PALERMO, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi dell'isola di Sicilia. Ha una superficie di ca. 1416 kmq. con una popolazione di 707.093 ab. dei quali 705.000 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie, servite da 303 sacerdoti diocesani e 370 regolari; ha seminario maggiore e minore, 49 comunità religiose maschili e 124 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 308).
Sono ignoti i limiti della diocesi nei tempi più antichi; gli odierni ripetono l'assetto di età normanna in connessione con i territori delle diocesi confinanti di Monreale, Cefalù, Mazara ed Agrigento. Il piccolo territorio della diocesi palermitana si spiega con la particolare posizione della città nella divisione dell'Isola tra Roberto e Ruggero.
I. ORIGINI E STORIA DELLA CITTÀ NELL'EVO ANTICO
Le colline che circondano P., l'antica Panorama, e la pianura stessa, in grotte e stazioni all'aperto, conservano testimonianze della più antica umanità in Sicilia, spettanti al Paleolitico superiore. Altri avanzi di civiltà più recente, di tipo subneolitico, vanno attribuiti a Sicani della tradizione storiografica antica, di stirpe e linguaggio mediterraneo, e attestano la loro presenza nei borghi e nel sito attuale di P., specie alle falde del M. Pellegrino (contrada Valdesi). Sul territorio verso la fine del sec. VIII a. C. si insediò la colonia fenicio-cartaginese di Panormo; essa occupò l'altura di Piazza Vittoria, presso una profonda insenatura portuale, che graduali interramenti hanno ri- dotto all'attuale «Cala». La necropoli fenicia ad ipogei esistente lungo il Corso Calatafimi attesta la vita della città, fiorita rapidamente per i traffici marini e lo sviluppo dell'economia agricola nei dintorni, già definiti nel sec. IV a. C. «giardino» (di Sicilia) da Polibio, celebrati da tanti scrittori, da Ugo Falcando (sec. XII) in poi, dal '500 ad oggi detti «Conca d'oro». Dal primitivo colle, P. guadagnò lo spazio verso il mare, aggiungendo al quartiere vecchio (Paleapoli) quello nuovo (Neapoli) lungo i fiumicelli Papireto e Maltempo; il complesso dei due quartieri fu cinto da poderosa muraglia, i cui avanzi sono di varia tecnica ed età.Le notizie storiche su Panormo riguardano la funzione del suo porto, come base cartaginese, durante la lotta tra questa e le città greche di Sicilia. E col porto sono connesse le vicende seguite quando subentro Roma, dopo un duro assedio nel 258-57 a. C. del console A. Attilio Calatino. Un tentativo di riconquista, nel 250 a. C. da Asdrubale, fu respinto da Cecilio Metello, con una dura battaglia presso le mura; né vi riuscì Amilcare Barca il quale dal M. Pellegrino, per quattro anni, pose quattro anni, pose a dura prova il presidio romano di Panormo, senza fasciarne la resistenza. Durante il periodo romano Panormo, città e libera atque immunis, continuò la sua attività marinarana, come dimostrano i simboli della monetazione e l'esistenza di un «curator portensissi kalendarii», magistrato addetto al credito per la gente di mare. Avanzò di edifici ben decorati attestano un rinnovamento urbano nei primordi dell'Impero; ma è incerto che esso coincida con la deduzione d'una colonia, attribuita a Vespasiano in un documento di dubbio valore. Certo Panormo a poco a poco assunse un'importanza prevalente tra le città della Sicilia occidentale. Genserico, sbarcato nel 410 a. Lilibeo, occupò P. dopo lunga resistenza e la saccheggiò. Nel 491 Teodorico la fortificò ma Belisario nel 535, dopo lungo assedio, ebbe allora ragione della potenza delle fortificazioni e riuscì a occuparla. La tradizione addita nella chiesa ora distrutta di S. Maria della Pinta - originale basilica a portico esterno - il monumento votivo eretto dal vincitore bizantino. La necropoli di Panormo romana era intorno all'attuale Via Bosco, ad oriente delle mura; dall'altro lato, in Via Cavour, si trovano invece i sepolcri di età bizantina, uno dei quali con epitafio di un negoziante di stoffe di Alessandria d'Egitto. L'ultimo periodo della Sicilia bizantina si conclude nel sec. IX con lo sbarco arabo in Sicilia. Zijadat Allah nell'830 cinese d'assedio P. La città resistette un anno e fu presa per fame e pestilenza; le fonti arabe affermano esagerando che di 70 mila ab. se ne sarebbero salvati solo 3000.
II. INTRODUZIONE DEL CRISTIANESIMO E PRIMA STORIA DELLA CHIESA PALERMITANA
Aperta ai traffici verso l'Africa cartaginese, regione di antico cristianesimo, è verosimile che P. abbia ricevuto assai presto i germi dell'uomo fuoco. Ma le notizie sulla gerarchia sono relativamente tarde; la tradizione di un Teodoro, versivo di P. ai primordi del sec. II, non poggia su basi critiche; né ha valore cronologico l'accenno a P. nella Passio s. Agathae, poi scritto non anteriore al sec. V. Apocrifa è pure una lettera di papa Leone Magno con la menzione di un vescovo di P. Il primo vescovo certomico di P. aumentò nei rapporti commerciali con l'Africa e nelle innovazioni dell'agricoltura, con lo sviluppo degli orti e l'introduzione degli agrumi, il grande dono che, col carrubo, gli Arabi hanno fatto all'Occidente, e che sviluppò nella Conca d'Oro. Né mancano documenti di un fiorire delle lettere musulmane. Il siciliano Abū 'Abdallāh tradusse in arabo Dioscoride; famoso insegnante di diritto a P. fu Abū Sa'd Luqmān; di parecchi autori siciliani di racconti biografici è conservato il nome. Una splendida fioritura si riscontra nei secc. XI-XII nelle scienze e nella filosofia, nel diritto, nella filologia, nonché nella poesia e nella musica. A cinquant'anni dalla conquista il monaco Teodosio, condotto prigioniero a P. col suo vescovo, dopo la caduta di Siracusa, parla di P. come città celebre e popolosa, circondata di sobborghi che parevano essi stessi superbe città. Più vivaci sono le lodi di un mercante di Bagdad, Ibn Ḥawqal che visita P. alla fine del sec. X; la descrive spartita in cinque quartieri tutti diversamente popolati, e sedi di attività varie. Secondo i calcoli di M. Amari, da qualche elemento di questa descrizione P. avrebbe avuto allora 350 mila ab. Se la moschea principale era l'antica Cattedrale bizantina, ben 300 altre Ibn Ḥawqal ne addita nella città e 200 nei sobborghi tra pubbliche, di corporazioni e di privati. Ma di tanti monumenti arabi, è rimasto in P. solo qualche avanzo di fondazione, e una sala rettangolare presso S. Giovanni degli Eremiti; ma questa è condizione, per strana che possa sembrare, comune a tutta la Sicilia. Se mancano gli edifici originali, l'influsso dell'arte araba.

sarebbe s. Mamiliano, deportato dai Vandali (439), con alcuni del suo clero, nell'isola del Giglio. Però a P. si presuppone una comunità cristiana nel sec. IV, una serie di ipogei presso la valletta del Maltempo - ove è notevole la chiesa sepolcrale di S. Michele - e al Papiero, dove è la catacomba di Porta d'Ossuna. Come per il resto della Sicilia anche per P. le notizie sulla vita cristiana aumentano sotto s. Gregorio Magno. Dall'epistolario si ricava che uno almeno dei sei monasteri fondati nell'Isola dal Pontefice, con beni propri, quello di S. Ermete, era a P., nel sito poi occupato dal cenobio di S. Giovanni degli Eremiti; che un Isidoro lasciava i suoi per la fondazione di uno xenodochium della città e che quivi esistevano i monasteri di S. Teodoro, dei SS. Massimo ed Agata, di S. Adriano, uno detto il Pretoriano, ed uno di donne detto di S. Martino. S. Gregorio fece P. sede dell'amministrazione dei beni della Chiesa nella Sicilia occidentale, quando stimò di sostituire due rectores all'unico, con sede in Siracusa, dei tempi precedenti. Notevoli sono le disposizioni impartite perché non fosse fatto torto agli Ebrei, dal che deve ricavarsi l'esistenza di un nucleo ebraico di qualche importanza e di una corrente popolare antisemita. Verso il 672 nasceva a P., dove erasi stabilito il padre oriundo della Siria, s. Sergio, uno dei cinque pontefici che la Sicilia diede in quel secolo alla Chiesa universale. Al tempo della conquista dei musulmani, era vescovo un Luca, che riuscì a sfuggire alla strage.
III. P. DAGLI ARABI AGLI ARAGONESI. - Zijādat Allāh nel'833 mandò come suo luogotenente a P. il principe del sangue Abū Fihr col titolo di şālim, nel quale è già delineata l'autonomia della Sicilia con dipendenza quasi nominale dal califfato di Qajrawān. Venne sorgendo tutto un ordinamento di magistrature giudiziarie, politiche ed amministrative, che a P. doveva lasciare orme durature. La storia di P. nel periodo arabo riflette il motivo fondamentale degli avvenimenti siciliani di allora; un contrasto tra l'autorità del principe - dapprima della casa ağlabita, quindi di quella kalbita - e la nobiltà musulmana, alla quale viene contrapposto il peso del popolo siciliano. Fra tali contrasti è notevole quello dell'899-94 contro i legami con l'Africa, che portò ad un accordo con i cristiani del Val Demone. La lotta contro i figliuoli dell'emiro Jūsuf (m. nel 998) provocò una certa ripresa bizantina, con qualche successo al tempo di Giorgio Maniacc (1038), che doveva gettare il seme della scomparsa del dominio arabo, e frantumò per il momento l'unità dell'emirato, al quale si sostituirono, in più luoghi, domini e comunità indipendenti; P., cacciando l'emiro Samsān ad-Dawlah, si resse a repubblica, sotto l'autorità della ġamā'ah, consiglio dei capi-famiglia, dei rappresentanti delle corporazioni religiose e di individui di particolare ricchezza e dottrina, che aveva già avuto funzioni amministrative locali. Lo sviluppo economico del Paese, in particolare, fu il risultato di una serie di iniziative che portarono a P. a favore della Sicilia, che si è dimostrata in molti altri Paesi dell'Occidente.
per opera delle maestranze musulmane costituisce però uno degli elementi fondamentali dell'arte nella susseguente età normanna. Fra le truppe dello stratego Maniacc, nell'estremo tentativo bizantino di riconquista della Sicilia, era un contingente di Normanni, già allora stanziati nella bassa Italia; pochi anni dopo questi tornano nell'Isola per impadronirsene per proprio conto. A quattro anni dal loro sbarco, i loro condottieri Ruggero e Roberto Guiscardo premevano alle porte di P. La città usciva da una scorriera dei pisani i quali, forzato il porto, catturate alcune navi, razziati i dintorni, riportavano tesori con i quali diedero inizio alla costruzione del loro Duomo (v. PISA). L'assedio normanno si concluse nel 1061. P. con tutta la Sicilia occidentale fu tenuta da Roberto Guiscardo; a Ruggero era assegnato il resto dell'Isola non ancora tutta conquistata. Ma partendo per l'Italia meridionale, Roberto lasciò dapprima a P. un proprio governatore, quindi cedette altri territori al fratello; e poco dopo, il di lui figlio e successore Ruggero cedeva allo zio mezza capitale. Morto questi, la vedova Adelasia, reggente per il figlio, anch'egli a nome Ruggero, poneva la sua residenza a P. Aiuti forniti al cugino Guglielmo, nuovo duca di Puglia, ottennero l'altra metà di P. al giovane conte Ruggero, il quale ben presto riuniva i domini di qua e di là dello Stretto e prendeva nel Natale del 1130 la corona di re in P.

nome Ruggero, poneva la sua residenza a P. Aiuti forniti al cugino Guglielmo, nuovo duca di Puglia, ottennero l'altra metà di P. al giovane conte Ruggero, il quale ben presto riuniva i domini di qua e di là dello Stretto e prendeva nel Natale del 1130 la corona di re in P.
(16) G. V. ARATO, L'Architetura arabo-normanna in Sicilia, Milano 1:22, taz. 86) Palermo, arcidiocesi di - Chiostro della chiesa di S. Domenico (seconda metà
Lo spirito siciliano crea subito opere d'arte e iniziative della cultura, di valore universale. La chiesa della Mar-torana, già compiuta nel 1143 dall'ammiraglio Giorgio d'Antiochia, ispirata nello schema centrale e nella decorazione musiva al gusto aulico di Costantinopoli, accoglie nelle ogive espresse e nella decorazione elementi musulmani; nella Cappella Palatina, già in parte decorata all'atto della consacrazione (1140), alcuni musaici mostrano l'intervento sul gusto bizantino di maestranze locali, mentre il soffitto è un monumento di pura arte orientale. Strutture e fregi di tipo musulmano prevalgono nella chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, negli edifici originari della Reggia normanna (qui l'impiego di mattoni fa pensare all'aspetto bianco e rosso di P., notato dal viaggiatore al-Muqaddasi), e nelle ville suburbane di Mare-dolce e di Baida, della Zisa e della Cuba; mentre inter-viene, specie nella scultura, l'esperienza diretta dei marmi del Mezzogiorno italiano, cui risalgono i sarcofagi di porfido del duomo di P. (già a Cefalù), il candelabro della Palatina, e le prime espressioni del chiostro di Monreale, intrecciandosi con elementi suggeriti dalla classe dirigente normanna, che si affermano nella Cattadele (1184), ma si intravedono già nella Magione (1161) e a S. Spirito (1173). Una qualche influenza esercitano anche quei maestri lombardi che si trasferiscono in Sicilia. Roberto Guiscardo era appena entrato a P. che il vescovo Nicodemo il quale, al pari dei suoi predecessori lungo il periodo islamico, esercitava il suo ministero della chiesetta suburbana di S. Ciriaca - nel sito, a quanto pare, ove più tardi doveva sorgere il duomo di Mon-reale (v.) - tornando in città riprendeva possesso dell'antica Cattedrale riconsacrata.
L'influsso dell'elemento arabo in Sicilia è un puro luogo comune della mezza cultura, che scambia per relitti etnici e del costume arabo i caratteri mediterranei. Vis-suti a fianco, dove cinquanta, dove duecento anni - in nessun luogo più di tre secoli - Siciliani e Arabi non si confusero e mescolarono, né sorpassarono la barriera religiosa. L'elemento arabo, dopo un assottigliamento graduale nel periodo che potrebbe dirsi della «cattività», durante il quale non aveva cessato di creare qualche fastidio politico, è osteggiato durante il regno di Guglielmo II, indotto a lasciare la Sicilia e viene radicalmente eliminato nel 1223, quando Federico ne ordina la deportazione a Lucrea, e negli anni seguenti è allontanato dalle ultime sedi in modo definitivo. Pur nell'ambito di una politica di collaborazione, i Normanni si presentavano in Sicilia quali restitutori della cristianità. Il conte Ruggero in un suo diploma rivendica «in conquista Sicilia» episcopales ecclesias ordinavi»; fra queste in primo luogo quella palermitana cui assegnava cospicui possessi con vari diplomi a partire dal 1086, e che nel 1154 era riconosciuta metropolitana di Sicilia dal pontefice Adriano IV, il quale vi proponeva il vescovo Ugone.
Una tradizione attribuisce a questo periodo la vergine S. Rosalia, d'illustre prosapia, che abbandonò la corte per vivere da anacoreta in caverne della Quisquina e di M. Pellegrino; il suo culto rifiò dopo il rinvenimento delle reliquie nel 1624 quando, nel corso di una pestilenza, fu proclamata patrona di P. (R. Pirro [V. BIBLICA.]). Il 22.6. Queste elargizioni e l'iniziativa dei sovrani nella ris-presa religiosa, specialmente nei riguardi delle chiese palatane, sorte in tutti i castelli e le residenze normanne, rappresentavano il primo avvenimento a quella politica religiosa che doveva completarsi in quell'istituto detto poi «monarchia sicula» (v.). Il figlio e successore (1154) del re Ruggero, Guglielmo I, fronteggiò le congiunte ostilità del Papa, dell'Imperatore di Bisanzio e di quello tedesco; ma soprattutto la crescente disgregazione delle forze interne, cui presiedette il suo ministro Maione di Bari. Lo splendore del Regno e di P. non venne meno, secondo la descrizione contemporanea di Ugo Falcando. Migliora l'antica di Guglielmo I, che pure ebbe il soprannome di Malo, godette il figliuolo Guglielmo II. Alla sua morte (1189) il parlamento eleggeva re Tancredi, conte di Lecce, appartenente a un altro ramo della casa del Guiscardo, mentre Guglielmo aveva designato a succedergli la zia Costanza, figliuola di Ruggero II e sposa di Enrico VI. Aspre lotte fra i seguaci delle due parti, funestate da eccessi del sovrano alemanno fino all'arrivo in P. della regina Costanza, quale reggente del figlio Federico II, e questi, fanciullo, è coronato re nel Duomo (1198); Costanza appoggiò il Regno alla protezione della Chiesa, infendandolo alla S. Sede con un tributo annuo di 1000 aurei e nel testamento creò tutore del figlio papa Innocenzo III, assistito da un consiglio di reggenza, composto dagli arcivescovi di P., Monreale e Capua. L'immagine di P. in quel tempo si trova in una miniatura del codice di Berna del carme di Pietro da Eboli, che riproduce gruppi di abitanti disposti nei relativi quartieri. Durante tale reggenza i musulmani lasciavano P. raggruppandosi nei monti di Val di Mazara. Di ciò profittavano i conti tedeschi, inviando in Sicilia Marcolvado, che metteva a sacco la Conca d'Oro, veniva a battaglia con le milizie nazionali, con l'aiuto di musulmani, e poneva l'assedio a P. Una Federico II (v.), a quat-
grado della città; Antonio Beccadelli, detto il Panormita, è legato in Germania; Salvo Cassetta, matematico; Leonardo di Bartolomeo, giurista; il b. Pietro Geremia interviene al Concilio di Firenze. I pittori Antonio Crescenzo e Tommaso de Vigilia inaugurarono il rinnovamento dell'arte. Nel 1476 il comune chiama Andrea di Worms ad aprire la prima tipografia, dalla quale, due anni dopo, usciva il primo libro, le *Consuetudini* di P. L'insofferenza del regime spagnolo è il motivo fondamentale della storia della Sicilia e di P. in particolare lungo parecchi decenni, ed esplode ripetutamente. Il magistrato comunale di P. protesta fieramente contro l'espulsione degli Ebrei, ordinata da Ferdinando il Cattolico; l'inquisitore vien cacciato a furia di popolo nel 1516; l'anno seguente scoppia un'insurrezione capeggiata da Gianluca Squarcialupi; alcuni anni dopo è ordinata la congiura dei fratelli Imperatori. La venuta di Carlo V a P., dopo la spedizione di Tunisi, il suo giuramento di fedeltà alle Costituzioni del Regno (1535), l'apertura del Parlamento, segnano una certa tregua. Ordinamenti speciali attenuano il disagio della pertinenza ad uno Stato lontano, attraverso il vicereame, al quale furono preposti in genere personalità non prive di valore, mentre durante la vacanza era luogotenente di diritto l'arcivescovo di P. La magistratura di P. vigilava al rispetto delle prerogative; quando il viceré Vigilena prese iniziative contrarie alla Costituzione, l'insorgere (1609) del pretore di P., il conte di Comiso, e del vicario di Monreale, in nome della Chiesa, lo portarono a chiedere il ritiro. Il successore, duca d'Ossuna, agì nel campo economico e morale e promosse quell'impresa contro i Turchi, affidata a don Ottavio d'Aragona, che, con la vittoria di Scio, riscosse il sentimento nazionale dei siciliani. La rivolta popolare del 1647, in qualche connessione con quella napoletana di Masaniello, rivendicava, attraverso il suo effimero capitano generale Giuseppe d'Alesi, garanzie politiche e sollecita l'esigenze degli alti studi; essa apre una serie di sommosse, lungo tutto il resto del secolo.
PALERMO, ARCIDIOCESI di - Madonna della Neve. Scultura di Antonello Gagini (primi del sec. XVI) - Palermo, Museo.
tordici anni, assunse la direzione degli affari. Alla sua morte (1250), successe Manfredi, usurpando il trono al nipote Corradino. Gli eventi che portarono la Sicilia e Napoli sotto Carlo d'Angiò saldavano l'Italia meridionale in una nuova forma di unità (1266-82) infranta dall'insurrezione palermitana del Vespro. Contemporanei e posteri videro nel Vespro uno dei più generosi esempi di un popolo che vince l'oppressione straniera. Se la guerra portava alla chiamata della dinastia aragonese, anch'essa straniera, dava però origine ad ordinamenti atti a rispondere, nello spirito dei tempi, alle particolari esigenze dei tempi. Conati diplomatici e militari di riconquista erano già servirono solo a immiserire la Sicilia e a fornire adito all'ordinamento di alcuni baroni. Uno di questi, Giovanni Chiaramonte, signore quasi autonomo di grosso, stava a feudiare, fu l'anima della difesa di P. nell'assedio del tempo di Roberto d'Angiò, nel 1325. Nella lotta tra baroni del partito catalano e di quello latino i Chiaramonte capeggiarono quest'ultima; a P. essi possedevano il palazzo sontuoso come una reggia. Quando il martirio della regina Maria, figlia ed erede di re Federico III, col giovane Martino di Montblanc, fece temere che la Sicilia stesse per divenire fuoco del regno di Aragona. Andrea Chiaramonte capeggiò la difesa personale, resistendo a P., all'esercito aragonese; per violazione dei patti convenuti, egli veniva giustiziato davanti al suo palazzo.
IV. L'EPOCA SPAGNOLA
Compatibilmente con la nuova condizione politica del 1409, P. centro amministrativo dell'Isola, con una popolazione che nel 1492 si calcola di 65 mila ab., vede in quel secolo un certo risveglio, per un rifiorire del commercio interno ed esterno in servizio del quale veniva costruito il molo detto Punta della Garita (1445). Comincia ad adornarsi di una serie di nuovi edifici, chiese, monasteri, palazzi; vede fiorire uomini di cultura ed artisti notevoli. Pietro Ranzano, nato sul cadere del secolo precedente, è il primo storico.Sul cadere del sec. XVI, nonostante la grave pestilenza del 1575, fronteggiata dal protomedico Filippo Ingrassia, P. conta 119.286 ab. (la prima cifra in qualche modo calcolabile da, nel 1501, 106 mila ab.). Sontuosi edifici erano venuti ad accrescere lustro alla città. L'inerzia del periodo seveo si protrasse lungo quasi tutto il Trecento; di questa età restano i Palazzi Chiaramonte (in cui è superstite il primo documento della nuova pittura siciliana popolaresca), e Sclafani, e le chiese di S. Agostino e S. Francesco ancora risuonanti di sopravvivenze romaniche. Il sec. XV vede fiorire a P. gli epigoni dell'archetettura medievale, nutriti dei nuovi flussi del fare costruttivo catalano, nel portico laterale della Cattedrale (1426), nella chiesa della Gancia, nelle opere di Matteo Carnalivari, quali i Palazzi Abbattellis ed Aiutamiristo, e la chiesa della Catena; mentre la pittura e la scultura avvertono più validamente i germi della rinascita. Nel '500, mentre la pittura viene alterando principalmente tenendo senza cesti e catalane e accoglie influssi fiamminghi, e la scultura fiorisce su stimolo di artisti lombardi, l'archetettura si accosta al gusto del Rinascimento, con la Porta Nuova (1535), le arcate del Palazzo reale, il Palazzo Costantino, il rifacimento del Palazzo Pretorio, la Loggia dei Genovesi al Garraffello. Centro d'attrazione dei maggiori centri dell'Isola, P. vanta lungo tutto questo periodo buon numero di personalità eminenti; si ricorderanno fra le maggiori Pietro Gavina, Elisabetta Aiutamiristo, Iano Vitali, caro a Leone X, che coltivano la poesia intorno al focolare dell'Accademia degli Accesi, istituita nel 1568; Giovanni Matteo Gioberti, datario papale poi vescovo di Verona, lo storiografo Mariano Valguarnera, lo scultore Antonello Gagini, il pittore Pietro Ruzzolone. Durante il secolo seguente la popolazione di P. crebbe lentamente fino a raggiungere i 160.346 ab. nel 1714, e la città s'arricchi di altri monumenti di gusto barocco spagnolo, palazzi, monasteri e chiese, fra cui S. Giuseppe dei Teatini (1621), Casa Professa (1636), e la sontuosa sistemazione urbanistica dei Quattro Canti (1609-20) dovuta all'architetto romano Giulio Lasso. Fra i più notevoli ingegni di questo periodo vanno ricordati

Palermo, arcibocesi di - Madonna della Neve. Scultura di Antonello Gagini (primi del sec. xvi) - Palermo, Museo.
Paolo Silvio Bocconi, botanico di fama europea, il naturalista Carlo Ventimilia, l'archeologo Filippo Paruta; più d'ogni altro il poeta Antonio Veneziano, che apri le vie dell'arte alla poesia dialettale siciliana. La fine della guerra di successione di Spagna iniziava tempi migliori per P. e la Sicilia. Assegnata dapprima a Vittorio Amedeo di Savoia, coronato re a P. (1713), l'Isola ritrovava la sua indipendenza. I torbidi seguiti in risuonanza di avvenimenti europei portavano la guerra alle porte di P., ove milizie di Filippo V e di Carlo VI vennero a combattere. Il pretore conte di S. Martino, chiamato a difesa il popolo, si oppose agli uni e agli altri. Con l'accordo che dava l'Isola agli Austriaci, il conte di Mercy veniva a P. nel 1719 a prender possesso in nome di Carlo V d'Austria, III come re di Sicilia; ma per brevissimo tempo. Gli succedeva, in connessione con la guerra di successione di Polonia, il figlio di Filippo V, Carlo III di Borbone. Con questi, benché sovrano anche di Napoli, veniva assicurata la piena autonomia della Sicilia; egli fu incoronato a P. nel 1735; con lui la Sicilia entra nella fase della sua piena rinascenza.
Gli studi storici vantano il can. Antonio Mongitore, investigatore di ogni aspetto dell'erudizione siciliana, il can. Domenico Schiavino, Giovanni Amato, i cassinesi fratelli Salvatore ed Evangelista Di Blasi, l'archeologo G. L. Castelli di Torremuzza, il diarista marchese di Villabianca; fra tutti culmina il giurista can. Rosario Gregorio. Degno di memoria anche l'arcivescovo G. Gasch, dei Minimi, chiamato per la sua carità un altro Tommaso Villanova. È promossa la creazione della Biblioteca civica, di quella dei Filippini all'Olivella; si accresce quella dei Gesuiti; viene istituita (1718) l'attuale Accademia di scienze e lettere col nome di Accademia del Buon Gusto. Gli stucchi, mirabili per la loro composta vitalità, di Giacomo Serpotta, arricchiscono, fra i tanti, gli oratori di S. Zita, di S. Lorenzo, del Rosario; la decorazione a marmi «mischi» impreziosisce molte chiese, principalmente Casa Professa e S. Caterina. Si procede ad un riordinamento urbanistico della vecchia città, con apertura e sistemazione di vie e nuovi quartieri organici. Si istituiscono servizi pubblici, fra cui l'illuminazione notturna - nel 1744, viceré Orsini - allora sconosciuta in molte capitali d'Europa. Nel campo economico vanno registrati i trattati internazionali per favorire il commercio, l'aumento dell'estrazione e dell'esportazione dello zolfo, il rifiorire dell'artigianato, la nascita di nuove industrie. Una rete stradale, volta a collegare i maggiori centri fra di loro e con la capitale, viene tratta riordinando e migliorando le antiche «trazzere» regie Nell'Albergo dei poveri P. trova, nel 1772, un istituto di assistenza moderno, allogato in un edificio di respiro romano.
Sotto il figlio e successore del buon re Carlo, Ferdinando III, P. venne ad abbellirsi; con lo sventramento di Piazza Caracciolo ebbe luogo il disastroso ammodernamento neoclassico della Cattedrale, dovuto al Fuga. Ad opera del viceré Caracciolo si ebbero benefici rivolgimenti amministrativi e politici; il vecchio gentiluomo napoletano diede corpo ad istanze locali specie nel campo dell'ordinamento feudale che, per il premere della forte borghesia, lentamente costituitasi nei fuedi più popolosi e attivi, aveva acquisito un particolare carattere. Il Caracciolo aboliva anche (1702) il tribunale dell'Inquisizione, inviso al popolo. Nel sec. XV uno Studio generale s'era aperto nel convento di S. Domenico; poi l'istruzione era passata ai Gesuiti; ma solo nel 1779 si inaugurò nel Palazzo del Collegio Massimo, ex gesuitico, la Regia Accademia degli Studi che, trasferita nel 1805 nel convento dei Teatini, ebbe il grado di Università. P. fu ornata allora della Villa Giulia (1777), dell'Orto Botanico (1789) e dell'Osservatorio astronomico (1790), reso illustre poco dopo dall'ab. Giuseppe Piazzi, il quale la notte del 1° genn. 1801 scopriva il primo planetoide, tra Marte e Giove, da lui denominato Cerere Ferdinandea. Ferdinando III riparava da Napoli a P. nel 1799, e di nuovo nel 1806. P. fu allora teatro di tortuoso trame, delle quali erano protagonisti principali la regina Maria Carolina e Lord Bentinck, esponente della politica inglese, che voleva trar partito dagli avvenimenti per porre piede in Sicilia.

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PALERMO, ARCIDIOCESI di - Mons. G. Gasch, arcivescovo di P. Incisione in rame, da un quadro ad olio, attualmente nel convento di S. Andrea delle Fratte.
Il primo Ottocento si apre col poeta Giovanni Meli, vengono poi il naturalista e storiografo Domenico Scinà e lo scultore Valerio Villareale. Sorsero l'oratorio dell'Olivella, dell'architetto G. Venanzio Marvuglia (1729-1811), la chiesa del Salvatore, dell'arch. Paolo Amato, molti palazzi della nobiltà.
V. P. DALLA CADUTA DELLA FEUDALITÀ. - La nuova costituzione di tipo inglese, approvata dal Parlamento dopo che la nobiltà ebbe, il 18 luglio 1812, abolito l'ordinamento feudale, visse brevemente. Era revocata, dopo il Congresso di Vienna, da Ferdinando, divenuto con formola artificiosa primo re del Regno delle Due Sicilie. I fermenti liberali, già operanti nella memorabile rinunzia dei privilegi feudali, schierarono contro la monarchia assoluta il fiore della nobiltà e la grande borghesia della cultura e del censo, dotata di personaggi eminenti, per opera dei quali P. conobbe uno dei momenti più felici delle propria vita intellettuale. L'insurrezione del 1820 e quella del 1838, sotto la guida di questa élite, volsero al fine interdipendente della riconquista dei privilegi di autonomia e del conseguimento delle libertà costituzionali. In ambedue questi rivolgimenti P. fu il centro notore dell'azione popolare e l'interprete delle esigenze dell'Intera Sicilia. Caduto nel 1849 il governo provvisorio capeggiato da Ruggero Settimo, «presidente del Regno», P. restò il focolare degli ardimenti della riscossa. Nei primi decenni dell'unità del Regno d'Italia P., rimasta centro di attrazione dell'intera Isola - nel 1861 contava 21.909 ab., divenuti 309.935 nel 1901 - vide l'inizio di un nuovo periodo di sviluppo culturale, mediante l'impulso degli istituti d'istruzione, principalmente l'Università, e di associazioni di studio, fra cui la Società siciliana per la Storia patria. Si registrano i grandi nomi di Michele Amari, Antonino Salinas, Giuseppe Pitrè, mons. Gioacchino Di Marzo, nella erudizione storicocritica. Non minore fu lo sviluppo economico e industriale, principalmente per le fruttuose iniziative della famiglia Florio. - Vedi tavv. XL1-XLII.