VEUILLOT, LOUIS. - Giornalista e scrittore francese, n. a Boynes (Loiret) l'11 ott. 1813, m. a Parigi il 7 apr. 1883. Suo padre era un povero bottaio, che campava duramente la vita e non sapeva né leggere né scrivere. Il ragazzo, primogenito d'una numerosa figliolanza, ebbe una rudimentale istruzione primaria e nessuna educazione religiosa.
Trasferirsi la famiglia a Parigi, a tredici anni fu collocato come scrivano presso un procuratore, Fortuné Delavigne, fratello del poeta Casimir Delavigne. Preso dal desiderio di leggere e d'istruirsi, cominciò a curar da sé la propria formazione letteraria. È singolare infatti che questo prossimo, uno dei più schietti e robusti dell'Ottocento, alla familiarità con i classici del suo paese - i suoi veri maestri - sia giunto a poco a poco senza una gloria e disciplina d'umanesimo universitario o ecclesiastico, come se obbedisse alla voce del sangue. Giornalista a diciassett'anni, in quell'improvvisato reclutamento che si fece subito dopo la Rivoluzione del luglio 1830, prima all'Echo de Rouen, poi al Memorial de la Dordogne, e più tardi alla Charte de 1830, si trovò a difendere la cosiddetta «Résistance», cioè l'ala destra del liberalismo costituzionale, contro l'ala sinistra, il cosiddetto «Mouvement», ma com'egli stesso ebbe a confessare in seguito, più per l'occasione che gli s'era presentata, e per gusto del menzionato «mouvement» che, per vero impegno morale e saldezza di convinzioni. Devoto a Guizot, senza dubbio, ma, in fondo, indifferente ai due partiti: portato piuttosto da un malizioso buon senso e da un'istintiva onestà a notare i meschini egoismi, le ridicole vanità, le ipocrisie e le vigliaccherie delle diverse e opposte clientele politiche. Il V. di quei giovani anni rivive nella simpatia figurina d'un giornalista ch'egli tratteggiò più tardi in un romanzo, L'honnête femme (1844), felicissimo ritratto satirico della borghesia di provincia sotto Luigi Filippo.
Il ritrovamento di se stesso, e la sua conseguente vocazione di scrittore che ha un'apostolato da compiere, datano da un suo viaggio a Roma nel 1838. L'avvenimento è di capitale importanza nella vita di V., ma ne ha anche una grandissima nella storia del cattolicesimo in Francia. Non è una coincidenza fortuita che il più battagliero e vigoroso difensore laico dell'ultramontanismo avanzato, in quei decenni di strane luote, contro il gallicanismo (duro a morire anche perché protetto dal potere politico) abbia trovato a Roma, nel cattolicesimo romano, la forma di religione ch'egli cercava da tempo senza che se ne rendesse ben conto. Si sentì allora nella luce della verità e alla difesa di questa si consacrò con tutta la foga del suo temperamento. Alcuni amici (Gustave Olivier, Adolphe e Elisabeth Fubrier) lo avevano assistito e guidato in questa crisi. Un vecchio gesuita francese, che in gioventù era stato amico di Joseph de Maistre e aveva lavorato valdamente con lui alla propaganda cattolica in Russia sotto Alessandro I, il padre Jean-Louis de Leissèges-Rozaven, ora assistente di Francia presso il generale dell'Ordine, ricevette al Gesù la prima confessione del convertito. Anche questo incontro non è da trascurare; l'ultramontanismo di V. si ricollega infatti a quello di J. de Maistre, e c'è tra i due scrittori una somiglianza di baldà o umore polemico che non ci si aspetterebbe di riconoscere in uomini di così differente provenienza sociale e culturale. Documento bellissimo della conversione e di quel primo soggiorno a Roma e in Italia rimane un libro che è forse il più schietto e candido di V., Rome et Lorette (1841), preceduto di poco da un altro, Pélerinages de Suisse, anch'esso di calda ispirazione religiosa.
Entrato al Ministero dell'interno, nel 1840 accettò per consiglio di Guizot il posto di segretario presso il general Bugeaud, governatore dei possedimenti francesi nell'Africa del nord, e dall'esperienza di quel soggiorno trasse un libro: Les Français en Algérie (1845). Ritornato in Francia e rientrato al Ministero, rinunziò ben presto all'ufficio per darsi tutto al giornalismo (1843). Redattore e poi redattore-capo dell'Univers religieux, durante la Monarchia di luglio condusse con vigore la campagna per la libertà dell'insegnamento insieme con i cattolici liberali, da cui poi doveva separarsi clamorosamente, e difese i Gesuiti dagli attacchi dell'Università e della stampa anticlericale. Nel 1848 sperò molto dalla democrazia repubblicana, ma dopo l'insurrezione di giugno la simpatia si mutò in diffidenza. Sono di allora alcuni dei suoi scritti più battaglieri: Les libres penseurs; L'esclave Vindex. Caldamente favorevole alla politica del principe presidente, aderì senza riserve al secondo Impero, di cui difese nell'Università il regime interno e l'azione all'estero. La guerra di Crimea lo ebbe tra i più aperti fautori. Si accentuava intanto il suo dissidio con i cattolici liberali: Falloux, Montalembert, Dupan-loup, l'arcivescovo di Parigi mons. Sibour.
Contro questi avversari la polemica di V. è forse più violenta, e certo più acer, che contro gli stessi liberi pensatori e anticlericali. Forte dell'appoggio di Pio IX, che pur lo invita a un più moderato linguaggio, egli non sa resistere al suo bisogno di aggredire e colpire. E la difesa del Papato, così nel campo spirituale come in quello temporale, lo porterà a un aperto conflitto con Napoleone III, di cui avverserà fieramente l'intervento nella questione italiana. L'Imperatore fece allora sopprimere l'Università, che poté riprendere le pubblicazioni solo dopo sette anni (1867), quando Napoleone III tentò una politica di distensione (il cosiddetto «Empire libéral»). Ma i lettori del giornale, ormai innumerevoli, ritrovavano il loro polemista prediletto nei libri e opuscoli ch'egli veniva via via pubblicando: la lunga serie dei Mélanges religieux, historiques et littéraires; Cà et Là (1860); Le Pape et la diplomatie (1861); Le parfum de Rome (1861); Vie de Notre-Seigneur Jésus-Christ (1863); Molière et Bourdaloue (1866); Les odeurs de Paris (1866). Difensore delle tesi romane sempre più intransigente, il Concilio Vaticano lo trova in prima linea tra i sostenitori dell'infallibilità pontificia (La liberté du Concile, 1870, e Rome pendant le Concile, 1871), e negli anni che seguono l'occupazione di Roma e l'instaurazione della terza Repubblica non abbandona il suo posto di combattimento in difesa della Chiesa e del Papato. Ma il suo compito era ormai finito. È difficile dire quale sarebbe stato il suo atteggiamento dinanzi alle iniziative di Leone XIII per riconciliare alla Chiesa la società moderna. All'inizio del nuovo pontificato egli era esausto dall'enorme lavoro e negli ultimi anni di vita lasciò al fido fratello Eugène la cura del giornale. Forse non a caso l'attività di V. cessò col pontificato di Pio IX, il Papa secondo il suo cuore.
Cristiano intrepido, uomo tutto d'un pezzo, generoso anche quando è ingiusto, V. è anche uno dei più grandi scrittori del secolo. C'è nella sua opera letteraria una parte caduca, quella in cui indulgere a un'unzione o a un'apologetica di maniera. Ma la sua polemica e la sua satira sono d'uno stilista di razza. Le sue pagine di critica letteraria, spesso acutissime, dimostrano quali doti egli avrebbe avuto se si fosse volto a quest'attività. E poeta

per le discussioni sui manoscritti del Mar Morto. Gli articoli vengono scritti in inglese, francese, tedesco; vi si escludono, a differenza delle riviste internazionali pubblicate in Roma,
si rivela non tanto nei versi (tra i quali non ne mancano per altro d'ottima vena) quanto nelle pagine di prosa in cui il suo senso religioso si effonde in carità e tenerezza schiettissima o sale a una sorta d'ebbrezza mistica. Gli Italiani, da lui più volte offesi nel loro sentimento nazionale, debbono essergli grati per aver espresso da vero poeta il fascino di Roma cristiana.
Pietro Paolo Trompeo