VATICANO CONCILIO. - Ventesimo ed ultimo concilio ecumenico, aperto da Pio IX, l'8 dic. 1869, nella Basilica Vaticana e interrotto dall'occupazione di Roma (20 sett. 1870).
I. PREPARAZIONE
L'idea di un concilio ecumenico fu da Pio IX per la prima volta comunicata, in forma segreta, il 6 dic. 1864 ai cardinali della S. Congregazione dei Riti e poco dopo a tutti quelli residenti in Curia, pregandoli di esprimere, dopo maturo esame, il loro parere sull'opportunità dell'iniziativa. Su 21 cardinali interpellati, 19 risposero in senso favorevole, indicando anche gli argomenti che si sarebbero dovuti trattare; allora il Papa costituì (marzo 1865) una commissione cardinalizia (Patrizzi, Reisch, Panebianco, Bizzarri, Caterini) per i preparativi del Concilio e dietro consiglio di questa creò varie sottocommissioni o deputazioni: della dottrina (card. Bilio), della disciplina (card. Capalti), degli Ordini religiosi (card. Bizzarri), dei riti orientali e delle missioni (card. Barnabò), delle questioni politico-ecclesiastiche (card. Reisch); inviò lettere confidenziali a più di 40 vescovi dell'Occidente e dell'Oriente, distinti per dottrina e zelo pastorale, invitandoli a segnalare gli argomenti da essi ritenuti più importanti, nominò consultori competenti nei vari rami della scienza ecclesiastica, scegliendoli dalla Curia e dai vari paesi cattolici.La sollecita ed entusiasta risposta dei vescovi consultati avrebbe determinato Pio IX a convocare il Concilio per il centenario del martirio degli apostoli Pietro e Paolo (1867), ma le difficoltà politiche del momento lo costrinsero a differire; tuttavia ai numerosi vescovi (più di 500) convenuti per la circostanza a Roma diede l'annunzio ufficiale nel Conciestro segreto del 26 giugno 1867; l'anno seguente promulgò la bella Aeterni Patris (29 giugno 1868) con cui indicava il Concilio ecumenico per l'8 dic. 1869. Erano convocati tutti i vescovi residentiali e titolari, gli abati generali degli Ordini monastici, gli abati nullius, i superiori generali degli Ordini religiosi. I capi degli Stati cattolici non furono invitati, perché praticamente ovunque la Chiesa era separata dallo Stato;
furono invece invitati (lettera Arcano divinae providentiae, 8 sett. 1868) i patriarchi e i vescovi dissidenti della Chiesa orientale, che risposero con uno sdegno silenzio o con reciso rifiuto, e i protestanti (esortazione jam vos omnes, 13 sett. 1868), che accolsero la proposta come una provocazione, eccettuati pochi pastori luterani e alcuni anglicani.
L'annuncio del Concilio mise in agitazione l'opinione pubblica; la massoneria internazionale, su proposta del deputato Ricciardi, stabilì di celebrare un anti-concilio a Napoli, a cui aderirono Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo, Franchi (v.); i vari Stati europei, tutti dominati dal liberalismo, si mostrarono diffidenti; il principe Hohenlohe, ministro degli Esteri in Baviera, spedì a tutti i Gabinetti una circolare per provocare una protesta collettiva contro le temute decisioni religioso-politiche da emanare dal prossimo Concilio; la proposta non fu presa sul serio e praticamente i vescovi di tutti i paesi poterono liberamente recarsi a Roma e il Concilio non ebbe alcuna opposizione dagli Stati, che tuttavia vigilavano, attraverso guardinghi osservatori, su tutti i movimenti della Corte romana e dell'assemblea episcopale. Nel campo cattolico la notizia del Concilio fu accolta con particolare soddisfazione: presuli insigni, come mons. Pic di Poitiers, mons. Dechamps di Malines, mons. Martin di Paderborn, mons. Manning di Westminster, mons. Ghilardi di Mondovi, mons. Zinelli di Treviso, con libri e lettere pastorali prepararono i fedeli al grande avvenimento; la stampa (la Civiltà Cattolica, l'Unità cattolica, l'Univers, le Stimmen aus Maria Laach) fece eco all'insegnamento dei vescovi, difendendo il Concilio dagli attacchi degli avversari.
Anche i gallicani e i liberali francesi, da principio, fecero buon viso all'iniziativa di Pio IX, nella speranza che il Concilio svecchiasse le norme del diritto canonico e diminuisse la potenza della Curia Romana; ma cambiò non immediatamente parere, quando la Civiltà Cattolica del 6 febbr. 1869, riportando una corrispondenza dalla Francia, faceva prevedere che il Concilio sarebbe stato molto breve, proponendosi di approvare, in forma positiva, Sillabo (v.) e formulava voti che si giungessero a definire l'infallibilità del papa e per acclamazione. L'articolo, ritenuto genuina espressione dei circoli romani, attizzò una forte controversia tra le due tendenze, che subito ovunque si delinearono. Quasi nessuno negava al Papa la prerogativa dell'infallibilità, pochissimi (il Manning ritenne che nel Concilio non fossero più di cinque) la facevano dipendere dal consenso della Chiesa (dottrina gallicana, sostenuta da mons. Maret, 1869); la polemica pertanto si svolse tra quelli che ne ritenevano opportuna (opportunisti) la definizione, affinché, tolto qualunque dubbio sopra una verità universalmente creduta, aumentasse il prestigio della Chiesa che, ormai tutta incentrata nel suo capo, con maggior forza potesse respingere gli attacchi dell'incrudulità (maggioranza), e tra quelli che la giudicavano inopportuna (inopportunisti), nel timore che la società si staccasse sempre più dalla Chiesa e si rendesse più difficile la conversione degli oriental e dei protestanti (minoranza).
In Francia si distinsero, come opportunisti, mons. Plantier di Nîmes, Guéranger (v.), fiancheggiati dal belga mons. DECHAMPS, ADOLPHE (v.) che allora pubblicò il noto opuscolo L'infallibilità et le Concile général (giugno 1869), ampiamente approvato dal Papa, VEUILLOT, LOUIS (v.), direttore de L'Univers. Questi erano fortemente attaccati da mons. Dupanloup (v.), dal Montalambert (v.) direttore del Correspondant, sostenuti, alla loro volta, da mons. Darboy arcivescovo di Parigi, da mons. Freppel (v.), vescovo di Angers e da p. Gratry (v.). Döllinger (v.) scrisse contro la Civiltà Cattolica, sotto lo pseudonimo di Janus, il suo famoso Der Papst und Konzil, costituito di 5 articoli pubblicati nell'Allemagne Zeitung di Augusta, in cui giunse a definire il papato «un tumore che rende deforme la Chiesa». Nessun vescovo vi aderì, parecchi però ritennero inopportuna la definizione dell'infallibilità per le condizioni del momento, anzi espressero questa opinione nella lettera collettiva, redatta nell'adunanza di Fulda: i più aperti e decisi furono mons. Scherr di Monaco, mons. Ketteler (v.) di Magonza, mons. HEFELE, KARL JOSEPH VON (v.) di Rottemburg, ai quali si unirono vari vescovi dell'Impero austroungarico: il card. Rauscher di Vienna, il card. Schwarzenberg di Praga, mons. Haynald di Calocza, mons. Strossmayer di Diakovar. Si schierarono invece decisamente a favore dell'infallibilità mons. Senestre di Ratisbona, mons. Martin di Paderborn, mons. Gasser di Bressanone.
Il inaugurazione e procedura del Concilio, 1869, Pio IX aprì solennemente il Concilio tenendo un commovente discorso alla presenza di più di 700 vescovi e di 20.000 pellegrini. L'episcopato rappresentava veramente tutto il mondo cattolico: 200 italiani, 70 francesi, 40 austro-ungheresi, 36 spagnoli, 19 irlandesi, 18 tedeschi, 12 inglesi, 19 di altri paesi europei. L'Oriente aveva mandato ca. 50 vescovi, gli Stati Uniti 40, il Canadà 9, l'America Latina 30, le regioni missionarie ca. 100.
La procedura del Concilio era stata fissata dalla cost. apost. Multiplicies inter. Cinque deputazioni, costituite di 24 vescovi ciascuna (scelti a scrutinio segreto dai Padri del Concilio), a cui presiedeva un cardinale, preparavano, servendosi del materiale elaborato dai teologi, gli schemi e gli argomenti da sottoporre alla deliberazione del Concilio. Gli schemi poi venivano distribuiti ai Padri qualche tempo prima della discussione, affinché potessero proporre gli emendamenti e le modifiche opportune. Gli schemi così corretti erano rimessi alle deputazioni, che, ritoccatisi secondo le proposte avanzate, li ridistribuivano ai Padri, dai quali erano discussi nelle congregazioni generali, presiedute da cinque cardinali. Quando uno schema, dopo modifiche più o meno profonde apportate nei successivi dibattiti conciliari, aveva raggiunta l'approvazione delle maggioranza, veniva portato alla sessione pubblica, alla quale interveniva il Papa, che dopo il voto dei Padri (espresso con il placet o non placet), promulgava la definizione. Il Concilio tenne 1869 congregazioni generali e 4 sessioni pubbliche (8 dic. 1869 [inaugurazione], 6 genn. [professione di fede], 24 apr. [cost. Dei Filius], 18 luglio 1870 [cost. Pastor aeternus]).
Il La Cost. Dogmatica «Dei Filius». — Nella prima congregazione generale (10 dic. 1869) fu distribuito ai Padri lo schema della costituzione dogmatica intitolata De doctrina catholica contra multiplices errores ex rationalismo derivatos compilata dai pp. Franzelin (v.) SCHRADER, KLEMENS (v.). Lo schema, pur lodato per il suo contenuto e per la sua erudizione, non piacque per la proslastità dello sviluppo, la terminologia astratta, la durezza dello stile. Pertanto il presidente della deputazione dogmatica incaricò i vescovi Deschamps, Pie e Martin a rimaneggiare l'esposizione; il Martin, a cui fu affidato in particolar modo il lavoro, si valse del p. KLEUTGEN, JOSEPH (v.), che alla fine di febbr. 1870 presentò uno schema ampiamente lodato dai Padri per la trasparenza delle idee, l'armonia delle parti e la purezza dello stile. Le discussioni, aperte nella congregazione generale del 14 marzo, portarono a successive modifiche e miglioramenti, fino alla solenne definizione, avvenuta all'unanimità il 24 apr. È la celebre cost. De fide catholica, detta Dei Filius dalle parole iniziali, che colpiva alla radice gli errori dell'età moderna (panteismo, materialismo, razionalismo), loro opponendo una densa e luminosa esposizione della dottrina cattolica su Dio. La Rivelazione, la fede, i rapporti della ragione con la fede. Dopo un solenne prologo, il primo capitolo proclama l'esistenza di un Dio personale, libero creatore di tutte le cose, assolutamente indipendente dal mondo materiale e spirituale da lui creato (Denz-U. 1781-84). Il secondo capitolo afferma che determinate varietà religiose, soprattutto l'esistenza di Dio, possono essere conosciute con certezza con le sole forze della ragione umana. Era questa la condanna aperta non solo dall'ateismo, ma anche del fideismo e del tradizionalismo; lo stesso capitolo aggiungeva che per le altre verità divine trascendenti, dette misteri (v. MISTERIO), Rivelazione (v.) soprannaturale era necessaria e riprendeva la dottrina del Concilio di Trento sulle fonti della medesima: Scrittura e Tradizione (Denz-U. 1785-88). Il terzo capitolo, pur rivendicando il carattere razionale della fede (contro
ill sentimentalismo di tendenza protestante), la presenta contemporaneamente come un'adesione libera a verità soprannaturali e un dono della Grazia di Dio (contro lo hermesianismo: V. HERMES). Afferma inoltre, in armonia con il pensiero del card. Dechamps, che la Chiesa, custode del deposito della fede, porta in se stessa i segni della sua origine divina (Denz-U, 1789-94). Il quarto capitolo, affermata una nitida distinzione fra fede e ragione, ricorda che un'apparente opposizione tra la scienza e la religione non può nascere che da un errore sulla dottrina proposta da questa o da un'idea falsa sulle conclusioni di quell'altra. Aggiunge, contro Günther (v.), che dei misteri propriamente detti, su questa terra, si potrà sempre dimostrare la non ripugnanza, senza però che se ne possa svelare l'intimo contenuto (Denz-U, 1795-1800). A quest'esposizione dottrinale seguono i canoni dogmatici, che condannano, in forma di anatemismi, gli errori opposti (D.nz-U, 1881-20).
IV. LA DEFINIZIONE DELL'INFALLIBILITÀ PONTIFICIA
Il 21 genn. 1870 era stato distribuito ai Padri uno Schema constitutionis dogmaticae de Ecclesia Christi in 15 capitoli, nei quali però non si faceva cenno dell'infallibilità pontificia. Il 9 febbr. la maggioranza chiese che s'inserisse l'argomento, in vista soprattutto delle accese controversie, che su quel punto si agitavano, dentro e fuori del Concilio; si riteneva che passare sotto silenzio quella dottrina dopo tante discussioni, equivaleva a pregiudicare il valore di fronte a tutta la Chiesa. Pertanto si diffuse il detto: «quod inopportunum dixerunt, necessarium fecerunt» e si affrettarono i dibattiti in merito, con la prevedenza (6 marzo) di uno schema, in cui si trattava solo Le Romano Pontifice eiusque infallibili magisterio.La minoranza, guidata dagli intelligenti e battaglieri capi, già ricordati, prima protestò per il cambiamento del programma, poi organizzò una forte resistenza (lettere al Papa e al card. Antonelli, visita di mons. Dupontoup a Pio IX per indurlo a impedire la discussione del nuovo schema, comitato internazionale per la pubblicazione di articoli e opuscoli contro l'infallibilità, ricorso a Napoleone III e al ministro Ollivier), che fu stroncata dalla decisa volontà della maggioranza. Furono pertanto dedicata all'argomento 34 congregazioni generali, in cui la minoranza ebbe piena libertà d'esprimere il proprio parere. Dopo che gli oratori infallibili (soprattutto il Manning, che fece appello alla sua esperienza di convertito, e il Dechamps, che parlò con la maturità di un teologo provato) ebbero esposto le regioni a favore della definizione, i teologi della minoranza ribatterono punto per punto gli argomenti addotti, esagerarono le difficoltà storiche, puntando soprattutto sul caso di papa Onorio. L'altra parte rispose vagliando le difficoltà, esaminando i testi in questione, discutendo sul caso di Onorio, sulla risposta di papa Ormisda, sulla dottrina di s. Tommaso e di s. Antonino da Firenze, sulla portata della definizione del Concilio Fiorentino. Lo schema primitivo subì numerose modifiche e miglioramenti, fino alla congregazione generale del 13 luglio, in cui la formula ormai definitiva (magistralmente illustrata da mons. Gasser) ebbe 451 placet, 88 non placet, 62 placet iuxta modum. Allo scopo di raggiungere nella sessione pubblica un'accresciuta maggioranza di voti, la deputazione ritoccò lo schema secondo gli ultimi suggerimenti, ma respinse recisamente la proposta d'inserire una frase che indicasse l'assenso della Chiesa come condizione dell'infallibilità del Pontefice, anzi alla già chiara formula «ideoque eiusmodi Romani Pontificis definitiones esse ex se irreformabiles», fu aggiunto «non autem ex consensu Ecclesiae»; con questo inciso il gallicanesimo riceveva il colpo mortale. Approvata nell'ultima congregazione generale (16 luglio) la redazione definitiva dello schema, si stabilì che la sessione pubblica si sarebbe tenuta il 18 luglio. Cinquantacinque Padri della minoranza, fatto invano l'ultimo tentativo di ottenere dal Papa la sospensione della seduta pubblica, lasciarono Roma dopo aver sottoscritto una dichiarazione, in cui affermava che per la venerazione ed il rispetto che avevano per S. Santità preferivano astenersi dalla sessione pubblica, piuttosto che pronunziare davanti al Papa il non placet. Il 18 si ebbe la solenne proclamazione del dogma, in cui i
tutti i 535 Padri presenti (eccetto due, che per un malinteso dissero non placet) furono concordi nell'approvare la costituzione dogmatica, a cui Pio IX oppose la sua infallibile sanzione.
La cost. Pastor aeternus tratta, in quattro concettosi e limpidi capitoli, del primato di giurisdizione di s. Pietro sul Collegio apostolico (Denz-U, 1821-23), della perenne trasmissione della stessa prerogativa nella persona dei suoi successori nella Cattedra romana (ibid., 1824-25), dell'intima natura del primato pontificio, quale potere veramente episcopale, ordinario, immediato, universale (ibid., 1826-31), della prerogativa personale dell'infallibilità, di cui gode il Romano Pontefice per uno speciale carisma, quando come maestro universale (ex cathedra) propone dottrina o dirime questioni concernenti la fede e la morale (ibid., 1832-40 [V. INFALLIBILITÀ; PRIMATO DI S. PIETRO E DEL ROMANO PONTEFICE]).
Ammessa senza contestazione l'infallibilità personale del papa, sono caduti tutti i sotterfugi per sottrarsi all'ubbidienza della Chiesa; una decisione del Romano Pontefice è ormai per ogni fedele una norma da seguire senza discussione.
V. Dopo il Concilio
Le definizioni conciliari furono accolte con giubilo da tutti i fedeli. Anche i vescovi della minoranza si sottomiserono l'ordinamento. I quattro cardinali (Rauschen, Schwarzenberg, Mathieu, Hohenlohe) che si erano astenuti dalla sessione pubblica, redassero una aperta professione di fede, che consegnarono direttamente al Papa. Il Dupontoup, giunto nella sua diocesi, annunziò con lettera pastorale l'avvenuta definizione e da Bordeaux mandò a Pio IX un sincero atto di adesione all'opera del Concilio. Lo stesso Maret respinse apertamente gli errori contenuti nel suo libro; il Grattay, sul letto di morte (1871) emise professione di fede con lettera all'arcivescovo di Parigi, Guibert.In Germania, tutti i vescovi mostrarono la loro lealtà pubblicando i decreti del Concilio. Solo il Döllinger rifiutò ostinatamente la sua sottomissione, richiesta espressamente dall'arcivescovo di Monaco e invano sollecitata da amici e ammiratori; egli però rifiutò di vecchi cattolici (v.), REINKE, LAURENTIUS (v.), professore di Breslavia, sospeso a divinis per la sua aspra polemica contro il Concilio. In Francia si verificò la clamorosa apostasia del carmelitano Loyson (v.), che aderì ai vecchi cattolici. Opposizione ai decreti del Concilio si ebbero in Inghilterra da parte di Lord Gladstone; in Austria, che denunziò il Concordato con la S. Sede; in Baviera, che protesse i preti ribelli; in Svizzera, che bandì MERMILLOD, GASPARD (v.) e Sachat e 84 parroci del Giura.