NAZIREATO. - Professione di « nazireo » (ebr. nāzīr, da nāzar, al passivo « appartarsi » e « astenersi »), tradotto ναζιραῖος e nazaraeus (per influsso di « Nazareth », da Mt. 2, 23).
Consisteva nella pratica di un voto (ebr. nedher, dalla radice protosemitica ndr, da cui deriva pure nāzīr) di astinenza, per motivo religioso (cf. l'espressione completa « nazireo di [votato a] Dio »: Iudc. 13, 5, 7; 16, 17; Eccl. 6, 13 [ebr.]) e da bevanda alcooliche (compresa la stessa uva: Num. 6, 3); dal taglio dei capelli, considerato una raffinatezza; inoltre il nazireo doveva con particolare impegno evitare le impurità rituali, specialmente il contatto di un cadavere.
Il voto poteva essere perpetuo, come sembra il caso di Sansone (Iudc. 13, 5, 7), Samuele (I Sam. 1, 11; cf. Eccl. 46, 13) e in epoca neotestamentaria Giovanni Battista (Lc. 1, 15) e Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme (Eusebio, Hist. eccl., II, 23, 4 segg.), oppure temporaneo (in epoca tardiva il minimo era 30 giorni: Flavio Giuseppe, Bell. Iudc., II, 15, 1). Quest'ultimo caso è regolato dalla legge di Num. 6, in cui si prescrivono le astinenze ricordate sopra (cf. anche Am. 2, 11-12) e si indicano i riti (sempre considerati manifestazione cultuale solenne: cf. I Mach. 3, 49) in occasione del compimento del tempo del voto (Am. 2, 13 segg.).
Potevano essere naz ree anche le donne (Num. 6, 2),
con limitazioni (Num. 30, 4-6), come è il caso di Berenice, sorella del re Agrippa (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., II, 15, 1).
Nazaraeus nella Volgata (ebr. názir) si trova anche in Gen. 49, 26; Deut. 33, 16 (di Giuseppe), ove significa « principe », o « prescelto » e in Mt. 8, 23 (greco Ναζωραῖος), detto di Gesù, in quest'ultimo caso spiegato variamente (Zolli: « il predicatore »), ma forse equivalente solo a « Nazareno », con allusione all'epiteto messianico (Is. 11, 1) néser « germoglio », in riferimento all'umile origine e vita del Messia.
