APOSTOLI (GR. ἈΠΌΣΤΟΛΟΣ «INVIATO», DA ἈΠΟΣΤΈΛΛΩ)

APOSTOLI (gr. ἀπόστολος «inviato», da ἀποστέλλω). — Titolo dei dodici collaboratori scelti da Gesù, che affidò loro il proseguimento e il completamento della sua missione redentrice (Mt. 28, 18-20; Io. 15, 16). Così Gesù chiamò «i dodici» (Mc. 3, 14; Mt. 10, 1), che scelse tra un numero imprecisato di discepoli (Lc. 6, 13). I «dodici» era una denominazione fissa: Mc. 6, 7 (Lc. 9, 1); Mt. 10, 5; 20, 17; 26, 14, ecc.; Act. 6, 2; ciò è provato soprattutto da I Cor. 15, 5, dove Paolo parla delle apparizioni del Risorto ai «dodici».

Si tratta di una tradizione che viene da Gerusalemme. Il numero fisso risulta anche da Act. 1, 15 sg., ove si narra l'elezione di Mattia al posto di Giuda, e così «gli undici» (Mt. 28, 16; Mc. 16, 14; Lc. 24, 9, 33; Act. 1, 26) diventano di nuovo «i dodici». Non è possibile spiegare la formazione del gruppo dei dodici, con uno sviluppo storico posteriore alla vita terrestre di Gesù. Gesù stesso ha voluto «i dodici», scelti, come risulta da Mt. 19, 28 (cf. Lc. 22, 30).

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APOSTOLI - Cristo tra i dodici A. Sarcofago (sec. VI) - Rignieux-le-Franc.
(fot. Enc. Catt.)
« per sedere sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele » al glorioso ritorno del Figlio dell'uomo. I « dodici » parteciperanno dunque alla funzione giudiziale del « Figlio dell'uomo » su Israele, anche loro saranno, come Lui, rivelati in gloria; si può interpretare la parola greca (χρίνων) anche in senso di governo (cf. Mt. 19, 21, e Apoc. 20, 4). Questo avvenire glorioso dei « dodici » è il premio per i sacrifici che fanno ora, abbandonando tutto e seguendo Gesù (Mt. 9, 27, 29); essi che perseverano con Lui nelle tribolazioni avranno parte al suo regno e mangeranno e berranno alla sua mensa (Lc. 22, 28 sg.). Giovanni vede (Apoc. 21, 14) il muro della nuova Gerusalemme « che aveva dodici fondamenti e sopra quelli erano i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello ». La scelta dei « dodici » ha dunque stretti rapporti con la dottrina escatologica di Gesù. Far parte dei « dodici » significa: abbandonare tutto, essere con Gesù nelle sue tribolazioni per diventare, partecipando al suo giudizio e al suo regno, fondamento di una nuova città. Dal fatto che « i dodici » sono messi in rapporto col Figlio dell'uomo, risulta che il concetto dei « dodici » faceva parte della più antica dottrina della comunità di Gerusalemme. Non può quindi sorprendere che anche i giudeo-cristiani mettano « i dodici » in rapporto con le dodici tribù d'Israele. In un frammento del Vangelo usato presso gli Ebioniti, dice Gesù: « Voglio che voi siate i dodici a. per testimoniare su Israele » (s. Epifanio, Haer., 13, ed. K. Holl, I, Lipsia 1915, p. 350, tr. 1-2); cf. Pseudo Clemente, Recogn., I, 40; Epist. Barnabae, 8, 3: « essendo dodici per testimoniare sulle tribù ». Secondo Praxis Pauli (ed. C. Schmidt, Amburgo 1936, p. 60, 34), « i dodici » sarebbero stati scelti dalle dodici tribù.

Gesù stesso diede il titolo di a. ai « dodici » (Lc. 6, 13; vari manoscritti in Mc. 3, 14). Naturalmente la scelta dei « dodici » non coincide con la loro missione di a.

Per la loro funzione escatologica, « i dodici » ricevono l'incarico di rendere testimonianza « sulle dodici tribù d'Israele » (Epist. Barn., 8, 3; cf. Mc. 6, 11 e Lc. 9, 5; Mt. 13, 9 e parall.). Questo primitivo concetto di a. rimane dunque legato ad Israele. L'a. è l'annunciatore del vicino regno di Dio (Mt. 10, 7; Lc. 10, 9) in Israele (Mt. 10, 5 sg.) mandato da Gesù. Partecipa alle sofferenze del Figlio dell'uomo per essere alla fine glorificato con Lui. Le privazioni che sono imposte ai « dodici » da Gesù sono la mancanza di una dimora fissa, l'abbandono della famiglia, la povertà; le loro sofferenze trovano il loro colmo nell'arresto (Mc. 6, 7; Mt. 10, 17; Lc. 9, 1 sg.) e nella morte.

È dunque ben fondata la convinzione cattolica, che l'a. sia il modello dell'ascetta e del martire. Ma l'a. è anche il grande taumaturgo. Secondo Mc. 6, 7 (cf.

3, 15), « i dodici » ricevono potestà sugli spiriti immondi (Mt. 10, 1; Lc. 9, 1). La vicinanza del regno di Dio non si esprime soltanto in un annuncio, ma anche nella sconfitta delle forze demoniache nel mondo, come d'altra parte il semplice saluto di pace, dato dai « dodici » a quelli che accettano il loro annunzio, si trasforma in benedizione (Mt. 10, 13; Mc. 6, 10; Lc. 9, 4 sg.). Così, salute o rovina sono legati alla presenza dell'a. come a quella di Gesù stesso.

Lc. conosce (10, 1-16) anche una missione di 70 (72) discepoli (v.); l'orazione di Gesù diretta qui ai « settanta », è in Mt. invece diretta ai « dodici » come risulta d'altronde da Lc. stesso nella sua ricapitolazione (22, 35).

La posizione dei 70 (o 72) discepoli non è chiara; i loro nomi non sono dati; Eusebio, Hist. eccl., I, 12, 1, dice che il loro catalogo non si è conservato. In ogni modo, il nome a. non è concesso loro da Lc., benché si potesse pensare che i settanta corrispondessero ai 70 (72) popoli del mondo (Gen. 10) e che in loro la propaganda fra i Gentili fosse predisposta. I « settanta » vanno, come « i dodici », agli Ebrei, e secondo Lc. 22, 47 (cf. Act. 1, 8) la missione fra i Gentili è affidata ai « dodici » e non ai « settanta ». Più tardi Tertulliano, Adv. Marcion., IV, 24 (ed. E. Kroymann, III, Vienna-Lipsia 1906, p. 499, r. 23), li chiama « apostoli » mentre è incerto se anche Ireneo, II, 32, 4, li abbia messi fra gli a.

Il termine a. è dunque connesso coi « dodici », senza però che i due concetti coincidano completamente. L'espressione a. è più formale, mentre il concetto dei « dodici » è ricco di evocazioni.

Una nuova fase nella storia dell'a. comincia con la risurrezione di Gesù. Gli a. diventano testimoni della risurrezione di Cristo (Lc. 24, 49 e 46; I Cor. 15, 8 sg.), ma non tutti i testimoni della risurrezione diventano a., né i 500 fratelli, né le donne. Ciò è chiara prova del fatto, che il termine a. esisteva anteriormente alla risurrezione di Cristo (rimane dubbio se Giacomo, fratello di Gesù, fu collocato fra gli a.). L'a., che era una volta un nunzio fra gli Ebrei, diventa ora il missionario del mondo; la potestà sui demoni, la possibilità di sanare gli ammalati si estende su tutto l'abitato umano (« miracoli dell'a. »: II Cor. 12, 12) insieme con la predicazione.

L'obbligo di rendere conto del lavoro apostolico (Mc. 6, 30; Lc. 9, 10; 10, 17) viene ora fissato per la seconda venuta di Cristo (I Cor. 4, 4; Phil. 1, 6, 10 sg.). Con l'ascensione di Gesù gli a. diventano anche i vicari di Cristo in un senso più concreto di prima (Lc. 10, 16; Mt. 10, 40; Io. 13, 20; 17, 18; cf. I Clem., cap. 42, ecc.). Perciò istituiscono i diaconi (Act. 6, 1-6) ed i presbiteri (Act. 14, 23; cf. 15, 4, 6, 22 sg., ecc.). L'a. aduna accanto a sé i suoi presbiteri o vescovi (Act. 20, 17, 28). Alcuni protestanti riconoscono che gli a.

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APOSTOLI - Cristo tra i dodici A. Affresco (sec. IV) - Roma, Cimitero dei Giordani.
(in: Paul. Comm. d'Arc. Sacra)
sono la fonte della gerarchia della Chiesa; ad es. W. Mundle, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 27 (1928), p. 41, parla di «successione apostolica», mentre altri (ad es. K. H. Rengstorf) la tacciono.

Luca, che pure è discepolo di Paolo, il quale non faceva parte dei «dodici», insiste molto sull'attività di questi negli Atti degli A. Sono «i dodici» che controllano da Gerusalemme la missione cristiana. Pietro e Giovanni ispezionano la missione in Samaria (8, 14 sg.); il movimento in Antiochia viene controllato da Barnaba, che viene da Gerusalemme (11, 22). Pietro (11, 1 sg.; 12, 17 e 15, 22) e anche Paolo (9, 26 sg.; 11, 30; 15, 1 sg.; 18, 22; 21, 15 sg.) ritornano sempre a Gerusalemme. Questo non vuol dire che «il collegio» dei «dodici» risieda sempre a Gerusalemme, come vorrebbe K. Holl. Pietro e Giovanni svolgono la loro attività anche fuori di Gerusalemme (8, 14; 9, 32 sg.; 10, 1 sg.; 12, 17); Paolo (I Cor. 9, 5) conosce l'attività missionaria non solo di Pietro e degli altri a., ma anche dei «fratelli del Signore».

Il numero dei «dodici» non era considerato indispensabile: dopo la morte di Giacomo, fratello di Giovanni (Act. 12, 1), non fu eletto al suo posto nessun altro a. La posizione di Giacomo «fratello del Signore» non è chiara per noi. Sembra che fosse a Gerusalemme tra gli a. (Gal. 1, 19). E. Lohmeyer (Galilaea und Jerusalem, Gotting 1936) ritiene che fosse il capo di quei giudeo-cristiani che si erano recati dalla Galilea, prima o dopo la morte di Gesù, a Gerusalemme.

K. Holl, nella sua famosa prolusione Der Kirchenbegriff des Paulus in seinem Verhältnis zu dem der Urgemeinde (Sitzungsberichte d. Berliner Akademie, 1921, p. 920 sg.; Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II: Der Osten, Tübinga 1928, p. 44 sg.) ha mantenuto la tesi che la comunità di Gerusalemme aveva, sotto il regime dei «dodici», una gerarchia di diritto divino (p. 54) e che Gerusalemme era considerata centro della Chiesa intera

(p. 55 sg.; cf. p. 61 sg.). La sua tesi è assai oppugnata (anche da K. H. Rengstorf e W. Mundle), ed è insostenibile dal punto di vista cattolico. Forse il giudeo-cristianesimo in Palestina dopo la morte di Gesù si organizzò, imitando alcune forme del vecchio giudaismo (Sinedrio, emissari nella diaspora, imposte); ma il concetto evangelico dell'apostolato trascendeva questa organizzazione.

L'apostolato creato da Gesù era universale e, mediante la successione apostolica, perpetuo; nel campo della dottrina trasmetteva la dottrina del Maestro; dopo l'ascensione di Cristo, provvedeva al governo dei fedeli con prescrizioni nel campo disciplinare e dogmatico (Act. 15).

Accanto a quello dei «dodici» l'apostolato di s. Paolo appare diverso; Epifanio (Haer., I, ed. Holl, p. 232, 10 sg.) mette Paolo fuori dei «dodici» e fuori dei «settanta». In Galazia il suo diritto di nominarsi a. fu messo in dubbio, probabilmente perché la comunità cristiana di Antiochia l'aveva mandato (Act. 13, 1 sg.). Paolo replicò sottolineando che non era a. per iniziativa di uomini, ma per Gesù Cristo e Dio Padre, che l'ha risuscitato dai morti (Gal. 1, 1).

Esser mandato da Cristo era elemento fondamentale nel concetto dell'apostolato; aggiungendo «e Dio Padre», Paolo dà al suo apostolato un colore speciale. Non può pretendere di essere stato con Gesù durante la sua vita terrestre, come è richiesto per l'a. in Act. 1, 21 sg. (cf. Mc. 3, 14), ma può affermare di aver visto Gesù (I Cor. 9, 1) e di essere come gli altri testimone della sua risurrezione (I Cor. 15, 5-8). Paolo non è stato istruito da altri uomini, ma da Cristo stesso (Gal. 1, 13); né parla di Anania che l'aveva battezzato (Act. 9, 18; 22, 16), né gli Atti parlano di una istruzione da parte di Anania. I miracoli degli a. non gli mancano (Gal. 3, 5; II Cor. 12, 12; Rom.

15, 18), né le privazioni e le sofferenze apostoliche (II Cor. 6, 3 sg.; 11, 23 sgg.), né le visioni e rivelazioni (II Cor. 12, 1 sg.). Paolo è dunque un a. come gli altri. Lui e Barnaba sono stati dai Tre, cioè Giacomo, Cefa e Giovanni, riconosciuti nel loro diritto di andare verso i Gentili (Gal. 2, 9), ma il testo non dice direttamente che furono riconosciuti come a., o meglio, in che senso fu interpretato il loro apostolato.

La denominazione a. fu aggiunta da Gesù al concetto dei « dodici ». Gesù, parlando aramaico, si è certamente servito di una parola aramaica. Nella Chiesa siriaca l'a. viene denominato šeliḥā, parola corrispondente nella letteratura rabbinica a šaliaḥ (K. H. Rengstorf, p. 414), in aramaico šeliḥā (cf. s. Girolamo, In Gal. 1, 1: PL 26, 335). I rabbini mandati dalla centrale di Gerusalemme per raccogliere elemosine o per visitare la diaspora ricevono la denominazione šeliḥim. Un tale emissario (šaliaḥ) era anche Paolo, quando fu mandato a Damasco (Act. 9, 1 sg.); ma il missionario giudaico non porta mai questo nome (Rengstorf, p. 418 sg.).

In questo vecchio senso anche gli « a. delle chiese » che portano l'elemosina per i santi a Gerusalemme (II Cor. 8, 23), o Epafrodito che viene come « a. » dei Filippesi a Paolo sono šeliḥim. Difficile è in Rom. 16, 7 il titolo « a. » dato ad Andronico e Giunia. Se la parola « a. » in senso religioso era connessa coi dodici, come possono questi due sconosciuti dirsi « missionari cristiani »? (Rengstorf, p. 422, 33 sg.; H. Lietzmann, An die Römer, 4ª ed. Tubinga 1933, p. 24). Sembra che anche qui ricorra il senso giudaico di šeliḥim « emissari », come per i due (Timoteo ed Erasto) in Act. 19, 22.

L'affermazione, che « a. » sia stato un nome per designare il « missionario » (così A. Wikenhauser, in Reallexikon für Antike und Christentum, I, Lipsia 1942, p. 554) non sembra fondata. La parola « a. » come tra-

duzione di šaliaḥ « emissario » si trova anche in testi giudaici (da Wikenhauser ciò è a torto negato, loc. cit., p. 555): cf. CIL, IX, 648, 6220 (J. B. Frey, Corpus inscriptionum judaicarum, I, Roma 1936, p. 438 sg., n. 611 [Venosa]). L'iscrizione parla di « duo apostoli et duo rebites ». Il Codice Teodosiano menziona in una legge del 399 (in XVI, 8, 14) funzionari, « quos ipsi apostolos vocant, qui ad exigendum aurum atque argentum a patriarcha certo tempore diriguntur ». Eusebio, Comm. in Is., 18, 1: PG 24, 213 sg., conosce a. giudaici che portano lettere encicliche delle loro autorità, anche per combattere la missione cristiana. La notizia di Eusebio è confermata da Epifanio, Haer., 30, 4, 2, ed. K. Holl, CB, XXV, p. 338, 21 sg. (cf. 4, 11), che li mette in stretti rapporti col patriarca giudaico (cf. s. Girolamo, In Gal., 1, 1: PL 26, 335). J. B. Frey trova difficile ammettere tale interpretazione per l'iscrizione di Venosa (loc. cit., pp. cx e 439), ma non pare plausibile il suo scetticismo (la data: IX sec., di Lietzmann, non sembra fondata).

Per le leggende e gli apocrifi: V. le voci dei singoli a.; per i nomi degli a., V. CATALOGO DEGLI A.

BIBL.: W. Seufert, Der Ursprung und die Bedeutung des Apostolats in der christlichen Kirche, Leida 1887; P. Batiffol, L'Apostolat, in Revue Biblique, nuova serie, 3 (1906), p. 520 sgg.; R. Schütz, Apostel und Jünger, Giessen 1921; F. Haase, Apostel und Evangelisten in den oriental. Überlieferungen, Monaco 1922; A. Harnack, Die Mission und Ausbreitung des Christentums in den ersten drei Jahrhunderten, I, 4ª ed., Lipsia 1923; I. Wagenmann, Die Stellung des Apostels Paulus neben den Zwölfen in den ersten zwei Jahrhunderten, Giessen 1926; R. Harris, The twelve Apostles, Cambridge 1927; A. Médebielle, s. V. in DBs, I, col. 533 sgg.; K. H. Rengstorf, in Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, I, Stoccarda 1932, pp. 406 sgg.; K. Lake, The beginnings of Christianity, parte 1ª, V Londra 1933, pp. 37 sgg.; G. Sass, Apostolamt und Kirche. Eine theolog.-exeget. Untersuchung des paulinischen Apostelbegriffes, Monaco 1939; M. Goguel, Résurrection et apostolat, in Rev. d'Hist. des Rel., 123 (1941), p. 27 sg. - Sull'a. nel giudaismo; S. Krauss, Die jüdischen Apostel, in Jew. Quart. Rev., 17 (1905), p. 370 sg.; J. Juster, Les Juifs dans l'Empire romain, Parigi 1914, I, p. 385 sg.; II, p. 287 sg.; H. Vogelstein, The development of the apostolate in Judaism and its transformation in Christianity, in Hebreo Un. College Annual, 2 (1925), pp. 99 sgg.; H. L. Strack-P.

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APOSTOLI - Cristo tra i dodici A. Musaico (2ª metà sec. IV) - Milano, S. Lorenzo.
(vol. Andersen)
Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, III, Monaco 1926, p. 2 sg. — Per le narrazioni apocrife e per le leggende riguardanti gli a.: R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelschichten und Apostellegenden, 3 voll., Braunschweig 1883-90; R. A. Lipsius-M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, Lipsia, I (1896) e II (in due parti, 1893 e 1903); Th. Schermann, Propheten- und Apostellegenden (Texte u. Unters., 31, 11), Lipsia 1907.

MISSIONE, PREROGATIVE, POTERI DEGLI A. — L'elezione e la missione immediata da parte di Gesù rappresenta il requisito primo e fondamentale per la qualifica di a. Ciò è chiaramente dimostrato da molti testi della S. Scrittura: così in Mc. 3, 13-14 è detto che Gesù «salito su un monte chiamò a sé quei che volle... e ne scelse dodici per averli con sé e mandarli a predicare»; in Io. 17, 18, il Signore rivolto al Padre dice: «Come tu hai mandato me nel mondo, così io li ho mandati nel mondo»; lo stesso in Io. 20, 21, dove Gesù dice agli a.: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Si discute, tuttavia, se oltre tale missione immediata, altre condizioni siano richieste per l'apostolato; ed in particolare se sia necessario che l'a. abbia «visto il Signore». Tale requisito sembra esigerlo il testo già riferito di Mc. 3, 13-14: «ne scelse dodici per averli con sé»; sembra inoltre supporlo s. Pietro, quando, trattandosi di dare un successore a Giuda, suggeriva ch'esso venisse scelto fra quanti «sono stati uniti con noi per tutto quel tempo in cui fece la sua dimora tra noi il Signore Gesù, cominciando dal Battesimo di Giovanni sino al giorno in cui fu assunto da mezzo a noi, perché sia costituito testimone con noi della risurrezione di lui» (Act. 1, 21-22); a tale requisito appunto sembra alludere s. Paolo quando scrive: «Non sono io a.? Non ho veduto Gesù Cristo signor nostro?» (I Cor. 9, 1).

Nonostante tale discussione, però, molti autori si orientano nel senso che l'elezione e la missione immediata costituisca non solo il requisito fondamentale ma anche unico per l'apostolato. Rivendicano quindi questo requisito sia a Mattia (Act. 1, 25-26); sia a Paolo (Act. 9, 15; 22-15); sia a Barnaba (Act. 13, 2-4).

Tale missione degli a. è rivolta ad un duplice ufficio: uno straordinario, che doveva cioè cessare con gli stessi a., e che consiste nel continuare l'opera di Gesù nel porre, secondo il piano divino, le fondamenta della Chiesa, sopra l'unica pietra angolare, Cristo Gesù; l'altro ordinario, che doveva cioè trasmettersi ai successori degli a., e che consiste nell'essere l'autorità gerarchica nella Chiesa già fondata.

Illustrano la missione dei fondatori della Chiesa, tra gli altri, i seguenti testi della S. Scrittura: Mt. 16, 18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; Eph. 2, 20: «Voi siete... edificati sopra il fondamento degli a... essendo pietra maestra, angolare lo stesso Cristo Gesù»; Apoc. 21, 14, dove l'a. Giovanni, descrivendo la «nuova Gerusalemme» dice: «Il muro della città aveva dodici fondamenta, ed in essi i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello».

Riguardano invece la funzione di autorità gerarchica nella Chiesa, le parole rivolte da Gesù agli a.: «Tutto quello che legherete sulla terra, sarà legato anche nel cielo: e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche nel cielo» (Mt. 18, 18); tale funzione è inoltre indicata nelle parole che Gesù disse a Pietro, e, in unione e sotto la dipendenza di Pietro, a tutti gli a., di pascere cioè i suoi agnelli e le sue pecorelle (Io. 21, 15-17).

Connesse con l'ufficio di fondatori della Chiesa, sono le prerogative degli a., e cioè quei doni straordinari dei quali il Signore volle personalmente arricchiti gli a., perché fossero atti a compiere la grande missione che veniva loro affidata. Nella comune sentenza dei teologi, tali prerogative sono: la confermazione in grazia, per cui, dopo la discesa dello Spirito Santo, gli a. praticamente non potevano più commettere né alcun peccato grave, né alcun peccato veniale

del tutto deliberato; l'infallibilità personale, per cui, nella sua predicazione e nel suo insegnamento ciascun a. era immune da errore sia riguardo la dottrina da credere, sia riguardo le norme di vita morale da seguire; la giurisdizione universale con pienezza di poteri, per cui ogni a., senza pregiudizio del primato di Pietro, poteva dovunque fondare delle chiese, creare dei vescovi ed organizzare con piena autorità la vita religiosa. Se anche il carisma dell'ispirazione biblica sia da considerarsi come prerogativa dell'a., è incerto: lo affermano alcuni, ad es. U. Ubaldi, P. Schanz, J. M. Lagrange; lo negano i più, come I. B. Franzelin, F. Leitner, Ae. Dorsch, H. Hurter, C. Pesch, G. M. Perrella.

Sono in rapporto con l'ufficio ordinario di autorità gerarchica della Chiesa, i poteri degli a., e cioè quelle facoltà che essi ricevettero come pastori dei fedeli, e che trasmise ai vescovi che ordinarono. Essi riguardano la potestà: di insegnare (Mt. 28, 18, 20); di governare (Mt. 18, 17-18); di santificare specialmente con l'amministrazione dei Sacramenti (Mt. 28, 19; Lc. 22, 19; Io. 20, 21-23).

Come gli a. abbiano adempito la missione alla quale erano stati destinati, usando le proprie prerogative ed esercitando i poteri dati loro dal Signore, è messo in luce sia dagli Atti, sia dalle Lettere, sia dalla storia della Chiesa primitiva.

Per gli a. ed il deposito della Rivelazione, V. DOGMA, EVOLUZIONE del.

BIBL.: C. Pesch, De inspiratione Sacrae Scripturae, Friburgo in Br. 1906, pp. 611-36; Ae. Dorsch, Institutiones theologiae fundamentalis, II, Innsbruck 1914, pp. 52-79; H. Dieckmann, De Ecclesia, I, Friburgo in Br. 1925, pp. 197-271; J. Bairvel, Apôtres, in DThC, I, coll. 1647-60; G. M. Perrella, De apostolico et prophetico munere ut inspirationis et canoniciatis criteria, in Dixus Thomas, Piacenza, 35 (1931), pp. 49-61; 145-176; G. De Rosa, De Apostolatu quo canoniciatis et inspirationis criteriae animadversiones, ibid., 44 (1941), pp. 53-64.

Francesco Carpinio

GLI A. NELLA LETTERATURA POPOLARE. — Nella tradizione dei volghi corre tuttora una serie di brevi leggende, in prosa ed in una forma non fissa, fiorite intorno alle figure degli a., presentati, di regola, come gruppo indistinto che accompagna il Divin Maestro. Alcune riguardano in particolare l'a. Pietro ed anche la madre di s. Pietro. In questa specie di frammentario vangelo apocrifo popolare, trasmesso oralmente, i vari personaggi sono talvolta completamente travisati, e gli episodi acquistano un carattere quasi fiabesco. Vi s'introducono persino elementi di una rozza e ingenua comicità. La figura di questo o quest'altro a. compare anche in brevi canzoni lirico-narrative, che svolgono motivi leggendari intorno alla Sacra Famiglia.

Paolo Toschi

GLI A. NELL'ICONOGRAFIA. — La loro rappresentazione è uno dei temi prediletti già dell'arte paleocristiana, non solo come accessori insignificanti dei fatti di Gesù, ma anche come attori e figure principali. In questo caso essi compaiono o individualmente o in gruppo. Rimandiamo altrove la figurazione di singoli a. individuabili.

Gli a. sono rappresentati collegialmente spesso dall'inizio del sec. IV in poi. Gesù è sempre fra loro, talora in simbolo (croce, agnello), ordinariamente reale, o in cattedra o sul sacro monte, in atto di istruirli o di inviarli ad evangelizzare il mondo (traditio legis, traditio clavium), o nel gesto solenne della Maestus. Perciò si trovano indifferentemente tutti seduti in cerchio (arte catacombale), ovvero ritti sopra una linea (fronti di sarcofagi) e sogliono tenere in mano il volumen. Più rare sono disposizioni straordinarie do-

vute alla natura del campo, ad es. gli a. disposti in cerchio attorno al busto di Gesù (su fondo di bicchiere), ovvero la figurazione simbolica per mezzo di dodici agnelli, colombe e fin dodici astri talora congiunti con la rappresentazione reale delle persone. Una singolarità spiccata è data dalle pitture dell'ipogeo degli Aureli (Roma), sia per l'età notevolmente anteriore al IV sec., sia perché gli a. vi sarebbero rappresentati senza Gesù, tanto in collegio come a singoli individui.

Gli a. come gli altri personaggi biblici sono tutti ugualmente presentati in tunica e palio, quasi sempre sbarbati, senza alcun elemento fisionomico caratteristico, eccetto che per Pietro e Paolo i due capifila, dal IV sec. e non molto dopo Andrea (i capelli arruffati). Quando si vollero distinguere si scrisse semplicemente su ciascuno il suo nome. Allora appare che nei dodici si suole mettere Paolo al posto di Mattia; però talora essi comprendono anche i due evangelisti Marco e Luca sostituiti a Taddeo e un Giacomo. Questa lista che si trova già in un sarcofago di Arles e poi nel mausoleo di Teodorico a Ravenna divenne poi stereotipa nell'arte greca medievale, mentre in Occidente si adoperò l'altra lista, che era quella del Communicantes nel Canone della Messa.

Col progredire del medioevo ai temi antichi già accennati si vengono ad aggiungere quelli dell'Ascensione, della Pentecoste, dell'ultima Cena, della dormitio Virginis e più tardi quello del giudizio finale e della separazione degli a. o divisione del mondo, e tali restano anche quelli noti all'arte del rinascimento. Singolare del tutto e molto usata oltr'Alpe è la rappresentazione dei dodici articoli del simbolo per mezzo dei dodici a., spesso accoppiati ai dodici profeti. I posti preferiti per il Collegio Apostolico sono quelli arcuati o concavi, come le absidi e le cupole; in modo particolare i grandi portali delle chiese romaniche e gotiche.

Durante il medioevo si vanno anche formando lentamente (con influenze degli Atti apocrifi) le caratteristiche personali di ciascuno dei dodici, così che intorno al sec. x in Oriente, e nel xiv in Occidente ognuno è ormai riconoscibile nella serie. La principale differenza si ha nella figura giovanile che l'Occidente dà a s. Giovanni, mentre l'Oriente vede in lui il Grande Vecchio dell'Apocalisse.

BIBL.: G. A. Martigny, Apôtres, in Diction. des Antiquités chrétiennes, 3ª ed., Parigi 1890, pp. 52-54; F. H. Krüll, Apostel,

in F. X. Kraus, Real-Encyhl. der christlichen Altertümer, I, Friburgo in Br. 1882, pp. 64-68; J. Ficker, Die Darstellung der Apostel in der altchristlichen Kunst, Lipsia 1887; T. E. Weis-Liebersdorf, Christus- und Apostelbilder, Friburgo in Br. 1902; G. de Jerphanius, Quels sont les douze apôtres dans l'iconographie chrétienne, in Recherches de science religieuse, 10 (1920), pp. 358-67; K. Künste, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 93-102; L. Bréhier, L'art chrétien. Son développement iconographique, 2ª ed., Parigi 1928, passim; H. Hermann, Jünger u. Apostel (Der Bilderkreis, 12), Friburgo in Br., s. a. Antonio Ferrua

LETTERA DEGLI A. - Apocrifo, di cui il titolo e l'estensione sono incerti. Il nome Epistola Apostolorum - probabilmente attestato dalla traduzione latina - conviene solo ai primi 12 capitoli. Seguono colloqui di Gesù risorto con i suoi discepoli.

Quanto all'estensione, il testo etiopico è più lungo del testo copto, e nella traduzione latina il cap. 17 segue al cap. 13. Nel testo pubblicato da C. Schmidt c'è certamente una lacuna fra i capp. 14 e 15 (cf. H. Lietzmann, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 20 [1921], p. 175). Il lungo testo etiopico esiste solo in codici del sec. XVIII ed è preceduto da una Apocalisse di Gesù e dai due primi libri del Testamentum Domini, compilazione siriana di di-

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(fot. Alinari) APOSTOLI - La navirella di s. Pietro sbattuta dalla tempesta. Affresco di Andrea Bonaiuti (sec. XIV). Firenze, S. Maria Novella, Cappellone degli Spagnoli.
ritto ecclesiastico; fu pubblicato da L. Guerrier: PO 9, 3. Il papiro copto fu scritto verso il 400 d. C. I frammenti della traduzione latina (cod. Vindob. 16, olim Bobiensis) sono, secondo Bick, del sec. v (cf. Sitzungsberichte d. Wiener Akademie, CLIX, 7), secondo E. Hauler (Wiener Studien ecc., 30 [1908], p. 308 sg.) del sec. VI, e sono trasmessi insieme all'Apocalisse di Tommaso.

La prima parte (l'Epistola) contiene al cap. 2 un'interessante lista dei nomi degli apostoli (cf. K. Lake, in Harvard Theol. Review, 14 [1925], p. 95), al cap. 4 una citazione dell'apocrifo Vangelo di Tommaso (o Ps.-Matteo, cf. C. Schmidt, p. 226 sg.), menziona al cap. 7 Cerinto e Simon Mago, senza però fare chiari accenni alle loro eresie; i capp. 9 e segg. contengono un racconto apocrifo della risurrezione di Cristo (cf. A. Harnack, in Theologische Studien für Bernhard Weiss, Gottlinga 1897, p. 3 agg.; A. Baumstark, Hippolyta und die ausserkanonische Evangelienquelle des äthiopischen Galiläa-Testaments, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 15 [1914], pp. 332-35). Nel cap. 11 c'è probabilmente una citazione dal Vangelo degli Ebrei.

Nella seconda parte, il cap. 13 racconta la discesa di Cristo dai cieli in forma di angelo. Durante il suo soggiorno in terra gli arcangeli servono invece di lui all'altare del Padre. Il tema dell'assimilazione di Cristo agli angeli è di origine gnostica (cf. Jos. Barbel, Christos Angelos, Bonn 1941, p. 236 agg.), ma fu introdotto da Origene nella teologia della Chiesa. Era Cristo che, secondo il cap. 14 appariva a Maria sotto la forma di Gabriele. Il cap. 15 racconta

come un apostolo è liberato dalle carceri per mezzo di Gabriele - questa volta distinto da Cristo - per poter assistere alla commemorazione della morte di Gesù. Si tratta probabilmente del racconto di Act. 12, 2 sgg., ma così modificato, che sembra doversi supporre un apocrifo (diversamente Schmidt, p. 247), forse i vecchi Atti di Pietro. Il cap. 17 reca: il Padre (!) ritornerà dopo 120 anni. L. Gry ha provato (Revue Biblique, 49 [1940], p. 86 sg.) che l'indicazione «fra Pasqua e Pentecoste», come la data «120 anni», vengono da fonti giudiziche. Una datazione giudaica della fine del mondo è adottata per dature il ritorno di Gesù; ma per una fissazione cronologica dell'Epistola ciò non dà nessun contributo. Le varie domande dei discepoli, che seguono, sono di minore interesse: traspare la mentalità del cristianesimo egiziano, come prova anche una frase liturgica (cap. 21) che si trova nella liturgia di s. Marco. Questi capitoli riflettono un'epoca più recente; ad es., gli Apostoli, e non Anania, battezzano Paolo dopo la sua conversione (cap. 31): difficoltà giuridica (Anania non aveva il diritto di battezzare) che è espressa in Constit. apost., VIII, 46, 17 (ed. F. X. Funk, Didaccolia et Const. apost., I, Paderborn 1905, p. 562, r. 21 sgg.).

Si trova dunque materiale antico nella prima parte, mentre la seconda è più recente. La prima parte deve risalire a prima del sec. v, in quanto si tratta soltanto di citazione; l'intero scritto è compilazione molto più recente. La fisionomia letteraria del compilatore non è riconoscibile.

BIBL.: C. Schmidt, Gespräche Jesu mit seinen Jüngern nach der Auferstehung (Texte u. Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, 3ª serie, 13), Lipsia 1919; cf. la recensione di G. Bardy a Gespräche Jesu mit seinen Jüngern nach der Auferstehung (di P. Lacau, C. Schmidt, J. Wajnberg, Lipsia 1919) in Revue Biblique, 4 (1921), pp. 110-34; E. Amann, La Lettre des Apôtres, in DBs, I, coll. 223-25. Trad. tedesca di H. Duensine, Epistola apostolorum (Kleine Texte für Vorlesungen und Übungen, 62), Bonn 1925. L'ipotesi di J. de Zwaan (in Amicitiae Corolla for Rendel Harris, ed. H. G. Wood, Londra 1933, p. 344 sg.), che il sirisco sarebbe la lingua originale, è priva di fondamento. Erik Peterson
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“APOSTOLI (GR. ἈΠΌΣΤΟΛΟΣ «INVIATO», DA ἈΠΟΣΤΈΛΛΩ).” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 996. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/apostoli-gr-apostolos-inviato-da-apostello.