URBINO, ARCIDIOCESI di. - Città e arcidiocesi in provincia di Pesaro, nelle Marche. Ha una superficie di 465 kmq. con una popolazione di 47.000 ab. tutti cattolici; conta 97 parrocchie servite da 113 sacerdoti diocesani e 8 regolari; ha 2 comunità religiose maschili e 12 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 438).
Non si conosce l'origine di questa diocesi: può farsi risalire al sec. IV. È dubbio se un Evandro, che fu pre-
sente al Concilio Romano del 313, si possa assegnare ad U. (cf. Lanzoni, I, p. 503). Un Leonzio, forse già ricordato da Pelagio I, fu certamente inviato da s. Gregorio Magno come visitatore ed amministratore a Rimini (593-96) e lo stesso incarico ebbe da lui Sebastiano nel 599. Un vescovo Esilarato è ricordato nel 680. Al principio del sec. XI sono ricordati un Teodorico e poi un Teuzone, illustre per la sua pietà, cui successe Mainardo, il quale avrebbe avuto in dono o avrebbe rapite a Città di Castello le reliquie di un martire Crescenziano (Lanzoni, I, p. 483). A lui s. Pier Damiani indirizzò il suo De eleemosyna (opusc. IX); è venerato come beato. Il 4 giugno 1563, essendo vescovo il card. Giulio della Rovere, Pio IV costituì U. in arcivescovato dandogli come suffraganei i vescovati di Cagli, Senigallia, Pesaro, Fossombrone, Montefeltro, Gubbio. Nel 1635 Urbano VIII aggiunse Urbania e S. Angelo in Vado.
La prima notizia certa sul Capitolo cattedrale rimonta al 21 genn. 1069 quando il vescovo Mainardo confermò ai canonici, allora in numero di 12, i beni della mensa capitolare. La metropolitana urbinata, insigne per privilegi e per tesori artistici, è dotata di una notevole cappella musicale istituita dal duca Guidobaldo I nel 1507, provveduta di un vistoso patrimonio. L'antica Cattedrale era la chiesa di S. Sergio Martire; nel 1021 il vescovo Teodorico la trasferì con il Capitolo dove è ora. Nel 1474, duca Federico, si cominciò la nuova fabbrica del Duomo. Il 12 genn. 1789 cadde la cupola, sprofondando nel sottoposto oratorio della grotta, seppellendo nelle sue rovine opere pregevoli di vari pittori, così pure il prezioso altare maggiore, dono di Clemente XI. Il nuovo Duomo fu subito riedificato per merito dell'arciv. Berioli su disegno del Valadier, inaugurato e consacrato l'8 sett. 1801. Il tempio è diviso in tre maestose navate; le due cappelle del S.mo Sacramento e della Concezione sono quanto è rimasto dell'antico edificio. La facciata è architettura di Camillo Morigi di Ravenna. Nell'Oratorio della grotta si ammira il famoso Cristo del Bandini. Nell'oratorio di S. Croce ha sede la ven. Confraternita dei Disciplinati di S. Croce, che si vuole istituita nel 1318. Si ammirano due affreschi, l'uno rappresentante S. Sebastiano, attribuito a Giovanni Santi, l'altro la Madonna col Bambino, lavoro di Ottaviano Nelli. In un pregevole ciborio si conservano le reliquie della Passione. L'oratorio di S. Giovanni Battista risale al 1365 come da bolla dell'Archivio della Cancelleria. L'interno dell'Oratorio fu affrescato dai fratelli Salimbeni da Sanseverino (1416). Sulla parete di fondo è figurata la Crocifissione, sulle pareti la vita di s. Giovanni Battista. Nella chiesa di S. Domenico (sec. XIV) il meraviglioso portale è opera di Tommaso di Bartolomeo detto Masaccio, fiorentino (1406-56); le terrecotte sono di Luca della Robbia (1400-81). Non si ha memoria precisa sulla fondazione della chiesa di S. Francesco (sec. XIII), in cui il magnifico portico della facciata e il campanile sono le uniche parti rimaste dell'antica costruzione, sorta nella seconda metà del Trecento. Il dipinto più importante è quello di Federico Barocci, sopra l'altare maggiore. Rappresenta il Perdono di Assisi. La fabbrica della chiesa di S. Bernardino (sec. XV) e del convento fu incominciata dal conte Guidantonio Feltrio nel 1425, proseguita dal figlio Oddantonio, terminata dal duca Federico; vi sono le tombe del duca Federico, Guidobaldo I, Elisabetta Gonzaga. Anche nel territorio urbinate fiorì nel medioevo la vita monastica nei tre monasteri di S. Silvestro a Secchieto, ricordato da s. Pier Damiani: ai Benedettini Alessandro IV nel 1258 vi sostituì le Clarisse; S. Angelo di Gaifa, che nel 1480 fu assegnato agli Olivetani; S. Vincenzo a Pietra Pertusa (Badia del Furlo) ricordato sin dal sec. X; ne parla s. Pier Damiani nella vita di s. Romualdo: il vescovo di U. lo affillò al monastero di Fonte Avellana (P. F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, p. 219).
Uomini illustri urbinati: primo fra tutti papa Clemente XI (Giovanni Francesco Albani; 1649-1721); il card. Francesco Uguccione Brandi; il card. Ippolito de' Medici; il card. Giulio Feltrio della Rovere; il card. Ulderico dei conti di Carpegna; il card. Gaspare Carpegna; il card. Domenico Riviera; il card. Annibale

(fot. Alinari)
Per santità vanno ricordati come beati i terziari francescani Giovanni Pelingotto (1240-1304); Antonio (1336-1421); Giovanni (1337-1439); Pietro Spagnoli (m. nel 1415); Pietro da U. (m. nel 1438); Donato (m. nel 1505); Gaspare Dondi (m. nel 1506). Inoltre il b. Sante Brancorsini (1343-94), la b. Serafina Sforza (1434-78) e il b. Benedetto Passionei, cappuccino (1560-1625).
Fra i matematici si ricorda Federico Comandino; fra i letterati Bernardino Baldi, Raffaello Fabretti e Polidoro Virgili. Particolare importanza nella vita artistica italiana hanno gli artisti urbinati. Basti ricordare, nella pittura: Raffaello, Coradini detto Fra Carnevale, Giovanni Santi, Timoteo Viti, Federico Barocci. Nell'architettura: Donato Bramante, Girolamo Genga.
IL DUCATO DI U. - Feudo pontificio, già nel sec. VIII era possesso della Chiesa e fu occupato da Desiderio, che intendeva così vendicare l'esecuzione di Afiarta, ordinata dall'arcivescovo di Ravenna.
Ebbe ordinamenti di libero comune, venne poi in possesso della famiglia dei Montefeltro, che vi ebbero il titolo di conti dalla fine del sec. XII. Buonconte fu riconosciuto signore di U. da Federico II nel 1213, ma incontrò opposizione nei cittadini. Gli successero Montefeltro Novello e Guido. Questi, ghibellino, scomunicato da Martino IV, dovette abbandonare temporaneamente U. e nell'apr. 1282 riuscì a rientrarvi dopo sanguinosi combattimenti ed in seguito al rientro poté venire a patti con il Papa (1283). Successivamente dovette lasciare nuovamente la città e solo nel 1292 riebbe la signoria di U. Vi fu, quindi, un periodo di alterne vi-

foro Landino, secondo alcuni, oppure secondo altri il
piatore Francesco di Giorgio Martini. Dipinto a tempera attribu-
to a Francesco di Giorgio Martini, premesso alle Disputa-
tiones camaldulenses di Cristoforo Landino - Biblioteca Vaticana,
cod. Urb. lat. 508, fol. 1° (1475).
cende, in cui i Montefeltro perdettero e riacquistarono
varie volte U. Vennero esiliati dall'Albornoz (1359) ed
infine, nel 1443, Oddantonio riusciva ad insediarsi. Il
paese raggiunse il massimo splendore sotto il governo di
Federico da Montefeltro ([v.] 1444-82). Questi accrebbe il
territorio del Ducato, ottenendo nel 1445 la cessione di
Fossombrone, per cui venne scomunicato da Eugenio IV
e successivamente assolto nel 1450 da Niccolò V. Fede-
rico combatté in favore del Papa contro il Malatesta,
sconfiggendolo sul Cesano, presso Senigallia, nel 1462 ed
in seguito a tale vittoria allargò ancora il suo dominio
conquistando Fano (1463). Nel 1474 fu riconosciuto duca
di U. da Sisto IV. Durante il periodo del suo governo
Federico ospitò alla sua corte in U. letterati ed artisti,
fondò una biblioteca e fece costruire da Luciano Laurana
il Palazzo ducale. Gli succedette il figlio Guidobaldo
(1482-1508). Questi prese parte alle operazioni contro gli
Orsini, militando per il Pontefice. Fu costretto da Ce-
sare Borgia a lasciare U., dove rientrò in seguito alla
congiura della Magione. Ne fu ancora espulso e poté
ritornarvi definitivamente solo nell'ag. 1503 dopo la morte
di Alessandro VI. Fu in ottimi rapporti con il successore
di Alessandro, Giulio II, che ebbe suo ospite in U. nel
sett. 1506, in occasione della sottomissione di Perugia al
Papa, che scortò fino a Bologna quando questi, dopo aver
allontanato dalla città Giovanni Bentivoglio ed averle
evitato il saccheggio, vi si recò nel nov. 1506. Lo riaccolse
in U. nel marzo 1507, quando Giulio II era in viaggio
per tornare a Roma. Spentosi Guidobaldo senza eredi
diretti, il Ducato passò al nipote Francesco Maria della
Rovere (1508-38) che, dopo aver molto lottato, dovette
lasciarlo dal 1516 al 1521 a Leone X, che lo donò a Lo-
renzo II de' Medici, suo nipote. Il Ducato ebbe ancora
un periodo di splendore con il figlio di Francesco, Guido-
baldo II (1538-74), che visse a Pesaro, circondandosi di
una corte fastosa, ma per sostenerne le spese dovette
inasprire le imposte, provocando malcontento e rivolte.
L'ultimo duca fu suo figlio Francesco Maria II, che fu
obbligato da Urbano VIII ad accettare la devoluzione
del Ducato alla Chiesa. Tale devoluzione avvenne alla
sua morte (1631), ma già dal 1625 egli aveva quasi com-
pletamente ceduto il potere ad un prelato, che governava
in sua vece. In seguito, e tranne una breve parentesi du-
rante la Rivoluzione Francese, U. seguì le sorti dei do-
mini pontifici, finché, nel 1860, non fu annesso al Regno
d'Italia. - Vedi tav. LXXXVI.