con tinta nera e decorati con linee bianche, ovvero solo con righe di minio a disegni floreali geometrizzanti, raramente con qualche figura. Come decorazione in rilievo si trova usato il roulet e molte modanature negli orli. La « terra sigillata », lavoro meno preciso rispetto al tempo precedente, reca la croce sotto svariate forme ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi), Sijār el-Gānem (pianura di Gerico), figure umane indeterminate (Sijāgāh), forse personaggio imperiale (Bejt Alfāh, Sinagoga) e può essere Gesù Cristo (Gerico). Tra i piatti, è notevole uno per policandilon trovato al Gallicanto, che reca l'iscrizione: « S. Teodosio: Giuseppe umile monaco » ed uno trovato ad 'Ajn Kārim (Visitazione) che porta le lettere: IC XC YC OY ai lati della croce ed i nomi di Giovanni e Paolo. Le lucerne fittili hanno generalmente il corpo allungato ed ovoidale, buona cottura ma decorazioni assai ristrette; la croce in molte guise, palmette e poche iscrizioni, tra cui le due molto comuni: ΛΥΧΝΑΡΙΑ ΚΑΛΑ e ΦΩC ΧΥ ΦΕΝΗ ΠΑCΙΝ. C'è anche un tipo « a cuore », con cottura meno buona, e decorazioni fini anche con rappresentazioni di scene e

di animali, ma sembra che si sia sviluppato dopo il sec. VI. I timbri per il pane, mattoni, ecc. recano spesso la croce con l'A e l'Ω, qualche volta solo cantonata da puntolini (Sijāgāh) o piantata sul Calvario fatto con un archetto o tre in modo piramidale ('Tulūl er-Rūsum presso Gaza). Si notano anche alcune flalette fittili, evidentemente usate per gli oli santi, con due piccole anse presso la bocca e pareti ornate con rappresentazioni semplici in cui domina la croce e le tre croci sul Calvario (Sion, Ophel) o colombe, vasetti e palme ('Ajnabus presso Nābulus). Sono conosciuti come eulogie alcuni dischi di terra, seccata al sole, che recano impressioni di scene della Natività, Annunciazione, la croce e il leggendario nascondimento alla montagna di s. Giovanni (disco conservato a Bobbio e proveniente da 'Ajn Kārim).

Molti gli oggetti di metallo, AMPOLLA (v.) conservate a Bobbio e a Monza provenienti dalla P., tramite il console Leonzio (fine del sec. vi) che le inviò a s. Gregorio Magno. Si crede che riproducano alcune composizioni esistenti in P. in quel tempo e alcune rappresentazioni del Santo Sepolcro con elementi forse ricopiati dal vero. Molte sono le catenelle, provenienti da scavi di chiese, con anelli intercalati da croci per i « policandili » e per i turiboli. Questi presentano la caldaietta rotondeggiante a spicchi (Gerico) o senza (Mubmās), oppure pari (Bejsān), o esagonale (eremitaggio nestoriano presso Gerico). Pochi sono i candelieri conosciuti e di forma rotonda senza ornamento ('Ajn Bejt Sūriq, sec. vi). Le lucerne metalliche hanno spesso la croce come ansa. Le medaglie ritrovate nelle tombe presentano talvolta le figure di N. Signore e della Vergine (piombi a Bejsān, monastero) o figure di santi tra cui s. Giorgio e un altro sulla Croce in atto di benedire, forse uno stilita. È curioso osservare che queste ultime siano state trovate insieme (ad el-Ĝiš, l'antica Giscaia) ad altre che recano « l'occhio mistico » per scongiurare il malocchio e l'iscrizione assai usata: EIC ΘΕΟC O ΝΙΚΩΝ ΤΑ ΚΑΚΑ. Gli anelli sono spesso semplici; da notare uno con simboli: serpente, aquila e leone (Ascalon) ed altri con la parola ΥΓΙΑ seguita dal nome, ed uno con le figure del Salvatore e della Vergine (Gezer) fatte in modo assai rozzo. Anche i pesi metallici recano ordinariamente la croce con ornamenti intorno o sotto un loggiato, qualche volta (piombo) sul Calvario.

I vetri continuano il repertorio del tempo romano: di vetro sono molti pesi e calici, tra cui emerge quello trovato a Gerasa, che reca pecore alla pianta simbolica e colombe. Le lampade vitree hanno coppa semplice e piede affusolato, per metterlo nel policandilon, terminato con piccolo tondo. I vetri delle finestre sono giallognoli e spessi, ovvero ripiegati e curvilinei con grande raggio. Sono infissi nel gesso, il quale è sostenuto da frammenti di mattoni messi uno sopra l'altro come si trattasse di una colonnina.

3. Dal sec. VII al XII. - Dalle iscrizioni trovate si deduce che i cristiani continuarono a costruire chiese, o almeno a ripararle, fino al sec. VIII. Notevoli quelle di Sbejtāh (711 e 725-35) e di 'Awgā el-Hāfir (767-68) in P. e di Quwejameh (717-18) e di Mā'īn (719-20) in Transgiordania. Sotto Jazīd II (722-23), incomincia il movimento iconoclastico, che non rispetta né le immagini sacre, né le figure umane dei pavimenti musivi. È difficile dire se le

chiese che presentano i musaici non distrutti siano state o no abbandonate prima di questa data. Come edifici si segnala la ricostruzione del S. Sepolcro fatta nel sec. XI dopo la feroce distruzione di al-Hakim (1009), forse, l'erezione della chiesa di S. Croce presso Gerusalemme, ancora esistente, mentre della chiesa degli Amalfitani, allora celebre, nulla resta. I graffiti trovati nel Palazzo arabo di Mefjer, presso Gerico (sec. VIII) ed altrove, attestano che i cristiani parteciparono alla costruzione delle opere d'arte arabe.

4. Dal sec. XII al XIII. - In questi secoli si ebbe un movimento edilizio quasi incredibile: ovunque sorsero chiese e castelli e per lo più di proporzioni piuttosto rilevanti, fatte con pietre squadrate ovvero rozze nelle parti non in vista. I muri sono spessi 2 m. per poter sostenere il peso delle massicce volte. Le piante sono per lo più di stile basilicale, salvo quando vi fu l'adattamento di antichi ambienti, come a S. Sepolcro e all'Ascensione. Gli operai lavorarono le pietre per traverso, cosicché oggi le impronte diagonali, lasciate dal loro strumento, servono come caratteristica di questo periodo. I muri furono letteralmente coperti di pitture e di musaici, giunti, sfortunatamente, molto decimati. Tra le pitture si notano i frammenti di Abû Gôš (Santi, Seno di Abramo) della stele di Bethphage, opera di un artista assai abile e un po' indipendente (Risurrezione di Lazzaro, Discepoli che prendono gli asini, Processione delle palme), di Betlemme (in una cappella e sulle colonne della Basilica), assai rozzi e primitivi (Deesis e santi), di Sebaste (Invenzione della testa di S. Giovanni), sfregiata dagli operai allorché fu trovata nel 1931), a Dejr Mukellâ (Cristo con santi e Crocifissione). Tra i musaici si nota un frammento dell'Ascensione sul Calvario e parti di tre scene della vita di Cristo (Entrata in Gerusalemme, Trasfigurazione e Ascensione, Nativelâ, nella Grotta), santi, angeli e rappresentazione dei concili nella Basilica di Betlemme. Fra le opere di scultura sfuggite al vandalismo si nota un « abbraccio » o « bacio » proveniente dall'ospedale di S. Giovanni (ora al Museo della flagellazione), gli artistici capitelli di Nazareth con scene della vita di Cristo e degli Apostoli, già sepolti prima di essere messi nella facciata della Basilica, i bei capitelli con figure di animali mostruosi dell'Ascensione e del chiostro di Betlemme, le belle cornici del S. Sepolcro e soprattutto il sontuoso portale dello stesso S. Sepolcro che reca le scene dell'ultima settimana della vita di N. Signore (Cena, Risurrezione di Lazzaro, Processione delle palme). Gli altari sono costruiti in muratura (S. Elena al S. Sepolcro) e presentano anche palchetti pitturati (S. Stefano). Vi è una serie di campane, una con l'iscrizione Vox Domini, altre con una sola lettera ed una con anse a delfini alati. Erano insieme a un centinaio di canne d'organo.

La ceramica non ha caratteristiche speciali e continuò ad essere fatta dagli Arabi, di cui porta il nome, con il sistema a mano (vasi rozzi e pitturati a minio) e alla rota. Furono trovate belle invertiate, ma per lo più con disegni geometrici (Emmaus el-Qubejbeh) e raramente con disegni di fiori, stemmi e figurette umane ('Aflî). Le lucerne sono sempre di forma allungata, ma recano spesso iscrizioni arabe senza le caratteristiche formole musulmane. -Vedi tavv. XLIII-XLV.

BIBL.: per le chiese: C. R. Conder-H. H. Kitchener, The survey of western Palestine, 3 voll., Londra 1861; L. Woolley-W. Laurence, The wilderness of Zin (Palest. Exploration Fund, Annual 1914-15), Londra 1914-15; H. Vincent-F. Abel, Jérusalem nouvelle, Parigi 1914-26 e la relazione degli scavi dei vari luoghi; E. Mader, Altshriest. Basiliken und Localttraditionen in Südjuda, Paderborn 1918; C. Weizinger, Denkmäler Palästinas, II, Lipsia 1935; J. W. Crowfoot, Early Church in Palestine, Londra 1941; V. BIBLICA. in Rio, di arch. crist., in Biblica e in P. Thomsen, Palestine-Literatur, I-IV, Lipsia 1911-38. Per alcune questioni particolari: C. Cecchelli, Il problema della basilica crist. pre-costantiniana (con nota di A. Prandi), in Palladio, 7 (1943), pp. 5-11; A. Graber, Martyrium, I. Architecture, II. Iconographic, Parigi 1946; J. Lassa, Sanctuaires chrétiens de Syrie, ivi 1947. Per i musaici: M. Avi Yona, Mosaic pavements in Palestine, in The quart. of Depart. antiq. in Palestine, 2 (1933), pp. 136-81; 3 (1934), pp. 26-73; 4 (1935), pp. 187-93 (catalogo); S. Saller - B. Bagatti, The town of Neba, Gerusalemme 1949. Per le iscrizioni: Supplementum epigraphicum Graecum, 8 (1937). Per la ceramica: J. C. Wampler-C. C. Mc Cown, Tell en-Nasbeh, 2 voll., Nuova

Haven 1947; B. Bagatti, Lucerne fittili « a cuore » nel Museo della flagellazione, in Faenza, 35 (1949), pp. 98-103; H. Schneider, The Memorial of Moses on Mount Nebo, parte 3°, Gerusalemme 1950. Per i piccoli oggetti si possono vedere i vari cataloghi dei musei palestinesi: Palestine archaeol. Museum, gallery book, Persian, Hellenistic, Roman, Byzantine period (poligrafato in consultazione), Gerusalemme 1943; inoltre J. Germer-Durant, Un musée palestinien. Notice sur le Musée archéologique de Notre-Dame de France à Jérusalemme, Parigi 1903; B. Bagatti, Il Museo della flagellazione, Gerusalemme 1939. Ad es., di una tomba intatta con oggetti: N. Makhouly, Roch-cut Tombs at el-Jish, in Quart. Depart. antiq. in Palestine, 8 (1939), pp. 45-50. Per il periodo crociato: C. Enlart, Les monuments des Croisés, 2 voll., Parigi 1928. Bellarmino Bagatti

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“PALESTINA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 384. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/palestina.