PAOLO, APOSTOLO, santo - Calco completo e particolare fotografato dalla "fenestella confessionis" dell'iscrizione posta sulla tomba dell'Apostolo (sec. IV) - Roma, basilica di S. Paolo.

(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Fuori Roma si trovano raffigurazioni analoghe in S. Elia a Nepi, in S. Silvestro a Tivoli, in S. Pietro a Tuscania (sec. XI), nel S. Pietro a Civate (sec. XII), in S. Maria infra portas a Foligno, in una serie quasi innumerevole di opere, che arriva fino al ciclo dei mussici di Monreale, ai pittori toscani del '200, agli affreschi di S. Bevignate a Perugia, nella cappella di S. Silvestro ai SS. Quattro Coronati (Wilpert, Mosaiken, tav. 268), ai SS. Giovanni e P. (id., ibid., tav. 270, 2); scene della leggenda di Pudente sono in una cappella in S. Pudenziana (id., ibid., tav. 262, 2) e negli affreschi di S. Francesca Romana a Roma, del S. Speco a Subiaco, della cattedrale d'Anagni, ecc., ormai in piena età romanica. Singolare è la scena di s. P. che accompagna le varie classi di defunti, sacerdoti, monaci, ricchi, plebei al giudizio, nella tavola della fine del sec. XI nella Pinacoteca Vaticana (D. Redig De Campos, in Rendiconti Pont. Accad. rom. di archeol., 11 [1935], p. 139 sgg.). Il suo martirio è rappresentato nel celebre trittico giottesco del card. Stefaneschi nella Pinacoteca Vaticana.
Dalla fine del Duecento a tutto il Trecento, le rappresentazioni dell'Apostolo si moltiplicano: dagli affreschi di Cimabue ad Assisi, alla scultura di Arnolfo di Cambio nel ciborio di S. P., dal Torriti, dal Rusuti, dal Cavallini a Duccio, a Simone Martini, a Lippo Memmi, ad Ambrogio Lorenzetti, a Taddeo Gaddi, a Bernardo Daddi, è tutta una fioritura artistica che, realizzandosi in tavole, giunge non di rado a sommi capolavori, mentre anche l'iconografia si modifica a partire dal sec. XIII, e compare la spada, simbolo del martirio.
Fuori d'Italia, si ricordano una statua del Museo di Tolosa, una tavola del Museo di S. P. a Worms (del sec. XIII) e rilievi a Tournai, ad Aquisgrana, ecc. Deca-
pitato, sorreggentesi la testa fra le mani, compare in un martirologio della Biblioteca di Stoccarda.
Cicli. - Il più importante ciclo dedicato alla storia del Santo si trovava, come è naturale, nella Basilica sorta sulla sua tomba, ed era stato eseguito dal Cavallini, tra il 1280 ed il 1292, in due ripiani sovrapposti della navata di sinistra, purtroppo andati irrimediabilmente perduti nell'incendio del 1523 e nei restauri ad esso conseguenti, e sostituiti da 38 affreschi ottocenteschi. Nello stesso incendio vennero danneggiati i mussici dell'arco trionfale, mentre si salvò in un andito d'accesso alla sagrestia l'affresco di Antoniazzo Romano, in cui appare l'Apostolo, con il libro aperto e la lunga spada. Parimenti distrutti nei rifacimenti edilizi del Cinquecento furono gli altri affreschi con la vita di s. P. nella Basilica Vaticana: eseguiti sotto papa Liberio furono restaurati da papa Gregorio IV e da Formoso (891-94) e ridipinti, secondo il Vasari, alla fine del Duecento e nel Trecento, dal Cavallini e da Giotto. Si sono invece conservati intatti i riquadri del grande ciclo musivo di Monreale, con i seguenti episodi: spedizione a Damasco, conversione, accecamento presso le porte della città, colloquio con Anania, Battesimo, disputa con i Giudei, fuga da Damasco, consegna delle lettere di Timoteo, incontro a Roma con s. Pietro, decapitazione.
Il Cinquecento, oltre a numerose raffigurazioni di singoli episodi, offre il ciclo, dovuto a Raffaello, nei celebri arazzi ora nella Pinacoteca Vaticana con la Conversione di s. P., l'Accecamento di Elymus, il Sacrificio in Lystra, la Predica sull'Areopago e la Prigionia. Anche Holbein il Vecchio diede una complessa rappresentazione di più episodi, secondo la leggenda di Jacopo da Varazze, nella tavola ora nella Galleria di Augusta, del 1504. In essa sono le scene della Conversione, del Battesimo, della Prigionia, della Consegna delle lettere, della Predica (cui assiste Thecla), dell'Incontro con s. Pietro, della Decapitazione, del Miracolo delle tre sorgenti e del Ritrovamento del capo dell'Apostolo, raffigurate secondo i modi fiamminghi della narrazione continuata. Il Forment, nell'altare di S. P. in Saragozza (1516-24), presenta otto scene, delle quali alcune erano rare iconograficamente (Riturrezione di un giovane caduto dalla finestra, Preghiera tra 2 leoni e 2 orsi, Giudizio davanti a Nerone).
Ma nell'età moderna sono soprattutto diffuse le rappresentazioni di singoli episodi. La prigionia del Santo, ad es., affrescata da Michelangelo nella Cappella Paolina; poi due quadri del Rubens (nel Kaiser Friedrich Museum di Berlino e nella Pinacoteca di Monaco) e una incisione del Dürer. La conversione, fra I altro, è nella tela del Caravaggio in S. Maria del Popolo. L'Apostolo compare inoltre nella Disputa del Sacramento di Raffaello nella Camera della Segnatura, in Vaticano.
Nel rifacimento della Basilica Ostiense l'iconografia dell'Apostolo si è arricchita di varie rappresentazioni plastiche che si sono affiancate alla statua lignea del sec. XIII venerata dai pellegrini che ne asportarono schegge. Di esse si ricordano la gigantesca opera del Revelli e quella per l'altare del Santo, del Tenerani. - Vedi tavv. LI-LIII.
VIII. APOCALISSE di P
Scritto apocrifo (v. APOCRIFI, LIBRI), che narra quanto l'Apostolo avrebbe visto in un viaggio d'oltretomba. Ad una breve introduzione storica e parenetica segue il racconto del rapimento di s. Paolo (cf. II Cor. 12, 2-4). Sotto la guida di un angelo, P. contempla la morte di un giusto e di un empio con il rispettivo giudizio particolare. Quindi si inizia il viaggio attraverso il luogo dei beati, popolato dai patriarchi, dai profeti e da altri santi del Vecchio Testamento. Passato al luogo dei tormenti contempla le pene dei dannati, fra i quali si scorgono, con notevole anacronismo, anche membri della gerarchia ecclesiastica. Il viaggio ter-mina nel Paradiso Terrestre, ove ancora germogliano l'albero del bene e del male e quello della vita e dove avviene l'incontro con Maria Vergine, circondata da un gruppo di giusti del Vecchio Testamento.
Dal lato teologico è da notare l'affermazione di una diminuzione delle pene eterne o meglio di una loro sospensione durante la domenica in memoria della Risurrezione. Tale notizia eterodossa è omessa nella recensione siriaca. Lo scritto non solo è prezioso per le sue idee cosmologiche, ma anche come fonte della tradizione, raccolta da Dante (Inferno, II, 28), di un viaggio di s. Paolo nel regno dei dannati. La diffusione dell'Apocalisse di P. è testimoniata dalle molte recensioni in lingue diverse, alcune delle quali appaiono in redazioni multiple. Fino a noi sono giunte le recensioni greca, latina, siriaca, armena, copta, araba, oltre a vari rifacimenti medievali in lingue moderne (italiano, francese, tedesco, anglosassone).
La più antica allusione al libro si trova ca. il 416 in un discorso di s. Agostino (Tract. in Ioan., 98, 8: PL 35, 1884-85). Anche Sozomeno (Hist. eccl., VII, 19: PG 67, 1477-80) verso il 440 ne parla come di un'opera recente. Nella recensione siriaca (§ 52) è detto che la sua esistenza fu rivelata al tempo dell'imperatore Teodosio (379-95). Tutto, quindi, concorre a porre la sua data alla fine del sec. IV.
IX. ATTI DI P
Opera apocrifa, unitaria in origine, ora nota attraverso tre frammenti, che si presentano con caratteristiche proprie ed in una forma completa in se stessi: gli Atti di P. e di Tecla, la corrispondenza (apocrifa) fra P. e i Corinti (v.) e il Martirio di P. Nella prima è narrata la vita di P. in modo indipendente dagli Atti degli Apostoli; vi si trova un lungo racconto della conversione di Tecla ad Iconio, della sua decisione di rimanere vergine, delle persecuzioni da lei subite e, soprattutto, del suo eroico attaccamento all'Apostolo. La corrispondenza fra P. ed i Corinti è povera di notizie biografiche, essendo imbastita su questioni di fede. Infine il Martirio di P. narra nei più minuti particolari la fine dell'Apostolo a Roma.Gli Atti di P. si presentano anonimi. Tuttavia l'autore non pretende di passare per compagno dell'Apostolo, come succede spesso in tali scritti apocrifi. Dal punto di vista dottrinale era senza dubbio ostile alle varie correnti gnostiche, che fa confutare anacronisticamente da P. Sebbene qualche espressione sulla castità possa far sorgere il sospetto che egli fosse un encratita (v. CARAITI), l'autore è ortodosso. Solo il suo entusiasmo per la verginità lo spinge a calcare le tinte. Tale ortodossia è affermata già da Tertulliano (De Baptismo, 17: CSEL, XX, p. 215), il quale riferisce che autore degli Atti di P. o Περδος, come li chiama egli con maggior proprietà, era stato un sacerdote dell'Asia, il quale intendeva onorare così la memoria dell'Apostolo. Convinto della sua falsificazione storica, fu degradato. S. Gerolamo (De viris ill., 7: PL 23, 651) con scarsissima verosimiglianza lo fa condannare dallo stesso apostolo s. Giovanni.
La testimonianza di Tertulliano e di Origene (De principiis, I, 2, 3: CB, V, p. 30; In Ioannem tom. XX, 12: CB, IV, p. 342) pone senz'altro al sec. II (forse nel 160-70) la composizione dello scritto primitivo, giunto alquanto rimaneggiato nelle sue tre parti. Al contrario
di quanto avveniva per altri apocrifi, in antico si fu molto benevoli verso di esso, che ebbe una grande diffusione, specialmente per il Tecla (v.).
X. PREDICAZIONE DI P
Apocrifo, di cui si conosce l'esistenza solo attraverso la testimonianza dell'anonimo De rebaptismate. Ivi è citato con parole dure un racconto puerile ed evidentemente eretico intorno al Battesimo di Gesù, desunto da una Pauli praedicatio.Gesù, dopo aver confessato i suoi peccati, sarebbe stato costretto da Maria a ricevere il Battesimo di Giovanni, che sarebbe stato amministrato con l'acqua e con il fuoco, apparso miracolosamente sull'acqua. Si accenna anche ad altre scempiaggini (absurde ac turpiter dicta) dell'opera (De rebaptismate, 17: CSEL, III, p. 90). Non sembra che tale scritto apocrifo avesse relazione letteraria con gli Atti di P. (v.) ed è problematica l'ipotesi di Hilgenfeld, che lo Pietro (v.).