PUDORE E PUDICIZIA

PUDORE E PUDICIZIA. - Il p. appartiene tanto alla sfera sensitivo-istintiva quanto a quella cosciente-intelletuale: nel primo caso si ha il p. nel senso stretto del termine, nel secondo una organizzazione superiore di esso che entra nella categoria di virtù e si denomina pudicizia.

I. P. ISTINTIVO. - Il p. (laudabilis passio per gli scolastici) è sicuramente connesso con la sessualità; e considerato in senso stretto si deve definire come un freno psichico rivolto alla sessualità ed a quanto ad essa sollecita e tende ad impedire ogni violazione della retta esplicazione dell'istinto.

I nudisti considerano il p. come una pura convenzione sociale, un tabù di primitive forme originato fondamentalmente dall'uso di andare coperti. Esso sarebbe contraddittorio alla natura, perché la resistenza alle energie erotiche, sviluppata da esso, sarebbe in opposizione alla costituzione biofisiologica dell'uomo. Questa dottrina, a sfondo prettamente materialistico, si basa su un falso concetto della natura dell'uomo che trascina sul piano puramente animale. Spencer, S. Sergi e altri con animo positivistico ritengono il p. come l'evoluzione di un dolore estetico, provocato in chi si vedeva privo d'abiti. Il Durkheim lo pone in rapporto con il magismo, per cui rappresenterebbe una forma di difesa per impedire effluvi dannosi. W. James lo mette in relazione con il senso di disgusto che suscita la visione di alcune parti del corpo altrui, disgusto che si riporta su noi stessi per autoconservazione. Il desiderio di essere apprezzati sarebbe alla base di questo sentimento secondo il Dumas; Freud lo ritiene invece una qualità essenzialmente femminile, originata da una inferiorità anatomica della donna; infine Guyau, Gurmont accentuano la funzione biologica di conservazione della specie che sarebbe distrutta dall'anarchia sessuale.

Da studi più recenti risulta che il p., contrariamente a ciò che riteneva la mentalità positivistica del sec. XIX, ha le seguenti fondamentali caratteristiche: a) è legato alla stessa costituzione psicofisica dell'uomo e perciò è universale, riscontrandosi presso tutti i popoli, secondo gli

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studii etnologici più accurati, e non mancando mai in nessun individuo normale (v. sotto, n. III); b) si presenta ri- vestito di una innatezza che lo mostra antecedente alla esperienza, anzi si afferma come istintivo, almeno come fondo propulsore, e si manifesta come una tendenza in- nata dello stesso istinto di riproduzione, che si autodi- fende dalle aberrazioni; c) benché istintivo, il p. non esclude una certa plasticità comune a tutti gli istinti, anzi la implica. Infatti è essenziale all'istinto la finalità: il raggiungimento di questa esige che l'istinto possa supe- rare ostacoli e adattarsi alle concrete condizioni per la sua attuazione. Le condizioni concrete a cui il p. adatta la sua azione prudenziale sono diverse, cioè l'età, la diversità di attrazione erotica esercitata dalle diverse parti del corpo, il tipo psicologico individuale, ecc. Questi differenti fattori spiegano la diversità delle forme di p. tra gli individui, e le differenze di stirpi, di ambiente, di mentalità, di pregiudizi danno ragione della diversità delle varie forme di p. tra i popoli. Lungi quindi dal costituire un argomento contro l'innatezza e l'istin- tività del p., come sosteneva il positivismo, la varia con- cretizzazione delle forme di esso diviene una delle proprie.

Oltre al p. con direzione strettamente sessuale si con- stata un p. che si può chiamare generale tendente ad ini- bire ogni cosa contraria alla elevazione dell'io. A questo p. si può attribuire quella vergogna che Plotino provava nel vedersi costituito anche di materia (Porfirio, Vita di Plotino, 1). Il p. generale si ricollega con quello sessuale, in quanto le degenerazioni nel campo sessuale vengono considerate, e lo sono, maggiormente in antitesi al per- fezionamento ed elevazione dell'uomo. Questo p. forma l'anello di congiunzione tra il p. istintivo e il p. virtù con contenuto più spiccatamente intellettuale.

II. P

VIRTÙ O PUDICIZIA. — È la virtù che si acquista con la ripetizione cosciente di atti di p. e si perfeziona secondo lo sforzo che vi si impiega. I teologi elencano quattro virtù moderni prossimamente l'istinto sessuale: la pudicizia, la verecondia, la modestia, la castità. La pudicizia è una specificazione della temperanza verso l'istinto sessuale, di cui moderna i segni e le manifestazioni secondo il retto ordine.

Essa si indirizza alle circostanze (attitudini, cose, pen- sieri) che assumono rispetto alla sessualità il carattere di mezzi per la sua attuazione. Questi mezzi spesso sotto l'influsso della pudicizia vengono intercettati nel loro fun- zionamento, si da impedire l'attività e in modo da esclu- dere il loro fine naturale, contrario però alle norme del dover essere del soggetto in quel dato momento. Viene quindi ad emergere un'altra dimensione della pudicizia, si escludono circostanze e si frenano pensieri, perché si prevede che mediante la loro attività si produrrebbe una violazione dell'ordine morale. Questa previsione, imma- nente nella pudicizia, unisce questa virtù, più di ogni altra, a quella fondamentale della prudenza.

Deriva da questa immanenza della prudenza nella pudicizia il caratteristico modo di agire di quest'ultima che è prettamente prudenziale: essa attua per lo più una difesa indiretta, precauzionale, poiché si constata nel campo sessuale una insufficienza psichica a dominare l'istinto. Se l'educazione umana è l'attuazione dei valori potenziali dell'uomo nella loro gerarchia naturale e perciò affermazione dei valori spirituali sulla materia, si può ben concludere che la bontà di una educazione si trova misu- rata dallo sviluppo e affinamento portato alla pudicizia che più di ogni altro abito operativo tende ad affermare lo spi- rito. L'educazione al p. deve essere indiretta, perché una educazione diretta implicherebbe necessariamente l'orientamento dell'attenzione sugli oggetti che proprio il p. ha il compito di attenuare nella loro attrattiva. Op- poste perciò al dinamismo della pudicizia sono le teorie della completa luce e nel campo sessuale e del non inter- vento dell'educatore per inibire la libera espansione del l'individuo (Adler). Benché indiretta, l'educazione alla pudicizia deve essere positiva: preparando quell'atmo- sfera spirituale, la quale, oltre a impedire la degradazione nel campo della sessualità bruta, renderà più facile quelle rivelazioni necessarie a tempo opportuno e con quella graduazione che è doverosa per essere sempre sulla linea prudenziale del p. Anche prima dell'insorgere dell'istinto sessuale e quindi del p. nel suo senso completo, vanno preparate nella mente e nel modo di agire del fanciullo quelle individualizzazioni secondarie della pudicizia (at- teggiamenti, riserbi, decenze negli atti e parole e pensieri) che incanaleranno, come una via già preparata, lo svolgi- mento di essa quando comparirà con direzione formal- mente sessuale.

La pudicizia ha influenza non solo nella elevazione pedagogico-morale dell'individuo, ma ha anche un valore sociale, in quanto le sue violazioni stanno alla base di moltissime altre di cui si occupano i codici penali, e la minore o maggiore negazione di essa porta fatalmente, per la legge psicologica della correlazione dei dinamismi, al dominio dell'istinto conseguente alla umiliazione della ragione di fronte ad esso, alla disgregazione della società fondata essenzialmente sulla inibizione razionale degli istinti, rappresentata dalle norme giuridiche.

BIBL.: citre i testi comuni di morale che trattano l'argo- mento dal punto di vista del suo essere e delle sue violazioni, si citano alcuni studi che trattano della pudicizia sotto punti di vista particolari e con diverse mentalità: G. Sergi, Piacere e do- lore, Milano 1894; H. Ellis, Etudes de psychologie sexuelle, Parigi 1905; S. Freud, Introduz. alla psicanalisi, Napoli 1922; F. Ouger, Eth der Machtzeit, Lipsia 1927; L. Dugas, La pudeur, in Rev. philo. de la France, 28 (1930), p. 468 sgg.; I. De la Vaissière, Il p. istintivo, Milano 1938; L. Pin, Psicologia del rapporto ses- suale, ivi 1945.

III. P. E PUDICIZIA PRESSO I PRIMITIVI. — Lo studio del p. presso i popoli primitivi conduce necessaria- mente allo studio della loro etica sessuale, perché vi è il p. del comportamento esterno, vi è intercorrente il p. virtù (la pudicizia) e il p. istintivo. La pudicizia è la virtù, che fa astenere da ogni azione che conduce alla lussuria; essa, come dice s. Tommaso, è la stessa virtù della castità, in quanto modera alcuni atti meno importanti appartenenti alla concupiscenza.

Per gli evoluzionisti, che postulano l'origine del- l'uomo dall'animale attraverso una lenta evoluzione, il p. non esiste presso i primitivi. Lo Spencer, ad es., nella sua opera Principi di sociologia, parlando dei rapporti pri- mitivi tra i sessi, lo dice chiaramente. Egli, poi, ritiene infondata e rigetta la teoria della promiscuità primordiale, perché il principio della forza, secondo lui, agli nelle re- lazioni sessuali. A questa mentalità si avvicina il Corso, quando a proposito delle tre ipotesi principali sull'origine degli indumenti (utilitaria, morale ed estetica) scarta senza meno quella morale. Anche per il Biasutti il p. ha poca relazione con l'abbigliamento.

Dinanzi al modo di procedere degli evoluzionisti ci si può domandare quale fondamento scientifico abbiano le loro affermazioni: come dunque deve essere condotta una ricerca scientifica sul p. e, in genere, sull'etica sessuale dei popoli primitivi? Questa questione è già stata posta dal Mohr nelle sue ricerche relative per i popoli dell'Africa orientale e centrale (v. BIBLICA) e risolta così: l'oggetto di una tale indagine non è la vita intima di fatto di questi popoli, come poco scientificamente si è ri- nuto da certi autori. Tra questi sono da considerarsi il Corso e il Biasutti surferiti. Non si tratta, almeno come oggetto finale, di illustrare l'osservanza della loro morale intima. L'oggetto proprio dev'essere invece l'etica ses- suale, cioè si deve rilevare come la coscienza morale di questo e quel popolo la vita intima e come giudica le mancanze al riguardo. Ora, se la conoscenza della vita e della morale sessuale fornisce molto materiale, sta di fatto che la coscienza morale di un popolo si manifesta essenzialmente e propriamente nelle sue leggi non scritte e nei suoi usi tradizionali, indagini nelle quali non si può prescindere dalla sociologia e dalla giurisprudenza com- parativa. Inoltre, ogni concezione di etica intima dev'essere ricongiunta con la cultura e con il complesso cultu- rale cui appartiene, per poter spiegare le variazioni con- crete che si osservano presso i diversi popoli. Se sono rari gli studi sistematici dell'etica in genere, molto più lo sono quelli riferentisi a questo delicato campo specifico.

Tali problemi, trattati secondo i dati empirici, considerando tutti i popoli del mondo, sono stati esaminati da E. Westermark nelle sue opere La storia del matrimonio umano e L'origine e lo sviluppo delle idee morali; dal Crawley nella Mistica rosa. Studio sul matrimonio primitivo e sul pensiero primitivo a suo riguardo; da Schmidt e Koppers in Popoli e civiltà. Sociologia ed economia dei popoli; da Schmidt in L'origine dell'idea di Dio, dove sono riconosciuti, essendo oggi possibile farlo, ai loro complessi culturali (v. BIBLICA).

L'etica sessuale dei primitivi va distinta in prematrimoniale e matrimoniale. Non ci si occupa qui dell'etica matrimoniale (v. INCESTO; INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO E DIVORZIO; MATRIMONIO; MONOGAMIA; POLIANDRIA; POLIGAMIA; PROSTITUZIONE), ma di quella prematrimoniale. Riguardo a questa si deve osservare se è permesso o non il commercio sessuale prematrimoniale; nel caso che non sia permesso, se esso è solo disapprovato, o anche regolarmente castigato. Poi si deve chiarire come ci si comporti rispetto ad una gravidanza prematrimoniale, se non vi si veda niente da riprovare, o se sia proibita solo essa, ma permesso viceversa il commercio intimo, se essa venga castigata nei beni o nella vita, lievemente o gravemente. Né meno significativo è stabilire se la libertà di contatti intimi prima del matrimonio sia colpita nei due sessi o in uno solo. È anche importante sapere se la società cui o meno la protezione morale della gioventù prima del matrimonio e in che cosa consista quest'azione. Bisogna infine chiedersi se esiste una stima speciale della verginità, congiunta eventualmente con l'esplicita sua constatazione prima del matrimonio attraverso una qualche prova. Ora, presso i popoli etnologicamente più antichi, che sono stati oggetto di studio anche sotto l'aspetto in questione nella suddetta opera su L'origine dell'idea di Dio del Schmidt, risulta incontrovertibile che si impone da parecchi di essi la castità prematrimoniale della giovane, il più delle volte come un comando del Creatore. Così è ad es., presso i Maidu della California.

Tra quelle genti, poi, che presentano al riguardo costumi deteriori, il giovane è costretto a sposare la ragazza non appena essa è stata da lui resa incinta, affinché nessun bambino nasca fuori del matrimonio, giacché aver figli fuori del matrimonio è ritenuto un obbrobrio che ricade sulla madre e spesso porta al ripudio e ad altri castighi. Così presso i Coriacchi nell'Asia nord-orientale, se una ragazza resta incinta prima del matrimonio, va a partorire nel bosco, uccide il bambino e lo seppellisce nella terra o nella neve. Il seduttore è battuto dai parenti della ragazza. Anzi, anticamente l'accaduto poteva originare perfino una guerra tra le due famiglie. C'è di più: per alcuni di questi popoli, dove prima del matrimonio è permesso il libero commercio tra i giovani dei due sessi, appare evidente che tale scostumatezza è d'influsso estraneo: ad es., presso i Pigmei Bambuti dell'Ituri in Africa che, come dimostra il loro esploratore p. Schebesta, hanno purtroppo imitato i vicini Negri (Manvu, Balesi e Mvuba). Concludendo, la castità prematrimoniale di tutti i popoli etnologicamente più antichi è congiunta con il matrimonio monogamico, contratto per lo più liberamente dai giovani (v. MONOGAMIA).

Ma al dovere della castità prematrimoniale corrisponde un'educazione del p. ed un ambiente favorevole? Si deve rispondere affermativamente. Fra i Pigmei del Gabun francese (Africa), quando un ragazzo notava gli effetti della pubertà durante il sonno, era tenuto ad avvisarne il padre. Questi lo lavava nella corrente del vicino fiume e lo ammoniva di non abbandonarsi a piaceri vietati; poi gli mostrava le donne che doveva particolarmente rispettare, la madre, le sorelle, le cugine. Similmente la figlia era accudita ed ammonita dalla madre al momento della pubertà e per un certo tempo condotta nella foresta, impartendole proibizioni analoghe a quelle del ragazzo. Da nessuno di questi popoli, come rileva espressamente il p. Schmidt, si pratica la completa nudità, nemmeno nelle regioni più calde: gli uomini e le donne, ma specialmente queste, portavano un perizoma e ciò non per ornamento, ma per p. Il Man lo rilevava per gli Andamanesi da lui esplorati, dicendo che il loro vestito si ridu

ceva ad una semplice foglia, ma vi tenevano tanto, che le donne se la cambiavano lunghi da ogni sguardo indietro nell'ombra della foresta. Uomo e donna, inoltre, non prendono mai il bagno insieme. A sua volta il p. Schebesta non notò mai, sia presso i Semang che presso i Bambuti, alcunché di osceno. Dopo avere trattato della libertà intima lasciata alla gioventù prima del matrimonio, uso chiamato orobo, egli conclude, dicendo: «Si sbaglierebbe però colui, che dalla scostumatezza dell'orobo ne concludesse nel senso di una società pigmea, dove nella vita dell'accampamento vi fosse lo stigma della lascivia o indecenza. Eccettuato qualche casuale, ma raro, sviamento, i Bambuti erano dovunque decorosi». Solo presso i Semang egli udì una volta parole oscene da un giovane, che per altro era moralmente screditato, ma che subito fu ripreso da un vecchio, il quale irosamente gridò: «Un peccato contro Carei!» (cioè contro l'Essere Sommo), e il giovane ammutolì all'istante. Essi inoltre ritengono peccaminoso far caso ai cani quando si uniscono, e il commercio dei coniugi durante il giorno, come pure l'accostarsi dei genitori ai figli di altro sesso durante il sonno; tutti peccati dei quali credono di dover chiedere perdono a Dio con il sacrificio del proprio sangue.

Un alto concetto del p. si manifesta presso i Samoiedi nella vita delle persone consacrate a Dio. Quando un bambino o una bambina si ammalano, possono essere consacrati a Num, l'Essere Sommo, per mezzo del sacerdoce. Il consacrato poi rimane celibe per tutta la vita, ogni settimana deve purificarsi col fumo dai contatti con le vesti degli altri uomini, e si è certi che dopo la morte egli va in cielo presso Dio. Per uno di questi gruppi di popoli primitivi, i Californiani centro-settentrionali, il p. è un sentimento tanto vivo che - per eccesso - è considerato deteriore il modo con cui si procurava i figli nel matrimonio, poiché un mito della loro religione racconta come il Creatore volesse da principio disporre altrimenti la nascita dell'uomo: solo Coyote, rappresentante del male e costante oppositore del Sommo Essere buono, avrebbe disposto l'attuale sistema di generare. Ciò risulta specialmente, ad es., dal mito dei Maidu. Così anche fra le genti dell'Australia sud-orientale e della California nord-centrale nell'iniziazione della gioventù, che è un atto solenne della comunità, i candidati vengono severamente ammoniti di guardarsi dalle colpe sessuali e soprattutto dal correre dietro alle ragazze. Da quanto si è detto finora risulta che i popoli più arcaici possiedono il p. come istinto e come virtù e lo manifestano nella condotta privata e pubblica, ritenendolo una legge morale fondata sulla volontà dell'Essere Sommo, Dio.

Non solo fra i popoli etnologicamente più antichi, ma anche presso molti di quelli di civiltà etnologicamente posteriore si richiede nella gioventù la castità prematrimoniale. I pastori nomadi impongono la verginità della sposa con relativa prova in occasione dello sposalizio, prova di cui tutti pubblicamente si rallegrano con i genitori, specialmente con la madre, perché hanno conservato la loro figlia così pudica. Ma nel caso contrario anche il disonore ricade sui genitori della sposa, che va in disprezzo, mentre il contratto matrimoniale diviene invalido e nullo. Presso i Kirghisiani in questo caso lo sposo distruggeva con la spada la tenda dello sposalizio, stracciava la sua veste di onore, uccideva il cavallo che lo aveva trasportato, insultava la sposa e reclamava il kalim (prezzo della sposa) a suo tempo versato. Parimenti la prova della verginità è richiesta presso gli Arabi, dagli Ebrei, da parecchi popoli camitici dell'Africa settentrionale e orientale. Nelle sue ricerche sull'etica intima dei popoli nolitici e loro vicini dell'Africa orientale e centrale il Mohr ha constatato tre tipi di etica, in uno dei quali, non solo è proibito ogni commercio intimo prima del matrimonio, ma è anche punito, se pure non ne provenga gravidanza. Il castigo colpisce il seduttore e consiste in una multa, ordinariamente di bestiame. Oltre che con il timore del castigo, la gioventù celibe viene salvata dalla facendola dormire in case distinte per ogni sesso e separare dagli adulti. Il fratello poi è responsabile della condotta morale della sorella, che è in ciò particolarmente protetta da lui.

Presso i Banyancole o Bahima, ad es., se una ragazza avesse rapporti illeciti sarebbe disonorata e cacciata dal clan; se poi divenisse incinta la vergogna la seguirebbe per tutta la vita. Appena la cosa diventa pubblica, il clan la maledice e la ripudia. Essa viene esiliata sulle rive del lago Karageve, nella regione occidentale del paese, dove rimane fino alla nascita del bambino, dopo di che può tornare a casa. Se l'uomo che l'ha disonorata non la sposa, essa diventa una serva, che solo un uomo senza onore, o al massimo uno schiavo, vorrà sposare. Un tempo la punizione, almeno nelle classi più alte, era ancora più severa e colpiva anche il seduttore, se si riusciva a prendere. Ambedue i colpevoli erano affogati, con pietre legate al collo, nel fiume Kagera. Ma ben peggio accadeva allorché il re o il principe sposava una ragazza e la trovava incinta; allora non solo essa era affogata, ma erano uccisi anche i suoi genitori e il maggior numero possibile dei membri del suo clan. Fra i Bahima di Mpororo, o Bastusi, oltre alla verginità prima del matrimonio, si richiede fedeltà anche dopo di esso e fedele affetto tra moglie e marito. Nel Sudan e in altre parti dell'Africa, ad es., nella Danamica, si ricorre alla dolorosa operazione della infibulazione per salvaguardare materialmente la verginità delle giovani. Presso i Somali una ragazza sedotta non può più divenire sposa legittima; presso i Negri del Togo una vergine è pagata di più al suo matrimonio. Il p. Schmidt ricongiunge ad un influsso dei pastori nomadi il singolare sistema di accertamento della verginità in uso nella Polinesia e nelle Samoa. Fra i Teutonici solo le vergini potevano sposarsi; in Persia e in Circassia una sposa non vergine poteva essere ripudiata; per parecchie genti dell'Impero russo in questo caso si poteva esigere un'ammenda, ad es., tra i Russi Bianchi.

Se alla castità prematrimoniale della gioventù femminile è congiunta la fedeltà della sposa, virtù richiesta, ad es., dai popoli arcaici e dai pastori nomadi (v. INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO E DIVORZIO), è facile comprendere che deve corrispondervi anche la castità della gioventù maschile e che ad ambo i sessi si rende necessaria una vera e propria educazione al p.

Presso altri popoli, come, ad es., presso gli agricoltori Acciaio dello'Africa orientale portoghese, alla foce settentrionale del fiume Zambesi, il codice morale comporta esplicitamente un'etica intima che impone una condotta pudica per ambo i sessi. Il p. Schulien, che li ha studiati vivendo missionario in mezzo a loro, riferisce che nella rispettiva lingua otakalia significa «commettere azioni immorali», comprese quelle riguardanti la vita intima; mi-kuali significa «impudicizia». Come se qualcuno seduce la moglie di un altro e se una donna è infedele, così si dice otakalia anche se un uomo s'intrattiene a lungo e ride con una donna che non gli è parente, se qualcuno spia di nascosto le donne durante le cerimonie, o quando sono sole. È anche un'otakalia il solo pensare a queste cose, e si chiama oroa viabure il sognare, immaginare «malizie sessuali». Tutte queste cose, aggiunge il p. Schulien, si dicono anche vilobo via manjaza, ossia «cose del p., della vergogna». Parlando della proibizione dell'adulterio, il p. Schulien rileva che è proibito anche tutto ciò che ad esso conduce. Come non si deve fantasticare di cose intime così non si deve parlarne; certe parole, inoltre, non vanno dette in presenza delle donne. Non si devono schernire le donne e non si deve deridere una donna che porta un bambino sotto il cuore. Ed infatti, se mai un giovane, aveva annotato lo stesso missionario nel suo taccuino, vede una donna incinta e ne ride, i compagni lo rimproverano, dicendogli: «Tu burli quella donna, mentre essa porta un bambino sotto il cuore. Tu sei cattivo», e lo ammoniscono «a non parlare più così». Come sono vietati il ratto e la violenza delle giovani, così a queste è ingiunto di coprirsi il petto per p. Tutti gli insegnamenti della vita intima, come di tutto il codice morale, sono impartiti alla gioventù degli Acciaio nelle cerimonie d'iniziazione e sono riferiti a Dio. Infatti il p. Schulien, dopo avere esposto la loro etica sessuale ed i divieti surferiti, conclude con queste parole: «Questi divieti proteggono la donna e la prole. I divieti sono ascritti alla volontà di Dio chiamato da loro Mulugu, perché si dice: "Mulugu non vuole che si vedano i suoi segreti, il suo modo di creare"».

Fra gli Aztechi dell'antico Messico il matrimonio veniva consumato dopo quattro giorni di digiuno, di ritiro e di penitenza con spine di aloe e sacrificio del sangue. Dopo il primo contatto veniva portato nel tempio il contrassegno della verginità della sposa. Se invece risultava il contrario, si scioglieva il matrimonio e si restituivano i doni matrimoniali. Così era anche per i Ciciemi dello stesso antico Messico e nel Nicaragua.

Un rilasciamento nell'etica intima e una condotta poco o niente pudica esiste viceversa presso i popoli totemisti e presso quelli da questi influenzati. Si deve dire però che anche presso molti popoli totemisti, l'istituzione delle case dei giovani è stata fatta proprio per impedire la costumatezza di questi con le donne della tribù (v. PROSTITUZIONE). Ciò significa che in sostanza è pur sempre presente anche fra quelle genti una preoccupazione di salvaguardia della castità prematrimoniale ed il senso di una condotta pudica.

Da quanto è stato finora esposto, si deve avvertire che, trattando del p. presso i popoli primitivi, bisogna ben distinguere di quali popoli si parla, il che vale anche per la questione particolare riguardante l'uso delle vesti presso di loro. Perciò, esaminando l'etica sessuale dei primitivi, è della massima importanza astenersi da ogni indebita e facile generalizzazione, se veramente ed onestamente si vuole mettere a fuoco l'intero problema così connesso con una limpida e sicura conoscenza delle vive sorgenti della psicologia dei medesimi.

BIBL.: H. Westermark, Origine du mariage dans l'espèce humaine, vers. franc., Parisi 1895, cap. 5; E. Crawley, The Mystik rose. A study of primitive marriage and of the primitive thought in its bearing on marriage, Londra 1902, nuova ed. di B. Besterman, 2 voll., 1872; H. Spencer, Principi di socio-logia, trad. II. di G. Eridi, Padova 1922, pp. 68-71; W. Schmidt-W. Koppers, Vilker und Kulturen. Gesellschaft und Wirtschaft der Vilker, Ratisbona 1924, p. 210; H. Wintzer, Das Recht Alt-mexicos, in Zeitschrift. f. vergl. Rechtswissenschaft, 45 (1930), p. 195; W. Schmidt, L'anima dell'uomo primitivo, Roma 1931, pp. 58-60; H. Man, On the aboriginal inhabitants of the Andaman Islands, ed., Londra 1932; M. Schulien, Peccato e riparazione presso gli Acciaio, in Espiazione e redenzione. Atti uff. della XI sett. di cultura dell'U. M. D. C., 2a ed., Roma 1935, pp. 66, 67; S. S. S. R. Boccassino, La religione e la morale delle popolazioni primitivo, in Studium, 35 (1939), p. 7; W. Schmidt, Der Ursprung der Gotteside. Endgültige der Religionen der Urvölker Amerika, Asiens, Australiens, Afrika, Münster in V. 1936, p. 431; R. Mohr, Untersuchungen über Sexualethik ost - und zentralafrikan. Volksstämme, in Anthropos, 33 (1938), pp. 733; W. S. 786; id., Ricerche sull'etica sessuale di alcune popolazioni, dell'Africa centr. e orient., in Arch. per l'antropol. e l'etal., Firenze 1939, p. 263; R. Corso, La vita spirituale, in R. Biasutti, Raccolta della lettera, I. Torino 1941, pp. 473-96; R. Bian-sti, Elementi della civiltà, ibid., pp. 351-410; R. Corso, Ethnografia. Prolegomeni, 4a ed., Napoli 1947, p. 116; S.