ARCANGELO. - Il termine ricorre due volte sole (I Thess. 4, 16; con l'articolo: Iud. 9) nel Nuovo Testamento, al singolare, e designa a. AMARI, MICHELE (v.), detto haš-šar hag-gādhōl («il grande capo») in Dan. 12, 1. Il prefisso ἀρχι, molto in uso nel periodo ellenistico (e bizantino) coi termini di ufficio o dignità, esprime
il grado sommo. Onde ἀρχάγγελος significa «il capo supremo degli angeli» (cf. Apoc. 12, 7 sg.).
Poiché si parla di un solo a. nella Bibbia, R. Kraetzschmar e W. Nowack vi vedono un parallelo all'«Angelo di Jahweh» (v.): l'angelo tutelare d'Israele sarebbe poi stato sostituito da Michele.
Come altre voci (ad es., nel Nuovo Testamento e nel Settanta, ἀρχιερεύς, ἀρχιδεσμοφύλαξ, ἀρχιεταίρος, ἀρχιεννοῦχος, ecc.), formate con ἀρχι, che originariamente significavano una persona unica suprema nel suo ordine, poi si usarono al plurale per più colleghi, ἀρχάγγελος in seguito fu esteso a designare più principi celesti.
Filone usa tre volte ἀρχάγγελος (al singolare): due volte designa il Logos (De conf. ling., 28, 146; Quis rerum dio. heres, 42, 205), una volta Di (come capo degli spiriti, De somnis, I, 25, 157). Cristo è quindi presentato dagli gnostici, poi da Origene, come a. (J. Barbel, pp. 236-40); cf. Epistola Apostolorum capp. 13-14. Nell'Apoc. d'Abrana, 11, Jaoel, l'angelo «della manifestazione» (= della Presenza) è descritto in modo simile al «Figlio d'uomo» di Apoc. 1, 12-16; ha potere perfino sui «quattro animali» del trono divino (cf. Ez. 1, 5-26). Unico è ancora, e con riflessi messianici, il Metatron, tema principale del I, III di Enoch (ed. da H. Odeberg, 1928); è il «Principe della Presenza», è il vicario di Dio; ma è rimosso dal «Principe» glorioso «Anjel (III Enoch, 16, 5). Metatron è spesso ricordato nel Talmūd babilonese.
Enoch (v.) etipico enumera sette spiriti che chiama a. preposti da Dio al creato (cf. la Fortuna in Dante, Inferno, VII, 68 sg. e 77-96) specificandone l'impero (20, 7-8): Uriel, Rafael, Raguel, Michael, Sariel (o Saraguel), Gabriel, Remiel (o Jeremiel: IV Eud. 4, 36). Questi sette a. ricorrono spesso nei testi magici dei primi secoli cristiani (cf. A. M. Kropp).
L'Epistola Apostolorum, verso il 175, nomina quattro a. (Michael, Gabriel, Rafael, Uriel) come compagni di Gesù risorto nel viaggio fino al quinto firmamento (ed. C. Schmidt, pp. 46-49). A sei a. allude Erma (Pastor, visio 3, 4) e la tradizione rabbinica (Targum di Ps.-Jonatan a Deut. 34, 6); i midhrātim nominavano quattro a. (Michael, Gabriel, Uriel, Rafael): Numeri Rabbā, 2, 10. Il Talmud hab. nomina Sariel, «Principe della Faccia» (Bārākhōth, 51a). Clemente Alessandrino parla otto volte degli a. (al plurale), da cui Dio è separato per la santità (Stromata 6, 7, 37 e Adumbrationes in I Petr., 1, 11 e in I Io. 21, e 4 volte in Excerpta ex Theodoto: ed. Stāhil, II (1906), p. 461; III (1909), pp. 109 sg., 116, 121, 154, 204, 211).
Parzialmente identici agli a. sono «gli Angeli della Faccia» (o della Presenza, cf. Mt. 18, 10) o «le Faccie» (Giubilei 1 sg.; 15; 31) di cui Enoch 40, 1-10 dà a nomi (Michael, Gabriel, Rafael, Fanel o Fannuel «faccia di Dio»). Ma categorie ben distinte sono i Serafim (v.), i Cherubim (v.) e gli Ophāmim (Enoch 61, 10) o «Ruote» (Ez. 1, 15-21; 10, 9-17) che circondano il trono di Dio (cf. Apoc. 4, 6-8). S. Vittorino di Pettau (sec. iv) identifica gli a. coi «sette spiriti che assistono al trono di Dio» e cita Tob. 12, 15; Apoc. 1, 4 (In Apoc., 8, ed. Haussleiter). B. Allo riferisce Apoc. 1, 4 e 4, 5 allo Spirito Santo «settiforme»; ma J. Michl dimostra trattarsi (come anche Apoc. 3, 1; 5, 6; 8, 2; 15, 1) di sette principi angelici.
Si venne quindi accreditando il numero di sette a. (cf. Testamento di Levi, 8, 2 sg.; - Ez. 9, 2; Tob. 12, 15), come sette erano gli assistenti al trono dei sovrani orientali (Esth. 1, 10).
Critici razionalisti (H. Gunkel, W. Bousset, H. Gressmann) affermano che essi rappresentano i sette pianeti (l'accostamento è in Enoch slavo, 19, 2) ognuno dei quali regge un determinato periodo cosmico. Meno grossolana, ma ancora arbitraria, è l'identificazione degli a. agli iranici Amela-Spenta («i Santi immortali»), i sei spiriti superiori che circondano il trono di Ahura Mazda.
La tradizione cattolica diede il titolo di a., oltre che a Michele, anche a Gabriele e Raffaele, detti nella Bibbia «angeli».
Nella Didascalia Apost. (VI, 27, 6: ed. F. X. Funk, I, p. 373) l'a. è ancora unico (=Michele). Oltre che nei citati
passi di Enoch e della Epist. Apost., Gabriele è spesso chiamato a. nei primi quattro secoli (codici migliori del Protovangelo di Giacomo; Oracoli sibillini, VIII, 460 [inizio sec. III]; s. Efrem, Serno adv. haereticus [Opera graeca, 2, 260]; Teodoreto, in Cant. Cant. praefatio; s. Ambrogio, De virginibus, 2, 2, 10 sg.; Sedulio, Opus Paschale, 2, 3; ecc.); Raffaele invece tardivamente e raramente (s. Isidoro, Etymolog., VII, 5, 13 sg.; Giorgio Sincello).
Fu proibito di ammettere altri nomi di angeli o a. oltre i tre biblici (Michael, Gabriel, Raphael) nei Concili: laodiceno (ca. 360-65, can. 35), romano del 745 (actio 3: «Non plus quam trium angelorum nomina cognosci »), aquilagranense del 789 (can. 28, 16: «De ignotis angelorum nominibus »); cf. Hefele-Leclercq, I, p. 1017 sg. Ciò nonostante, s. Isidoro e Giorgio il Sincello pongono Uriel fra gli a.
Giustamente oggi si rigetta la tardiva classificazione (già al sec. IV nel Sacramentario di Serapione e in Constitut. Apost., VIII, 12, 8, 27, e cf. VII, 35, 3: ed. Funk, I, pp. 498, 505, 431; II, p. 172) divulgata dallo pseudo Dionisio (De coelesti Hierarchia 6, 2), che ha posto gli a. al penultimo posto della gerarchia angelica (v. ANGELO; CORI ANGELICI: si riservava agli angeli e agli a. il solo ufficio di «messaggeri» (Gregorio M., Hom. 34 in Evang). L'a. è il capo della milizia celeste (Ios. 5, 14-15, LXX) e in tal senso Michele è detto ἀρχιστράτηγος (Enoch slavo, 30, 10; Epist. Apostol., testo copro, in Schmidt, op. cit., p. 49).