VERGA, GIOVANNI

VERGA, GIOVANNI. - Scrittore, n. a Catania il 31 ag. 1840, m. ivi il 27 genn. 1922.

Scrisse, ancora giovanissimo, romanzi storici di ispirazione patriottica: I carbonari della montagna (1861-62), Sulla laguna (1863). La produzione seguente, più personale, ma ancora di modesto valore, risente del romanzo francese nell'impegno di rappresentare la decadenza dell'amore-passione ideale nell'urto con la realtà; nel protagonista, più o meno idealmente autobiografico, è vagheggiata la figura dell'artista scompostamente assetato di

senso lodevole e buono, in quanto non tende direttamente ad evitare la colpa, quanto invece la disistima e solo indirettamente la colpa. V. invece, secondo il comune odierno significato, è quel sentimento per cui si arrossisce e si rifugge dalle cose brutte e men che oneste. pudore (v.) e come esso ha sempre senso buono; e come la pudicizia è un deliberato volere, è l'abito di

indefiniti appassionati confusi ideali: il linguaggio è ancora piuttosto artificiosamente concitato e approssimativo. Tale è: Una peccatrice (1866). Dal 1869 soggiornò a Firenze e vi scrisse Storia di una capinera (1871), romanzo epistolare lagrimoso, inteso a condannare il sacrificio di una giovinetta relegata in convento lontana dalle gioie della famiglia e dell'amore. Nel 1873 si trasferì a Milano, dove frequentò il gruppo degli « Scapigliati »: in questo clima scrive altri romanzi: Eva (1873), Tigre reale (1873) ed Eros (1875), insistendo su temi di romantica passione; mentre d'altra parte subisce il fascino di una scenografia cosmopolita e brillante.

Con la novella Nedda (1874) il V. BREVE e incisive, seguendo un tema e un linguaggio nuovo, quello che sarà veramente il « suo » tema: la vita paesana, di sentimenti, situazioni e linguaggio elementari. Il V. cerca di spogliarsi della propria fantasia intellettualistica e libresca per investirsi della fantasia elementare del popolo con crescente lucida simpatia artistica ottenendo effetti di potente contenuta epicità. È questo il verismo del V. Nella raccolta, in cui Nedda trova luogo, Primavera e altri racconti (1876, più tardi col titolo Novelle), si alternano ancora i due temi e le due maniere. Con le novelle Vita dei campi (1880) e con la maggior parte della produzione seguente (non senza qualche meno felice ritorno alla prima maniera) il V. si fissa nella sua nuova e matura arte che dà i massimi frutti nel ciclo ideato attorno al 1880 sotto il titolo generale I vinti. Dovevano essere cinque romanzi in cui il V. voleva attuare artisticamente uno studio sociale dell'inquietudine e della disfatta provocata dal desiderio di benessere e di onore in successivi gradi sociali: in una famiglia di pescatori: I Malavoglia (1881); in un manovale arricchito e imparentatosi con nobili, Mastro Don Gesualdo (1880); in una signora nobile, Duchessa de Leyra; in un uomo politico, Onorevole Scipioni; in un aristocratico, Uomo di lusso. Di questi ultimi tre romanzi non fu scritto se non il primo capitolo del primo. L'espressività del V. sembra essersi esaurita nella scoperta del tono elementare dell'umile mondo paesano, non trovando più nulla di analogamente nuovo e convincente nel tornare ai vecchi temi intellettualistici e raffinatamente passionali. Un altro romanzo piuttosto incerto tra i due poli della sua esperienza artistica scrisse intanto, Il marito di Elena (1882); ma più felicemente insistentte su temi di vita elementare nelle Novelle rusticane (1883), e nelle raccolte di novelle Per le vie (1883), Vagabondaggio (1887), I ricordi del capitano d'Arce (1891), Don Candeloro e C. (1894). Scrisse anche per il teatro, talvolta riducendo per le scene alcune sue novelle.

Il mondo del V. è dominato da un senso di fatalità (la disfatta di ogni illusione di felicità) che non esclude nelle opere più mature e meditate la commossa ammirazione per il lavoro tenace, per la rettitudine, per la bontà. Il V. si stacca faticosamente dalla passionalità del romanticismo più generico (venato talvolta di notazioni beffarde, p. es., Certi argomenti in Novelle) per raggiungere nei due capolavori, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo, una visione impassibilmente tragica, ma tutta vibrante di segreta commozione. La scoperta viva del V. è questa visione elementare ma essenziale di una vita senza Dio e senza gioia, dove ogni tentativo di felicità si risolve in dolore; visione fatta di linguaggio vivo e « parlato » ma senza svenovolezze e senza riboboli dialettali, visione in cui l'impassibile ma non cinica constatazione della tragedia ha la potenza di un sottinteso appello all'ignoto. Il V. si accampa in un mondo idealmente precristiano, dove la Rivelazione è effettivamente ignorata, anche se qualche rito ne è esternamente ricordato. Ne risulta la tragedia di un mondo senza Rivelazione, ma anche senza alcun infingimento di surrogati di essa.

BIBL.: B. Croce, La letteratura della nuova Italia, III, Bari 1915 (4ª ed., ivi 1943), pp. 5-32; N. Cappellani, Vita di G. V., Opere di G. V., Firenze 1940; A. Momigliano, Dante, Manzoni, V., Messina 1944, pp. 201-67; L. Russo, G. V., Bari 1947 (con ampia bibl.). Fausto Montanari
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“VERGA, GIOVANNI.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 806. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/verga-giovanni.