PAOLO, APOSTOLO

PAOLO, APOSTOLO, santo - Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.

come effetto fisico, una cecità di qual- che giorno nel pro- tagonista e, come conseguenza mo- rale-psicologica, la sua completa tra- sformazione da per- secutore a seguace convintissimo di Gesù. Questo è il punto più saliente della vita di P. e, quindi, l'oggetto preferito per studi storico-religiosi.

Per i razionalisti esso costituisce uno scoglio formida- bile; si sono moltiplicate le teorie, esagerando di solito o inventando elementi fisici o fisiologici o storico-psico- logici o puramente psichico-religiosi, ma finora nessuna ipotesi ha potuto pretendere di aver risolto l'enigma. Con un senso di melanconia si è concluso che «nessuna analisi, né psicologica né dialettica, è capace di serrare l'intimo mistero dell'atto, con cui Dio rivelò il suo Figlio a P.» (F. C. Baur, Das Christentum und die Kirche der drei ersten Jahrhunderts, 2a ed., Tubinga 1860, p. 45). In tale avvenimento «la storia può solamente trarre il cambiamento subitaneo» (C. Weizsäcker, Das aposto- lische Zeitalter der christlichen Kirche, 3a ed., ivi 1902, p. 75).

3. A Damasco e nel deserto

Riavutosi dalla profonda impressione e ricevuto Anania (v.), P. si trasformò subito in mis- sionario cristiano; ma il suo primo risultato fu una delusione (Act. 9, 20 sg.). Allora pensò di ritirarsi nel deserto per meditare ed approfondire le verità percepite con intuito soprannaturale al momento della conversione. Per quasi tre anni egli visse nel deserto» (Gal. 1, 17 sg.), cioè nell'Arabia Petrea non troppo lontano da Damasco. Dopo questo ritiro P. compì un altro tentativo apostolico, sempre senza successo, a Damasco (Act. 9, 23); quindi si recò a Gerusalemme per incontrarsi con gli Apostoli, par- ticolarmente con Pietro (Gal. 1, 18; Act. 9, 26 sg.). L'accoglienza fu piuttosto fredda per il terribile per- secutore di una volta. Barnaba (v.) contribuì a dissipare questa diffidenza, ma anche a Gerusa- lemme non si aprì nessuna prospettiva per lo zelo del convertito. Vi furono perfino tentativi di con- giurare da parte di Giudei ellenisti. «Conosciuto ciò i fratelli lo condussero a Cesarea e di là lo mandarono a Tarso» (Act. 9, 30), ove rimase ca. quattro anni, finché Barnaba non lo andò a prendere per condurlo quale missionario ad Antiochia (Act. 11, 25).

4. Primo viaggio missionario

Nella città dell'Orante P. rimase quattro o cinque anni, svolgendo un'attività secondaria all'ombra del suo amico Barnaba, che lo con- dusse con sé a Gerusalemme per recarvi i sussidi raccolti in previsione della carestia (Act. 11, 30) ACAB (v.). Ritornato da Gerusalemme, P. nel 45-46 fu destinato per una missione apostolica a grande raggio. Un profeta lo designò insieme a Barnaba; i dirigenti im- posero loro le mani e li affidarono alla Grazia di Dio per il ministero loro assegnato. Ai due si unì il giovane Mar- co, cugino di Barnaba. La prima tappa fu l'Isola di Cipro, patria di Barnaba. I tre sbarcarono a Salamina e, attra- versata tutta l'isola, Pafo (v.), sede del go- vernatore. Tale ufficio era tenuto dal proconsolo Sergio Paolo, che si convertì al cristianesimo, specialmente in seguito alla vittoria di P. Bar Iesu (v.), rimasto cieco dopo l'intimazione dell'Apostolo (Act. 13, 1-12). Da questo momento P. passa in prima linea e viene sem- pre nominato con il suo nome famoso, non assunto come ricordo del proconsolo convertito ma probabilmente ri- cevuto fin dalla nascita insieme a quello di Saulo.

Da Pafo i missionari salparono per la Panfilia nell'Asia Minore. Perge (v.), essi rag- giunsero Antiochia ai confini fra la Frigia e la Pisidia e perciò detta «Antiochia di Pisidia». Ivi un sabato, nella sinagoga, P. ai Giudei e proseliti convenuti tenne un di- scorso (Act. 13, 16-41), che è un esempio ammirevole di catechesi primitiva ed un sommario di teologia paolina. L'effetto fu incoraggiante; P. fu invitato ufficialmente ad intervenire alla riunione il sabato successivo. Allora, però, incominciarono anche le ostilità dei Giudei, che, valendosi in modo speciale di alcune proselite, obbliga- rono i missionari ad abbandonare la città (ibid. 13, 50). Essi si diressero verso est e raggiunsero Iconio nella Li- caonia, ove svolsero un breve apostolato finché non ven- neo allontanati dall'opposizione giudaica. Ad Iconio ac- caddero molti degli avvenimenti descritti negli apocrifi Atti di P. (v.). Listra (v.) P. ottenne un successo mag- giore per la sua guarigione miracolosa di uno storpio; ma presto dové rifugiarsi a Derbe, ove svolse un'attività serena e fruttuosa, ma di cui si è poco informati (Act. 14, 21). Da Derbe i missionari iniziarono il viaggio di ritorno, confermando i convertiti e stabilendo nelle co- munità una certa gerarchia ecclesiastica. A Perge si im- barcarono per Antiochia di Siria, terminando così il primo viaggio missionario, con ogni probabilità nel 49 d. C.

5. Assemblea di Gerusalemme

Senza dubbio la questione più delicata che assillò la Chiesa nascente fu la sua relazione con il giudaismo. Il problema, ignoto in Palestina ove i convertiti amavano conservare le loro pratiche mosaiche, si manifestò con tutte le sue difficoltà in Antiochia, ove personaggi chiarovengono, come Bar- naba e P., non avevano richiesto ai cristiani ex-pagani alcuna sottomissione ai precetti strettamente giudaici. La venuta di alcuni emissari della Chiesa di Gerusalemme con l'idea precisa di imporre tali norme produsse non pic- colo turbamento fra i fedeli. Si insisteva innanzitutto sulla necessità della circoncisione (Act. 15, 1), rito che ripugnavà alla gran maggioranza dei gentili.

Per risolvere il problema si inviarono P. e Barnaba a Gerusalemme perché conferissero con gli Apostoli. Essi vi condussero anche Tito (v.), cristiano incirconciso. A Gerusalemme i due missionari furono accolti con segni di stima e di mutua fratellanza; tuttavia alcuni zelanti non mancarono di esigere da P. la circoncisione di Tito, secondo l'interpretazione più probabile dell'intricato pe- riodo di Gal. 2, 3. P. non solo non accondiscese a tale pretesa, ma perorò così bene la tesi che la Legge mosaica non obbligava più, che in pratica la sua opinione trionfò nell'assemblea. Pietro patrocinò la sua causa ed anche Giacomo, «fratello di Gesù», molto venerato dai giudeo- cristiani, vi aderì, richiedendo solo alcune concessioni pratiche dagli etnico-cristiani, come l'astensione dal ci- barisì del sangue, dalla fornizzazione e dalle carni offerte agli idoli.

Si era nel 49 o 50 d. C.; la decisione fu di un'impor- tanza grandissima per la Chiesa nascente. Fu il trionfo di P., che recò con gioia in Antiochia, insistendo nel co- munitarie ai fedeli, tali decisioni sull'abrogazione della Legge mosaica. Quando, poco dopo, Pietro in Antiochia assumerà un atteggiamento incerto, evitando i contatti con gli etnico-cristiani per non irritare i giudiziamenti par- malosi. P. non temerà di riprendere pubblicamente la sua condotta pericolosa (Gal. 2, 11-14).

6. Secondo viaggio missionario

Sistemata tale que- stione, P. iniziò il suo secondo viaggio, che riuscì molto più lungo del primo. Barnaba propose di prendere an- cora il cugino Marco, che nel primo viaggio li aveva ab- bandonati a Perge in Panfilia (Act. 13, 13). P. si oppose energicamente, rinunziando anche alla compagnia di Bar- naba, che se ne andò con Marco a Cipro (ibid. 15, 39). Il posto SICILIA (v.) o Silvano, che aveva ottime qualità oltre all'ambito privilegio della cittadinanza romana (cf. ibid. 16, 37). Il viaggio ebbe come prima meta le comunità cristiane di Derbe, Listra ed Iconio. Nella seconda di queste città P. trovò un nuovo

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(pa. Biblioteca Vaticana)
Paolo, Apostolo, santo - Vetro a fondo dorato (sec. IV) - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.

collaboratore, che diventerà suo discepolo e compagno prediletto, il giovane Timoteo (v.). Da Antiochia di Pisidia i tre si diressero verso il nord attraverso la Frigia ed «il paese galatico» (ibid. 16, 6), interpretato da taluni come equivalente in pratica alla Licaonia e Pisidia, mentre altri, con maggior fondamento, Galazia (v.). Probabilmente i missionari raggiunsero Pessinunte e Dorileo; quindi P. propose di dirigersi verso ovest, dove sorgevano le importanti città della provincia dell'Asia; ma lo Spirito Santo disapprovò tale progetto. Il tentativo in direzione opposta, verso la Bitinia a nord-est, ottenne il medesimo risultato (ibid. 16, 6, 7). Allora i tre si diressero verso nord-ovest finché in Alessandria Tronde P. ebbe la rivelazione chiara che la sua missione doveva svolgersi in Grecia. La prima città evangelizzata nel continente europeo fu l'importante colonia romana di Filippi (ibid. 16, 12-15). Come a Listra, anche a Filippi un miracolo operato da P. offrì l'occasione per una tenace opposizione contro i missionari. Alcuni, ai quali l'Apostolo aveva tolto una comoda fonte di guadagno liberando una schiava dall'ossessione diabolica, l'accusarono quale perturbatore dell'ordine pubblico. P. insieme a Sila fu flagellato ed imprigionato; ma il giorno dopo i magistrati, spaventati per aver inflitto tale pena a cittadini romani, li posero in libertà (ibid. 16, 16-39).

Abbandonata Filippi, la cui piccola comunità cristiana fu affidata alle cure di Luca (v.) unitosi ai tre missionari a Tronde, P. andò a Tessalonica (oggi Salonicco) nel Golfo Termaico. Fra i convertiti in questa città basta ricordare Giasone, che a sue spese accolse i missionari (ibid. 17, 5, 9). Aristarco e Secondo, che divennero in seguito compagni dell'Apostolo (ibid. 20, 4). Per sfuggire all'ostilità dei Giudei, P. si recò a Berea, ove svolse un'attività serena e feconda, finché non sopraggiunsero dei solitari dalla vicina Tessalonica. Allora P. si trasferì in Atene (ibid. 17, 16-34), ove tenne un interessante discorso sull'Aeropago (ibid. 17, 22-31); ma il risultato fu piuttosto meschino. I filosofi schernirono P. come un sognatore illuso, mentre la gente ordinaria si disinteressò, a quanto sembra, di lui. Alcuni pochi tuttavia si convertirono; fra essi vengono ricordati Dionigi, membro dell'Aeropago, e Damaride.

Molto più proficua, anche se accompagnata da gravi dolori e pene per l'Apostolo, fu la lunga attività svolta nella capitale dell'Acaia, a Corinto. Ivi P. convertì, fra gli altri, anche l'archisinaro Crispo (ibid. 18, 8). Ciò suscitò il risentimento dei Giudei, che citarono l'Apostolo davanti Gallione (v.), fratello del filosofo-poeta Seneca. Questo magistrato non

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(not. Pont. comm. arch. sacra)

PAOLO. APOSTOLO, santo - Ritratto di s. P. graffito in una lastra marmorea (sec. IV); l'iscrizione non è pertinente alla figura. V. sotto l'articolo relativo di Wilpert - Roma, cimitero di s. Agnese.

agi contro l'accusato, il quale così poté continuare ancora per «molti giorni» il suo apostolato, forse sino all'autunno del 53, quando si diresse verso Oriente per rivedere la Chiesa madre di Gerusalemme e le altre comunità cristiane dell'Asia.

7. Terzo viaggio missionario

P. partì da Corinto con un «voto» (ibid. 18, 18), cioè quasi certamente come nazireo (v. NAZIREATO). Egli andò in Gerusalemme (Act. 18, 22; ἀναβαῖς καὶ ἀσπασμένους τῇ Ἐκκλησίᾳ); quindi si recò ad Antiochia, donde nella primavera del 54 iniziò il suo terzo viaggio missionario. Dopo una breve visita alle comunità della provincia della Galazia, evangelizzate nel primo e nel secondo viaggio, P. fece una sosta straordinariamente lunga (ca. 3 anni, cf. ibid. 20, 31) ad Efeso. In tale città era stato già Apollo (v.). P. completò l'istruzione dei pochi aderenti e, coadiuvato da numerosi collaboratori, svolse un'attività intensa anche nelle città vicine (ibid. 18, 24 - 19,40). L'efficacia della sua predicazione si rileva dall'agitazione dell'argentiero Demetrio, che vide compromesso il suo commercio di statuette della dea Artemide (ibid. 19, 24). Ad Efeso parimenti P. soffrì molto e dirà metaforicamente che ebbe da lottare con le fiere (I Cor. 15, 32); è più che probabile una vera primigenia (v.), rispecchiatrice forse nella lettera ai Filippesi. Discutibile, ma molto probabile, appare anche una breve visita a Corinto, ove l'Apostolo avrebbe avuto un'accoglienza ostile da parte di un suo nemico (cf. II Cor. 2, 1-5). Infine, dopo una visita alle comunità della Macedonia, P. si recò a Corinto, ove passò i tre mesi invernali (57-58). La sua dimora nella capitale dell'Acaia fu abbreviata a causa delle insidie tesegli da alcuni giudei (Act. 20, 3). Per sfuggire ad un attentato, P. cambiò interiormente nel recarsi a Gerusalemme, ove intendeva portare la colletta che aveva raccolto con diligenza per i poveri di questa città (cf. II Cor. 8-9; Rom. 14, 31). Ripassando per le varie Chiese della Macedonia e della costa asiatica, giunse a Gerusalemme per la Pentecoste del 58.

8. Prigionia di P

Nella città santa, ove fu accolto con gioia dai dignitari, P. fu invitato a rendere pubblico omaggio alle prescrizioni mosaiche per tacitare il brontolio dei giudiazzi. Si associò

volentieri a quattro nazirei, che dovevano sciogliere il loro voto, sostenendone le spese non lievi. Fu però subito arrestato dal presidio romano in seguito ad un tentativo di linciaggio da parte dei Giudei, che lo calunniavano di aver introdotto nel Tempio l’etico-cristiano Trofimo di Efeso (Act. 21, 27 sgg.). Il tribuno Lisia lo sottopose alla flagellazione, che fece sospendere appena conobbe la cittadinanza romana dell’accusato; indi, venuto a conoscenza di un complotto giudaico contro la vita del prigioniero, si affrettò a farlo trasportare a Cesarea presso il procuratore Antonio Felice. Ivi, dopo un vano tentativo di accusa dei Giudei, P. fu lasciato sotto custodia militare per due anni con una libertà relativa. Il successore di Felice, Porcio Festo, intendendo risolvere con sollecitudine il caso strano del prigioniero, propose un giudizio a Gerusalemme, trattandosi di questioni religiose; ma P. rifiutò, appellandosi al tribunale dell’Imperatore come cittadino romano (ibid. 25, 12).

Nell’autunno del 60 P. partì, sotto scorta, per Roma. Sulle coste di Malta la nave naufragò; ma i passeggeri e l’equipaggio si salvarono non senza un intervento particolare della Provvidenza divina. Nell’isola si ebbe una sosta forzata di tre mesi, durante i quali P. si acquistò grande popolarità con le sue guarigioni miracolose. Solo nella primavera del 61 entrò nell’Urbe, accolto con grande venerazione dai cristiani. Ivi, pur rimanendo per due anni nella condizione di prigioniero, P. ottenne una libertà abbastanza ampia, che utilizzò per una fruttuosa propaganda cristiana (ibid. 28, 31).

9. Il martirio

Dalle lettere della prigionia (Efesini, Colossesi, Filemone e, forse, Filippesi) e dalle pastorali (I e II Timoteo e Tito) appare chiaro che P. riacquistò la libertà completa e continuò la sua intensa attività apostolica. Con ogni probabilità egli fu in Spagna (cf. Rom. 15, 24, 28; Clemente Romano, Ad Cor., 5, 7; Frammento muratoriano). Quindi tornò in Italia ed in Oriente, sostando ad Efeso (I Tim. 1, 3), a Mileto (II Tim. 4, 20), a Creta (Tit. 1, 5), in Macedonia (I Tim. 1, 3) e nell’Epiro (a Nicopoli, cf. Tit. 3, 12), ove probabilmente fu di nuovo arrestato. Condotto a Roma, nel 67, secondo la data tradizionale, terminò la sua vita movimentata, decapitato alle Aquae Salviae, nella località denominata attualmente «Tre Fontane», secondo gli Atti apocrifi.

P., la personalità più eminente nel periodo apostolico, fu un uomo di azione quanto mai dinamico, un missionario infaticabile ed un lottatore, ma più di tutto fu un mistico ed un apostolo dal cuore ricomodo di amore e di zelo per il «Cristo».

II. Epistolario

Di P., oltre i vari discorsi punteggiati negli Atti, la tradizione ha conservato 14 lettere (non si esclude che qualche suo scritto sia andato perduto [cf. I Cor. 5, 9; Col. 4, 16]). Secondo l’ordine consueto, né cronologico né logico ma dettato da criteri estrinseci, le lettere paoline sono: Romani, Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, Tessalonicesi, Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei (v. le rispettive voci). L’ordine cronologico più probabile è il seguente: Tessalonicesi (51 d. C.), Galati (54), Filippesi (7) durante il soggiorno efesino (54-55), Corinti (55, 57), Romani (57-58), Filemone, Colossesi, Efesini e, secondo l’opinione più comune, Filippesi al tempo della prigionia romana (61-62), Ebrei (64), I Timoteo (65-66), Tito (66), II Timoteo (66).

I vari scritti differiscono spesso per argomento, stile ed ampiezza. Pur convenendo a tutti l’appellativo di «lettera», nel tono o genere letterario presentano grande differenza. Qualcuno, come il biglietto a Filemone, è strettamente personale e confidenziale, mentre altre (come le Romani, Efesini, Ebrei) differiscono ben poco da una «epistola» dottrinale.

Letterariamente questi scritti di P. si distinguono per un’eleganza tutta particolare. La lingua, abbastanza pura, appartiene alla koiné o dialetto comune; i semitismi sono rari, se si confrontano con quelli di altre opere neotestamentarie; ma non mancano anacoluti anche audaci, che rendono la lettura difficile ed ostica al principio. Il fascino delle lettere paoline non è effetto di un’arte ricercata, ma della profondità del pensiero e della veemenza degli affetti di P. per il Cristo, per i suoi neofiti, per l’intera Chiesa cristiana.

III. Dottrina

È difficile comprendere in poche righe l’insegnamento di P., che costituisce la base granitica per molti punti della teologia cristiana. Pur avendo felicissime espressioni trinitarie (cf. Rom. 8, 9-11, 14-17; 15, 15, 16; I Cor. 6, 11; 12, 4-6; II Cor. 2, 21; 13, 13; Gal. 4, 6; Eph. 1, 3-14; Tit. 3, 4-6), P. presenta una dottrina eminentemente cristocentrica. Nella rivelazione di Damasco il Cristo risorto si era immedesimato con i suoi seguaci: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (Act. 9, 4). Da tale concetto P. desunse, come elementi importantissimi della sua catechesi, l’idea della Risurrezione, ultima conseguenza dell’opera redentrice, e quella del Corpo Mistico: Cristo, capo della Chiesa, il quale vivifica e sorregge tutto l’edificio meraviglioso costituito dai vari fedeli. Altro cardine della dottrina paolina è l’universalità della Redenzione, che, pur senza annullare i privilegi del popolo ebraico, viene offerta indistintamente a tutte le genti. Questo è il grande mistero nascosto, lumeggiato velatamente dagli antichi profeti, ma inconcepibile per la gran

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(per cortesia del prof. E. Joni) Paolo, Apostolo, santo - S. P. Affresco del sec. v - Napoli, catacomba di S. Gennaro.

volentieri a quattro nazirei, che dovevano sciogliere il loro voto, sostenendone le spese non lievi. Fu però subito arrestato dal presidio romano in seguito ad un tentativo di linc

maggioranza dei Giudei contemporanei; P. si gloria di essere destinato a proclamarlo (Eph. 3, 8, 9).

10. Cristologia

Per P. la novità del cristianesimo consiste nella rivelazione del Verbo «mistero di Dio, il Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col. 2, 2, 3). Alla rivelazione frammentaria degli antichi profeti Dio ha sostituito quella perfetta per mezzo di suo Figlio, «mediante il quale pure ha creato i mondi, il quale, essendo l'irradiatore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, compiuta la purificazione, si sedette alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli Angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro» (Hebr. 1, 2, 4); ben due volte vengono qui riassunte le principali prerogative del Figlio di Dio nella sua preesistenza eterna, nell'esistenza storica e nella sopravvivenza glorificata. Il Figlio di Dio, principio di unione e di coordinazione di tutte le cose create (cf. Col. 1, 16), accentua e ricapitola (ἀνακεφαλαιόσασθαι), come principio dell'elezione ad un ordine soprannaturale, tutto in se stesso (Eph. 1, 10).

Per tale prerogativa il Cristo è l'antitesi di Adamo. Tutti e due, sebbene in forma e con funzioni diverse, furono costituiti capi dell'umanità. Il secondo con il suo peccato portò l'allontanamento da Dio ed una serie di pene e dolori, fra cui anzitutto la morte. Il primo ripara in maniera sovrabbondante il male causato dal secondo, apportando la vita della Grazia e debellando il peccato (cf. Rom. 5, 12-21). Ciò presuppone la capacità dell'uomo di ricevere la comunicazione della vita divina, ossia la Grazia, la volontà salvifica universale di Dio (cf. ibid. 3, 21-31; 8, 15; Eph. 1, 3-14), insieme alla necessità assoluta di una redenzione per l'umanità decaduta (cf. Rom. 1, 18-3, 18). In virtù della Redenzione al regno del peccato subentra quello della Grazia, alla tirannia della Legge mosaica, manifestata in conscio strumento di peccato con la sua molteplicità di precetti senza l'aiuto intrinseco per la loro osservanza, la libertà dei figli di Dio, al dominio della carne e della concupiscenza la possibilità di vivere «secondo lo spirito» con la capacità di produrre frutti di giustizia; al regno della morte succede quello della vita e della Risurrezione (cf. I Cor. 15, 12 sgg.). In breve alle forme di religione rudimentale (συνεχίζει το σύνολο), cf. Gal. 4, 3) ed all'imperfetta «economia» del Vecchio Testamento, secondo la terminologia cara ai Padri greci, viene sostituita una nuova «economia», basata sull'opera salvifica del Cristo, sul dominio della Grazia e sull'ineffabile realtà del Corpo Mistico. Anima di tutti questi avvenimenti meravigliosi è il Cristo, unico ed eterno sacerdote che regola le relazioni fra Dio e l'umanità (cf. Hebr. 2, 17; 4, 14; 5, 5 ecc.): egli è il solo mediatore (I Tim. 2, 5).

11. Lo Spirito Santo ed il Corpo Mistico

Cristo è il centro di tutta la creazione ed il capo del Corpo Mistico, ma lo Spirito Santo ne è l'anima vivificatrice (cf. I Cor. 6, 19; Rom. 8, 2, 11; II Tim. 1, 14). Esso è fonte dei carismi, che tanta importanza avevano nella Chiesa primitiva (cf. I Cor. 12, 4). La rivelazione dei misteri divini è opera dello Spirito (ibid. 2, 10). Gli impulsi della Grazia provengono dal medesimo Spirito. Il cristiano, perciò, deve «camminare nello Spirito» o «essere mosso da esso» (Rom. 8, 4, 14), che genera il complesso di tutte le virtù (Gal. 5, 22). Il fedele si deve considerare come tempio dello Spirito Santo (I Cor. 6, 19). A questo è attribuita la santificazione, perché per suo mezzo «l'amore di Dio è diffuso» nel cuore dei credenti (Rom. 5, 5).

Tuttavia tale compito è esercitato anche dal Cristo glorificato come capo del Corpo Mistico. Per questo sarebbe facile segnalare testi paolini che riferiscono la medesima prerogativa ora all'una ed ora all'altra Persona divina, che opera in conformità della predestinazione di Dio Padre (Rom. 8, 29, 30). Del resto anche nel linguaggio ordinario i vari fenomeni vitali si riferiscono con molta facilità al capo ed all'anima di un organismo. Nel campo teologico la verità è più lampante in quanto Cristo è in grado di riversare la pienezza dello Spirito (I Cor. 15, 45); la santificazione viene attribuita allo Spirito Santo man-dato dal Figlio.

Al concetto del Corpo Mistico è considerato quello della solidarietà intima fra i fedeli, come membro di un medesimo organismo, e quindi quello della Comunione dei santi (cf. I Cor. 10, 17; Eph. 4, 4-6).

12. I Sacramenti

Dei mezzi della Grazia P. ricorda in modo speciale il Battesimo, che segna la nascita del cristiano. Più che sulla necessità del rito (cf. Act. 19, 3, 5), P. insiste nel rilevarne il simbolismo; esso rappresenta anche esteriormente la morte al mondo e l'incorporazione della nuova creatura al Cristo Mistico (cf. Rom. 3, 5; Gal. 3, 27; Eph. 3, 6). L'Apostolo ricorda a lungo l'Eucaristia (I Cor. 11, 20-32). Parla dell'Or-dine sacro, rilevandone la capacità di conferire la Grazia (Act. 20, 28; I Tim. 4, 14; II Tim. 1, 6). Infine insiste nel notare il carattere simbolico del Matrimonio cristiano, che rappresenta l'intima unione fra il Cristo e la sua Chiesa (cf. Eph. 5, 32); e scende a casi pratici per regolare l'uso del Matrimonio, dichiarandone la liceità ma subordinandolo allo stato, più stimato, della verginità (I Cor. 7, 2-40).

13. Etica

La teologia morale trova una messe più modesta negli scritti di P. che, mentre nelle lettere ai Romani ed ai Galati dichiara solennemente la fine della Legge mosaica in blocco, è meno esplicito nel manifesto che in cosa consista «la legge del Cristo» (Gal. 5, 2; I Cor. 9, 21) o della Grazia (cf. Rom. 6, 15). Tuttavia egli rivendica l'obbligatorietà della legge naturale e del dettame della coscienza (ibid. 2, 14, 15). Infine nelle lettere non sono rare le liste di lunghe raccomandazioni morali (cf. I Thess. 5, 14, 19-22; Rom. 12, 8-15). In genere, però, P. insiste molto più sul lato positivo dell'ascetica e della mistica che non su quello negativo del peccato da evitare. L'impegno del cristiano è quello di formare «una nuova creatura» perfetta e di vivere «in Cristo». Ciò si può realizzare solo con l'acquisto delle varie virtù morali sotto l'azione vivificatrice ed unitaria della «carità» (cf. I Cor. 13, 1-13), che è «il vincolo di perfezione» (Col. 3, 14).

L'idea cristocentrica della sua teologia domina anche l'etica di P., che ama parlare di «morte» e di «risurrezione» morale (Rom. 6, 4, 6, 11; Col. 2, 20-3, 8), della necessità di «spogliarsi» dell'antica personalità (Adamo) per «rivestirsi» della nuova (cf. I Cor. 13, 14; Eph. 4, 20-24; Col. 3, 9-11). Come nella cristologia P. si dilunga sulla liberazione dalla tirannia della carne, così nel campo morale richiede con insistenza la rinunzia alla carne per seguire gli impulsi dello Spirito, che abita nel cuore dei fedeli (cf. Gal. 5, 16-26; Rom. 8, 4-10).

Nei riguardi della società P., pur additando i vizi molteplici (cf. Rom. 1, 18-32), non si atteggia a riformare rivoluzionario; mira innanzitutto alla trasformazione individuale. Perfino scrivendo a Filemone in favore di Onesimo, schiavo fuggitivo, evita delicatamente qualsiasi

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PAOLO APOSTOLO

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(per cortesìu di mons. A. P. Frutæ)

PAOLO, APOSTOLO, santo - S. P. Maniera di Antoniazzo Romano (sec. xv) - Roma, chiesa di S. Onofrio al Gianicolo.

affermazione che avrebbe potuto prestarsi ad azioni incendiarie. Non condanna la schiavitù, ma insiste con compiacenza sul dovere della «carità» e presenta analogie atte a dirigere verso altre idee il pensiero dei padroni cristiani (schiavitù comune nei riguardi del Cristo, I Cor. 7, 22; pericolo di una schiavitù del peccato, Rom. 6, 16, 16). In politica, soggetto costantemente evitato, P. non appare affatto il «rivoluzionario» identificato da alcuni giudei contemporanei (cf. Act. 16, 20, 21; 17, 6, 7; 24, 5, 12) e da certi storici moderni. Egli invita i suoi lettori a rispettare la legge dello Stato; ma anche in questo campo addita un'autorità superiore, Dio, cui tutto deve essere subordinato, compresa ogni dignità umana (cf. Rom. 13, 1-7; I Tim. 2, 2; Tit. 3, 1).

14. Escatologia

Per tale argomento sono fondamentali le due lettere ai Tessalonicesi ed alcuni brani di quelle ai Corinti (I Cor. 15, 12-55; II Cor. 5, 3) ed ai Romani (13, 11 sgg.). Mentre in taluni testi P. sembra auspicarsi una pronta fine del mondo con il relativo inizio di una vita beata con il Cristo (cf. I Cor. 5, 3, 4; Phil. 1, 6, 10; 3, 20; 4, 5), in altri (Rom. 11, 25) pone come necessarie la diffusione previa del Vangelo e la conversione degli Ebrei, le quali dovrebbero precedere i complessi avvenimenti della parusia (rivelazione dell'Anticristo e seconda venuta del Cristo). Parlando dell'oltretomba, P. si sofferma a rilevare la risurrezione finale, che ha avuto la sua causa meritoria e formale in quella del Cristo, capo del Corpo Mistico (Rom. 4, 25; I Cor. 15, 12-58). Segue il Giudizio Universale (cf. II Cor. 5, 10; Rom. 2, 16; II Tim. 4, 1). La sorte dei peccatori è appena accennata (cf. II Thess. 1, 5 sgg.) da P., che si dilunga tanto sulla felicità dei giusti. Protagonista di questi ultimi avvenimenti sarà ancora il Cristo, che, terminata infine la sua opera, «consegnerà il regno a Dio Padre» (I Cor. 15, 24-28).

IV. IL «PAOLINISMO»

Con tale termine si intende spesso l'intera dottrina teologica di P., che avrebbe vivificato o, meglio, alterato l'insegnamento di Gesù con elementi estranei, desunti dal giudaismo o dall'ellenismo, secondo le preferenze dei vari autori. La questione è resa più complicata dal fatto che la «critica» nei riguardi della personalità paolina è influenzata da posi

zioni spesso antagonistiche circa l'autenticità e l'attendibilità delle fonti, circa le relazioni fra P. e Gesù, circa il cristianesimo primitivo ed altri elementi connessi con la storia delle religioni.

L'importanza di P. non come apostolo, ma come creatore di una teologia cristiana o addirittura come fondatore del cristianesimo, è stata così esagerata da far sentire la necessità di un ritorno alla semplicità del Vangelo. «Liberiamoci da P.» (Los vom Paulus) oppure «Torniamo a Cristo» (Back to Christ) è la parola d'ordine che guida ancora certi studiosi del cristianesimo. In realtà tale invocazione è spiegabile solo dopo la violenta separazione di P. da Gesù, di cui il primo si considerò sempre devoto seguace ed imitatore (cf. I Cor. 11, 1).

Dopo i timidi tentativi di L. Usteri (1824) e di alcuni altri autori, il «paolinismo» cominciò ad essere un tema preferito dal tempo della scuola di Tubinga. Il suo instauratore, F. C. Baur, seguendo la concezione filosofica dello Hegel, descrisse l'insegnamento di P., che deriverebbe dall'ellenismo, come l'antitesi della tesi giudaizzante (= petrinismo). Fra i seguaci più o meno diretti, di questa scuola, basta ricordare A. Hilgenfeld, O. Pfleiderer, C. Holsten, H. J. Holtzmann, C. Weizsäcker, F. Ferrari. Base della loro ricostruzione, almeno in origine, è il riconoscimento dell'autenticità di sole lettere (Romani, I e II Corinti, Galati). Per la rumorosa scuola olandese (A. Pierson, W. C. van Manen, S. A. Naber, D. Völter, ecc.), che negava l'autenticità di tutte le epistole, il «paolinismo» sarebbe la dottrina tardiva (sec. 11) di un gruppo cristiano progressista, il quale intese porre le proprie idee sotto l'egida di P.

Tale posizione assurda della critica causò una reazione vivace in tutti gli ambienti. Quali effetti di questa reazione si possono segnalare un maggior rispetto della tradizione circa l'autenticità degli scritti paolini, un certo scetticismo circa la pretesa di individuare l'insegnamento di P. in una singola idea-madre, un maggiore interesse per la vita di P., oltre che per le sue dottrine, e l'abbandono quasi totale della maniera semplicistica di spiegare il «paolinismo» derivandolo dall'ellenismo. Per questo si investigarono con maggior acribia i rapporti di P. con il Vecchio Testamento, con la letteratura giudaica contemporanea, con l'insegnamento di Gesù e degli altri Apostoli. Da una tale indagine è risultato che l'indirizzo primitivo dell'esegesi protestante, la quale generalmente poneva come fondamento del «paolinismo» l'idea della «giustizia di Dio», desunta dalla lettera ai Romani, è insostenibile. In genere ora si accentua l'importanza della Redenzione o soteriologia. La quintessenza del pensiero paolino sarebbe l'opera redentrice del Cristo.

Riguardo alle fonti del «paolinismo», escluso l'esagerato influsso del pensiero greco (scuola di Tubinga e seguaci) e delle religioni misteriche (R. Reitzenstein, P. Wendland, H. Böhlig, J. Weiss, F. Cumont, A. Loisy,

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(de G. Pouri. La serie lauretana degli Arossi di Raffaello, Roma 1822, (av. 29) Paolo, Apostolo, santo - Il sacrificio di Listri, Cartone di Raffaello. Londra, South-Kensington Museum.