« FIGLIO DI DIO ». - Questo termine, nel linguaggio corrente, può designare ogni creatura in quanto prodotta da Dio e vigilata dalla sua provvidenza; oppure la creatura razionale in quanto, per la Grazia, è destinata a godere Dio nella visione beatificata (« figlio adottivo »; o finalmente il Figlio naturale di Dio, colui che procede da Dio Padre per via di generazione, dal quale perciò si distingue realmente, pur avendo in comune la stessa natura di vina. In questo senso va preso il termine quando si parla del F. di D., come seconda persona della S.ma Trinità. Così è stato definito nel Concilio di Nicaea (325) contro l'eresia di Ario, il quale sosteneva che il Verbo, cioè il F. di D., era la prima e più eccelsa creatura di Dio (v. CONSOSTANZIALE).
La dottrina della Chiesa, già insinuata nel vecchio Testamento, appare con tutta chiarezza nei libri del Nuovo Testamento, dove il F. di D. si rivela « noi nella persona di Gesù Cristo. Questi infatti, viene qualificato come F. di D. proprio (Rom. 8, 32), unico (Mt. 3, 17; 17, 5), unigenito (Io. 1, 14, 18; 3, 16), primogenito (Col. 1, 15), vero (Io. 5, 20); appellativi che escludono in modo assoluto qualunque filiazione che non sia quella naturale.
Gesù Cristo stesso parla sempre di Dio come di padre suo e degli uomini, ma lascia intendere che è padre suo in modo del tutto particolare ed esclusivo,
perché distingue sempre la paternità divina nei suoi riguardi da quella verso gli uomini (Padre mio, Padre vostro: cf. Lc. 22, 29; Mt. 10, 33; 6, 32; 10, 20, 17). Se i nostri rapporti con Dio sono di figli adottivi, quelli di Cristo sono, invece, di figlio naturale; ciò che, del resto, risulta evidente da quelle testimonianze nelle quali Cristo afferma uguale al padre nel potere, nel volere, nella natura (Io. 5, 17-27; 16, 15; 10, 30). Così hanno interpretato il pensiero di Cristo i suoi uditori, amici come Pietro (Mt. 16, 16), o nemici come i sinedriti (Mt. 26, 63 sq.).
Se Cristo è il figlio naturale di Dio, dobbiamo ammettere in seno alla Divinità un atto di generazione, per cui la vita divina circola da Dio-Padre che genera a Dio-Figlio che è generato: generazione eterna e necessaria, come tutto in Dio è eterno e necessario; di ordine spirituale, perché Dio è purissimo spirito: risolvenci in una semplice origine del Figlio dal Padre, che non comporti nessuna azione produttiva, perché il Figlio è incausato, improduto. Ma per avere la generazione occorre che l'origine sia fondata su di una operazione, la quale esista di una natura che il procedente sia della stessa sostanza vivente del principio da cui procede. Si è indagato quale sia tale operazione, e si è risposto unanime mente identificandola nella conoscenza intellettiva di Dio. La stessa S. Scrittura, presentandoci il F. di D. come Verbo (prologo del Vangelo di Giovanni), come immagine vivente e splendore del Padre (Col. 1, 15-19; Hebr. 1, 3), induce a pensare che esso proceda per via d'intelligenza. Ma l'indagine teologica, spingendosi oltre, afferma che il F. di D. è figlio perché Verbo, perché procede per ragione della conoscenza intellettiva. D'altri qualunque intelligenza, anche creata, il verbo è per sua natura simile all'oggetto conosciuto, di cui è la fedele rappresentazione. In Dio poi, nel quale la conoscenza ha per oggetto la natura divina, il Verbo è necessariamente simile alla natura divina; perché in Dio non vi può essere nulla di accidentale, tale somiglianza è necessariamente sostanziale. Dunque il Verbo procede come Dio vivente da Dio vivente, traendo la sua consuetudine alla sua consuetudine, da cui ha origine proprio dal fatto che procede come Verbo, cioè per via d'intelligenza. Dunque il Verbo è F. di D., ed è F. di D. perché è Verbo.
Ma ogni tentativo della ragione di sondare il segreto della vita intima di Dio deve a un certo punto arrestarsi in un'ulteriore adozione davanti alle profondità del mistero, la cui conoscenza diretta è riservata alla visione beatifica (v. PARADISO).