« FIGLIO DELL'UOMO ». - Espressione semitica significante normalmente « uomo ». In ebraico ben 'ádhán (« f. d'u. ») si trova in parallelismo con 'ádhán o 'énós (« uomo ») : Iob 25, 6; Ps. (ebr.) 144, 3; Is. 51, 12; Ex. 2, 1, ecc. In armaico e in sicraco bar 'énós (« f. d'u. ») o bar másá (« il f. dell'u. ») si usa comunemente per indicare « uomo ».
Sembra tuttavia che l'espressione assuma un senso particolare, messianico, in Daniele e nei Vangeli.
Dan. 7, 13 sg., dopo aver descritto la visione delle 4 bestie, soggiunge: « Stavo osservando nelle visioni notturne, - ed ecco con le nubi del cielo - veniva uno come un uomo (nell'armarico kēbar 'énós « come un f. d'u. ») - giunse sino all'Antico dei giorni - e lo fece venire al suo cospetto. - E gli fu dato potere - e maestà e regno ecc. » (versione di G. Rinaldi, p. 82). Daniele stesso spiega la versione: « Queste grandi bestie - ve ne sono 4 - sono 4 re, che sorgeranno sulla terra, ma poi riceveranno il regno i santi dell'Altissimo e lo terranno di eternità in eternità » (7, 17 sg.); e più innanzi: « Il regno... sarà dato al popolo dei santi dell'Altissimo » (7, 27). Il passo è certamente messianico: così lo insegno ebrei e cristiani. Si fa questione se quel « f. d'u. » sia un individuo (Messia) o una collettività (il popolo dei santi, messianico). Dal contesto sembra risultare che il profeta lo intese in senso collettivo (7, 17 sg. 27). Ma tale senso collettivo non esclude che « al popolo dei santi » presieda il Messia individuo: il Re che, per gli antichi, impersonava il regno. Questo senso individua (che potremmo dire « letterale pieno » se non fu perfettamente inteso dal profeta, ma solo da Dio ispiratore) è visto nella profezia dalla rivelazione successiva, che la interpreta autenticamente.
Gesù dinanzi a Caifa cita e interpreta autenticamente il vaticinio di Daniele, applicandolo al Messia individuale, anzi a se stesso: « Vedrete il F. dell'u. assiso alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo » (Mt. 26, 64). Nella tradizione giudaica la espressione era applicata al Messia dall'apocrifo di Enoch etiop. 46, 2. Anche IV Esd. 13, 1 sg. (sec. I d. C.) vi scorge un senso individuale.
Nei Vangeli l'espressione determinata con due articoli « il f. dell'u. » (6 vōs tōn ēvēpōnōn) - ricorre 32 volte in Matteo, 14 in Marco, 26 in Luca, 12 in Giovanni, sempre in bocca a Gesù (o a persone che ripetono la parole di Gesù). I passi sono esaminati da P. Vannutelli (pp. 1-17). Nel resto del Nuovo Testamento, la formula ricorre un'altra volta in bocca a S. Stefano: « Vedo il F. dell'u. ritto alla destra di Dio » (Act. 7, 55, allusione a Dan. 7, 13) e due volte in Apoc. (1, 13 e 14, 14, citazione di Dan. 7, 13: ēpōnōn vōv ēvēpōnōn).
Che significa questa espressione che solo Gesù applica a se stesso? P. Vannutelli (p. 45) conclude che « il f. dell'u. » in bocca a Gesù significa « uomo », ossia « io » (6 vōs tōn ēvēpōnōn = ēvēpōnōn = ēvēpōnōn).
Dal punto di vista grammaticale questa interpretazione dell'espressione semitica può essere giustificata; tanto più che in alcuni passi paralleli dei Sintetici la formula è sostituita con « io » (cf. Mt. 5, 11 con Lc. 6, 22; Mt. 10, 32 con Lc. 12, 8; Mt. 16, 31 con Mc. 8, 27 e Lc. 9, 18; Mt. 16, 21 con Mc. 8, 31 e Lc. 9, 22; Mt. 19, 28 con Lc. 22, 29; Mt. 20, 28 con Mc. 10, 43 e Lc. 22, 27).
Tale soluzione però non sembra soddisfacente in tutti i casi. L'opinione più comune tra i Padri e gli esperti antichi ritiene che Gesù, usando questa formula, intenda dare risalto alla sua natura umana, assunta nell'Incarnazione.
Altri suppongono che Gesù, usando questa formula, si qualifichi chiaramente come il Messia predetto da Daniele. Questa soluzione sta bene per il passo di Mt. 26, 64, di fronte a Caifa; non sembra però ammissibile per tutti gli altri casi: tanto più che, se Gesù si fosse attribuito chiaramente il titolo di Messia glorioso, avrebbe fomentato le speranze in un Messia politico, che invece intendeva correggere.
La soluzione migliore ritiene che Gesù, applicando questo titolo che poteva significare, a seconda dei casi, « uomo » o « io » o « Messia », intendeva graduare la luce della sua Rivelazione messianica. Chiamandosi con il titolo messianico usato da Daniele, che poteva però assumere toni velati, lasciava intendere di essere un uomo straordinario, e, per chi era in grado di comprenderlo, quel f. « dell'u. » di cui parla Daniele. Usando questo termine nel predire la sua passione correggere anche l'attesa giudaica di un glorioso Messia politico.
Alcuni razionalisti, supponendo che f. dell'u. sia un titolo messianico chiaro desunto da Daniele, negano che Gesù lo abbia usato. Suppongono che la comunità primitiva abbia messo in bocca a Gesù l'espressione della sua fede. Questa teoria, che nega il valore storico del Vangelo, può essere confutata anche intendendo la formula come un titolo messianico « velato », scelto da Gesù per graduare la luce.