URBANO VIII, PAPA. - Maffeo Vincenzo Barberini, n. a Firenze, dove fu battezzato, il 5 apr. 1568, m. il 29 luglio 1644. La famiglia, marchigiana di origine, arricchitasi con il commercio, si trasferì da Ancona dapprima in Val d'Elsa, dove mutò le tre vespe dello stemma in tre api e l'originario nome di Tafani in quello di Barberini, dal Castello omonimo; poi, nel sec. XIV, si trasferì a Firenze.
Quinto dei sei figli di Antonio Barberini e Camilla Barbadori, orfano di padre a tre anni, studiò presso i Gesuiti a Firenze, poi a Roma presso lo zio Francesco Barberini, protonotario apostolico, quindi attese per due anni al diritto a Pisa. Referendario nella Segnatura di Giustizia e, sotto Gregorio XIV, di Grazia, accompagnò (1598) Clemente VII a Ferrara; fu incaricato di comporre una questione con Venezia per le acque del Po (1599); poi governatore di Fano. Nell'ott. 1601 portò le fasce benedette dal Papa per il neonato Delfino Luigi, figlio di Enrico IV. Nominato arcivescovo di Nazareth (ott. 1604) fu inviato nunzio a Parigi e l'11 sett. 1606 fu creato cardinale a 38 anni. Nel 1607 tenne il protettorato della Scozia; poi il vescovato di Spoleto, di cui restaurò il Duomo; fu legato di Bologna dall'ag. 1611 al 1614. Tornato a Roma, fu nominato prefetto della Segnatura di Giustizia e, morto Gregorio XV l'8 luglio 1623, dopo lungo Conclave, il 6 ag. 1623, fu eletto papa a 56 anni grazie al card. Maurizio di Savoia, che nel Conclave gli guadagnò i card. Borghese e Ludovisi. Fu consacrato il 29 sett.
Prudente per temperamento e per l'esperienza negli affari, diffidò sempre dei cardinali che sapeva legati a sovrani, e volle imprimere un impulso personale al governo della Chiesa. Fu straordinariamente prodigo verso i familiari, di dignità e di rendite: il fratello Carlo fu nominato governatore di Borgo e generale della Chiesa; un figlio di lui, Francesco, fu nominato cardinale a 26 anni, un altro figliuolo, Antonio, ad appena 20; il fratello Taddeo, destinato a perpetuare la famiglia, ebbe la prefettura di Roma. Tuttavia, gelosissimo della sua autorità, non diede loro parte alcuna nel governo della Chiesa. Nel groviglio degli interessi contrastanti delle potenze cattoliche, U. si propose un atteggiamento imparziale e pacifico, e ne diede prova allorché, venuto improvvisamente a morte per i suoi disordini, otto giorni avanti la fine di Gregorio XV, il giovane figlio del vecchio duca Francesco Maria della Rovere, egli riuscì a far riconoscere i diritti della S. Sede sul Ducato di Urbino e mandò come governatore Berlinghiero Gessi.
Nella più complessa questione della Valtellina, di cui Gregorio XV aveva ricevuto in deposito, per conto della Francia e della Spagna, le fortezze, U. fece ad esse aggiungere Chiavenna, e in due Trattati, conclusi a Roma il 24 febbr. 1624, ottenne la protezione per i cattolici valtellinesi, e per gli Spagnoli il passaggio dall'Italia alla Germania attraverso la valle e Bormio. La Francia, sostenuta dai Grigioni protestanti, suoi alleati, ingiunse che le fosse ceduta la Valtellina. U. resisté, e quando un esercito francese, mosso dall'Engadina, occupò Poschiavo e Brusio e costrinse i pontifici a sgombrare tutta la Valtellina, U. richiese la punizione del marchese di Coeuvres e la riconsegna delle fortezze, appoggiando la richiesta con le armi. Tuttavia per non spingere le cose agli estremi, dissentendo dagli Spagnoli, inviò il card. Francesco Barberini, per un tentativo di mediazione tra Spagna e Francia, prima a Parigi poi a Madrid. Il Trattato di Monzon (5 marzo 1526) concluso fra Filippo IV e Luigi XIII, quando l'inviato pontificio era appena giunto a Barcellona sulla via di Madrid, dava tuttavia soddisfazione al Papa, perché gli restituiva le fortezze che dovevano essere distrutte, ammetteva nella Valtellina soltanto il culto cattolico e liberava l'Italia dalla minaccia della guerra.
Nella mutevole guerra dei Trent'anni, scoppiata un
lustro avanti l'inizio del suo pontificato. U. appoggiò Massimiliano di Baviera inviando aiuti finanziari; eccitò vescovi tedeschi e spagnoli a difendere la purezza della fede, promosse l'alleanza tra Spagna e Francia per un attacco contro l'Inghilterra; ma non accolse l'invito di Richelieu di aderire all'alleanza e mandare armi e denaro per la conquista della Rochelle. La caduta per fame di questa fortezza, fu salutata da U. con vera gioia, perché era la premessa della vittoria sul protestantesimo. U. aiutò validamente gli imperatori Ferdinando II e III nell'opera di ricattolicizzazione della Boemia, della Moravia e della Slesia, riformò i costumi del clero e promosse la restaurazione cattolica nei paesi ereditari austriaci e in altre contrade dell'Impero. Ritenne perciò ingiustificato il ritardo della pubblicazione dell'Editto di restituzione (v. marzo 1629) e diffidando di quanto affermava l'Olivares che Filippo IV «faceva sempre la guerra in pro della religione», conoscendo l'insaziabilità delle pretese politico-ecclesiastiche e l'avidità di dominio degli Spagnoli, si adoperò per un ravvicinamento tra Baviera e Francia, diretto a controbilanciare la potenza degli Asburgo. Apertasi la successione del Ducato di Mantova, feudo dell'Impero, d'accordo con la Francia appoggiò il matrimonio di Carlo di Rethel con Maria Gonzaga, per evitare che, alla morte di Vincenzo II Gonzaga, la Spagna incorporasse quel Ducato con la Lombardia o vi mettesse una sua creatura. E quando, più tardi, gli Ispano-Piemontesi invasero il Monferrato, U. insisté per l'intervento delle armi francesi a scongiurare il pericolo di un aggravamento della servitù dell'Italia sotto la cresciuta potenza spagnola. Ma pur promettendo al Re francese di mettere sul piede di guerra 12 mila soldati, seppe resistere a preghiere e a minacce di aderire alla lega proposta dal Re francese, il quale, valicato il Monginevro, mirava a sostituire alla servitù spagnola quella francese. La minaccia di una calata di truppe tedesche in Italia e il timore che la caduta di Mantova aggravasse la servitù per l'Italia, mossero U. ad incitare Bologna, Ravenna e Ferrara a preparare la difesa, ed a sollecitare Massimiliano e gli elettori a insistere presso Ferdinando II, per la pacificazione dell'Italia. L'investitura di Carlo di Nevers, accordata dall'Imperatore, fu una vittoria diplomatica di U. e della Lega cattolica. Fe-

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Alla difesa della fede cattolica molto lavorò, servendosi della Congregazione dell'Inquisizione. Tra i condannati vi furono alcuni che avevano tramato contro U., altri per sortilegi e necromanzie. CAMPANELLO (v.) GALILEA (v.), pure stimato da U. come scienziato.
U. istituì (1623) una speciale Congregazione cardinalizia perché fossero rispettate le giurisdizioni e le immunità ecclesiastiche, regolate da Gregorio XV. Essa ebbe molto da lavorare specie in Savoia dove il nuovo nunzio dove richiamare l'attenzione sugli eretici di Pinerolo e riguadagnare il perduto; a Lucca, ribelle nel rispetto della giurisdizione ecclesiastica, Roma fulminò l'interdetto (2 apr. 1640) dal quale la città fu liberata solo tre anni dopo; con Venezia, ad altri motivi di contrasto si aggiunse la pretesa di precedenza fra l'ambasciatore veneto a Roma Giovanni Pesaro e il prefetto di Roma. Con la Spagna, pur non giungendo mai alla rottura, sconsigliabile per calcoli politici e religiosi, ci furono frequenti diffidenze,
dovute alle pretese cesaro-papiste del Re cattolico e al risentimento della Corte spagnola per il diniego del cappello cardinalizio all'ab. Francesco Peretti, sostenuto dalla corte, all'insolenza del nunzio spagnolo, che, essendo malato U. (10 maggio 1637), già parlava di conclave, mentre i Barberini assoldavano trecento corsi per evitare sorprese; e dovute anche al tentativo di paralizzare il tribunale del nunzio e piegare U. con lusinghe e minacce a statizzare la nunziatura ecclesiastica. Solo dopo l'insurrezione della Catalogna (luglio 1640), appoggiata dalla Francia e da U., e il distacco dalla Spagna del Portogallo, il cui nuovo sovrano, duca di Breganze (Giovanni IV), si dichiarò devoto alla S. Sede, la Spagna venne ad un accordo (27 apr. 1641), che salvava l'indipendenza della nunziatura e ne scongiurava la statizzazione. In Sicilia, il tribunale della «monarchia sicula» (v.) minacciava di annientare ogni giurisdizione legale e, con le «lettere di salvaguardia», ogni indipendenza dei vescovi. Filippo IV rimosse dal suo posto di luogotenente l'arcivescovo di Palermo, il card. Giovanni Doria, che fronteggiava il tribunale della monarchia e si appellava al Concilio di Trento.
A. U. si deve il Collegio Urbano di Propaganda fide, con annesso alunnato per 12 giovani orientali, la stamperia poliglotta e la nuova sede. A lui l'istituzione di non pochi collegi, l'invio di missionari francescani, domenicani, gesuiti, agostiniani in India, Siam, Molucche, Filippine, Giappone e del gesuita Antonio D'Andrade nel Tibet. Né trascurò di rafforzare militarmente lo Stato, per cui compì lavori a Castel S. Angelo, completò le fortificazioni di Loreto, Ancona, Sinigallia, Pesaro, Rimini, Castello di Orvieto, Civisevecchia, il cui porto restaurò ed ingrandì dotandolo di un arsenale. Accrebbe la fabbrica d'armi di Tivoli, migliorò l'armamento contro i barbareschi. Altri provvedimenti furono volti a migliorare l'agricoltura, specie della campagna romana, e a regolare l'annona. Poeta e letterato di fine sensibilità, poetò, con intendimenti religiosi (riforma degli inni del Breviario [v.]) e civili, in italiano, in latino e in greco. Altamente benemerito per la Biblioteca Vaticana che arricchì di libri e di manoscritti rari. Nella sua casa raccolse quanto di più raro e di più bello si potesse trovare in statue, dipinti, affreschi, cammei, resti archeologici, manoscritti e incunaboli. Gli si deve pure il merito d'aver fissato la procedura canonica per le beatificazioni e canonizzazioni (v. CANONIZZAZIONE).
Il Pontificato di U. coincise con il periodo più florido del barocco romano e dell'opera di Lorenzo Bernini, che U. ebbe familiare. Sono celebri: il baldacchino di S. Pietro, la chiesa di S. Andrea della Valle, il monumento funebre di U. dove, a fianco del Papa, giganteggiano le statue della Giustizia e della Carità; la fontana di Trevi e quella di Piazza Barberini; gran parte di Piazza Navona, ed infine Palazzo Barberini, nel quale splendette il genio di lui. U. proseguì degnamente il mecenatismo di Sisto V. Clemente VIII e Paolo V. Grandi artisti lavorarono, da lui invitati e carezzati: oltre il Bernini, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Maderno, Domenico Castelli, Vincenzo della Greca, Bartolomeo Braccioli.