LUCA, EVANGELISTA, SANTO

LUCA, EVANGELISTA, santo. - Autore del terzo Vangelo (nell'ordine della Volgata) e degli Atti degli Apostoli (v.).

I. LA VITA

Nacque ad Antiochia di Siria (Eusebio, Girolamo), da famiglia pagana (Col. 4, 10-11). Esercì la professione di medico (Col. 4, 14).

I suoi scritti attestano che non ignora il vocabolario tecnico (A. Harnack, Lukas, der Arzt, Lipsia 1906, pp. 122-37): ma se ne serve sempre con discrezione. Si nota l'esattezza dell'osservazione clinica: la sua diagnostica è chiara (Lc. 4, 38); caratterizza perfettamente i disturbi funzionali (ibid. 22, 14); non omette d'indicare, allorché si tratta d'organi pari, quale è il lato colpito dal male (ibid. 6, 12; 22, 50); distingue nettamente la malattia dalla possessione diabolica, anche nei casi in cui sono simultanee (D. Bardet, St Luc médecin et navigateur, in Bulletin de la Société St-Luc, 1949, p. 107 sgg.). Ci si accorge che questo medico è un letterato colto che legge non solo gli scritti medici ma anche i grandi autori antichi, soprattutto gli storici.

Nel 49 o 50 accompagna l'apostolo Paolo nel suo secondo viaggio missionario da Troade a Filippi

(Act. 16, 10-40). Verso il 57 o 58 segue ancora Paolo da Filippi a Gerusalemme, durante il terzo viaggio apostolico (Act. 21, 1-17). Assiste all'arresto ed all'incarcerazione di Paolo (Act. 21, 18-26, 32). Poi, quando il prigioniero è trasferito da Cesarea a Roma, L. lo accompagna (Act., 27, 22-8, 29). Si trova al lato di Paolo, ma forse non in modo continuo, al momento delle due prigioni romane (Col. 4, 24; Phil. 24; II Tim. 4, 11).

Alla morte di Paolo, L. lascia Roma. Poi si perdono le sue tracce. Non si sa cosa vi sia di certo nelle indicazioni che fissano il suo ministero in Acaia (s. Gregorio Nazianzeno), il suo soggiorno prolungato in Beozia (prologhi anonimi), la sua morte nella Tebaide (Simeone Metafraste). Testi tardi e contestabili (il più antico è di Teodoro il lettore che scriveva nel 530: cf. C. Henze, Lukas der Muttergottesmaler, Lovanio, 1948) attribuiscono a L. un'icona della Madre di Dio. Ma il vero ritratto di Maria fatto da L. si trova nel racconto del vangelo dell'infanzia, sui dati comunicati dalla Vergine-Madre. L. è simbolizzato nell'iconografia dal bue, perché il suo Vangelo comincia al momento dell'oblazione del sacrificio nel Tempio. S. L. è venerato dalla Chiesa come martire (cf. Martyr. Romanum, p. 481). Festa il 18 ott.

II. IL TERZO VANGELO

Dalla tradizione unanime (Ireneo, Tertulliano, frammento muratoriano, ecc.), il terzo Vangelo è attribuito a s. L. I dati interni confermano questa affermazione. Si nota facilmente che l'autore è un cristiano proveniente dalla gentilità, le cui preoccupazioni oltrepassano i problemi del legalismo e del ritualismo d'Israele, e che considera con compiacenza il carattere universalista della Redenzione. Riflette una mentalità paolina, ciò che conviene perfettamente ad un uomo che ebbe, come L., rapporti stretti e frequenti con l'Apostolo delle genti. Lo stile rivela un medico e un letterato, il che conferma le indicazioni degli autori ecclesiastici intorno a L.

Non si può precisare con certezza né il luogo né la data di composizione. È però sicuro che il terzo Vangelo è anteriore al libro degli Atti degli Apostoli (ca. 63), che forma il secondo volume della storia della salvezza, indicato, come il terzo Vangelo, all'« eccellenza » Teofilo. Questo Vangelo è posteriore a quelli di Marco, che visibilmente utilizza, e di Matteo, che suppone. Ciò riporta agli anni 60-63. Sembra che L. abbia redatto il suo scritto a Roma, come notano alcune sottoscrizioni di manoscritti (opinione oggi corrente), o a Cesarea (alcuni moderni): ma non in Acaia (prologhi anonimi, Girolamo) né ad Alessandria (documenti siriani).

L. indirizza il suo lavoro a Teofilo, il quale forse appoggiava il libro e ne copriva le spese, e, per mezzo di quest'ultimo, ad alcuni cristiani discendenti dal paganesimo. Quindi tralascia sovente ciò che è specificamente ebraico, come dimostra il confronto con i passaggi paralleli di Marco. Se fa menzione di usi ignorati dai suoi lettori,

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(da Weigert, Monaci, tau. 128) LUCA, Evangelista, santo - Affresco del IV sec. - Roma, cimitero di Commodilla.
li spiega. Interpreta all'occorrenza un termine aramaico (Lc. 6, 15) e mette in chiaro le espressioni semitiche oscure (ibid. 21, 20-24: l'assedio e la presa di Gerusalemme dai Gentili sostituiscono «l'abominazione [v.] della desolazione»). Il messianismo non è considerato nelle sue prospettive nazionali, ma nella sua ripercussione mondiale. L. riferisce con compiacenza ciò che è particolarmente favorevole ai Gentili (Lc. 1, 1-10; 17, 11-19). Manifesta considerazione per le autorità romane (ibid. 2, 1-2; 3, 1; 7, 2-9).

Non ha in vista scopo polemico alcuno, ma intende mostrare in Gesù il Salvatore di tutti gli uomini, senza distinzione di razza, per mezzo del mistero della Croce. Per ben mettere in luce questo insegnamento, lascia parlare i fatti: è il motivo per cui il suo lavoro sarà innanzi tutto una storia della salvezza presentata letterariamente. Questa storia servirà a rinfrancare la fede dei suoi lettori (Lc. 1, 3-4).

L. si basa su solidi ragguagli. Ha consultato documenti scritti e racconti trasmessi oralmente. La sua dipendenza da Marco è manifesta nelle cosiddette «sezioni marciane» (Lc. 4, 31-6, 19; 8, 4-9, 50; 18, 15-21, 38). Ma pur utilizzando il Vangelo di Marco, L. conserverà il suo modo personale di redigere. È stato osservato (E. Osty [V. BIBLICA.], pp. 10-16) che L. opera nel racconto di Marco tagli (per preoccupazione letteraria, delicatezza e riverenza religiosa), aggiunte, ritocchi (per gli stessi motivi ed anche per sottolineare i suoi temi favoriti: lode, preghiera, sofferenze di Cristo, universalismo, Spirito Santo, povertà e ascetismo), trasposizioni (per verisimiglianza, simbolismo, ordine letterario o paralleli logici) e introduce insinuazioni (p. es., sul carattere notturno della Trasfigurazione: Lc. 9, 28-37).

Si può supporre che L. abbia trattato con la stessa elasticità e libertà i frammenti del Vangelo di Matteo (o i documenti che gli servirono di base) che, sotto una forma

o l'altra, sembrano essere giunti a sua conoscenza. Il prologo (Lc. 1, 1-4) allude a saggi frammentari di biografia di Gesù, che non mancavano di valore e che L. ha consultati prima di redigere il proprio lavoro.

L. ha attinto, almeno mediatamente, nel tesoro dei ricordi di Maria (Lc. 2, 19, 51). Ha avuto la possibilità di ricevere indicazioni preziose provenienti da ambienti giovannei (ibid. 9, 54), da Pietro (ibid. 22, 8), da Cleophas (ibid. 24, 18), dal diacono Filippo (Act. 21, 8), particolarmente al corrente di quanto riguardava la Samaria (Act. 8, 5-8; Lc. 9, 52-56; 17, 11-19). Le pie donne (Lc. 8, 2-3; 23, 55), Marta e Maria (ibid. 10, 38) hanno potuto informarlo di episodi che specialmente le riguardavano. Manahen, l'amico d'infanzia di Erode (Act. 13, 1), gli ha forse riferito la comparsa di Gesù davanti al tetrarca (Lc. 23, 7-12).

La composizione del terzo Vangelo è molto caratteristica. Il lavoro comporta un prologo (1, 1-4), il Vangelo dell'infanzia (1, 5-2, 52), poi la vita pubblica di Gesù nell'inquadramento in quattro parti, tradizionale della catechesi orale: ministero del Precursore (3, 1-4, 13), attività di Gesù in Galilea (4, 14-9, 50), la salita a Gerusalemme (9, 51-19, 27), la fine a Gerusalemme (19, 28-24, 53).

Il Vangelo dell'infanzia ha per scopo di stabilire l'origine celeste del Salvatore. Questo racconto, il cui sapore è assai aramaico e del quale è da rilevarsi la profondità religiosa, è costruito sotto forma di un doppio parallelo fra Giovanni Battista e Gesù: il primo è costituito dalle due Annunciazioni (1, 5-25 e 26-38), seguite dal racconto della Visitazione (39-56); il secondo confronta le due natività e riassume l'infanzia di Giovanni, nel deserto, e di Gesù, a Nazareth (1, 57-80 e 2, 1-52). Pur essendo d'accordo sui punti essenziali, le relazioni di L. e di Matteo non concordano quasi mai per la scelta degli episodi. Le prospettive dei due Evangelisti sono difatti molto differenti: Matteo concentra la sua relazione intorno ad oracoli del Vecchio Testamento, la realizzazione dei quali, nell'infanzia del Salvatore, stabilisce la sua messianità e la sua divinità. L. mette in evidenza la Vergine Maria, Matteo pone Giuseppe in una luce viva.

Per il racconto della vita pubblica, L. procede così: ha inserito le sezioni che gli sono particolari o che gli provengono da altre fonti d'informazione, prima o dopo le sezioni marciane o fra queste. Se fa aggiunte a Marco, non prende tutto Marco, del quale omette passi interi che non rispondono al suo scopo (p. es., Mc. 6, 45-8, 26).

Il ministero galileico è presentato così: fino alla scelta dei Dodici (4, 14-6, 11), Gesù predica nelle sinagoghe o in mezzo a folle simpatizzanti ma già i farisei prendono posizione di avversari. Fra la scelta dei Dodici e la loro prima missione (6, 12-8, 56), la predicazione di Gesù ed i suoi miracoli provocano l'entusiasmo popolare. A partire dalla prima missione dei Dodici, si è all'apogeo del ministero galileico (9, 1-50): moltiplicazione dei pani, confessione di Pietro, trasfigurazione. Questa sezione contiene pochi discorsi. Comporta un gran numero di formole volontariamente approssimative, imprecise e vaghe (5, 12, 17; 9, 28). La prospettiva geografica è convenzionale, in quanto l'autore è preoccupato di eliminare successivamente dal suo racconto le città galileiche di cui l'azione gli pare abbastanza precisata, e non esita di fronte a trasposizioni, raggruppamenti di avvenimenti, o al silenzio sulla localizzazione se lo giudica necessario. In tal modo passano sotto gli occhi del lettore Nazareth (4, 16-30), Cafarnao (4, 31-7, 10) e Naim (7, 11-18).

Dopo questa fase in Galilea, L. descrive la salita di Gesù verso Gerusalemme, in una lunga sezione dove si possono ritrovare gli indizi di tre viaggi successivi verso la Città santa (Lc. 9, 51-13, 21; 13, 22-17, 10; 17, 11-19, 46). Ma rimane molto discreto sulla topografia e la cronologia, di cui non bisognerebbe aumentare qui l'importanza. L., che ritrova Marco solo al cap. 18, 15, ha riunito in questa sezione, che gli è particolare, il

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LUCA, Evangelista, santo - S. L. in atto di ritrarre la Vergine. Scuola di Norimberga (ca. 1487) - Norimberga, Museo nazionale.
(fot. Museo Nazionale, Norimberga)
nucleo principale dell'insegnamento dottrinale di Gesù. I discorsi sono dunque abbondantissimi, le parabole notevoli: il buon samaritano, il figliol prodigo, il ricco perverso, il fariseo e il pubblicano, ecc. L'azione è ridotta al minimo, come il quadro esteriore. Ma mettendo tutto questo complesso « sotto il segno di Gerusalemme » e nel contesto di una salita verso la Passione, L. dava un dinamismo acuto a questa sezione del suo Vangelo.

A Gerusalemme, L. segue Marco molto da vicino fino alla celebrazione della Cena. Riprende allora maggior originalità. È l'unico che parli del sudore di sangue nel giardino dell'agonia (Lc. 22, 43-44), e dei pellegrini di Emmaus (ibid. 24, 13-35). Non dice nulla circa le apparizioni in Galilea. Questo proviene dallo svolgimento generale della sua narrazione, che è tutta rivolta verso Gerusalemme: il terzo Vangelo va dalla Galilea, attraverso la Samaria, a Gerusalemme; gli Atti mostreranno gli Apostoli che partono da Gerusalemme per evangelizzare la Samaria, poi l'insieme dell'universo.

La storia di Gesù è dunque stata riferita in una forma letteraria. Il riannodamento ai fatti della storia profana è realizzato « dal principio » (Lc. 1, 5. 26; 2, 1-4; 3, 1-2). In seguito sono messe in rilievo le reazioni psicologiche dell'uditorio di Cristo davanti alla predicazione della parola. I procedimenti di composizione di L. (raggruppamenti d'ordine letterario o dottrinale) mettono in valore la portata del messaggio, senza compromettere in nulla la solidità storica dell'informazione e della testimonianza.

Si volle contestare l'autenticità di certi passaggi del Vangelo di L. Niente autorizza ad avere sospetti sul vangelo dell'infanzia, che tutti i testimoni del testo presentano, e che Marcione aveva voluto sopprimere per ragioni tendenziose. Il sudore di sangue (Lc. 22, 43-44) pareva indegno del Salvatore; gli ariani abusavano di questo testo nelle loro discussioni. Ciò può spiegare la sua assenza da certi testimoni, quali A, B, R, T, W; ma si trova nell'insieme di altri manoscritti, in Giustino ed Ireneo. Bisogna mantenerne la primitiva autenticità.

Le caratteristiche dottrinali del terzo Vangelo sono l'insistenza sull'universalità della salvezza, la misericordia del Salvatore per i peccatori, la preghiera, la gioia, la necessità della rinuncia. Di Cristo, Figlio dell'uomo e Figlio di Dio, Signore e Salvatore,

L. ha presentato una immagine indimenticabile. Egli ha esaltato nella sua opera il Regno e la Sovranità di Dio.

L. scrive in un greco non omogeneo: quasi classico nel prologo, pieno di aramaismi nel Vangelo dell'infanzia, più conforme al greco ellenistico ed allo stile dei Settanta nel corpo del Vangelo, ma non

senza un certo numero di espressioni provenienti dal greco classico. L'opera è di un gusto perfetto e rivela nel suo autore una grande delicatezza d'animo.

La Commissione biblica, nella sua risposta del 26 giugno 1912, ha fornito alcune precisazioni sull'autenticità del Vangelo dell'infanzia e del passo sul sudore di sangue (n. 3), sulla composizione del Vangelo di L. dopo quello di Matteo e di Marco (n. 5), sulla data di composizione: prima della rovina di Gerusalemme (n. 6), prima degli Atti e dunque avanti la fine della prigionia paolina di cui parlano Act. 28, 30-31 (n. 7), sulle origini (n. 8) e sul valore storico (n. 9; cf. Enchiridion Biblicum, Roma 1927, nn. 410-16).

BIBL.: I commenti cattolici migliori sono quelli di F. Schanz (Tubinga 1882); J. Knabenbauer (Parigi 1896); F. C. Ceulemans (Malines 1899); V. Rose (Parigi 1904); Th. Innitzer (Graz 1912);

M.-J. Lagrange (3ª ed., Parigi 1927); A. Valensin-J. Huby (ivi 1927); C. Lavergne (ivi 1932); L. Soubigou (ivi 1933); L. Marchal (ivi 1935); E. Osty (ivi 1948). Tra i non cattolici: F. Godet (Parigi 1888); B. Weiss (Gottinga 1901); A. Harnack (Lipsia 1906); J. Weiss (Gottinga 1907); Th. Zahn (Lipsia 1913); A. Plummer (4ª ed., Edimburgo 1913); E. Klostermann (Tubinga 1929). Studi: E. Mangenot, St Luc, in DB, IV, coll. 376-402; F. Venard, St Luc, in DThC, IX, coll. 971-1000. Luigi Soubigou

ICONOGRAFIA. - Si usa raffigurarlo di aspetto maturo, quasi anziano, con Vangelo nella mano; di solito accanto a lui è un toro alato, suo simbolo. Ritenuto sin dal VI sec. pittore dell'immagine della Madonna, s. L. si vede talvolta rappresentato con un ritratto della Vergine nelle mani. Qualche volta è anche raffigurato in atto di dipingere la Madonna, che gli appare con il Bambino Gesù in braccio. Così lo presenta una pala attribuita a Giovanni van Eyck della Pinacoteca di Monaco in Baviera, le copie o repliche della quale si trovano nei Musei di Vienna, di Norimberga e nell'Eremitaggio di Pietroburgo. La stessa scena si vede anche in un quadro attribuito tradizionalmente a Raffaello nell'Accademia di S. L. a Roma. Giorgio Vasari lo dipinse pure nella Cappella della confraternita di s. L. presso il chiostro della S.ma Annunziata a Firenze.

La più antica raffigurazione iconografica di s. L. finora conosciuta, risale al VII sec. e si trova nelle catacombe

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(fot. Anderson) LUCA, Evangelista, santo - S. L. in atto di ritrarre la Vergine, Affresco del Pinturicchio - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.
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(da M. Friedländer, Altniederländische Malerei, Berlino 1928, tav. 81, n. 155)

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“LUCA, EVANGELISTA, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 959. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/luca-evangelista-santo.