ARATO. - Poeta greco, vissuto fra la fine del sec. IV e la metà del sec. III a. C., n. probabilmente a Tarso di Cilicia, ma cittadino di Soli.
Frequentò ad Atene le scuole dei grammatici e dei filosofi, e specialmente lo stoico Zenone. Fu poi a Pella presso il re di Macedonia Antigono Gonata, come medico, divenendone quasi il poeta ufficiale; indi fu in Siria presso Antioco I Sotere. Scrisse inni, epicedi, elegie, epigrammi, la raccolta di versi hudá leptón. Il suo maggiore poema, I Fenomeni, sola sua opera pervenutaci intera, intende glorificare l'universo e Dio; pone in versi l'opera in prosa dell'astronomo Eudosso di Cnido; ebbe molto influsso e fu la sola opera di poesia greca che restò viva in Occidente durante il medioevo; ne furono fatte versioni in latino, commenti ed illustrazioni. Si hanno inoltre frammenti dei Pronostici (422 versi).
S. Paolo (Act. 17, 28), per dimostrare nel suo discorso all'areopago che l'uomo può facilmente giungere a Dio, citò A. testualmente: «Della di Lui stirpe infatti anche siamo» (Fenom., 5). Questo emistichio ricorre anche in Cleante di Asso (Inno a Zeus, 5) e, in forma un po' diversa, in Pindaro (Nemee, 6). Francesco Sole