SICILIA

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SICILIA. - Per ampiezza (25.461 kmq.), per numero di abitanti (4 milioni) e per importanza economica, la principale isola del Mediterraneo, nel quale occupa una posizione di privilegio, al centro delle comunicazioni fra i due bacini (occidentale e orientale) di questo mare e quasi ponte fra le opposte sponde dell'Europa e dell'Africa.

I. GEOGRAFIA

Il rilievo della S. continua quello appenninico e ne riproduce i caratteri (Peloritani, Nebrodì e Madonie ricordano rispettivamente l'Aspromonte, l'Appennino settentrionale e quello centrale), anche per la presenza di un ampio Antiappennino (Etna ed Iblei) sul lato orientale dell'Isola. A questo diagramma si addossano gli altopiani interni in cui compaiono i terreni della serie gessoso-solfifera, mentre ad O. il rilievo è costituito da massicci isolati che trovano la loro naturale prosecuzione nelle Egadi. In complesso, l'altezza media dell'Isola è di appena 410 m. e la zona al di sopra di 1000 m. ne rappresenta solo il 6%. Il clima, di tipo subtropicale, è noto per la mietezza delle temperature invernali, la serenità del cielo e la mancanza, o rarità, delle nevi anche nelle regioni interne. Ma il paesaggio presenta un netto contrasto fra queste ultime e la cimosa costiera: nelle contrade interne, povere o addirittura prive d'alberi, ridotte nella calda stagione a lembi di steppa riarsa, prevale di gran lunga la cerealicoltura estensiva, che poggia sul latifondo, mentre nei piani costieri, dove l'acqua è più copiosa e meglio distribuita, sono diffuse la piccola e media proprietà, e dominano le ricche colture arboree, con olivi, viti, alberi da frutta (in particolare mandorle e nocciole) e la tipica cultura degli agrumi, nella cui produzione la S. supera tutte le altre regioni italiane prese insieme. Allevamento (bestiame brado e da soma) e silvicoltura (i boschi sono ridotti a poco più del 3% della superficie territoriale), hanno, in confronto con l'agricoltura, scarsa importanza; non trascurabili profitti,

BINL.: L. Baldacci, *Descriz. geologica dell'isola di S.*, Roma 1886; A. Mauceri, *S. e Malta*, Torino 1928; T. C. I., *S. e isole minori*, Milano 1928; A. Philipson, *Die Landschaften Siziliens*, in *Zeitschr. d. Gestell. f. Erdkunde*, Berlino 1934, pp. 321-43; G. Cumin, *S.*, Catania 1943; F. Pollastri, *S.*, Palermo 1948. Giuseppe Caraci

II. STORIA ANTICA

I. *Storia civile.* - Secondo gli storici greci, primi abitatori della S., ad occidente, erano i Sicani, che nell'estremo lembo dell'Isola si erano frammisti ad una popolazione straniera dando origine al gruppo meticcio degli Elimi con i centri di Segesta ed Erice; ad oriente stavano i Siculi, immigrati dall'Italia. Nei secc. VIII e VII a. C., ad occidente, i Fenici fondarono le colonie di Mozia, Solunto, Panormo (Palermo), e ad oriente i Greci quelle di Siracusa, Nasso, Leontini, Catana, Zancle (Messina), Megara, Gela e più tardi Acre, Casmene, Camarina, Selinunte, Agrigento, Imera.

Alla vita democratica degli inizi, nelle colonie greche successe presto la tirannide, che nel sec. V divenne comune, e parecchie città, come Gela, Agrigento e soprattutto Siracusa, dovettero ad essa la loro importanza. La continua lotta fra Cartaginesi ed indigeni condusse all'intervento romano iniziato nel 263 a. C. con l'occupazione di Messana, e concluso nel 210 con la caduta di Agrigento. Nella seconda metà del sec. II a. C. la S. conobbe gli orrori delle guerre servili, e nel sec. I quelli delle lotte tra Ottaviano e Pompeo. Nell'ordinamento dell'Impero da parte di Augusto, la S. fu provincia senatoria, governata da un proconsule e due questori, ed in quello di Diocleziano fece parte della prefettura d'Italia con a capo un *consularis*. Nel 440 i Vandali di Genserico, dominatori dell'Africa, occuparono Lilibeo e Palermo suscitando una fiera persecuzione contro i cattolici; ritornarono nel 455 e nel 468 respinti da Ricimero e da Marcellino, finché nel 476 l'Isola passò sotto il dominio di Odoacre e nel 491 sotto quello di Teodorico. La S. conobbe allora un breve periodo di benessere. Nel 535, reclamando il promontorio di Lilibeo che era stato dato quale dono di nozze ad Amalfrida sorella di Teodorico, sposa a Trasamondo re dei Vandali, Belisario sbarcò a Catania ed iniziò la conquista dell'Isola, che passò sotto il dominio dei Bizantini, e dal 663 Costante II vi fece dimora sino alla morte (668). L'uccisione di Costante diede origine ad una rivolta militare capeggiata da Mezzio, presto domata, alla quale seguirono quelle di Sergio (718) e di Elpidio (780). Intanto fin dalla metà del sec. VII erano cominciate le incursioni degli Arabi che si intensificarono nel sec. VIII: ben 12 volte in questo secolo i musulmani predarono la S. facendovi stragi ed asportando bottino. Nell'827, chiamati da Eufemio, sbarcarono a Mazzara ed iniziarono la metodiica conquista dell'Isola più o meno ostacolati dai Bizantini. Nell'831 cadde Palermo, nell'843 Messina, nell'859 Castrogiovanni (Enna), nell'878 Siracusa, nel 903 Taormina, nel 965 Rametta. I Bizantini non rinunziarono mai al dominio della S., ma nei loro vari tentativi di riconquista furono sempre sconfitti e respinti. Sotto la dominazione musulmana l'Isola era governata dall'emirato che risiedeva a Palermo; le condizioni di vita erano discrete nonostante i gravosi balzelli imposti al popolo, che parvero più tollerabili in confronto dell'esistenza bizantina. Si ebbero buoni frutti nella cultura e nell'arte e soprattutto nell'agricoltura, cui non corrispose lo sviluppo della vita religiosa e civile.

2. *Storia religiosa.* - Sulla prima divulgazione del cristianesimo in S. mancano documenti coevi e sicuri; la sua posizione di privilegio, al centro delle vie di comunicazione tra Roma e l'Oriente, fa pensare però che ciò dovette avvenire ben presto. S. Paolo nel suo viaggio a Roma si fermò prigioniero tre giorni a Siracusa nella primavera del 61 (Act. 28, 12), troppo poco per potervi fare opera di apostolato. Poi per due secoli non esistono memorie certe. Leggendarie sono le tradizioni sull'origine apostolica di alcune chiese dell'Isola, come falsa è la notizia del *Praedestinatus* di un preteso concilio siciliano nel sec. II (PL 53, 592) e apocrife le lettere dei

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(fot. Emit).

invece, si traggono dalla pesca (tonno, pesce spada, alici, spugne, ecc.), che è esercitata quasi esclusivamente dagli isolani stessi. Le risorse minerarie non mancano (zolfo nell'interno, bitume asfaltifero nel ragusano), ma non offrono uno sviluppo industriale di larghe proporzioni.

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papi Zefirino ed Eutichiano ai vescovi di S. (Jaffé-Wattenbach, 80, 146).

Nel sec. III esistevano però in S. alcuni vescovati, fondati ed organizzati da Roma, come appare dalla lettera che il clero di questa città inviò a S. Cipriano nel 251 a proposito della questione dei lapsi (CSEL, 3, 2, p. 553) e dai Concili tenuti sotto papa Cornelio (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Agata (v.) LUCINA (v.) di Siracusa, fu molto popolare anche a Roma e poi in tutto l'Occidente. Di S. EUGIPPIO (v.) martire di Catania si hanno buone notizie agografiche.

Se scarsa è la documentazione letteraria, suppliscono in qualche modo i monumenti archeologici sparsi un po' dappertutto ma con prevalenza nella regione sud-orientale; Siracusa (v.) e di Palazzolo Acreide rimontano con certezza al sec. III e forse anche al II. Complessi più o meno vasti si trovano a Melilli, Canicattini, Noto, Ispica, Agrigento, Selinunte, Marsala, Carini, Palermo. Termini Imerese, Catania, Lentini e altrove, tutti riferibili ai secc. IV-V. sec. IV la documentazione diventa più copiosa; le Chiese siciliane partecipano attivamente alle controversie donatista ed ariana; S. Atanasio loda a più riprese l'ortodossia dei vescovi dell'Isola (PG 25, 250, 558, 726; 26, 1030); S. Basilio ha relazioni epistolari con la S. (ibid. 32, 754); Socrate (Hist. eccl., IV, 12) parla di un Concilio tenuto in S. verso il 366 nell'quale furono date lettere di comunione agli omosiosani che già a Roma avevano accettato la fede di Nicea. Agli inizi del sec. V Pelagio e Celestio si rifugiarono nell'Isola spargendovi i loro errori che furono confutati in una lettera di S. Agostino (PL 33, 673); Lilibeo (v.) fu prigioniero dei Vandali; ed ai malanni provocati da costoro anche nella vita religiosa cercarono di por rimedio i papi Leone I e Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 414 sg., 636 sg.). Al principio del sec. VI, i vescovi di S. partecipano ai Concili di papa Simmaco; Fortunato di Catania è mandato dal papa Ormisda legato a Costantinopoli, papa Vigilio propone all'imperatore Giustiniano di convocare in S. il Concilio per dirimere la questione dei Tre Capitoli. L'epistolario di S. Gregorio Magno è una preziosa fonte per le chiese siciliane tra la fine di quel secolo e l'inizio del sec. VII; in questo periodo si conoscono lo vescovati: Siracusa, Tirocala, Agrigento, Lilibeo, Carini, Palermo, Tindari, Taormina, Catania, Lentini; il grande Pontefice diede un impulso potente alla vita ecclesiastica ed egli stesso curò l'erezione di parecchi monasteri. I frutti di questa attività si videro presto e tra il sec. VII e il sec. VIII ben 5 siciliani o educati in S. salirono sul trono pontificio.

Il governo bizantino introduceva il suo rito nella liturgia e nel 732 l'imperatore Leone Isaurico, confinando anche il pingue patrimonio della Chiesa romana, sottomise alla giurisdizione di Costantinopoli le chiese

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(per cortesia della sig. Cosentino)

SICILIA - Rovine di Selinunte.

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SICILIA - Colonne doriche del tempio di Castore e Polluce (metà del sec. v a. C.). - Agrigento.

di S. Si ebbe allora una fioritura di monasteri orientali che divennero fucina di studi e di santità: Giuseppe, Giorgio e Teofane innoffati, Pietro e Giovanni cronisti. S. Gregorio di Agrigento esegue, tennero alto il livello culturale nell'Isola, mentre i ss. Metodio patriarca di Costantinopoli, Elia di Castrogiovanni, Leoluca di Corleone, Luca di Taormina, Vitale di Castronovo, Atanasio di Catania, Simone di Siracusa, Cristoforo, Saba e Macario la illustrarono con le virtù religiose. L'occupazione musulmana stronco quella fiorente attività di cui alla liberazione dei Normanni ben poche vestigia sopravvissero.

BIBL.: per la storia civile: A. Holm, Stor. della S. nell'antichità, trad. it., 3 voll., Torino 1896-1901; G. Libertinio, G. Paladino, St. della S. dai tempi più antichi ai nostri giorni, Catania 1933; M. Amari, St. dei Musulm. di S., 2a ed., 1933-1939; B. Pace, Arte e civiltà della S. antica, 4 voll., Milano 1938-1949; J. Berard, La colonisation grecque de la S., Parigi 1941; I. Scaturro, St. di S., 2 voll., Roma 1950 (con bibl.). Per la storia religiosa: O. Gaietani, Vitae SS. Sicilorum, 2 voll., Palermo 1657; R. Pirri, S. sacra, 2 voll., ivi 1733; G. Lancia di Brolo, St. della Chiesa in S. nei primi dieci secc., 2 voll., ivi 1880-84; G. Führer, Forschungen zur S. sotterranea, Monaco 1897; id.-V. Schultze, Die altchristl. Grabstätten Siziliens, Berlino 1907; Lanzoni, pp. 609-55; P. Orsi, S. bizantina, Roma 1942; G. Amello, La S. crist. e i suoi illustratori, in Atti del I Congr. naz. di arch. crist., ivi 1952, pp. 7-29 con ricca bibl. archeol. Agostino Amore.

III. PERIODO NORMANNO-SEVO-ARAGONESE

La conquista normanna ebbe inizio nel 1060 ma ultimi a cadere nel 1091 furono i baluardi musulmani di Butera e di Noto. Con essa la S. venne spiritualmente ricongiunta all'Italia ed all'Europa. Infatti con Ruggero d'Altavilla (1072-1101), il vero esecutore dell'impresa iniziata sotto il comando del fratello Roberto il Guiscardo, si ebbe il primo assetto delle terre conquistate e l'inizio di quel processo di rilatinizzazione, per cui l'Isola venne riassimilata al mondo occidentale. Con lui ebbe pure inizio quel lungo

SICILIA - Affresco, d'origine cristiana secondo alcuni studiosi, imitante tarsie marmoree, nella Grotta della Sibilla (sec. III). Acquerello di Salinas - Marsala.

periodo di vita autonoma che impresse all'Isola caratteri particolari, e che, con interruzioni più o meno lunghe, durò fino all'unificazione nazionale italiana. Ruggero, rottolo ogni legame di soggezione al Ducato di Puglia, prima guerreggiando contro lo stesso fratello Roberto e, dopo la morte di questo, parteggiando con il figlio di Iulio, il ducà Ruggero I, impose energicamente su tutti, anche sugli stessi Normanni che lo avevano aiutato nell'impresa contro i musulmani, la sua volontà e la sua autorità, non d'altro preoccupato che di amalgamare e di armonizzare, nello spirito di una superiore esigenza di Stato, le differenti popolazioni sottomesse. Anche nei rapporti religiosi egli volle avere mani libere nel ricostituire gli ordinamenti ecclesiastici che durante il dominio musulmano erano venuti via via mancando e si fece conferire da papa Urbano II (1098) quelle prerogative che condussero poi a quell'istituto che fu detto la «monarchia sicula» (v.). Anche ai conti ed ai baroni, che egli premiò per l'aiuto prestato nella conquista dell'Isola, molto limitò i diritti e le prerogative, riducendo più che altro il loro ufficio a quello di veri e propri funzionari di Stato.

Con Ruggero II (1101-54), figlio di Ruggero I, che, uscito di minorità nel 1112, seguì principalmente una politica espansionistica (riconquistata del Ducato di Puglia [1127] e del principato di Capua), la S. assurse ad una posizione di maggiore importanza nel campo internazionale, essendo divenuta il centro di un vasto Stato che comprendeva anche i domini normanni della terra ferma. L'incoronazione di Ruggero quale re di Sicilia nel duomo di Palermo (1130; suo padre aveva assunto solo il titolo di gran conte), preceduta da non lievi contrasti con il papa Onorio II che aveva visto male l'insediamento di quello nella penisola, segna il culmine della sua potenza. Non ebbero infatti esito favorevole i tentativi di espansione anche in Balcania ed in Africa (1146-48). Vassallo della Chiesa per la parte continentale ma sovrano indipendente in S., Ruggero II intese a far prevalere nei rapporti con Roma i privilegi concessi da Urbano II al padre suo, opponendosi ad ogni tentativo, da parte del Papa, per limitarne l'esercizio. Pur non essendo meno autoritario del padre, egli, tuttavia, nelle decisioni di maggiore importanza, non fu alieno dal consultare le *Cruiae generales o solemnes*, che, pur non essendo un vero organo costituzionale, e rappresentando gli interessi delle classi più alte, composte com'erano di baroni e di alti prelati e, a volte, anche di notabili delle città e delle terre demaniali, ebbero tuttavia compito di coadiuvare e, in certo modo, limitare l'autorità regia. Durante il lungo regno di Ruggero, la S., estranea alle lotte baronali del continente, godette d'una relativa tranquillità e prospettiva che invece le vennero a mancare sotto il figlio di Iulio Guglielmo I (1154-66), per i tenebrosi conflitti e le sollevazioni dei feudatari, decisamente ostili all'indirizzo democratico impresso al Regno dal ministro Maione di Bari. Allora la S. perdette anche la sua indipendenza, essendosi Guglielmo, negli accordi del 26 giugno del 1156, dichiarato «vassallo» della Chiesa, non solo per i domini della terra ferma, ma anche per la S.

Dopo la reggenza della madre, la sagace ed avveduta regina Margherita, Guglielmo II (1166-89) tenne il Regno, tranquillo all'interno e forte all'esterno per la restaurata influenza in Africa e per i successi riportati in Oriente, ma il matrimonio tra Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa, e Costanza, figlia di Ruggero II ed erede della corona di S. (1186), segnando un successo della politica espansionistica degli Svevi, apri una crisi in S., in quanto il partito «nazionale», geloso dell'indipendenza del Regno, al tedesco Enrico oppone Tancredi, conte di Lecce, figlio naturale di Ruggero. Da qui le feroci repressioni di Enrico appena poté mettere piede in S., non senza aiuto della flotta di Pisa, Venezia e di Genova, e il vuoto fatto intorno a lui per l'ostilità sempre crescente dei baroni; Costanza però, assunta dopo l'impoverita morte del marito (1197) la reggenza per il figlio, il futuro Federico II, ristabilì una certa tranquillità, cacciando i Tedeschi che avevano reso inviso il governo di Enrico, e, richiamato presso di sé il figlio, lo fece coronare re di S. (1198).

Dopo la sua morte, avvenuta in quello stesso anno, papa Innocenzo III come altro signore del Regno, avendo assunto a sua volta la reggenza, ne assicurò a Federico II la sovranità con la condizione che esso non dovesse andare unito nella medesima persona con il Regno di Germania. Diventato maggiorenne nel 1209 Federico fu ben presto condotto dai dissensi intestini ad intromettersi nelle vicende di quel Regno sino a diventare sovrano, ma il suo cuore rimase in S. facendone il suo soggiorno preferito e completando in essa quel processo di latinizzazione e di accostamento all'Italia e all'Europa, già iniziato da Ruggero I. Federico, infatti, nella sua azione politica, mirò a consolidare il suo potere assoluto nell'Isola ed è notevole la sua opera legislativa tutta ispirata al diritto romano, mentre apriva poi la sua corte ai cultori d'ogni ramo di sapere, come già Ruggero II, e dava, con la «scuola poetica siciliana», considerevole impulso al for

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SICILIA - Affresco con due pavoni affrontati nella parete frontale del sepolcro di Marcia, nella Catacomba Cassia (metà del sec. IV). Acquerello di G. Discanno. Siracusa.

SICILIA - Abside del duomo di Monreale (sec. XII).

marsi della nuova letteratura italiana. L'opposizione dei Comuni italiani ed in particolare la lotta contro il Papato stroncarono le ambizioni di Federico e, dopo la morte di lui, Manfredi, suo figlio naturale, poté si cingere la corona reale a Palermo nel 1258 e assumere la parte di difensore del ghibellinismo in Italia; ma la sua sconfitta a Benevento (1266), e il conseguente trionfo del guelfismo, determinarono un nuovo avviamento nel processo storico dell'Isola; Carlo d'Angiò, coronato dal Papa re di S., spostò il centro del Regno nel continente, trasferendo la capitale da Palermo a Napoli, con naturale risentimento dei Siciliani che mal sopportarono una siffatta minorazione. La Rivoluzione del Vespro (31 marzo 1282), cui contribuì, fra l'altro, il rigore fiscale a cui fu sottoposta l'Isola dal governo angioino (la «mala signoria» di Dante, Par. VIII, 73) accentuò il distacco della S. dal continente, che la terrà per molti secoli quasi fuori delle sorti italiane.

Occupò l'Isola Pietro III d'Aragona, sposo di Costanza figlia di Manfredi, cui gli stessi Siciliani avevano offerto la corona di S., e il Trattato di Caltabellotta (1302) sancì quel cambiamento di dinastia riconoscendo a Federico terzogenito di Pietro II d'Aragona il titolo di re di Trinacria. La S. nella sua nuova posizione internazionale gravitò così non più verso la penisola, ma verso la Spagna. I molteplici tentativi da parte degli Angioini di Napoli di riconquistare la S., le conseguenti devastazioni e le lunghe lotte tra le più potenti famiglie baronali siciliane, determinarono, nelle popolazioni, una forte depressione spirituale che fece più gravemente sentire gli effetti del nuovo isolamento in cui l'Isola era caduta. Né valsero a migliorarne le condizioni le riforme introdotte dallo stesso re Federico (1295-1337) e dal suo successore Pietro I (1337-42). Divenuta un'appendice del Regno d'Aragona, la S. presto perdette anche quell'ombra di indipendenza che ancora le era rimasta fino al 1409, quando cioè, riunitesi le due corone di S. e d'Aragona nella stessa persona di Martino II, non divenne che un semplice vicereame strettamente legato alla corona d'Aragona.

IV. IL VICEREAME

Col nuovo ordinamento ebbe termine il lungo periodo di contrasti e di lotte che avevano immiserita l'Isola, ma si determinò anche un periodo di quasi ristagno delle energie spirituali ed economiche, che rese più agevole l'opera dei vari viceré per legare sempre più l'isola agli interessi aragonesi. Lo stesso Parlamento, con la distinzione nei tre bracci, militare, ecclesiastico e demaniale, introdotta al tempo di Alfonso il Magnanimo (1416-1458) a somiglianza delle «Cortes» catalane ed aragonesi e rappresentanti non gli interessi generali del paese, ma quelli delle classi dominanti, divenne un docile strumento in mano della monarchia, che se ne avvalse per meglio premere sull'Isola e riscuotere i tributi. Con Ferdinando il Cattolico (1459-1515) la subordinazione degli interessi della S. a quelli della Spagna si fa ancora maggiore, e per rafforzare l'assolutismo regio fu introdotto nell'Isola il tribunale del S. Uffizio secondo l'ordinamento spagnolo (1487), i cui rigori in S. non trovavano la loro ragione, come in Spagna, nelle preoccupazioni religiose locali. Anche contro gli Ebrei si procedette con accanimento.

Le condizioni dell'Isola non migliorarono allorché, con Carlo V (1519-56), essa entrò a far parte d'un vasto impero che comprendeva, con l'Italia, la Spagna e la Germania. I viceré che la governarono si preoccuparono più che altro di assicurare la sua sottomissione al potere spagnolo; tenendo così la S. appartata dalle competizioni guerresche del resto d'Europa. Anche la riforma luterana non ebbe nell'Isola che rari proseliti, per la forte pressione spirituale esercitata dal S. Uffizio sulla S.; in compenso i Gesuiti, introdotti nell'Isola nel 1540, vi aprirono scuole e collegi, dando così alla S. un'organizzazione scolastica di cui fino allora era priva. Non mancarono tuttavia riforme nell'amministrazione specie sotto Filippo II (1556-98) tendenti soprattutto ad estirpare abusi o a frenare pretendenze. Famosa la lotta del viceré Marco Antonio Colonna contro il S. Uffizio in difesa dell'autorità vicereale, e quella a difesa delle prerogative della «Monarchia Sicula». Con i successori di Filippo II, Filippo III (1598-1621), Filippo IV (1621-65) e Carlo II (1665-1700), che assistettero impotenti al declino dell'egemonia spagnola in Europa, la S. non ebbe diversa dai rimanenti domini spagnoli in Italia dove generale era la miseria, in contrasto con l'abbazia e la frivolezza delle classi più abbienti, sempre pronte ad obbedire ai cenni di Madrid. Non mancano tuttavia tentativi di rivolta per la riconquista dell'indipendenza e, soprattutto, come reazione a quel triste stato di cose, ma sono piuttosto isolate manifestazioni di disagio economico, che riflesso d'una chiara coscienza sociale e politica: la cacciata del viceré Moncada del 1516, la rivolta a Palermo capeggiata da Giuseppe d'Alessi nel 1647, e quella più complessa scoppiata a

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SICILIA - Chiosco della chiesa di S. Giovanni degli Eremiti (sec. XIII). Palermo.

SICILIA - Facciata della chiesa di S. Niccolò (sec. XIII). Agrigento.

Messina nel 1674. Mancava un ceto medio che dessevere a quelle iniziative, nelle quali rifusero soltanto figure isolate di ferventi + patrioti +. Le stesse corporazioni in cui si era venuto organizzando l’artigianato, e che fecero sentire in quelle rivolte il peso del proprietario, avevano più un carattere religioso che economico, e servivano più alle ambizioni di questo o di quel consolle che alla tutela degli interessi degli iscritti.

La cessione dell’Isola a Vittorio Amedeo di Savoia (1713-20), il passaggio di essa sotto il dominio austriaco (1720-35) e finalmente la conquista di Carlo di Borbone, cui fu assegnato anche il Napoletano, non determinarono mutamenti nel suo ordinamento interno che continuò ad avere nel tradizionale Parlamento il simulacro della sua non mai spenta aspirazione all’indipendenza. Un ricatto costantemente politico della S. alla penisola si ebbe certo in seguito a queste vicende; ma la lunga separazione aveva in S. formata una mentalità piuttosto restia ad ogni influenza del continente e alimentato uno spirito decisamente separatista. Da qui l’appoggio dato dalla feudalità isolana al viceré Maffei contro la bolla papale del 20 febbraio, che toglieva la « Monarchia Sicula » ritenuta, non meno del Parlamento, una garanzia di indipendenza; da qui ancora il forte ostacolo opposto dall’Isola alla penetrazione del movimento illuministico europeo al quale fece argine soprattutto la letteratura isolana, improntata a spirito religioso. Gli stessi pubblicisti e scrittori, che nella seconda metà del sec. XVIII fiorirono numerosi pure in S., e che, più aperti alle influenze del nuovo pensiero, agitarono anche nell’Isola problemi di carattere sociale ed economico, subdividendo a tradizionale spirito isolano e non ebbero nel paese profonda risonanza. Tuttavia durante il governo di Carlo III di Borbone (1735-59) e quello del figlio Ferdinando III (IV di Napoli; 1759-1825) si nota un risveglio grazie soprattutto all’azione riformatrice del viceré Caracciolo, tendente, secondo lo spirito dell’assolutismo illuminato, ad abbattere i privilegi ed a restaurare una maggiore autorità del Re nell’Isola. Ma per contrapposto la casta feudale si trincera sulle tradizionali prerogative del Parlamento e su

gli altri istituti siciliani e si oppone al riformismo del Caracciolo e a quello del suo successore, il viceré Caramano, intendendo così appunto difendere la « libertà » e la « dignità » ed i diritti « sempre goduti dalla S. Anche il tentativo giacobino del Di Blasi, nel 1794, quando più ferveva la Rivoluzione Francese, ha tutto un colore pacato che risente delle tendenze dominanti. A fomentare tale spirito conservatore e particolaristico non poco influì anche la protezione prestata dall’Inghilterra alla dinastia, rifugiatasi nell’Isola durante la lotta contro Napoleone, col formare una base militare nel Mediterraneo.

Di questo spirito risente la Costituzione del 1812, con la quale i baroni rinunziarono a tutti i diritti feudali, trasformando i loro beni in possedimenti privati: senza che per questo però perdessero la loro preminenza reale di modo che da quella Costituzione alcun effettivo vantaggio trassero le classi inferiori. Dopo la restaurazione, reagendo alla politica accentratrice del governo di Napoli, per cui fu abolita la Costituzione del 1812 e venne sciolto il Parlamento (1816), la S. diresse i suoi sforzi a staccarsi da Napoli, tentando prima di ripristinare l’indipendenza garantita dalla Costituzione del 1812 (rivoluzione del 1820). Il 12 gen. 1848 la ribellione si iniziò a Palermo e si allargò a tutta l’Isola proclamando la Costituzione del 1812 e convocando il 25 marzo il Parlamento. Ma mancata la sperata protezione della Francia e dell’Inghilterra, Ferdinando II di Napoli riuscì a riprendere Messina nel sett. 1848 ed a riavere tutta la S. l’11 maggio 1849. Poco più di dieci anni dopo (il giugno - 20 ag. 1860) la S. con la spedizione di Garibaldi veniva tolta al Borbone e unita politicamente all’Italia grazie al plebiscito del 21 ott. 1860. Ma ancora questa volta lo spirito autonomistico predomina anche nei più decisi assertori dell’annessione incondizionata, perché, come diceva Michele Amari, « dopo una lotta di 45 anni con Napoli, non si sarebbe potuto cogliere alla S. questa autonomia che godeva sotto il giogo dei Borboni », e, pertanto, « la S., isola di 2 milioni e più di abitanti, allenata in mezzo secolo di contese, in due o tre rivoluzioni, avrebbe meritato eccezioni, quand’anche non ci fosse l’esempio della Toscana, e il bisogno di provvedere ad altre provincie come la Lombardia e Napoli ».

V. S. NELL’UNITÀ D’ITALIA. - La S. era perciò la meno preparata a subire l’accentramento amministrativo subito esteso dal governo italiano a tutte le regioni che formarono il nuovo Stato. La S. inoltre, quasi priva com’era di opere pubbliche e di industrie, per la passata trascuranza in questo ramo di attività, e con una struttura economica sulla base del persistente latifondo, e quindi con un forte proletariato agricolo e cittadino, non era nelle migliori condizioni sociali ed economiche per trarre dalla nuova situazione politica, come era stata attuata, tutti quei vantaggi che potessero assicurarle prosperità e benessere. Venuta, in breve giro di tempo, a convivere, sotto le stesse leggi, con regioni socialmente più progredite ed economicamente più ricche, la S. ebbe più che ogni altra regione a soffrire l’inevitabile disagio seguito all’unificazione nazionale che richiedeva per consolidarsi oneri e sacrifici, in un momento in cui l’Isola era bisognose di speciali sollecitudini. Da qui le esplosioni spesso violente come la rivolta del 1866 nella provincia di Palermo, e quelle del 1893 in più parti dell’Isola, che, non comprese nelle loro vere scaturigini, furono represse dal governo d’allora nel modo più duro. Il governo non ebbe mano felice nemmeno nei rapporti religiosi. Gli Ordini religiosi erano numerosissimi in S.: basti ricordare che al momento dello scioglimento delle Corporazioni religiose, nel 1866, esistevano in S. 629 conviventi distribuiti in 212 Comuni e oltre 239 monasteri; profondo era il sentimento religioso delle popolazioni, e grande l’ascendente che su di esse aveva il numeroso clero secolare e regolare. Ma il governo italiano non poco contrariò anche quel sentimento, o almeno non lo considerò nel suo valore, specie a proposito della questione relativa ai beni ecclesiastici, nei riguardi della quale agli pure con provvedimenti aspiri e draconiani, vedendo nel risentimento sempre manifestato dagli isolani, per la

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Sicilia - Facciata della chiesa di S. Niccolò (sec. xili). Agrigento.

scarsa comprensione con cui era trattata, quasi esclusivamente una manifestazione clericale e borbonica. Non mancarono tuttavia tentativi da parte del governo di indagare e studiare le origini del malessere di cui soffriva l'Isola e che si manifestava anche in forme antisociali, come il malandrinaggio e la mafia (famosa, fra tutte, l'inchiesta Franchetti-Sonnino, nel 1876), ma tali tentativi, per una mentalità spesso non severa da pregiudizi, non colsero quasi mai nel segno, e i rimedi adottati furono sempre inadeguati.

Ancora nella seconda guerra mondiale, essa, nell'amor patrio e nel sacrificio, non fu inferiore a nessuna regione d'Italia. Divenuta, in seguito allo sbarco anglo-americano, teatro di guerra (dal 10 luglio al 17 ag. 1943), subì notevoli danneggiamenti, sia nelle città che nella campagna, con conseguente crisi politica, sociale ed economica. Da qui il risorgere di un movimento per l'indipendenza dell'Isola (M. I. S.), cui cercò di dare appoggio anche un movimento militare clandestino (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana: E.V.I.S.) ma esso non ebbe vera risonanza nella coscienza del popolo (la Costituzione del 1812 era ormai troppo lontana nel tempo e vi stavano di mezzo le grandi tappe del federalismo e dell'unità). Valse tuttavia a riproporre ai nuovi governanti un problema ormai antico, il problema sociale ed economico dell'Isola, che non erano riusciti a risolvere né le numerose inchieste del governo liberale, né il famoso «assalto al latifondo» nel ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale. Lo Statuto (dec. leg. 15 maggio 1946) con cui è stata riconosciuta l'autonomia alla S., «entro l'unità politica dello Stato italiano, sulla base dei principi democratici che ispirano la vita della nazione» (art. 1), è appunto ispirato al principio di garantire all'Isola la risoluzione di tutti quei problemi di vita interna che nella crisi del dopoguerra si sono ripresentati ancor più urgenti.

Bibl.: vasta bibl. in F. De Stefano, Storia della S. dal sec. XI al XIX, Bari 1948. Bibl. particolare: periodo normanno-svevo-aragonese: M. Amari, La guerra del Vespro stiell., Milano 1886; id., Storia dei musulm. di S., III, 2a ed., Catania 1938; F. Chalandon, Hist. de la dominat. norm. en Italie et en Sicile, Parigi 1902; E. Caspar, Roger II. und: die Gründung d. normann.-stizil. Monarchie, Innsbruck 1904; W. Cohn, Das Zeitalter d. Normann.
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SICILIA - Cortile del Palazzo Beneventano del Bosco (sec. XVIII). Siracusa.

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(fot. Alinari)

SICILIA - Aquila in bronzo del sec. XIII, creduta un pellicano, antico ornamento di pergamo, trasformata in leggio nel 1545. Messina, Museo nazionale.

In S., Lipsia 1920; id., L'età degli Hohenstaufen in S., trad. it., Catania 1932; R. Caggese, Roberto d'Angiò e i suoi tempi, Firenze 1922-1930; G. M. Monti, Lo stato normanno-svevo, Napoli 1934; R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva in Italia, Roma 1936; V. EPIFANIA, Gli Angioini di Napoli e la S., Napoli 1936; id., Riflessi di vita ital. e albori di fortuna angioina in S. alla metà del Trecento, in Arch. st. sticil., 1941, p. 121 seg.; A. Italia, La S. feudale, Roma 1940; C. A. Garufi, Per la stor. dei monast. di S. nel tempo normanno, in Arch. st. per la S. orient., 18 (1940), pp. 1-96; W. E. Heupel, Der stiell. Grosshof unter Kaiser Friedrich II., Lipsia 1940; E. Pontieri, Ricerche sulla crisi della monar. sticil. nel sec. XIII, Napoli 1942; M. Scaduto, Il monache. bastiano nella S. mediev., Roma 1947; A. De Stefano, L'idea imper. di Federico II, Bologna 1952. Vicereame: A. Brofferio, St. di S. sotto Vitt. Amedeo II, Roma 1797; V. Amico, St. di S. dal 1556 al 1750, ivi 1836; S. Scrofani, Delle dominaz. degli stranieri in S., Palermo 1842; E. Laloy, La révolte de Messine, 3 voll., Parigi 1929-31; C. Caristia, Per la storia del pensiero politico sticil. durante il sec. XVIII, in Arch. st. per la S. orient., 10 (1932), pp. 490-511; V. Titone, La S. spagnuola, Mazara 1948; H. Koenigsberger, The government of Sicily under Philip II of Spain, Londra 1951; M. Petrocchi, La révolte. cittadina messinee del 1674, Roma 1953, Borboni: G. Catalano, I Borboni e la manomorta eccle. di S., in Il diritto eccl., 1848, pp. 198-213; M. Amari, La S. et les Bourbons, Parigi 1849; M. Marino, La cacciata degli Austriaci dalla S., Palermo 1920; C. La Forte, Sul giacobinismo in S., in Arch. st. per la S., 8 (1942), pp. 282-368; E. Pontieri, Il tramonto del baronaggio sticil., Firenze 1943; id., Il riformismo borbonico nella S. del Sette e dell'Ottocento, Palermo 1947; F. Brancato, Il Caracciolo ed il suo tentativo di riforme in S., ivi 1946; V. Titone, Economia polit. nella S. del Sette e Ottocento, ivi 1947, La S. nell'unità d'Italia: M. Scalia, Mem. stor. sticil. della révoluz. del 1848-49, ivi 1932; F. Brancato, L'Assemblea stic. del 1848-49, Firenze 1946; id., La S. nel movim. per l'unità d'Italia, Palermo 1947; R. Romeo, Il Risorgim. in S., Bari 1950; N. Cortese, La prima Révoluz. separatista sticil. (1820-1821), Napoli 1951, V. anche: L. Granone, Fattori e bisogni dell'econom. sticil., Girenti 1917; E. La Loggia, Gli antecedenti dell'ordinam. autonomist. stic., in Mediterranea, Palermo 1950; R. Landolina, La difesa della S. da P. Ventura a L. Sturzo, Mazara 1951.

VI. Archeologia

Oltre che per gli insigni monumenti classici, soprattutto greci, la S. è ricca di antiche me-

SICILLA - Particolare di una sottile tela di lino rappresentante la stigmatizzazione di s. Francesco. Sfilato siciliano del sec. XV. Assisi, Museo francescano.

morire e monumenti cristiani. Nel Martirologio geronimiano spesso la Cilicia e la Siria sono state confuse con la S., così si spiega all'11 ott. l'indicazione «in acervo Sicilia» che deve correggersi in «Anzarbio Cilicia»; al 21 luglio si legge «in Silica Simeonis». Le martiri più venerate della S. LUCINA (v.) Agata (v.); tutte e due sono nel Canone e rappresentate nella teoria delle martiri in S. Martino in caelo aureo (oggi S. Apollinare nuovo) in Ravenna. A Catania fu venerato anche s. Eupo (BHG, n. 1410); ricordato nel Geronimiano al 12 ag., al 2 e al 12 sett.; a lui certo si allude insieme con s. Agata nell'iscrizione di Giulia Fiorentina nell'espressione «pro foribus martyrum» (CIL, X, 7112). A Messina nel sec. VI una basilica fu dedicata ai ss. Stefano, Pancrazio ed Eupo. Diffuso fu in S. il culto di santi greci quali Teodoro, Giorgio e Cristoforo. A Taormina è venerato s. Pancrazio al 3 apr.; e all'8 luglio con una leggenda curiosa (BHG, 1410), mentre nel Geronimiano è indicato al 24 giugno e nei sinassari greci al 30 e 31 ott. (Synax. Constantinop., p. 179).

Per ALFEO (v.), Filadelfo, Cirico ed altri (BHG, 57-62) è assolutamente priva di ogni fondamento come quella di s. ALFEO (v.) a Lipari. Oltre agli antichi monumenti cristiani di Agrigento, Catania Lipari, Messina, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Palermo, Ragusa, Siracusa, Taormina (per i quali V. le rispettive voci), se ne annoverano anche in altre località. Così a Salemi, l'antica Halicvae, si rinviene una chiesa cimiteriale con pavimento in musica e tombe pure con decorazione musiva (cf. B. Pace, La basilica di Salemi, in Monumenti antichi dei Lincei, Roma 1916). Ma tre iscrizioni cristiane di Roma ricordano un «civis Alicensis» sepolto nel 372 nell'area del cimiterio di Callisto (G. B. De Rossi, Inscr. Christ. Supplementum, Roma 1915, n. 1621); un altro epitafio dell'anno 407 si riferisce pure a un «civis Alicensis» (A. Silvagni, Inscr. Christ. Nova series, 1922, n. 407); un Johannis Alicensis fu sepolto nel 406 nella Basilica Vaticana (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., 1857-61, n. 916); nel portico della stessa Basilica si leggeva il carme sepolcrale di una «Helpis Siculae regionis alumnae» (ibid., II, Roma 1888, pp. 79, 6; 130, 14). A Lipari nella chiesa di S. Giuseppe un'iscrizione ricorda l'acquisto del sepolcro fatto da Elpiste e Irene, contenente le date degli aa. 409 e 470; mentre nello stesso luogo un'altra iscrizione offre la data del 394 (Notizie degli scavi, 1929, pp. 84-85).

Nei dintorni di Catania furono trovate tre lampade cristiane in bronzo dorato (P. Orsi, Bronzi cristiani di Catania, in N. Bull. di arch. crist., 8 [1902], pp. 140-49).

Nel territorio di Gela in contrada Zinghiliu furono identificati antichi sepolcri sfruttati poi da cristiani; lo stesso si è riscontrato presso Butera e presso Licata. A Grotta Murata sui monti S. Angelo Muxaro si sono trovati avanzi di un'antica comunità eremitica.

A Roma nel «Coemeterium maius» si è rinvenuta l'iscrizione sepolcrale greca di un siciliano di nome Callisto (M. Armellini, Scoperta della cripta di S. Emerenziana, Roma 1877, p. 100). Per il sarcofago cristiano nella cattedrale di Palermo V. Wilpert, Sarcofagi, II, tav. 239, 2, pp. 324, 352; III, pp. 20-25.

J. Fuhrer e V. Schultze, nell'opera Die altchristlichen Grabstätten Siziliens (Berlino 1907) hanno pubblicato gli ipogei di Ferla (p. 172 sg.), Melilli (p. 174 sg.), Lentini (p. 178 sg.), Molinello (p. 181 sg.), Cassibile (p. 185 sg.), Spaccaforno-Rosolini (p. 190 sg.), Cava d'Ispica (p. 193 sg.), S. Croce Camerina (p. 195 sg.), Licodia Eubea (p. 197 sg.), Chiaramonte-Guelfi (p. 198 sg.), Granieri (p. 201 sg.), Cittadella (p. 202 sg.), Naro (p. 205 sg.), Termini Imerese (p. 218 sg.), Palermo (pp. 220-35), Carini (p. 236 sg.), Lilibeo-Marsala (vigna Spalla, p. 242; ipogeo sotto S. Francesco, p. 240; Grotta della Sibilla e ipogeo presso la chiesa dei Niccolini, pp. 246-53), Priolo (pp. 253-55).

Bibl.: G. Agnello, Gli studi di archeol. crist. in S., Catania 1950; id., La S. cristiana ed i suoi illustratori, in Atti dell'I Congresso naz. di archeol. crist., Roma 1952, pp. 7-29; id., La pittura paleocristiana della S., Città del Vaticano 1952. Per l'epigrafia: CIG, III, pp. 279-596; CIL, X, pp. 713-16; A. Ferrua, Epigrafia sicula pagana e cristiana, in Riv. arch. crist., 18 (1941), pp. 151-243; id., L'epigrafia cristiana di S., in Epigrafia, 5-6 (1943-44), pp. 104-108; id., Florilegio d'iscrizioni paleocristiane di S., in Atti della Pont. Accad. rom. di archeol., 3° serie, Rendiconti, 22 (1946-47), pp. 227-39; S. L. Agnello, Silloge di iscrizioni paleocristiane della S., Roma 1953. Enrico Josi

VII. Arte

1. Architettura

In S. sono rari i resti dell'architettura bizantina. Sono ritenute basilichete bizantine le due chiesette in località Vigna di Mare e Bagni di Mare presso S. Croce Camerina e due chiese: S. Niccolichio e S. Micidario a Sortino. Sono rari i monumenti arabi, in massima parte distrutti o trasformati dalla ricostruzione cristiana nel periodo normanno, durante il quale si continuò, tuttavia, a costruire seguendo tradizioni bizantine ed arabe con innesti di gusto romanico e quindi gotico. Ne rimangono esempi, oltre che PERGAMO (v.); nel Duomo e l'Annunziata dei Catalani a Messina; nei duomi di Monreale e di Cefalù; nella chiesa della Trinità a Castelvetrano; nella badia di S. Spirito a Caltanisetta e l'abbazia benedettina a Bronte; nelle absidi del duomo a Catania e della chiesa di S. Pietro erette dall'architetto Girardo il Franco a Casalvecchio Siculo. Il periodo svevo si distingue dal normanno per una più accentuata produzione di architettura civile e militare: fortilizi, mura difensive, castelli come il Palazzo dello Steri e il Palazzo Sclafani a Palermo; i Castelli Maniace, a Siracusa, e Ursino, costruito da Riccardo da Lentini a Catania; l'Osterio a Cefalù; il Castello a Paternò e molti altri sparsi nei punti strategici dell'Isola. Sono caratteristici di questo stile i famosi portali e gli ampi finestroni dei piani superiori ornati spesso con fregi a zig-zag e da tarsie di lava e pomice che contrastano con l'aspetto severo dell'insieme. A questo periodo appartengono le chiese di S. Agostino e S. Francesco d'Assisi, di S. Giovanni di Bajda a Palermo, di S. Agostino a Trapani, la Matrice ad Enna, di S. Maria a Randazzo, il monastero di S. Spirito ad Agrigento, la Badiazza a pie' del colle di S. Spirito, S. Maria degli Alemanni e il S. Francesco d'Assisi a Messina. Esempi di tarda architettura chiaramontana con

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aggiunta di elementi catalani sono le due costruzioni taorminesi della Badia Vecchia del Palazzo S. Stefano già degli inizi del Quattrocento, quando prevalgono infissi toscani e soprattutto catalani. In questo secolo campeggia la figura dell'architetto Matteo Carnelivari da Noto che lavorò molto a Palermo e a Messina dove, purtroppo, ben poco sopravanzò al terremoto del 1908.

Si ricordano di tale epoca, inoltre, i Palazzi Corvai e Ciampoli a Taormina, la casa Finocchiaro a Randazzo, i Palazzi Lanza, Montalto, Bellomo a Siracusa, S. Giorgio e il campanile del Duomo ad Agrigento, la Torre Campanaria e il portico del Duomo ad Erice.

Il Cinquecento presenta a Palermo, oltre alcune chiese di interessantissima struttura, il Palazzo arcivescovile dell'architetto Di Fazio (1583). Più ricca l'architettura barocca che ha caratteristiche proprie per essersi mantenuta più aderente alla sobrietà e compostezza classica negli schemi, riservando la bizzarria all'ornamentazione. Palermo conserva i più notevoli monumenti secenteschi, le chiese di G. Amico, P. Amato, Angelo Italia, Andrea Giganti e G. Amato e numerosi palazzi e ville. A Trapani sono notevoli la chiesa del Collegio dei Gesuiti e il convento dei Carmelitani. A Catania, distrutta dal terremoto del 1699, si trova poco del Seicento; la città fu ricostruita nel Settecento dall'architetto Vaccarini di cui si ricorda il prospetto della Cattedrale, l'Almo Studio, il Palazzo senatorio e le chiese di S. Giuliano e S. Agata. Anche Noto subì la stessa sorte, ma oggi essa appare come uno splendido anfiteatro di chiese e palazzi settecenteschi dovuti in gran parte a Pompco Picherali, autore anche del prospetto della cattedrale di Siracusa. Quivi si notano anche i Palazzi Beneventano e Del Bosco. Dell'architetto Marvuglia si ricorda il convento di S. Martino alle Scale (1770) presso Monreale.

2. Scultura

Sebbene nella chiesetta di S. Sebastiano di Siracusa si trovino sculture bizantine adattate al portale, sono molto rare le testimonianze d'una scultura bizantina e araba in S. Risalongo all'epoca normanna i bei capitelli delle chiese di quell'età, gli altri dei chiostri di Cefalù e di Monreale, opere questi ultimi di marmorari di varie regioni, mentre le porte in bronzo di Monreale sono di Bonanno Pisano e Barisano da Trani.

Il portale del S. Carcere di Catania ricorda, invece, l'arte borgognona, mentre si attribuiscono ad arte neoellenistica campana il candelabro e le sculture del pergamo della Palatina di Palermo. Anche nel periodo secco chiamarono la scultura si rivela essenzialmente decorativa. Così i capitelli del chiostro di S. Giovanni degli Eremiti e il soprarpotato del Palazzo Sclafani a Palermo. Il Quattrocento si presenta, invece, particolarmente ricco di opere plastiche poiché sopraggiungono nell'Isola dall'Italia settentrionale artisti come Domenico Gagini da Bissone (v.) e Francesco Laurana (v.). Del Quattrocento si ricorda inoltre il monumento sepolcrale del viceré d'Acuña nel duomo di Catania, di Antonello Freri, e quello del vescovo Bellorado nel duomo di Messina, di G. B. Mazzola. Nel Cinquecento rifugge l'arte di Antonello Gagini (v.) che lavorò molto anche in ornamenti di tribune e monumenti funerari; altri scultori noti di quest'epoca furono Giuliano Mancino, Bartolomeo Berrettaro che lavorarono a Palermo, Alcamo, Termini ed Erice. Ferraro da Giuliana che ornò di stucchi la chiesa madre di Castelvetrano. Verso la fine del Cinquecento giungono a Messina, sempre dall'Italia settentrionale, alcuni seguaci di Michelangelo come il Montorsoli, che fu autore delle fontane dell'Orione e del Nettuno a Messina, e Andrea Calamec, autore del monumento a d. Giovanni D'Austria. Di Michelangelo Nacherini si conserva a Castroreale una bella Madonna con bambino. Del Seicento è notevole il monumento a Carlo V di Scipione Li Volsi a Palermo e il S. Benedetto in gloria di I. Marabitti a Monreale. Le sculture di cori e stalli lignei del sec. xvii si devono in S. in massima parte a Vigo La Pica da Trapani o a Ferraro da Giuliana. Frate Umile Pintorno da Petralia si dedicò, invece, all'antaglio di famosi crocifissi. L'arte dello stucco, che ha i suoi albori nei Seicento, si Serpotta (v.) e i suoi seguaci in modo mirabile.

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3. Pittura

Si trovano esempi di pittura bizantina e Lontini nella grotta del Crocifisso e nella grotta di S. Lucia; a Siracusa nell'oratorio di S. Lucia e nelle catacombe di S. Giovanni; e tracce nella necropoli di Pantalica. Nulla di notevole rimane della pittura araba, mentre nel periodo normanno si hanno gli stupendi musicali dei duomi di Cefalù (1148) e Monreale e delle chiese e del Palazzo reale di Palermo con riflessi d'arte bizantina e ricordi arabi. Della pittura del periodo secco rimangono scarse tracce. Importante ad ogni modo per seguire la corrente d'arte locale è la decorazione pittorica delle travi nei soffitti dei duomi di Cefalù e di Siracusa, del Palazzo Bellomo a Siracusa, di S. Agostino a Trapani (ora al Museo) che si riconnettano alle decorazioni dello Steri di Palermo dovute agli artisti siciliani Cecco di Naro. Simone da Corleone, ecc. Nel Quattrocento la pittura mostra in S. tendenze varie: fiamminghe e catalane, ma si può notare, tra l'altro, una vena d'arte locale connessa alle varie correnti dell'arte mediterranea attraverso i pittori Riccardo Quartararo. Tommaso de Vigilia, Pietro Ruzzolone, di cui si ricorda la croce dipinta da ambo le parti della Matrice di Termini Imerese. Staccandosi dagli altri rifugge Antonello da Messina (v.) e dei seguaci, tra i quali Pietro de Saliba. Del Cinquecento son da ricordare i nomi di Vincenzo degli Azani (pitture nel Museo di Palermo), dell'Alibrandi e di Polidoro da Caravaggio (pitture nel Museo di Messina), di Bernardino Niger (pitture nella chiesa del S. Carcere di Catania). Solo nel Seicento si risolveva l'arte pittorica nell'Isola con il Caravaggio, il Rodriguez e con Pietro Novarelli (v.). Seguono pittori di minore importanza, come il ritrattista Antonio Alberti, il Quagliata e Agostino Scilla, i quali lavorarono molto a Messina, e infine Mattia Stomer che con L'Adorazione dei pastori del municipio di Monreale mostra ancora un esempio dell'influenza dell'arte fiamminga in S. Tra i decoratori settecenteschi, in massima parte tributari dell'arte campana, si ricorderanno Olivio Sozzi e Vito d'Anna, certo il migliore di tutti.
Bibl.: G. Di Marzo, Delle belle arti in S. fino alla fine del sec. XVII, Palermo 1859; S. Lanza di Trabia, La scultura in S.

dal sec. XVII al XIX, ivi 1880; R. Lentini, La S. artist. e archeol., ivi 1887; G. Costa, I Gagini, i Michelangeloischi, ecc., ivi 1912; G. V. ARATO, L'architett. arabo-normanna, Milano 1914; F. Meli, L'arte in S. dal sec. XII al sec. XIX, Palermo 1929; S. Bottari, Di un recente studio sull'architett. sicil., Catania 1930; F. Basile, Chiese sicil. nel periodo normanno, Roma 1931; C. A. Garufi, Per la stor. dei monasteri in S. nel tempo normanno, in Arch. stor. sicil., 6 (1940), pp. 1-96. Maria Pia Cosentino

VIII. REGIONE CONCILIARE

La S. ecclesiasticamente è suddivisa in 14 diocesi (Acireale, Lipari, Nicosia, Patti, Agrigento, Caltanissetta, Cefalù, Mazara del Vallo, Trapani, Caltagirone, Noto, Piazza Armerina, Ragusa), 5 arcidiocesi (Catania, Messina, Monreale, Palermo, Siracusa), una prelatura nullius (S. Lucia del Mela). Essa comprende una diocesi per gli Italo-albanesi (Piana degli Albanesi) e l'archi-mandrato del S. mo Salvatore.

Ad eccezione di Catania, Acireale, Piana degli Albanesi e della prelatura nullius di S. Lucia del Mela, che sono immediatamente soggette alla S. Sede, le altre sono costituite in provincia. Catania è l'unica sede arcivescovile non metropolitana. Messina è sede metropolitana con tre diocesi suffragane: Lipari, Nicosia, Patti. Monreale è metropolitana per le diocesi di Agrigento e Caltanissetta; Palermo è metropolitana per le diocesi di Cefalù, Mazara del Vallo e Trapani, e, da tempo, è sede cardinalizia. Siracusa è sede metropolitana per le diocesi di Caltagirone, Noto, Piazza Armerina e Ragusa, la quale ultima è stata eretta a diocesi il 6 maggio 1950 ed è unita aeque principaliter a Siracusa.

L'insieme di tutte le diocesi e arcidiocesi elencate costituisce la regione conciliare siciliana. Già la S. Congr. dei Vescovi e Regolari con la circolare in data 24 ag. 1889, sanzionando l'uso delle conferenze episcopali, introdotto fin dal 1849 in parecchie regioni d'Italia, ne aveva stabilito i limiti territoriali, attenendosi alle note divisioni dell'Italia. La S. Congregazione concistoriale con il decreto in data 15 febbr. 1919 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74) e con la lettera circolare del 22 marzo dello stesso anno riconfermava quanto era stato precedentemente stabilito e dava l'elenco delle regioni conciliari d'Italia, fissando per la S. quanto sopra.

Con il motu proprio Qua cura di Pio XI, in data 8 dic. 1938, circa la costituzione dei tribunali ecclesiastici per la trattazione delle cause matrimoniali in Italia, è stato stabilito che per tutta la regione conciliare siciliana le cause di nullità matrimoniale debbano essere tratte in prima istanza presso il Tribunale ecclesiastico di Palermo, in seconda istanza presso il Tribunale ecclesiastico di Napoli (AAS, 30 [1938], p. 410 sgg.; cf. Normae pro exequendis litteris apostolicis «Qua cura», della S. Congr. dei Sacramenti in data 10 luglio 1940, AAS, 32 [1940], p. 304).

IX. FOLKLORE

Del ricchissimo materiale folklorico, offerto dalla S., conviene tentare di identificare, per poter caratterizzare la regione, ciò che è tipico dell'isola e ciò che è comune ad altre zone, tenendo conto che l'isolanità delle forme di tradizione popolare in S. non si presenta così accentuata come in Sardegna e Corsica, aree laterali e poco esposte alle comunicazioni, perché, oltre ad essere più strettamente congiunta con il resto d'Italia e aperta alle diverse correnti di civiltà del bacino mediterraneo, la S. è stata essa stessa centro di creazione e di irradiazio- ne, nel resto d'Italia, delle manifestazioni di vita popolare.

Però vi sono in S. elementi folklorici caratteristici, riconoscibili principalmente nei costumi e nei prodotti dell'artigianato rurale. Del vestito femminile attuale, anche nelle colonie siculo-albanesi e lombarde, caratteristico è l'ampio manto, bianco e rosso, ornato con nastri d'oro e d'argento, che copre il capo e il busto, scendendo fino alla cintura e in qualche luogo (Ragusa) fino ai piedi: tale manto, chiamato ad Augusta capoltone e altrove cimog-ghia-miserii, costituisce

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(fot. Exit)

sce l'ornamento distintivo delle fidanzate e delle apose, (comune, nella linea essenziale, ad altri paesi mediterranei), e ammantorsi ha il valore d'un rito che segna il passaggio da uno stato all'altro. Le fidanzate si riconoscono anche da un nastro che la futura suocera intreccia loro
l'ornamento distintivo delle fidanzate e delle spose, (comune, nella linea essenziale, ad altri paesi mediterranei), e ammantarsi ha il valore d'un rito che segna il passaggio da uno stato all'altro. Le fidanzate si riconoscono anche da un nastro che la futura suocera intreccia loro tra i capelli. Molto pittoresco è il costume nuziale di Cesarò, in provincia di Messina: corpetto di damasco verde, giacchettina di velluto con bottoni d'argento e gomma pieghetta pesante (nel Museo archeologico di Palermo).

Seo etnografico di Palermo se ne conserva un esemplare di nove chili. Sfarzosi per colore e ricami sono i costumi festivi delle donne nelle colonie albanesi di Palazzo Adriano e Piana dei Greci. Caratterizzano il costume maschile siciliano il berretto di panno, marrone per i contadini, azzurro per i pescatori, talvolta lunghissimo, ripiegato sulla spalla destra, e un'ampia cintura, azzurra o verde, che a S. Fratello ha nel centro una piastra gialla di rame con incise le figure della Madonna o del Crocifisso. Carattere illustrativo, di temi ricavati per lo più dalla vita dei santi, dalla storia e dalle leggende epiche, ha in generale l'ornato rurale. Tra gli oggetti domestici lavorati a punta di coltello dal contadino siciliano si distinguono per ornamento conocchie e cucchiai di legno, stecche di busto offerte in dono alle fidanzate come pegni d'amore (bellissima quella, proveniente da S. Pietro Patti, a tre colori, verde, rosso e nero, conservata nel Museo Pitrè) e gli arcolai, specie quelli che si fabbricano nelle colonie lombarde: in uno di S. Fratello sono raffigurati, in due gruppi sovrapposti, un uomo e una donna che ballano la tarantella e due suonatori girovaghi. Scene di vita contadinesca e figure di santi sono le incisioni più frequenti che ornano il friscaletto o farantù, zufolo di canna, tipico strumento musicale dei pastori. Scene cavalleresche sono quasi sempre riprodotte sulle fiancate dei carretti, che si differenziano da quelli, pur essi dipinti, della Romagna per i motivi della decorazione (elemento figurativo comune è soltanto l'immagine di s. Giorgio che uccide il drago), oltre che per le particolarità tecniche della costruzione. Il carretto diventa così esso stesso uno strumento mobile di sopravvivenza e diffusione dell'epope cavalleresca, che l'incolto pittore-figurista apprende oralmente dal teatro dei papi e dai cantastorie, il cui repertorio preferito è il ciclo di Carlomagno con le meravigliose imprese dei paladini di Francia, Orlando e Rinaldo.

Nella Settimana Santa l'opra di pupi rappresenta invece la Passione di Cristo. Viva è infatti in S. la tradizione delle sacre rappresentazioni durante la Settimana Santa e delle storie religiose che «i poveri della città – scrive il Pitrè – cantano sul far della sera di ciascun giorno lungo le vie o dinanzi le case di quei devoti che sogliono dar loro qualche monetina di elemosina». Foggia

giati probabilmente su precedenti modelli toscani e diffusi ben oltre i confini dell'isola, questi peccati narrativi sacri, di contenuto moraleggiante, in ottave ora epiche (ab ab ab cc) ora siciliane (ab ab ab ab), a rime quasi sempre intreccati (incatenate), presentano una propria fisionomia stilistica e uno spiccato carattere regionale: originalissime le Passioni I e II (Toschi, op. cit. in bibl.), che Deca Niculaci ebbe forse sott'occhio quando compose la sua. Ma il gruppo maggiore delle storie religiose siciliane, che si possiede, risale ai sec. XVI e successivi: composte da poeti di popolo (tra cui si ricordano i nomi di Fullone e Pavone), o improvvisate da popolani poeti, durante le gare in occasione della festa di qualche santo. Dà particolari e nomi il Vigo, parlando della festa di S. Giovanni a Palermo il 24 giugno 1852: «Colà erano da cinque in seimila spettatori: al tocco di mezzanotte uscì il Santo nel piano, fu posto sulla bara, e vi salirono cinque poeti: Antonio Russo di anni sei, guidato da suo padre Salvatore, ferraio; Giovanni Pagano, agricoltore; Andrea Pappalardo, scarpano, e Salvatore da Misterbianco, agricoltore. Uno ad uno poetarono celebrando la vita e i miracoli del Santo, ricordando gli obblighi dei padri verso i figliocci, de' compari verso le comari... e poi vennero a lizza fra loro: tutti usarono l'ottava, meno del Pappalardo, il quale adoperò la sestina con gli ultimi versi a rima baciata: nessuno lasciò il campo, tutti egualmente felici ed immaginosi improvvisatori».

Anche nelle canzoni lirico-narrative, brevi composizioni di argomento sacro in metro lirico e contenuto narrativo, che il popolo chiama 'rasiuneddi per distinguere dalle storie (dette anche 'rasiuni'), si deve riconoscere il luogo d'origine nella S., dove esse raggiungono la maggiore intensità e diffusione. Tali componimenti, che trattano unicamente il ciclo della S. Famiglia e si adoperano come canti della culla, si riconnettono con le ninne-nanne, che in S. s'indicano generalmente con il termine 'vo' (probabile abbreviazione di 'voga') e molte delle quali, di rara bellezza, riescono a esprimere singolari sfumature di affettività con l'uso dei diminutivi preferiti in «eddu» («iddu») e «uzzu». Notevole elemento arcaico è la culla a sospensione, designata con il termine 'naca' (vàx'x), che, come risulta dall'indagine compiuta dal Rohlfs, occupa una vasta area in S., ma comprende anche molta parte dell'Italia meridionale.

Di creazione isolana, per il contenuto e lo stile, si rivelano gli strambotti in ottava siciliana: anche se la S. non è da considerare, come voleva il D'Ancona, patria d'origine dello strambotto, essa ne fu certo, fin dal sec. XV, centro d'irradiazione, e strambotti di sicura fattura siciliana sono stati trovati fra le carte del Boidardo.

Anche le novelle e le leggende, chiamate generica mente cunti (racconti), sono un chiaro specchio dell'anima siciliana, e il repertorio, comune al teatro dei papi, è connesso con le tradizioni cavalleresche e riflette varie epoche nei fatti e nei personaggi, come l'arabo Mamuka, il conte normanno Ruggero, Federico II di Svevia, i Vespri siciliani, fino ai Borboni e a Garibaldi. Tipicamente siciliana, per i sentimenti che vi sono espressi, è la leggenda della Baronessa di Carini.

Tra le usanze che segnano il ciclo della vita umana, per la maggior parte comuni ad altre regioni della penisola e ad altri paesi, caratteristica è quella, ora scomparsa, di radere le sopracciglie alla sposa prima delle nozze; una singolare varietà del pranzo funebre (cunsulo o cunsulatu) è segnalata dal Pitrè a Gioiosa Marea, dove un asino, carico di cibarie, segue il corteo funebre, e immediatamente dopo il seppellimento viene consumato il pasto tra i parenti, per terra o in una casa nei pressi del cimitero.

Particolare carattere scenico presentano le feste patronali siciliane: basti ricordare quella di S. Rosalia a Palermo e di S. Agata a Catania. Del carnevale siciliano tradizionale è la maschera di Nannu, pupazzo e talvolta personaggio vivente rappresentante Carnevale, che in qualche paese, come a Licata, è accompagnato da una donna, Nanna, che porta un pargoleto in braccio; nei paesi interni, Nannu viene portato sopra un asino e, prima di morire, fa testamento alla presenza del notaio rappresentato da altro pupazzo: «Lassu a li dotti li testi cunfusi» 'Ntra tanti libri e 'ntra tanti scrittura'; Lassu a l'avvocati li causi persi/ E a li duttura ci lassu la cura; «ecc. Variamente trasformati, sopravvengono i vecchi balli: il chivou, l'arascuni, la ruggera, la fasola, la tubiana, la capona. Ancora in uso è anche la contraddanza che, pur derivando direttamente dalla contredanse francese, assume in S. forme particolari. Dei giochi difficile è poter identificare, come ebbe a notare lo stesso Pitrè, i tipi caratteristici siciliani: la maggior parte, come quello della campana e dell'ambasciatore, sono diffusi per una vasta area in Europa.

Alla vita religiosa si riportano i numerosi e bellissimi ex-voto conservati nel Museo Pitrè (i più antichi sono del '600) e quelli che ancora oggi vengono offerti nella chiesa di S. Calogero ad Agrigento e nella grotta di S. Rosalia a Palermo. Mentre al mondo magico deve riferirsi il culto dei «corpi decollati» (giustiziati e annegati). È una pratica nota anche in Francia con il nome di enclavement corrisponde la legatura del lupo e della volpe, inferociti dal malocchio, contro i quali occorre ripetere tre volte speciali formole di scongiuro, facendo ogni volta un nodo su una cordicella.

Più legata alla tradizione risulta generalmente l'architettura popolare dei paesi di montagna. Tra le costruzioni a carattere primitivo prevale la forma circolare della capanna (pagghiaru), che nasconde forse un originario significato magico-simbolico, ed è comune anche a costruzioni in pietra, quali i trulli pugliesi e i nuraghi sardi. Vedi tav. XXX-XXXIII.

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