PAVONE. - Il p., originario dell'India, era noto in Israele forse già al tempo di Salomone, poi in Grecia e a Roma.
Fu animale sacro ad Era e a Giunone, venne rappresentato in gemme, in monete come in quelle di Samo e di Argos, già prima di Cristo, in monumenti sepolcrali, in case, come a Pompei e ad Ercolano. Ovidio scrive che porta le stelle nella coda (Metamorphos., 15, 385). Plinio chiama «gemmantes» i suoi colori (Nat. hist., 10, 43), che Marziale riferisce alle ali (13, 70). Tertulliano riferisce la leggenda di Ennio che Omero sarebbe stato mutato in p. (De anima, 33-34: PL 1, 750-51; De resurrectione carnis: ibid., 841); egli descrive le sue penne oculate, che perde e rinnova, nel suo trattato De pallia (ibid., 1090-91). Per questo il p. fu simbolo della primavera ed era effigiato nel Cronografo del 354 al mese di maggio; la ruota della sua coda dai cento ocelli simboleggia il cielo stellato (Fr. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Parigi 1942, p. 231). S. Agostino scrive che fu concesso alla carne del p. di non putrefarsi (De civ. Dei, 21, 4: PL 41, 712). Per questo divenne simbolo dell'immortalità e si spiega per conseguenza come sia stato spesso rappresentato in monumenti funerari romani, dal sepolcreto dell'isola sacra ai colombari della vigna Codini, a quelli sotto le basiliche «in Catacumbas», e in Vaticano sotto l'edificio dell'annona e sotto la basilica di S. Pietro. Passarono quindi nell'arte cimiteriale cristiana, come nell'ipogeo degli Acilii in Priscilla e altrove nello stesso cimitero (Wilpert, Pitture, tavv. 91 e 109, 1, 202), negli altri di Bassilla (ibid., tav. 151), di Domitilla (ibid., tav. 196), «inter duas lauros» (ibid., tav., 131), in Marco e Marcellino (ibid., tav. 162, 1), in Callisto (ibid., tavv. 37, 38, 134, 2), in Panfilo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 1 [1924], p. 112 e figg. 59-60; 3 [1926], p. 190, fig. 78); nell'ipogeo del Viale Manzoni (G. Wilpert, Le pitture dell'Ipogeo di Aurelio Felicissimo presso il Viale Manzoni in Roma, in Atti e Mem. della Pont. Acc. Rom. di arch., 1, 2, tav. 8).
Figura nel paradiso nell'affresco detto «dei cinque santi» in Callisto (Wilpert, Pitture, tav. 110), e a Siracusa nella cripta di S. Marziano (J. Führer-V. Schultze, Die alchristl. Grabstätten Siziliens, Friburgo i. Br. 1907, p. 304). Sembrano unicamente ornamentali nell'arco-solio di Bonifatia nel cubicolo di Ampliato in Domitilla (Wilpert, Pitture tav. 30, 1). Fuori Roma si trova a Napoli nel cimitero di S. Cennaro (G. Achella, Die Katakomben von Neapel, Berlino-Lipsia 1936, tav. 28); a
Siracusa nella catacomba della vigna Cassia (J. Führer, Forschungen zur Sicilia Sotterranea, Monaco 1897, tav. 10). In tutti i citati esempi si possono trovare p. soli sopra o sotto un albero; p. affrontati ad un vaso o ad un calice, p. su tralci di vite o uscenti da un vaso o che becchettano un grappolo d'uva, o che bevono ad un vaso. Nei musaici il p. è frequente sia solo con la coda spiegata a ruota o in atto di beccare un fiore, o a coppia tra un vaso, o anche a gruppi di tre; sulle decorazioni tombali a Cartagine, nelle basiliche di Adrumeto, di Bordj-el-Joudi, di Sidi-Diedidi, di Oued-Ramel, di Sidi-Abich, di Cartagine, di Cherchel, di Djemia, di Henchir-Guerneria, di Henchir-Chigarmia, di Henchir (Inventaire des mosques de la Gaule et d'Afrique, passim). Fu anche inciso su lastro sepolcrali, come in quella di Aurelia Proba e in una proveniente da Pretestato, dove i due p. affrontati al vaso sono insieme a delfini e ancore (O. Marucchi, Monumenti del Museo cristiano lateranense, Milano 1910, tavv. 58,3 e 29,3). Nella Gallia, in un epitaffio di una Eusebia religiosa «magna ancilla Dei» (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1857, tav. 70, n. 423) e a Vienne quello di un «Urbanus» morto nel 491 o 536 (M. Faure, Vienne, ses monuments chrétiens, Vienne 1948, p. 132, fig. 1). In un graffito trovato nella basilica cristiana di el-Asaba (R. Baroccini, in Africa italiana, 1929, p. 77). Essi figurano affrontati ad un cantaro anche nel musaico pavimentale della sinagoga naronitana, oggi Hammam-el-Lif in Tunisia (E. Renan, La mosaïque d'Hammam-Lif, in Revue arch., 3ª serie, 3-4 [1884], pp. 273-76, tavv. 7-8). A Roma sono anche nella volta d'un cubicolo nel cimitero giudaico della vigna Randanini sulla Via Appia, ma detto cubicolo può essere stato in origine pagano e poi incorporato nel cimitero (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, tav. 580). Nell'arte non sepolcrale il p. appare nei musaici come nelle volte del mausoleo di S. Costanza in Roma, in S. Matrona presso Capua, in S. Vitale a Ravenna. A Vid di Narenta (l'antica «Narona»), in Dalmazia, un frammento di bassorilievo mostra i due p. affrontati al vaso (Fr. Bulic, Di un antico bassorilievo con rappresentazione eucaristica, in Nuovo bull. arch. crist., 12 [1906], pp. 207-14).
Si trova spesso in transenne, in S. Apollinare nuovo a Ravenna e a S. Vitale anche negli abachi dei capistelli nell'urna reliquiario nel Museo civico di Verona, nel sarcofago dell'atrio di S. Lorenzo al Verano in Roma che è rilavorato (Fr. H. Taylor The Sarcophagus of St. Lorenzo, in The art Bulletin, 10 [1927]). Perfino in una lampada proveniente da Beyrouth (O. M. Dalton, Early christian antiquities, Londra 1901, p. 132, n. 835) e in una secchia di piombo trovata a Tunisi (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5 [1867], pp. 77-87).