APOSTOLI (GR. ἈΠΌΣΤΟΛΟΣ «INVIATO», DA ἈΠΟΣΤΈΛΛΩ)

APOSTOLI (gr. ἀπόστολος «inviato», da ἀποστέλλω). - Titolo dei dodici collaboratori scelti da Gesù, che affidò loro il proseguimento e il completa mento della sua missione redentrice (Mt. 28, 18-20; Io. 15, 16). Così Gesù chiamò «i dodici» (Mc. 3, 14; Mt. 10, 1), che scelse tra un numero imprecisato di discepoli (Lc. 6, 13). I «dodici» era una denominazione fissa: Mc. 6, 7 (Lc. 9, 1); Mt. 10, 5; 20, 17; 26, 14, ecc.; Act. 6, 2; ciò è provato soprattutto da I Cor. 15, 5, dove Paolo parla delle apparizioni del Risorto ai «dodici».

Si tratta di una tradizione che viene da Gerusalemme. Il numero fisso risulta anche da Act. 1, 15 sgg., ove si narra l'elezione di Mattia al posto di Giuda, e così «gli undici» (Mt. 28, 16; Mc. 16, 14; Lc. 24, 9, 33; Act. 1, 26) diventano di nuovo «i dodici». Non è possibile spiegare la formazione del gruppo dei dodici, con uno sviluppo storico posteriore alla vita terrestre di Gesù. Gesù stesso ha voluto «i dodici», scelti, come risulta da Mt. 19, 28 (cf. Lc. 22, 30).

«per sedere sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele» al glorioso ritorno del Figlio dell'uomo. I «dodici» parteciperanno dunque alla funzione giudiziale del «Figlio dell'uomo» su Israele, anche loro saranno, come Lui, rivelati in gloria; si può interpretare la parola greca (σφέλεια) anche in senso di governo (cf. Mt. 19, 21, e Apoc. 20, 4). Questo avvenire glorioso dei «dodici» è il premio per i sacrifici che fanno ora, abbandonando tutto e seguendo Gesù (Mt. 9, 27, 29); essi che perseverano con Lui nelle tribolazioni avranno parte al suo regno e mangeranno e berranno alla sua mensa (Lc. 22, 28 sg.). Giovanni vede (Apoc. 21, 14) il muro della nuova Gerusalemme «che aveva dodici fondamenti e sopra quelli erano i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello». La scelta dei «dodici» ha dunque stretti rapporti con la dottrina escatologica di Gesù. Far parte dei «dodici» significa: abbandonare tutto, essere con Gesù nelle sue tribolazioni per diventare, partecipando al suo giudizio e al suo regno, fondamento di una nuova città. Dal fatto che «i dodici» sono messi in rapporto col Figlio dell'uomo, risulta che il concetto dei «dodici» faceva parte della più antica dottrina della comunità di Gerusalemme. Non può quindi sorprendere che anche i giudeo-cristiani mettano «i dodici» in rapporto con le dodici tribù d'Israele. In un frammento del Vangelo usato presso gli Ebioniti, dice Gesù: «Voglio che voi siate i dodici a. per testimoniare su Israele» (s. Epifanio, Haer., 13, ed. K. Holl, I, Lipsia 1915, p. 350, rr. 1-2); cf. Pseudo Clemente, Recog., I, 40; Epist. Barnabae, 8, 3: «essendo dodici per testimoniare sulle tribù». Secondo Praxis Pauli (ed. C. Schmidt, Amburgo 1936, p. 60, 34), «i dodici» sarebbero stati scelti dalle dodici tribù.

Gesù stesso diede il titolo di a. ai «dodici» (Lc. 6, 13; vari manoscritti in Mc. 3, 14). Naturalmente la scelta dei «dodici» non coincide con la loro missione di a.

Per la loro funzione escatologica, «i dodici» ricevono l'incarico di rendere testimonianza «sulle dodici tribù d'Israele» (Epist. Barn., 8, 3; cf. Mc. 6, 11 e Lc. 9, 5; Mt. 13, 9 e parallel.). Questo primitivo concetto di a. rimane dunque legato ad Israele. L'a. è l'annunciatore del vicino regno di Dio (Mt. 10, 7; Lc. 10, 9) in Israele (Mt. 10, 5 sg.) mandato da Gesù. Partecipa alle sofferenze del Figlio dell'uomo per essere alla fine glorificato con Lui. Le privazioni che sono imposte ai «dodici» da Gesù sono la mancanza di una dimora fissa, l'abbandono della famiglia, la povertà; le loro sofferenze trovano il loro colmo nell'arresto (Mc. 6, 7; Mt. 10, 17; Lc. 9, 1 sg.) e nella morte.

È dunque ben fondata la convinzione cattolica, che l'a. sia il modello dell'asceta e del martire. Ma l'a. è anche il grande taumaturgo. Secondo Mc. 6, 7 (cf. 3, 15), «i dodici» ricevono potestà sugli spiriti immondi (Mt. 10, 1; Lc. 9, 1). La vicinanza del regno di Dio non si esprime soltanto in un annuncio, ma anche nella sconfitta delle forze demoniache nel mondo, come d'altra parte il semplice saluto di pace, dato dai «dodici» a quelli che accettano il loro annunzio, si trasforma in benedizione (Mt. 10, 13; Mc. 6, 10; Lc. 9, 4 sg.). Così, salute o rovina sono legati alla presenza dell'a. come a quella di Gesù stesso.

Lc. conosce (10, 1-16) anche una missione di 70 (72) DISCIPOLI (v.); l'orazione di Gesù diretta qui ai «settanta», è in Mt. invece diretta ai «dodici» come risulta d'altronde da Lc. stesso nella sua ricapitolazione (22, 35).

La posizione dei 70 (72) discepoli non è chiara; i loro nomi non sono dati; Eusebio, Hist. ecc., I, 12, 1, dice che il loro catalogo non si è conservato. In ogni modo, il nome a. non è concesso loro da Lc., benché si potesse pensare che i settanta corrispondessero ai 70 (72) popoli del mondo (Gen. 10) e che in loro la propaganda fra i Gentili fosse predisposta. I «settanta» vanno, come «i dodici», agli Ebrei, e secondo Lc. 22, 47 (cf. Act. 1, 8) la missione fra i Gentili è affidata ai «dodici» e non ai «settanta». Più tardi Tertulliano, Adv. Marcion., IV, 24 (ed. E. Kroymann, III, Vienna-Lipsia 1906, p. 499, r. 23), li chiama «apostoli» mentre è incerto se anche Ireneo, II, 32, 4, li abbia messi fra gli a.

Il termine a. è dunque connesso coi «dodici», senza però che i due concetti coincidano completamente. L'espressione a. è più formale, mentre il concetto dei «dodici» è ricco di evocazioni.

Una nuova fase nella storia dell'a. comincia con la risurrezione di Gesù. Gli a. diventano testimoni della risurrezione di Cristo (Lc. 24, 49 e 46; I Cor. 15, 8 sg.), ma non tutti i testimoni della risurrezione diventano a., né i 500 fratelli, né le donne. Ciò è chiara prova del fatto, che il termine a. esisteva anteriormente alla risurrezione di Cristo (rimane dubbio se Giacomo, fratello di Gesù, fu collocato fra gli a.). L'a. che era una volta un nunzio fra gli Ebrei, diventa ora il missionario del mondo; la potestà sui demoni, la possibilità di sanare gli ammalati si estende su tutto l'abitato umano («miracoli dell'a.»: II Cor. 12, 12) insieme con la predicazione.

L'obbligo di rendere conto del lavoro apostolico (Mc. 6, 30; Lc. 9, 10; 10, 17) viene ora fissato per la seconda venuta di Cristo (I Cor. 4, 4; Phil. 1, 6. 10 sg.). Con l'ascensione di Gesù gli a. diventano anche i vicari di Cristo in un senso più concreto di prima (Lc. 10, 16; Mt. 10, 40; Io. 13, 20; 17, 18; cf. I Clem., cap. 42, ecc.). Perciò istituiscono i diaconi (Act. 6, 1-6) ed i presbiteri (Act. 14, 23; cf. 15, 4. 6. 22 sg., ecc.). L'a. aduna accanto a sé i suoi presbiteri o vescovi (Act. 20, 17. 28). Alcuni protestanti riconoscono che gli a.

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Apostoli - Cristo tra i dodici A. Sarcofago (sec. vi) - Rignieux-le-Franc.

"per sedere sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele" al glorioso ritorno del Figlio dell'uomo. I "dodici" parteciperanno dunque alla funzione giudiziale del "Figlio dell'uomo" su Israele, anche loro saranno

sono la fonte della gerarchia della Chiesa; ad es. W. Mundle, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 27 (1928), p. 41, parla di «successione apostolica», mentre altri (ad es. K. H. Rengstorf) la tacciono.

Luca, che pure è discepolo di Paolo, il quale non faceva parte dei «dodici», insiste molto sull'attività di questi negli Atti degli A. Sono «i dodici» che controllano da Gerusalemme la missione cristiana. Pietro e Giovanni ispeziano la missione in Samaria (8, 14 sg.); il movimento in Antiochia viene controllato da Barnaba, che viene da Gerusalemme (11, 22). Pietro (11, 1 sg.; 12, 17 e 15, 22) e anche Paolo (9, 26 sg.; 11, 30; 15, 1 sg.; 18, 22; 21, 15 sg.) ritornano sempre a Gerusalemme. Questo non vuol dire che «il collegio» dei «dodici» risieda sempre a Gerusalemme, come vorrebbe K. Holl. Pietro e Giovanni svolgono la loro attività anche fuori di Gerusalemme (8, 14; 9, 32 sg.; 10, 1 sg.; 12, 17); Paolo (1 Cor. 9, 5) conosce l'attività missionaria non solo di Pietro e degli altri a, ma anche dei «fratelli del Signore».

Il numero dei «dodici» non era considerato indispensabile: dopo la morte di Giacomo, fratello di Giovanni (Act. 12, 1), non fu eletto al suo posto nessun altro a. La posizione di Giacomo «fratello del Signore» non è chiara per noi. Sembra che fosse a Gerusalemme tra gli a. (Gal. 1, 19). E. Lohmeyer (Galilaea und Jerusalem, Gotting 1936) ritiene che fosse il capo di quei giudeo-cristiani che si erano recati dalla Galilea, prima o dopo la morte di Gesù, a Gerusalemme.

K. Holl, nella sua famosa prolusione Der Kirchenbegriff des Paulus in seinem Verhältnis zu dem der Urgemeinde (Sitzungsberichte d. Berliner Akademie, 1921, p. 920 sg.; Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II: Der Osten, Tubinga 1928, p. 44 sg.) ha mantenuto la tesi che la comunità di Gerusalemme aveva, sotto il regime dei «dodici», una gerarchia di diritto divino (p. 54) e che Gerusalemme era considerata centro della Chiesa intera (p. 55 sg.; cf. p. 61 sg.). La sua tesi è assai oppugnata (anche da K. H. Rengstorf e W. Mundle), ed è insostenibile dal punto di vista cattolico. Forse il giudeocristianesimo in Palestina dopo la morte di Gesù si organizò, imitando alcune forme del vecchio giudaismo (Sindario, emissari nella diaspora, imposte); ma il concetto evangelico dell'apostolato trascendeva questa organizzazione.

L'apostolato creato da Gesù era universale e, mediante la successione apostolica, perpetuo; nel campo della dottrina trasmetteva la dottrina del Maestro; dopo l'assessione di Cristo, provvedeva al governo dei fedeli con prescrizioni nel campo disciplinare e dogmatico (Act. 15).

Accanto a quello dei «dodici» l'apostolato di s. Paolo appare diverso; Epifanio (Haer., I, ed. Holl, p. 232, 10 sg.) mette Paolo fuori dei «dodici» e fuori dei «settanta». In Galazia il suo diritto di nominarsi a fu messo in dubbio, probabilmente perché la comunità cristiana di Antiochia l'aveva mandato (Act. 13, 1 sg.). Paolo replicò sottolineando che non era a, per iniziativa di uomini, ma per Gesù Cristo e Dio Padre, che l'ha risuscitato dai morti (Gal. 1, 1).

Esser mandato da Cristo era elemento fondamentale nel concetto dell'apostolato; aggiungendo «e Dio Padre», Paolo dà al suo apostolato un colore speciale. Non può pretendere di essere stato con Gesù durante la sua vita terrestre, come è richiesto per l'a. in Act. 1, 21 sg. (cf. Mc. 3, 14), ma può affermare di aver visto Gesù (I Cor. 9, 1) e di essere come gli altri testimone della sua risurrezione (I Cor. 15, 5-8). Paolo non è stato istruito da altri uomini, ma da Cristo stesso (Gal. 1, 13); né parla di Anania che l'aveva battezzato (Act. 9, 18; 22, 16), né gli Atti parlano di una istruzione da parte di Anania. I miracoli degli Atti, non gli mancano (Gal. 3, 5; II Cor. 12, 12; Rom.

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(1) I'wit. C'wum. d'Arch. Sacra)
Apostoli - Cristo tra i dodici A. Affresco (sec. iv) - Roma, Cimitero dei Giordani.

15, 18), né le privazioni e le sofferenze apostoliche (II Cor. 6, 3 sg.; 11, 23 sgg.), né le visioni e rivelazioni (II Cor. 12, 1 sg.). Paolo è dunque un a. come gli altri. Lui e Barnaba sono stati dai Tre, cioè Giacomo, Cefa e Giovanni, riconosciuti nel loro diritto di andare verso i Gentili (Gal. 2, 9), ma il testo non dice direttamente che furono riconosciuti come a., o meglio, in che senso fu interpretato il loro apostolato.

La denominazione a. fu aggiunta da Gesù al concetto dei «dodici». Gesù, parlando aramaico, si è certamente servito di una parola aramaica. Nella Chiesa siriaca l'a. viene denominato *šelīhā*, parola corrispondente nella letteratura rabbinica a *šaltah* (K. H. Rengstorf, p. 414), in aramaico *šelīhā* (cf. s. Girolamo, *In Gal. 1, 1*: PL 26, 335). I rabbini mandati dalla centrale di Gerusalemme per raccogliere elemento o per visitare la diaspora ricevono la denominazione *šelīhīm*. Un tale emissario (*šaltah*) era anche Paolo, quando fu mandato a Damasco (Act. 9, 1 sg.); ma il missionario giudicato non porta mai questo nome (Rengstorf, p. 418 sg.).

In questo vecchio senso anche gli «a. delle chiese» che portano l'elemosina per i santi a Gerusalemme (II Cor. 8, 23), o Epafrodito che vince come «a.» dei Filippesi a Paolo sono *šelīhīm*. Difficile è in Rom. 16, 7 il titolo «a.» dato ad Andronico e Giunia. Se la parola «a.» in senso religioso era connessa coi dodici, come possono questi due sconosciuti dirsi «missionari cristiani»? (Rengstorf, p. 422, 33 sg.; H. Lietzmann, *An die Römer*, 4a ed. Tubinga 1933, p. 24). Sembra che anche qui ricorra il senso giudicato di *šelīhīm* «emissari», come per i due (Timoteo ed Erasto) in Act. 19, 22.

L'affermazione, che «a.» sia stato un nome per designare il «missionario» (così A. Wikenhauser, in *Reallexikon für Antike und Christentum*, I, Lipsia 1942, p. 554) non sembra fondata. La parola «a.» come traduzione di *šaltah* «emissario» si trova anche in testi giudaici (da Wikenhauser ciò è a torto negato, *loc. cit.*, p. 555): cf. CIL, IX, 648, 622o (J. B. Frey, *Corpus inscriptionum judaicarum*, I, Roma 1936, p. 438 sg., n. 611 [Venosa]). L'iscrizione parla di «duo apostoli et duo rebbites». Il Codice Teodosiano menziona in una legge del 399 (in XVI, 8, 14) funzionari, «quos ipsi apostolos vocant, qui ad exigendum aurum atque argentum a patriarchar ceto tempore diriguntur». Eusebio, *Comm. in Is.*, 18, 1: PG 24, 213 sg., conosce a. giudaici che portano lettere enciclliche delle loro autorità, anche per combattere la missione cristiana. La notizia di Eusebio è confermata da Epifanio, *Haer.*, 30, 4, 2, ed. K. Holl, CB, XXV, p. 338, 21 sg. (cf. 4, 11), che li mette in stretti rapporti col patriarca giudaico (cf. s. Girolamo, *In Gal.*, 1, 1: PL 26, 335). J. B. Frey trova difficile ammettere tale interpretazione per l'iscrizione di Venosa (*loc. cit.*, pp. cx e 439), ma non pare plausibile il suo scetticismo (la data: IX sec., di Lietzmann, non sembra fondata).

Per le leggende e gli *apocrifi*: V. le voci dei singoli a.; per i nomi degli a., V. *CATALOGO DEGLI A.*

Bibl.: W. Seufert, *Der Ursprung und die Bedeutung des Apostolats in der christlichen Kirche*, Leida 1887; P. Batiffol, *L'Apostolat*, in *Revue Biblique*, nuova serie, 3 (1906), p. 520 sg.; R. Schütz, *Apostel und Jünger*, Giessen 1921; F. Haase, *Apostel und Evangelisten in den oriental. Überlieferungen*, Monaco 1922; A. Harnack, *Die Mission und Ausbreitung des Christentums in den ersten drei Jahrhunderten*, I, 4a ed., Lipsia 1923; I. Wagenmann, *Die Stellung des Apostels Paulus neben den Zwölfen in den ersten zwei Jahrhunderten*, Giessen 1926; R. Harris, *The twelve Apostles*, Cambridge 1927; A. Médebielle, s. V. in DBs. I, col. 533 sg.; K. H. Rengstorf, *In Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament*, I, Stoccarda 1932, pp. 406 sg.; K. Lake, *The beginnings of Christianity*, parte I, V Londra 1933, pp. 37 sg.; G. Sass, *Apostolat und Kirche. Eine theolog.-exeget. Untersuchung des paulinischen Apostelbegriffs*, Monaco 1930; M. Gogue, *Resurrection et apostolat*, in *Rev. d'Hist. des Rel.*, 123 (1941), p. 27 sg. – Sull'a. nel giudaismo: S. Krauss, *Die jüdischen Apostel*, in *Rev. Quart. Rev.*, 17 (1905), p. 370 sg.; J. Juster, *Les Juifs dans l'Empire romain*, Parigi 1914, I, p. 385 sg.; II, p. 287 sg.; H. Vogelstein, *The development of the apostolate in Judaism and its transformation in Christianity*, in *Hebrew Un. College Annual*, 2 (1925), pp. 99 sg.; H. L. Strack-P.

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Apostoli - Cristo tra i dodici A. Musaiço (2a metà sec. iv) - Milano, S. Lorenzo.

postoli - Cristo tra i dodici A. Musico (2ª metà sec. IV) - Milano, S. Lorenzo.**

Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, 111, Monaco 1926, p. 2 sq. — Per le narrazioni apocrife e per le leggende riguardanti gli a.: R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichte und Apostellegenden, 3 voll., Braunschweig 1883-90; R. A. Lipsius-M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, Lipsia, I (1896) e II (in due parti, 1893 e 1903); Th. Schermann, Protheten- und Apostellegenden (Texte u. Unters., 31, 111). Lipsia 1907.