VERRI, Alessandro. - Letterato, n. a Milano il 9 nov. 1741, m. a Roma il 23 sett. 1816.
Seguace dapprima, col fratello Pietro, delle idee illuministiche, le abbandonò dopo un viaggio a Parigi e a Londra (1776-77). Stabilitosi a Roma, imitò Shakespeare nelle tragedie Conquira di Milano e Pantea (Livorno 1779). Tentò anche il romanzo con la Aventura di Saffo (Padova 1782) e la Vita di Erostrato (Roma 1815), ma la celebrità gli venne dalle Notti romane (ivi 1792, nuova ed. ampl., ivi 1804) liberamente imitata dalle Notti dello Young.
Schieratosi fra i classici, anticipò in realtà atteggiamenti romantici.
PIETRO, suo fratello, fu scrittore uomo politico, n. a Milano il 12 dic. 1726, m. ivi il 8 giugno 1797.
Partecipò alla Guerra dei Sette anni; a Vienna nel '60 scrisse gli Elementi del commercio, nei quali propugnò un mercato nazionale chiuso e completa libertà interna. Tornato a Milano, tracciò una relazione sulla grandezza e decadenza del commercio in Milano. Col fratello Alessandro, col Beccaria e altri amici fondò l'Accademia dei Pugni (1761), centro di cultura cosmopolita e illuminista, spingendo il Beccaria alla composizione del suo Dei delitti e delle pene, che difese nella Risposta alle Note del Facchine (1765). Nel Discorso sulla felicità (Livorno 1763) seguì ecletticamente Rousseau ed enciclopedisti. Nel 1764 fondò il Caffè, nel quale per due anni si fece banditore della cultura dei lumi, combattendo il nazionalismo dei pedanti, i privilegi e i vincoli economici. Membro di una Giunta per la riforma della ferma, di cui aveva chiesto la sostituzione con la regia, pubblicò il Bilancio del commercio dello Stato di Milano (ivi 1764), nel nuovo ordinamento fiscale, fu il rappresentante dell'erario (1765). Nelle Riflessioni sulle leggi vincolanti principalmente nel commercio (1769, ma pubblicò nel 1797) propugnò la libertà del commercio quale aspetto della libertà politica e nelle Meditazioni sull'economia politica (Livorno 1771) contrastò la tesi fisiocratica della classe sterile, sostenendo che produrre non significa creare materia ma valore e ricchezza.
Deluso nelle ambizioni politiche, pubblicò l'Indole del piacere (ivi 1773), sostenendo essere il piacere mera cessazione del dolore. Sposata la nipote Maria Castiglioni (1776), riprese nelle Osservazioni sulla tortura (postuma 1804) il motivo suggerito al Beccaria, ma su un piano pratico più che razionale. Per la figlia Teresa (n. nel 1777) scrisse i Ricordi a mia figlia, nei quali afferma la sua credenza in un Dio creatore e la necessità di ubbidire alla Chiesa, pur combattendo la superstizione. Nella Storia di Milano (ivi 1783), conforme ai canoni illuministici, seguì nelle tenebre del passato l'affermarsi della ragione dei lumi. La politica ecclesiastica giuseppina destò un lì nuovi entusiasmi, facendogli fantasticare un cristianesimo ricondotto alle origini evangeliche, ma in realtà ridotto a deismo razionalistico (cf. Dialogo fra Pio VI in Giuseppe II); il Papato gli apparve nemico del progresso ormai destinato a sparire (cf. la Decadenza del Papato, postumo 1825). La morte della moglie e del padre (1782), la lite coi fratelli per l'eredità, la perdita delle cariche per la riforme giuseppine (1786) lo ripiombarono nelle armate. Con rinnovati entusiasmi e copiosi scritti salutò quindi la Rivoluzione Francese, rivendicando una costituzione e una rappresentanza nazionale. Eletto decurione (1791), sostenne libertà di stampa e di parola, ma con l'arrivo dei Francesi si sentì superato e solitario, pur sperando fiducioso l'indipendenza d'Italia. La morte lo colse in piena seduta notturna della Municipalità.