BARNABA. - Collaboratore insigne degli Apostoli, legato specialmente a s. Paolo. Di nome Giuseppe, fu dagli Apostoli soprannominato B., cioè « figlio di profezia » o « di predicazione » (aramaico bar nébhú'áh), significando con ciò le sue efficaci doti di « esortatore » presso la Chiesa nascente.
Levita di tribù, cipriota di nascita, era cugino di Marco l'Evangelista (Col. 4, 10). Passò ad abitare a Gerusalemme, ove possedeva una casa, che vendette consegnandone il prezzo agli Apostoli (Act. 4, 16-17). Presentò Paolo neo-convertito agli Apostoli, avvallandolo con la sua autorità (Act. 9, 26-27). Per la grande stima che godeva (« vir bonus et plénus Spiritu sancto et fide »; Act. 11, 24), fu inviato ad Antiochia per dirigere la comunità cristiana ivi sorta. Di là « andò a Tarso a cercare Saulo, e trovatolo lo condusse in Antiochia » (Act. 11, 25), ove lavorarono insieme per un anno intero con gran frutto. Con Paolo andò poi a Gerusalemme a portare soccorsi durante la carestia al tempo di Claudio (Act. 11, 10). Di ritorno ad Antiochia, fu consacrato insieme con Paolo, per l'evangelizzazione dei Gentili (Act. 13, 2).
Partirono per una missione in Cipro, donde proseguirono a Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri. A Listri il popolo entusiasta dei predicatori taumaturghi li crede due dèi: il facondo Paolo è acclamato come Mercurio e B., forse per l'imponenza del fisico, come Giove (Act. 13-14).
Di ritorno ad Antiochia, nuovamente inviati entrambi a Gerusalemme, vi consultarono gli Apostoli circa l'obbligo della circoncisione (Act. 15, 1-26). Progettarono poi di ritornare nell'Asia Minore a visitare le comunità fondate nella precedente missione. Ma Paolo si rifiutò di assumere anche Marco, cugino di B., che nel precedente viaggio li aveva abbandonati. Allora si separarono; B. preferì andare con Marco a Cipro, e Paolo per terra rifece l'itinerario della prima missione (Act. 15, 36-41). Rimase inalterata l'armonia fra i tre, come appare dalle menzioni benevole che Paolo ha sempre per B. e Marco nelle sue lettere.
Altre notizie su B. non ci sono fornite dal Nuovo Testamento. Le notizie da altre fonti hanno poca autorità. La sua tomba sarebbe stata ritrovata al tempo dell'imperatore Zenone (488), insieme col Vangelo di s. Matteo scritto di mano dello stesso B. Il nome di B. figura nel Canone romano (Sacrament. gelasiano) e a Roma c'era in suo onore un'antica chiesa. Nella liturgia è quasi pareggiato agli apostoli. In Oriente e in Occidente la sua festa è all'11 di giugno.
Bibliografia4 opere
Vincenzo Cavalla
ATTI DI B
Libro apocrifo, composto alla fine del sec. v.
Nel 1698 D. Papebroch pubblicò per la prima volta, dal cod. Vaticano greco 1667, Acta et passio Barnabae in Cypro, con la rispettiva versione latina del card. Guglielmo Sirieto (Acta SS. Junii, II, ed. Anversa 1698, pp. 431-36). L'edizione greca di C. von Tischendorf, Acta apostolorum apocrypha, Lipsia 1851, pp. XXVI-XXXI, 64-74, ha usufruito anche del Cod. Parisien. 1470. Ma il merito dell'edizione critica, basata ancor su altri 4 codici, spetta a M. Bonnet, Acto apostolorum apocrypha, II, ivi 1903, pp. xxvii sg., 292-302.
Come autore di questi Περὶδαι καὶ μαρτύριον τοῦ ἁγίου Βαρυάδα τοῦ ἀποστόλου si esibisce Giovanni Marco, cugino di B., prima aiutante di Cirillo, grande sacerdote di Giove, e, dopo il Battesimo a Iconio, addetto al servizio di Paolo, B. e Sila. Dopo aver riportato la vivace discussione tra Paolo e B. (cf. Act. 15, 37-39), passa a esaltare l'attività di B. a Cipro. Questi dai Giudei dell'isola fu crudelmente vessato, poi bruciato vivo. Marco riuscì a raccoglierne e occultare le reliquie «insieme col Vangelo ricevuto da Matteo», poi fuggì in Egitto ove continuò l'opera di evangelizzazione. Il Baronio (Annales, ad annum 51, n. 51) severamente lo definì un «nebulo». Dalle ben precise informazioni topografiche si potrebbe forse dedurre l'origine cipriota di questi Atti, verso la fine del sec. v.
Bibliografia2 opere
Adalberto Metzinger
LETTERA DI B
Apocrifo del Nuovo Testamento, composto probabilmente sulla fine del sec. 1.
1. Contenuto
Si propone (1, 4-5) di condurre i fedeli a una perfetta conoscenza del cristianesimo. Comprende, oltre l'introduzione (cap. 1) e la conclusione (cap. 21), due parti disuguali, nettamente distinte dall'autore stesso. La prima (capp. 2-17) è di carattere didattico-polemico. Esorta alla pratica delle virtù, contrapponendola ai sacrifici (cap. 2) e ai digiuni del Vecchio Testamento, ormai abrogati (cap. 3), poiché il giudizio è vicino (cap. 4). Illustra poi la redenzione operata da Cristo con la sua passione (cap. 5), predetta dai profeti (cap. 6), prefigurata dai simboli (detti, fatti, riti, prescrizioni varie) della legge mosaica, che a torto i Giudei hanno inteso letteralmente (capp. 7-17). Segue una parte morale: la dottrina delle due vie (cap. 18), molto simile a quella della Didachè (v.; capp. 1-5); la via della luce, cioè della virtù (cap. 19) e la via delle tenebre, cioè dei vizi (cap. 20). Nell'esortazione conclusiva ricorda che è vicino il giorno del Signore (cap. 21).
2. Autore
È attribuita a B. dalla tradizione manoscritta (principalmente il codice Sinaitico della Bibbia, sec. IV, e il codice Gerosolimitano della Didachè, sec. XI) e dagli antichi scrittori ecclesiastici: Clemente Alessandrino, Origene, Serapione di Tmuis, Eusebio di Cesarea (dubitativamente). Oggi tale attribuzione è generalmente rifiutata (la sostiene J. D. Burger, in Museum Helveticum 1946, pp. 180-93, assegnandola al 70-75), perché lo scritto non fu inserito nel canone del Nuovo Testamento, perché dà del Vecchio Testamento un'interpretazione esclusivamente allegorica contrastante con la dottrina di S. Paolo, di cui B. fu compagno, e perché è posteriore a B., morto verosimilmente non dopo il 70. È dovuta probabilmente a un cristiano convertito dal giudaismo vissuto nell'ambiente alessandrino, ove fioriva l'allegorismo biblico. Fu composta dopo il 70, poiché vi si allude alla distruzione del Tempio, e prima del 170, quando Celso la citò implicitamente (Origene, Contra Celsum, I, 63). L'interpretazione di una profezia di Daniele, riferita all'impero romano (4, 3-10), induce la maggioranza dei critici moderni a collocare l'opera sotto il regno di Nerva (18 sett. 96-25 genn. 98). Secondo L. Williams in Journal of Theol. Stud., 1933, p. 337 sg. fu composta prima dell'anno 100. Altri (così Stählin), per un'allusione, intesa letteralmente, alla riedificazione del Tempio (16, 4), la pone nel 130. Cf. anche Schoeps in Conject. Neotestamentica, VI, pp. 3, 18 (poco dopo la rivolta di Bar Kocheba).
3. Dottrina
Come s'è detto, lo pseudo-B. professa l'allegorismo nell'esegesi biblica, non solo scorgendo in tutto il Vecchio Testamento tipi di Cristo e della Chiesa, ma negando affatto il senso letterale (specie 47, 9-12). La divinità di Cristo è chiaramente affermata (4, 12; 5, 5, 10; 6, 12; 7, 2; 12, 10 sg.). Sulla redenzione compiuta col sacrificio di Cristo per ottenerci il perdono dei peccati e la nuova vita, si diffonde in tutta la prima parte. Parla ampiamente del Battesimo. Nell'escatologia, afferma che il mondo durerà scimila anni, che la fine è prossima, che nel settimo millennio Dio si riposerà, e nell'ottavo comincerà un altro mondo (4, 3; 15; 21, 3).
Bibliografia6 opere
Michele Pellegrino
VANGELO DI B
Apocrifo, menzionato solo in due collezioni di libri canonici e apocrifi, come di origine gnostica.
Il cosiddetto Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis cita l'Evangelium secundum Barnabam (Pl. 59, 162, 175 sg.; E. von Dobschütz [Texte und Untersuchungen, 38, IV], Lipsia 1912); l'altra menzione è in un elenco greco di 60 libri canonici (T. Zahn, Geschichte des neutestamentlichen Kanons, II, Erlangen 1890, p. 292). L'opinione comune è che di esso non sia rimasta traccia alcuna; ma qualche autore ne avrebbe individuato due brevi testi (ad es., E. Hennecke, Neutestamentliche Apokryphen, 2ª ed., Tübingen 1924, p. 64, nota 2).
Del sec. XIV-XVI abbiamo manoscritti italiani (nelle biblioteche dell'Aia e di Vienna) che contengono un Vangelo di B., da non confondersi con quello antico gnostico. L'autore è un italiano il quale, passato dal cristianesimo all'Islam, in contrasto con la dottrina di S. Paolo voleva provare con l'autorità di B. che Gesù era profeta e precursore, non figlio di Dio, e che il vero Messia era Maometto. «C'est un curieux monument d'un étrange état d'âme» (Rev. bibl., nuova serie, 5 [1908], p. 300).
Bibliografia3 opere
Adalberto Metzinger