IGNAZIO, vescovo di ANTIOCHIA, martire. - Festa: 20 dic. nella Chiesa greca, 1° febbr. nella Chiesa romana. I., condannato ad bestias (Ireneo, Haeres., V, 28, 4), scrisse durante il suo trasporto da Antiochia a Roma sette lettere, ammonendo le comunità cristiane con l'autorità di un carismatico (θεοφόρος) di stare attenti dinanzi al pericolo di

Una recensione siriaca di solo tre lettere (recensione brevior di W. Cureton) non rappresenta l'edizione originale. Scrittore originalissimo, probabilmente più greco che semita, I. si serve di mezzi letterari (protettico; inno) con grande libertà, ma anche con qualche fretta nervosa, dettata probabilmente dalle circostanze. Anch'egli conosce, come gli eretici, la gnosi, l'astrologia e la magia (Ad Trall., 5, 2), ma sa che tutto questo è finito con l'apparizione di Cristo che è veramente nato, fu battezzato, crocifisso e che risorse dai morti (op. cit., 9; Magn., 11; Smirne, 1). La sua polemica è indirizzata contro i doceti; l'autore della eresia non è nominato, forse perché ancora vivo. Si potrebbe pensare eventualmente a Satornilo che insegnava ad Antiochia (Ireneo, Haec., 1, 18) e che parlava di un Cristo senza corpo, che avrebbe sofferto solo per apparenza. Satornilo respingeva i profeti del Vecchio Testamento, mentre per I. i profeti sono stati i discepoli di Cristo nel suo Descensus ad inferos (Magnes., 9, 2; Filad., 5, 2, 9, 2). Anche il famoso tratto in Ad Ephes., 19 che parla dell'apparizione della nuova stella nel cielo è probabilmente polemica contro formulazioni gnostiche, non genuina espressione del pensiero teologico di I. stesso. I. è importante come testimone della tradizione della Chiesa cattolica (la parola s'incontra per la prima volta presso di lui in Smirn., 8, 2) e della sua gerarchia. Senza il vescovo non è valida l'Eucaristia (op. cit., 8) e il Battesimo, l'agape (ibid.), il Matrimonio devono essere contratti davanti a lui (Polic., 3, 2). L'Eucaristia è la carne del Cristo che ha sofferto (Smirn., 7, 1), cibo dell'immortalità (Eph. 20, 2) e Cristo uomo e Dio, nato e non nato (ibid. 7, 2). Verbo uscito dal silenzio del Padre (Magn., 8, 2). Famoso è il suo elogio della Chiesa romana nella praefatio alla sua Epistola ai Romani: la lettera allude all'attività istitutrice e caritativa di Roma (3, 1) e suppone l'esercizio dell'attività apostolica di Pietro e Paolo a Roma.