PAOLINO, vescovo di NOLA, santo. - Meropio Ponzio P., n. a Bordeaux da illustre famiglia romana
e cristiana nel 352, m. a Nola il 22 giugno 431. Compì gli studi di retorica a Bordeaux sotto insigni maestri, tra i quali il poeta Ausonio, a cui rimase legato da affettuosa amicizia. Per le sue doti di ingegno, le grandi ricchezze e le numerose protezioni, percorse con fortuna la carriera politica: fu console nel 378 e governatore della Campania nel 379.
Ma P. era tratto, come Prudenzio, piuttosto alla vita contemplativa e a dare al suo cuore un conforto per il senso vivo che ebbe della fugacità della vita e della inutilità delle cose terrene. Egli perciò distribuì il suo vasto patrimonio ai poveri e visse nella preghiera e nella penitenza, in casta unione con la moglie Terasia, dapprima in Spagna e poi a Nola, presso la tomba del suo protettore s. Felice, a cui fece innalzare, con il resto del suo patrimonio, una basilica. Abbandonò anche, con vivo disappunto di Ausonio che aveva riposto nel giovane discepolo molte speranze, ogni profana attività letteraria per rivolgere la sua musa all'unico scopo della sua vita: la celebrazione del cristianesimo. Vescovo nel 409, esplicò con sommo zelo il suo apostolato fino alla morte.
P. occupa un posto di notevole importanza nella storia della poesia cristiana antica, perché contribuì all'assimilazione della letteratura classica, portata a compimento nel sec. v, anche per opera di quei poeti che, come P., vedevano in essa solo un nemico da combattere.
Avverso ormai all'arte dei retori e alle finzioni dei poeti, che «riempiono il cuore di cose vane e bugiarde», volle dare come contenuto alla poesia «la verità», cioè la ricerca di Dio, e come scopo si prefisse di «ammastrare i cuori degli uomini con la dolcezza», armonizzando la propria arte con la parola di Dio «unico arbitro e modellatore di ogni armonia».
Nonostante gli errori teorici, dovuti soprattutto all'antico pregiudizio che separava la forma dal contenuto, P. occupa un posto assai notevole quale poeta cristiano: la sua nativa, semplice religiosità, la sua incantata fede nel soprannaturale, i suoi trepidi abbandoni a Cristo nella paura dell'oltretomba, il suo alto spirito di amore e di carità, danno ai suoi versi una fluida e limpida intimità, che manca perfino al più grande dei poeti dell'antica latinità cristiana.
Le cinquanta lettere, unica documentazione dell'attività di P. prosatore, destano vivo interesse storico, inviate come sono per lo più ad insigni personaggi quali Agostino, Martino di Tours, Sulpicio Severo, ecc., e ricche di notizie sulla vita religiosa e liturgica del tempo, ma non reggono al confronto della prosa cristiana che, con Girolamo ed Agostino, dava così luminosi esempi.
La conversione, nonostante le preoccupazioni teoriche, ha reso più coerente e più caldo il mondo poetico di P.: di questo i Carmina natalicia, che il poeta compose a partire dal 395 per celebrare il 14 genn., anniversario della morte di s. Felice, sono opere di fresca e fluida poesia. Furono scritti uno ogni anno, e dovettero quindi essere di più dei 14 che si posseggono (l'ultimo di essi, secondo il Fabre, risale al 409), poiché P. continuò fino alla morte, avvenuta nel 431, a celebrare ogni anno la vita e i prodigi del Santo, lo splendore della Basilica da lui stesso innalzata, il grande concorso di popolo festante.
Opera varia, ricca di motivi complessi, riporta l'eco di vicende tristi e liete che si svolsero in Italia alla fine del sec. IV e all'inizio del sec. V. Giunge in essa fra l'altro l'eco paurosa dell'avvicinarsi dei Goti e di Alarico, e la fiducia grande che il vescovo ripose nel suo Santo, che avrebbe certamente salvato l'Italia dagli invasori, e che avrebbe ottenuto da Dio, così com'era narrato nell'Antico Testamento, «di fermare il sole e la luna» per dar modo ai Romani di compiere la propria vittoria.
Quanto agli altri Carmina, bontà e dolcezza dominano nel X e XI, rivolti nel 410 al maestro Ausonio, accorato per l'abbandono del discepolo. Cristo - scrive P. - non rompe gli affetti, ma li rende più sacri, poiché tutti i valori umani acquistano in Cristo una profondità ignota
al mondo pagano. Si pone fra i migliori carmi il Propempticon (carme 17), rivolto al vescovo di Remesiana, che era venuto sulla tomba di s. Felice dalla remota Serbia: le strofe saffiche si piegano a cantare con composta fluidità, raramente offuscata da impacci, l'intima dolcezza dei sentimenti di P.
Anche nell'epitalamio per le nozze di Giuliano e Tizia (carme 15), P. riesce a cristianizzare, senza far sentire il peso degli artifici, l'antico genere pagano, sostituendo, con naturale spontaneità, agli antichi dei protettori delle nozze, a Cupido, a Giunone ed a Venere, Cristo, che ha trasformato il vincolo coniugale in una pudica fonte di pietà e di consolante pace spirituale.