PAOLO, APOSTOLO, santo. - Apostolo che diffuse il cristianesimo tra le Genti, n. Tarso (v.) in Cilicia nella prima decade dell'era volgare e martirizzato a Roma sotto Nerone, con ogni probabilità nel 67 d. C.
I. VITA
1. La giovinezza
Per nascita P. ereditò il diritto di cittadinanza romana (Act. 16, 37; 22, 25-28) ed un profondo attaccamento alla Legge mosaica. Si gloria di essere « ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge fariseo » (Phil. 3, 5), altrove si definisce « fariseo figlio di farisei » (Act. 23, 6) e ricorda il suo zelo quasi fanatico « per le tradizioni paterne » (Gal. 1, 14). È possibile che nell'intellettuale Tarso, P. frequentasse le scuole greche, ma sono quanto mai tenui e discutibili le tracce di una educazione ellenistica (cf. Act. 17, 28; I Cor. 15, 33; Tit. 1, 12), mentre è innegabile la sua formazione rabbinica, per perfezionare la quale egli si recò giovanetto (14-20 d. C.?) a Gerusalemme. Ivi studiò « ai piedi di Gamaliel » (Act. 22, 3), dottore abbastanza noto nelle tradizioni ebraiche e di spirito sereno ed equilibrato (cf. ibid. 5, 34 sgg.).Frutto del suo attaccamento alla religione mosaica fu la partecipazione alla prima persecuzione contro la Chiesa nascente. P. compare la STEFANO, SANTO (v.). È difficile precisare la parte che vi ebbe. Il testo si limita a dire che durante la macabra azione i lapidatori, per essere più liberi, deposero le loro vesti « ai piedi di un giovanetto chiamato Saulo » (con tale nome egli è sempre ricordato fino al suo primo viaggio missionario). È certo, invece, che, subito dopo, questo « giovane » assunse una parte molto attiva nella persecuzione (Act. 26, 9-11).
2. La conversione
Mentre P. compiva con coscienza sicura (cf. I Tim. 1, 13) tale attività anticristiana, gli accadde un fatto imprevedibile, che rivoluzionò tutta la sua vita. Vicino a Damasco, ove era diretto come inviato del Sinedrio contro i cristiani, gli apparve Gesù risorto. Il fenomeno soprannaturale fu constatato dai compagni, che caddero storditi (Act. 9, 3-7; 22, 7-10; 26, 14-18); esso produsse,
3. A Damasco e nel deserto
Riavutosi dalla profonda impressione e ricevuto Anania (v.), P. si trasformò subito in missionario cristiano; ma il suo primo risultato fu una delusione (Act. 9, 20 sg.). Allora pensò di ritirarsi nel deserto per meditare ed approfondire le verità percepite con intuito soprannaturale al momento della conversione. Per quasi tre anni egli visse «nel deserto» (Gal. 1, 17 sg.), cioè nell'Arabia Petrea non troppo lontano da Damasco. Dopo questo ritiro P. compì un altro tentativo apostolico, sempre senza successo, a Damasco (Act. 9, 23); quindi si recò a Gerusalemme per incontrarsi con gli Apostoli, particolarmente con Pietro (Gal. 1, 18; Act. 9, 26 sgg.). L'accoglienza fu piuttosto fredda per il terribile persecutore di una volta. Barnaba (v.) contribuì a dissipare questa diffidenza, ma anche a Gerusalemme non si aprì nessuna prospettiva per lo zelo del convertito. Vi furono perfino tentativi di congiura da parte di Giudei ellenisti. «Conosciuto ciò i fratelli lo condussero a Cesarea e di là lo mandarono a Tarso» (Act. 9, 30), ove rimase ca. quattro anni, finché Barnaba non lo andò a prendere per condurlo quale missionario ad Antiochia (Act. 11, 25).4. Primo viaggio missionario
Nella città dell'Oronte P. rimase quattro o cinque anni, svolgendo un'attività secondaria all'ombra del suo amico Barnaba, che lo condusse con sé a Gerusalemme per recarvi i sussidi raccolti in previsione della carestia (Act. 11, 30) ACAB (v.). Ritornato da Gerusalemme, P. nel 45-46 fu destinato per una missione apostolica a grande raggio. Un profeta lo designò insieme a Barnaba; i dirigenti imposero loro le mani e li affidarono alla Grazia di Dio per il ministero loro assegnato. Ai due si unì il giovane Marco, cugino di Barnaba. La prima tappa fu l'Isola di Cipro, patria di Barnaba. I tre sbarcarono a Salamina e, attraversata tutta l'isola, Pafo (v.), sede del governatore. Tale ufficio era tenuto dal proconsole Sergio Paolo, che si convertì al cristianesimo, specialmente in seguito alla vittoria di P. Bar Iesu (v.), rimasto cieco dopo l'intimazione dell'Apostolo (Act. 13, 1-12). Da questo momento P. passa in prima linea e viene sem-come effetto fisico, una cecità di qualche giorno nel protagonista e, come conseguenza morale-psicologica, la sua completa trasformazione da persecutore a seguace convintissimo di Gesù. Questo è il punto più saliente della vita di P. e, quindi, l'oggetto preferito per studi storico-religiosi.
pre nominato con il suo nome famoso, non assunto come ricordo del proconsole convertito ma probabilmente ricevuto fin dalla nascita insieme a quello di Saulo.
Da Pafo i missionari salparono per la Panfilia nell'Asia Minore. Perge (v.), essi raggiunsero Antiochia ai confini fra la Frigia e la Pisidia e perciò detta «Antiochia di Pisidia». Ivi un sabato, nella sinagoga, P. ai Giudei e proseliti convenuti tenne un discorso (Act. 13, 16-41), che è un esempio ammirevole di catechesi primitiva ed un sommario di teologia paolina. L'effetto fu incoraggiante; P. fu invitato ufficialmente ad intervenire alla riunione il sabato successivo. Allora, però, incominciarono anche le ostilità dei Giudei, che, valendosi in modo speciale di alcune proselite, obbligarono i missionari ad abbandonare la città (ibid. 13, 50). Essi si diressero verso est e raggiunsero Iconio nella Licaonia, ove svolsero un breve apostolato finché non vennero allontanati dall'opposizione giudaica. Ad Iconio accaddero molti degli avvenimenti descritti negli apocrifi Atti di P. (v.). Listra (v.) P. ottenne un successo maggiore per la sua guarigione miracolosa di uno stoppio; ma presto dove rifugiarsi a Derbe, ove svolse un'attività serena e fruttuosa, ma di cui si è poco informati (Act. 14, 21). Da Derbe i missionari iniziarono il viaggio di ritorno, confermando i convertiti e stabilendo nelle comunità una certa gerarchia ecclesiastica. A Perge si imbarcarono per Antiochia di Siria, terminando così il primo viaggio missionario, con ogni probabilità nel 49 d. C.
5. Assemblea di Gerusalemme
Senza dubbio la questione più delicata che assillò la Chiesa nascente fu la sua relazione con il giudaismo. Il problema, ignoto in Palestina ove i convertiti amavano conservare le loro pratiche mosaiche, si manifestò con tutte le sue difficoltà in Antiochia, ove personaggi chiaroveggenti, come Barnaba e P., non avevano richiesto ai cristiani ex-pagini alcuna sottomissione ai precetti strettamente giudaici. La venuta di alcuni emissari della Chiesa di Gerusalemme con l'idea precisa di imporre tali norme produsse non piccolo turbamento fra i fedeli. Si insisteva innanzitutto sulla necessità della circoncisione (Act. 15, 1), rito che ripugnava alla gran maggioranza dei gentili.Per risolvere il problema si inviarono P. e Barnaba a Gerusalemme perché conferissero con gli Apostoli. Essi vi condussero anche Tito (v.), cristiano incirconciso. A Gerusalemme i due missionari furono accolti con segni di stima e di mutua fratellanza; tuttavia alcuni zelanti non mancarono di esigere da P. la circoncisione di Tito, secondo l'interpretazione più probabile dell'intricato periodo di Gal. 2, 3. P. non solo non accondiscese a tale pretesa, ma però così bene la tesi che la Legge mosaica non obbligava più, che in pratica la sua opinione trionfo nell'assemblea. Pietro patrocinò la sua causa ed anche Giacomo, «fratello di Gesù», molto venerato dai giudeocristiani, vi aderì, richiedendo solo alcune concessioni pratiche dagli etnico-cristiani, come l'astensione dal cibiarsi del sangue, dalla fornicazione e dalle carni offerte agli idoli.
Si era nel 49 o 50 d. C.; la decisione fu di un'importanza grandissima per la Chiesa nascente. Fu il trionfo di P., che recò con gioia in Antiochia, insistendo nel comunicarle ai fedeli, tali decisioni sull'abrogazione della Legge mosaica. Quando, poco dopo, Pietro in Antiochia assumerà un atteggiamento incerto, evitando i contatti con gli etnico-cristiani per non irritare i giudaizzanti permalosi, P. non temerà di riprendere pubblicamente la sua condotta pericolosa (Gal. 2, 11-14).
6. Secondo viaggio missionario
Sistemata tale questione, P. iniziò il suo secondo viaggio, che riuscì molto più lungo del primo. Barnaba propose di prendere ancora il cugino Marco, che nel primo viaggio li aveva abbandonati a Perge in Panfilia (Act. 13, 13). P. si oppose energicamente, rinunzando anche alla compagnia di Barnaba, che se ne andò con Marco a Cipro (ibid. 15, 39). Il posto Sila (v.) o Silvano, che aveva ottime qualità oltre all'ambito privilegio della cittadinanza romana (cf. ibid. 16, 37). Il viaggio ebbe come prima meta le comunità cristiane di Derbe, Listra ed Iconio. Nella seconda di queste città P. trovò un nuovocollaboratore, che diventerà suo discepolo e compagno prediletto, il giovane Timoteo (v.). Da Antiochia di Pisidia i tre si diressero verso il nord attraverso la Frigia ed « il paese galatico » (ibid. 16, 6), interpretato da taluni come equivalente in pratica alla Licaonia e Pisidia, mentre altri, con maggior fondamento, Galazia (v.). Probabilmente i missionari raggiunsero Pessinunte e Dorileo; quindi P. propose di dirigersi verso ovest, dove sorgevano le importanti città della provincia dell'Asia; ma lo Spirito Santo disapprovò tale progetto. Il tentativo in direzione opposta, verso la Bitinia a nord-est, ottenne il medesimo risultato (ibid. 16, 6, 7). Allora i tre si diressero verso nord-ovest finché in Alessandria Troade P. ebbe la rivelazione chiara che la sua missione doveva svolgersi in Grecia. La prima città evangelizzata nel continente europeo fu l'importante colonia romana di Filippi (ibid. 16, 12-15). Come a Listra, anche a Filippi un miracolo operato da P. offrì l'occasione per una tenace opposizione contro i missionari. Alcuni, ai quali l'Apostolo aveva tolto una comoda fonte di guadagno liberando una schiava dall'ossessione diabolica, l'accusarono quale perturbatore dell'ordine pubblico. P. insieme a Sila fu flagellato ed imprigionato; ma il giorno dopo i magistrati, spaventati per aver inflitto tale pena a cittadini romani, li posero in libertà (ibid. 16, 16-39).
Abbandonata Filippi, la cui piccola comunità cristiana fu affidata alle cure di Luca (v.) unitosi ai tre missionari a Troade. P. andò a Tessalonica (oggi Salonicco) nel Golfo Termaico. Fra i convertiti in questa città basta ricordare Giasone, che a sue spese accolse i missionari (ibid. 17, 5, 9). Aristarco e Secondo, che divennero in seguito compagni dell'Apostolo (ibid. 20, 4). Per sfuggire all'ostilità dei Giudei, P. si recò a Berea, ove svolse un'attività serena e feconda, finché non sopraggiunsero dei sobillatori dalla vicina Tessalonica. Allora P. si trasferì in Atene (ibid. 17, 16-34), ove tenne un interessante discorso sull'Areopago (ibid. 17, 22-31); ma il risultato fu piuttosto meschino. I filosofi schernirono P. come un sognatore illuso, mentre la gente ordinaria si disinteressò, a quanto sembra, di lui. Alcuni pochi tuttavia si convertirono; fra essi vengono ricordati Dionigi, membro dell'Areopago, e Damaride.
Molto più proficua, anche se accompagnata da gravi dolori e pene per l'Apostolo, fu la lunga attività svolta nella capitale dell'Acaia, a Corinto. Ivi P. convertì, fra gli altri, anche l'archisinagogo Crispo (ibid. 18, 8). Ciò suscitò il risentimento dei Giudei, che citarono l'Apostolo davanti Gallione (v.), fratello del filosofo-poeta Seneca. Questo magistrato non

(fot. Pant. comm. arch. sacra)
7. Terzo viaggio missionario
P. partì da Corinto con un « voto » (ibid. 18, 18), cioè quasi certamente come nazireo (v. NAZIREATO). Egli andò in Gerusalemme (Act. 18, 22; ἀναβὰς καὶ ἀστασάμενος τὴν Ἐκκλησίαν); quindi si recò ad Antiochia, donde nella primavera del 54 iniziò il suo terzo viaggio missionario. Dopo una breve visita alle comunità della provincia della Galazia, evangelizzate nel primo e nel secondo viaggio, P. fece una sosta straordinariamente lunga (ca. 3 anni, cf. ibid. 20, 31) ad Efeso. In tale città era stato già Apollo (v.). P. completò l'istruzione dei pochi aderenti e, coadiuvato da numerosi collaboratori, svolse un'attività intensa anche nelle città vicine (ibid. 18, 24 - 19, 40). L'efficacia della sua predicazione si rileva dall'agitazione dell'argentiere Demetrio, che vide compromesso il suo commercio di statuette della dea Artemide (ibid. 19, 24). Ad Efeso parimenti P. soffrì molto e dirà metaforicamente che ebbe da lottare con le fiere (I Cor. 15, 32); è prigionia (v.), rispecchiata forse nella lettera ai Filippesi. Discutibile, ma molto probabile, appare anche una breve visita a Corinto, ove l'Apostolo avrebbe avuto un'accoglienza ostile da parte di un suo nemico (cf. II Cor. 2, 1-5). Infine, dopo una visita alle comunità della Macedonia, P. si recò a Corinto, ove passò i tre mesi invernali (57-58). La sua dimora nella capitale dell'Acaia fu abbreviata a causa delle insidie tesegli da alcuni giudei (Act. 20, 3). Per sfuggire ad un attentato, P. cambiò itinerario nel recarsi a Gerusalemme, ove intendeva portare la colletta che aveva raccolto con diligenza per i poveri di questa città (cf. II Cor. 8-9; Rom. 14, 31). Ripassando per le varie Chiese della Macedonia e della costa asiatica, giunse a Gerusalemme per la Pentecoste del 58.8. Prigionia di P
Nella città santa, ove fu accolto con gioia dai dignitari, P. fu invitato a rendere pubblico omaggio alle prescrizioni mosaiche per tacitare il brontolio dei giudaizzanti. Si associò
(fot. delle Brevla Fabbrica di S. Pietro)
il loro voto, sostenendone le spese non lievi. Fu però
subito arrestato dal presidio romano in seguito ad
un tentativo di linciaggio da parte dei Giudei, che
lo calunniavano di aver introdotto nel Tempio l'et-
nico-cristiano Trofimo di Efeso (Act. 21, 27 sgg.).
Il tribuno Lisia lo sottopose alla flagellazione, che
fece sospendere appena conobbe la cittadinanza ro-
mana dell'accusato; indi, venuto a conoscenza di un
complotto giudaico contro la vita del prigioniero, si
affrettò a farlo trasportare a Cesarea presso il procu-
ratore Antonio Felice. Ivi, dopo un vano tentativo di
accusa dei Giudei, P. fu lasciato sotto custodia mili-
tare per due anni con una libertà relativa. Il succes-
sore di Felice, Porcio Festo, intendendo risolvere con
sollecitudine il caso strano del prigioniero, propose un
giudizio a Gerusalemme, trattandosi di questioni re-
ligiose; ma P. rifiutò, appellandosi al tribunale del-
l'Imperatore come cittadino romano (ibid. 25, 12).
Nell'autunno del 60 P. partì, sotto scorta, per
Roma. Sulle coste di Malta la nave naufragò; ma
i passeggeri e l'equipaggio si salvarono non senza
un intervento particolare della Provvidenza divina.
Nell'isola si ebbe una sosta forzata di tre mesi,
durante i quali P. si acquistò grande popolarità con
le sue guarigioni miracolose. Solo nella primavera
del 61 entrò nell'Urbe, accolto con grande venera-
zione dai cristiani. Ivi, pur rimanendo per due anni
nella condizione di prigioniero, P. ottenne una libertà
abbastanza ampia, che utilizzò per una fruttuosa
propaganda cristiana (ibid. 28, 31).
9. Il martirio
Dalle lettere della prigionia (Efesini, Colossesi, Filemone e, forse, Filippesi) e dalle pastorali (I e II Timoteo e Tito) appare chiaro cheP. riacquistò la libertà completa e continuò la sua
intensa attività apostolica. Con ogni probabilità egli
fu in Spagna (cf. Rom. 15, 24, 28; Clemente Romano,
Ad Cor., 5, 7; Frammento muratoriano). Quindi
tornò in Italia ed in Oriente, sostando ad Efeso
(I Tim. 1, 3), a Mileto (II Tim. 4, 20), a Creta (Tit.
1, 5), in Macedonia (I Tim. 1, 3) e nell'Epiro (a
Nicopoli, cf. Tit. 3, 12), ove probabilmente fu di
nuovo arrestato. Condotto a Roma, nel 67, secondo
la data tradizionale, terminò la sua vita movimen-
tata, decapitato alle Aquae Salviae, nella località de-
nominata attualmente «Tre Fontane», secondo gli
Atti apocrifi.
P., la personalità più eminente nel periodo apo-
stolico, fu un uomo di azione quanto mai dinamico,
un missionario infaticabile ed un lottatore, ma più
di tutto fu un mistico ed un apostolo dal cuore ri-
colmo di amore e di zelo per il «Cristo».
II. EPISTOLARIO
Di P., oltre i vari discorsi sunteggiati negli Atti, la tradizione ha conservato 14 lettere (non si esclude che qualche suo scritto sia andato perduto [cf. I Cor. 5, 9; Col. 4, 16]). Secondo l'ordine consueto, né cronologico né logico ma det- tato da criteri estrinseci, le lettere paoline sono: Romani, Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, Tessalonicesi, Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei (v. le ri- spettive voci). L'ordine cronologico più probabile è il seguente: Tessalonicesi (51 d. C.), Galati (54), Fi- lippesi (?) durante il soggiorno efesino (54-55), Corinti (55, 57), Romani (57-58), Filemone, Colossesi, Efesini e, secondo l'opinione più comune, Filippesi al tempo della prigionia romana (61-62), Ebrei (64), I Timoteo (65-66), Tito (66), II Timoteo (66).I vari scritti differiscono spesso per argomento, stile
ed ampiezza. Pur convenendo a tutti l'appellativo di
«lettera», nel tono o genere letterario presentano grande
differenza. Qualcuna, come il biglietto a Filemone, è
strettamente personale e confidenziale, mentre altre (come
le Romani, Efesini, Ebrei) differiscono ben poco da una
«epistola» dottrinale.
Letterariamente questi scritti di P. si distinguono
per un'eleganza tutta particolare. La lingua, abbastanza
pura, appartiene alla koine o dialetto «comune»: i semi-
tismi sono rari, se si confrontano con quelli di altre opere
neotestamentarie; ma non mancano anacoluti anche audaci,
che rendono la lettura difficile ed ostica al principio. Il
fascino delle lettere paoline non è effetto di un'arte ri-
cercata, ma della profondità del pensiero e della veemenza
degli affetti di P. per il Cristo, per i suoi neofiti, per l'in-
tera Chiesa cristiana.
III. DOTTRINA
È difficile compendiare in poche righe l'insegnamento di P., che costituisce la base granitica per molti punti della teologia cristiana. Pur avendo felicissime espressioni trinitarie (cf. Rom. 8, 9-11. 14-17; 15, 15. 16; I Cor. 6, 11; 12, 4-6; II Cor. 2, 21; 13, 13; Gal. 4, 6; Eph. 1, 3-14; Tit. 3, 4-6), P. presenta una dottrina eminentemente cristocentrica. Nella rivelazione di Damasco il Cristo risorto si era immedesimato con i suoi seguaci: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (Act. 9, 4). Da tale concetto P. desunse, come elementi impor- tantissimi della sua catechesi, l'idea della Risurre- zione, ultima conseguenza dell'opera redentrice, e quella del Corpo Mistico: Cristo, capo della Chiesa, il quale vivifica e sorregge tutto l'edificio meraviglioso costituito dai vari fedeli. Altro cardine della dottrina paolina è l'universalità della Redenzione, che, pur senza annullare i privilegi del popolo ebraico, viene offerta indistintamente a tutte le genti. Questo è il grande mistero nascosto, lumeggiato velatamente dagli antichi profeti, ma inconcepibile per la granmaggioranza dei Giudei contemporanei; P. si gloria di essere destinato a proclamarlo (Eph. 3, 8, 9).
10. Cristologia
Per P. la novità del cristianesimo consiste nella rivelazione del Verbo « mistero di Dio, il Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza » (Col. 2, 2, 3). Alla rivelazione frammentaria degli antichi profeti Dio ha sostituito quella perfetta per mezzo di suo Figlio, « mediante il quale pure ha creato i mondi, il quale, essendo l'irradiamento della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, compiuta la purificazione, si sedette alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli Angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro » (Hebr. 1, 2-4): ben due volte vengono qui riassunte le principali prerogative del Figlio di Dio nella sua preesistenza eterna, nell'esistenza storica e nella sopravvivenza glorificata. Il Figlio di Dio, principio di unione e di coordinazione di tutte le cose create (cf. Col. 1, 16), accentra e ricapitola (ἀναχεραλαιόακαθαι), come principio dell'elevazione ad un ordine soprannaturale, tutto in se stesso (Eph. 1, 10).Per tale prerogativa il Cristo è l'antitesi di Adamo. Tutti e due, sebbene in forma e con funzioni diverse, furono costituiti capi dell'umanità. Il secondo con il suo peccato portò l'allontanamento da Dio ed una serie di pene e dolori, fra cui anzitutto la morte. Il primo ripara in maniera sovrabbondante il male causato dal secondo, apportando la vita della Grazia e debellando il peccato (cf. Rom. 5, 12-21). Ciò presuppone la capacità dell'uomo di ricevere la comunicazione della vita divina, ossia la Grazia, la volontà salvifica universale di Dio (cf. ibid. 3, 21-31; 8, 15; Eph. 1, 3-14), insieme alla necessità assoluta di una redenzione per l'umanità decaduta (cf. Rom. 1, 18-3, 18). In virtù della Redenzione al regno del peccato subentra quello della Grazia, alla tirannia della Legge mosaica, manifestatasi inconscio strumento di peccato con la sua molteplicità di precetti senza l'aiuto intrinseco per la loro osservanza, la libertà dei figli di Dio, al dominio della carne e della concupiscenza la possibilità di vivere « secondo lo spirito » con la capacità di produrre frutti di giustizia: al regno della morte succede quello della vita e della Risurrezione (cf. I Cor. 15, 12 sgg.). In breve alle forme di una religione rudimentale (στοιχεῖα τοῦ κόσμου, cf. Gal. 4, 3) ed all'imperfetta « economia » del Vecchio Testamento, secondo la terminologia cara ai Padri greci, viene sostituita una nuova « economia », basata sull'opera salvifica del Cristo, sul dominio della Grazia e sull'ineffabile realtà del Corpo Mistico. Anima di tutti questi avvenimenti meravigliosi è il Cristo, unico ed eterno sacerdote che regola le relazioni fra Dio e l'umanità (cf. Hebr. 2, 17; 4, 14; 5, 5 ecc.): egli è il solo mediatore (I Tim. 2, 5).
11. Lo Spirito Santo ed il Corpo Mistico
Cristo è il centro di tutta la creazione ed il capo del Corpo Mistico, ma lo Spirito Santo ne è l'anima vivificatrice (cf. I Cor. 6, 19; Rom. 8, 2, 11; II Tim. 1, 14). Esso è fonte dei carismi, che tanta importanza avevano nella Chiesa primitiva (cf. I Cor. 12, 4). La rivelazione dei misteri divini è opera dello Spirito (ibid. 2, 10). Gli impulsi della Grazia provengono dal medesimo Spirito. Il cristiano, perciò, deve « camminare nello Spirito » o « essere mosso da esso » (Rom. 8, 4, 14), che genera il complesso di tutte le virtù (Gal. 5, 22). Il fedele si deve considerare come tempio dello Spirito Santo (I Cor. 6, 19). A questo è attribuita la santificazione, perché per suo mezzo « l'amore di Dio è diffuso » nel cuore dei credenti (Rom. 5, 5).Tuttavia tale compito è esercitato anche dal Cristo glorificato come capo del Corpo Mistico. Per questo sarebbe facile segnalare testi paolini che riferiscono la medesima prerogativa ora all'una ed ora all'altra Persona divina, che opera in conformità della predestinazione di Dio Padre (Rom. 8, 29, 30). Del resto anche nel linguaggio ordinario i vari fenomeni vitali si riferiscono con molta facilità al capo od all'anima di un organismo. Nel campo teologico la verità è più lampante in quanto Cristo è in grado di riversare la pienezza dello Spirito (I Cor. 15,
45); la santificazione viene attribuita allo Spirito Santo mandato dal Figlio.
Al concetto del Corpo Mistico è connesso quello della solidarietà intima fra i fedeli, come membra di un medesimo organismo, e quindi quello della Comunione dei santi (cf. I Cor. 10, 17; Eph. 4, 4-6).
12. I Sacramenti
Dei mezzi della Grazia P. ricorda in modo speciale il Battesimo, che segna la nascita del cristiano. Più che sulla necessità del rito (cf. Act. 19, 5), P. insiste nel rilevarne il simbolismo; esso rappresenta anche esteriormente la morte al mondo e l'incorporazione della nuova creatura al Cristo Mistico (cf. Rom. 6, 3; Gal. 3, 27; Eph. 3, 6). L'Apostolo ricorda a lungo l'Eucaristia (I Cor. 11, 20-32). Parla dell'Or-dine sacro, rilevandone la capacità di conferire la Grazia (Act. 20, 28; I Tim. 4, 14; II Tim. 1, 6). Infine insiste nel notare il carattere simbolico del Matrimonio cristiano, che rappresenta l'intima unione fra il Cristo e la sua Chiesa (cf. Eph. 5, 32); e scende a casi pratici per regolare l'uso del Matrimonio, dichiarandone la liceità ma subordinandolo allo stato, più stimato, della verginità (I Cor. 7, 2-40).
13. Etica
La teologia morale trova una messe più modesta negli scritti di P. che, mentre nelle lettere ai Romani ed ai Galati dichiara solennemente la fine della Legge mosaica in blocco, è meno esplicito nel manifestare in che cosa consista « la legge del Cristo » (Gal. 6, 2; I Cor. 9, 21) o della Grazia (cf. Rom. 6, 15). Tuttavia egli rivendica l'obbligatorietà della legge naturale e del dettame della coscienza (ibid. 2, 14, 15). Infine nelle lettere non sono rare le liste di lunghe raccomandazioni morali (cf. I Thess. 5, 14, 19-22; Rom. 12, 8-15). In genere, però, P. insiste molto più sul lato positivo dell'ascetica e della mistica che non su quello negativo del peccato da evitare. L'impegno del cristiano è quello di formare « una nuova creatura » perfetta e di vivere « in Cristo ». Ciò si può realizzare solo con l'acquisto delle varie virtù morali sotto l'azione vivificatrice ed unitaria della « carità » (cf. I Cor. 13, 1-13), che è « il vincolo di perfezione » (Col. 3, 14).L'idea cristocentrica della sua teologia domina anche l'etica di P., che ama parlare di « morte » e di « risurrezione » morale (Rom. 6, 4, 6, 11; Col. 2, 20-3, 8), della necessità di « spogliarsi » dell'antica personalità (= Adamo) per « rivestirsi » della nuova (= Cristo; cf. Rom. 13, 14; Eph. 4, 20-24; Col. 3, 9-11). Come nella cristologia P. si dilunga sulla liberazione della tirannia della carne, così nel campo morale richiede con insistenza la rinunzia alla carne per seguire gli impulsi dello Spirito, che abita nel cuore dei fedeli (cf. Gal. 5, 16-26; Rom. 8, 4-10).
Nei riguardi della società P., pur additandone i vizi molteplici (cf. Rom. 1, 18-32), non si atteggia a riformatore rivoluzionario; mira innanzitutto alla trasformazione individuale. Perfino scrivendo a Filenone in favore di Onesimo, schiavo fuggitivo, evita delicatamente qualsiasi


14. Escatologia
Per tale argomento sono fondamentali le due lettere ai Tessalonicesi ed alcuni brani di quelle ai Corinti (I Cor. 15, 12-55; II Cor. 5, 3) ed ai Romani (13, 11 sgg.). Mentre in taluni testi P. sembra auspicarsi una pronta fine del mondo con il relativo inizio di una vita beata con il Cristo (cf. II Cor. 5, 3, 4; Phil. 1, 6, 10; 3, 20; 4, 5), in altri (Rom. 11, 25) pone come necessarie la diffusione previa del Vangelo e la conversione degli Ebrei, le quali dovrebbero precedere i complessi avvenimenti della parusia (rivelazione dell'Anticristo e seconda venuta del Cristo). Parlando dell'oltretomba, P. si sofferma a rilevare la risurrezione finale, che ha avuto la sua causa meritoria e formale in quella del Cristo, capo del Corpo Mistico (Rom. 4, 25; I Cor. 15, 12-58). Segue il Giudizio Universale (cf. II Cor. 5, 10; Rom. 2, 16; II Tim. 4, 1). La sorte dei peccatori è appena accennata (cf. II Thess. 1, 5 sgg.) da P., che si dilunga tanto sulla felicità dei giusti. Protagonista di questi ultimi avvenimenti sarà ancora il Cristo, che, terminata infine la sua opera, « consegnerà il regno a Dio Padre » (I Cor. 15, 24-28).IV. IL « PAOLINISMO »
Con tale termine si intende spesso l'intera dottrina teologica di P., che avrebbe vivificato o, meglio, alterato l'insegnamento di Gesù con elementi estranei, desunti dal giudaismo o dall'ellenismo, secondo le preferenze dei vari autori. La questione è resa più complicata dal fatto che la « critica » nei riguardi della personalità paolina è influenzata da posi-zioni spesso antagonistiche circa l'autenticità e l'attendibilità delle fonti, circa le relazioni fra P. e Gesù, circa il cristianesimo primitivo ed altri elementi connessi con la storia delle religioni.
L'importanza di P. non come apostolo, ma come creatore di una teologia cristiana o addirittura come fondatore del cristianesimo, è stata così esagerata da far sentire la necessità di un ritorno alla semplicità del Vangelo. « Liberiamoci da P. » (Los vom Paulus) oppure « Torniamo a Cristo » (Back to Christ) è la parola d'ordine che guida ancora certi studiosi del cristianesimo. In realtà tale invocazione è spiegabile solo dopo la violenta separazione di P. da Gesù, di cui il primo si considerò sempre devoto seguace ed imitatore (cf. I Cor. 11, 1).
Dopo i timidi tentativi di L. Usteri (1824) e di alcuni altri autori, il « paolinismo » cominciò ad essere un tema preferito dal tempo della scuola di Tubinga. Il suo instauratore, F. C. Baur, seguendo la concezione filosofica dello Hegel, descrisse l'insegnamento di P., che deriverebbe dall'ellenismo, come l'antitesi della tesi giudaizzante (= petrinismo). Fra i seguaci più o meno diretti, di questa scuola, basta ricordare A. Hilgenfeld, O. Pfleiderer, C. Holsten, H. J. Holtzmann, C. Weizsäcker, F. Ferrari. Base della loro ricostruzione, almeno in origine, è il riconoscimento dell'autenticità di sole 4 lettere (Romani, I e II Corinti, Galati). Per la rumorosa scuola olandese (A. Pierson, W. C. van Manen, S. A. Naber, D. Völter, ecc.), che negava l'autenticità di tutte le epistole, il « paolinismo » sarebbe la dottrina tardiva (sec. 11) di un gruppo cristiano progressista, il quale intese porre le proprie idee sotto l'egida di P.
Tale posizione assurda della critica causò una reazione vivace in tutti gli ambienti. Quali effetti di questa reazione si possono segnalare un maggior rispetto della tradizione circa l'autenticità degli scritti paolini, un certo scetticismo circa la pretesa di individuare l'insegnamento di P. in una singola idea-madre, un maggiore interesse per la vita di P., oltre che per le sue dottrine, e l'abbandono quasi totale della maniera semplicistica di spiegare il « paolinismo » derivandolo dall'ellenismo. Per questo si investigarono con maggior acribia i rapporti di P. con il Vecchio Testamento, con la letteratura giudaica contemporanea, con l'insegnamento di Gesù e degli altri Apostoli. Da una tale indagine è risultato che l'indirizzo primitivo dell'esegesi protestante, la quale generalmente poneva come fondamento del « paolinismo » l'idea della « giustizia di Dio », desunta dalla lettera ai Romani, è insostenibile. In genere ora si accentua l'importanza della Redenzione o soteriologia. La quintessenza del pensiero paolino sarebbe l'opera redentrice del Cristo.
Riguardo alle fonti del « paolinismo », escluso l'esagerato influsso del pensiero greco (scuola di Tubinga e seguaci) e delle religioni misteriche (R. Reitzenstein, P. Wendland, H. Böhlig, J. Weiss, F. Cumont, A. Loisy,
