INTERCESSIONE

INTERCESSIONE. - In senso teologico significa l'intervento di una creatura presso Dio per ottenere da lui favori a pro di un'altra crea-tura. Svolgendosi tutta sul piano dei rapporti tra Creatore e creatura, l'ì. ha necessariamente per oggetto primario i beni che interessano essenzialmente questi rapporti, ossia quelli d'ordine spirituale, gli altri, i beni temporali, non entrandovi che subordinatamente al fine primordiale. Sole e tutte le creature che non hanno ancora raggiunto lo stato definitivo immutabile dei loro rapporti con Dio possono essere soggetto d'ì.; onde ne sono esclusi tutti e soli i beati in cielo e i dannati nell'inferno.

Ogni i. preghiera (v.) di domanda a Dio; ma talvolta essa poggia unicamente su questa, ed è detta allora i. imperatoria; talaltra invece è accompagnata anche dall'offerta di opere meritorie soddisfattorie, come mortificazioni volontarie, accettazione di dolori in spirito di penitenza, offerta della vita, elemosine, che il dogma cattolico insegna essere possibile, entro certe condizioni, fare a vantaggio altrui (v. SODDISFAZIONE VIGARIA), e in questo caso l'ì. è soddisfattoria e può essere fatta solo dai vivi su questa terra e in stato di Grazia. L'efficacia dell'ì. segue le leggi dell'efficacia della preghiera e della soddisfazione.

La possibilità e la realtà effettiva dell'ì. nel dogma cattolico palesa massimamente l'aspetto comunitario dei nostri rapporti con Dio, per cui le creature, in questi stessi rapporti, non sono come atomi indipendenti gli uni dagli altri, ma sono tra loro solidali. Tale legge Dio ha voluto liberamente osservare nel suo intervento nel mondo, mirando non solo a trarre a sé un certo numero d'individui, ma a fondare una città, un regno, in cui ogni individuo sia interessato e solidale con la sorte degli altri. Così la sorte e l'attività degli angeli, buoni o cattivi, non è indifferente a nessun individuo umano, né la sorte di un qualsiasi individuo umano è indifferente agli angeli; così ogni individuo umano nella sua caduta è in qualche modo solidale con Adamo e con gli altri peccatori, e maggiormente ancora, nel suo ritorno a Dio, egli è solidale con Cristo, ai cui benefici, per altro, egli in qualche modo non partecipa che dipendentemente dai suoi rapporti con quella società umano-divina che è la Chiesa, le cui fasi di sviluppo e i cui membri, in terra, in purgatorio, in cielo, sono in comunione di vita soprannaturale con Cristo e tra loro (v. COMUNIONE DEI SANTI). L'ì. nel dogma cattolico è una manifestazione particolare di questa legge generale della salvezza in comunità: tra i modi di accedere i suoi benefici alle creature, Dio, in virtù di quella legge, ha previsto e voluto sin dall'eternità quello di accordarli per i. di un'altra creatura, appunto perché ogni creatura in Cristo e per Cristo è e si senta unita a tutte le altre nelle sorti del regno. Le creature interceditrici sono: Cristo, gli angeli e i santi, specialmente Maria S.ma, gli uomini su questa terra, le anime del purgatorio.

Cristo in quanto uomo, IPOSTASI (v.) della sua natura umana nella persona del Verbo, non solo ha presso Dio un potere d'ì. d'infinita estensione ed efficacia, perché ha meritato ogni grazia in rigore di stretta giustizia, ma è beni in senso proprio unico mediatore tra Dio e gli uomini e unica via che conduce al Padre (I Tim. 2, 5; Io. 14, 6; Mt. 11, 27; Rom. 5, 1; 12, 24; Hebr. 10, 19-25; Act. 4, 12), onde qualsiasi altra i. presso Dio per gli uomini, dopo il peccato originale, va intesa come subordinata e dipendente da questa suprema mediazione di Cristo, e ogni grazia loro accordata da quel momento, come accordata in ultima istanza per i suoi meriti. Quindi è che tutte le altre i. essendo subordinata alla sua suprema mediazione e da essa traendo la loro efficacia, non derogano a questa, e tanto meno la soppiantano (Denz-U, 984), ma ne sono un frutto e una glorificazione. Ed è per questo che ogni domanda che la Chiesa rivolge a Dio nella liturgia, sia pur invocando l'ì. di altri santi, viene fatta sempre e per Gesù Cristo nostro Signore. Cristo stesso, sin dal primo istante della incarnazione,

sommo sacerdote tra Dio e gli uomini (Hebr. 4, 14-15, 10), esercitò durante la sua vita terrena l'interpretazione (Lc. 22, 31 sg.; 23, 34; Io. 17, 6-26) e di perfetta soddisfazione dei peccati di tutto il genere umano mediante il sacrificio del suo sangue (Hebr. 9, 11-28; Rom. 3, 25 sg.; Eph. 1, 7), divenendo così l'universale Redentore. Ed in cielo egli continua eternamente presso Dio la sua opera. Il teatro per gli uomini: «sempre essendo vivo, si dà poter intercedere in loro favore» (Hebr. 7, 24; cf. Io. 14, 16; Rom. 8, 34; I Io. 2, 1-2).

Che gli angeli e i santi, tra i quali specialmente Maria S. ma, subordinatamente a Cristo ed in unione con lui, esercitino in cielo l'interpretazione per gli uomini anche singoli, è dogma di fede cattolica proposto dal magistero ordinario, implicito nel dogma della liceità ed utilità del culto ed invocazione degli angeli (Denz-U, 320) e dei santi (ibid., 984 sg.), ed espressamente inculcato dal Concilio di Trento contro gli errori protestanti (ibid.).

Già la Scrittura mostra espliciti casi d'idi. di angeli (Zach. 1, 12; Job 5, 1; 33, 23 sg.) e di santi (II Mach. 15, 11-16) e ci fa vedere come essi s'interessino alle sorti del Regno di Dio sulla terra (Apoc. passim, p. es., 6, 10) e offrano le orazioni degli uomini a Dio (Tob. 12, 12; Apoc. 5, 8; 8, 3). La cosa è poi perfettamente logica nell'insieme della Rivelazione cristiana, secondo la quale i beati conoscono le nostre preghiere e i nostri bisogni; fatto questo di cui nella Chiesa, a parte il modo di spiegarlo, non si dubita nemmeno da chi ammise uno stato generale intermedio delle anime giuste prima della loro retribuzione finale e completa nel Giudizio universale, e di cui tanto meno si può dubitare una volta chiarito definitivamente come dottrina di fede (Denz-U, 530, 693) il punto che gli angeli e i beati in cielo godono sin d'ora della visione beatifica, onde vedono in Dio tutto quello che in qualche modo li riguarda, tra cui, naturalmente, le preghiere che noi indirizziamo loro. Si aggiunge la ricorda legge comunitaria dell'intervento di Dio nel mondo, per cui ogni membro della città di Dio è interessato alla sorte degli uomini non ancora arrivati definitivamente al loro termine; e lo stato ormai perfetto della carità dei beati, onde non si comprende come quelli stessi, i quali, mentre vivevano quaggiù ed avevano una carità ancora imperfetta, erano pur non di meno spinti da essa ad intercedere ardentemente per il prossimo, ora che hanno una carità perfetta e tanto più possono presso Dio, si disinteresserebbero dell'eterna salvezza degli uomini. Si spiega così la sempre maggiore attenzione che si accordò nella Chiesa alla dottrina dell'ideale, degli angeli e dei santi e alla conseguenza della loro invocazione e culto (v.). I tratti essenziali di questa dottrina sono già testimoniati prima del sec. IV, specialmente da Origene (De oratione, Cohortatio ad Martyrium) e da buon numero di pitture e di epigrafi cimiteriali, come quella di Attico: «Attice, dormi in pace di tua incolumitate securus et pro nostris peccatis pete sollicitus» (v. G. B. De Rossi, in Bull. d'Archeologia Cristiana, 5a serie [1894], p. 58); nei secc. IV e V se ne ha la piena elaborazione, ad es., in S. Girolamo, per l'esplicita difesa che egli ne fece contro le negazioni del presbitero Vigilanzio (v.) nel suo Contra Vigilantium; così anche in S. Agostino ed in un gran numero di testimonianze liturgiche, monumentali, pittoriche ed epigrafiche, tra le quali bella e comprensiva l'epigrafe di Genziano: «Gentianus fidelis in pace, qui vixit annis XXI mensibus VII dies XVI; et in orationibus tuis roges pro nobis, quia scimus te in Christo» (O. Marucchi, I monumenti del Museo cristiano lateranense, Milano 1910, tav. 51, n. 15).

Documenti patristici (ad es., S. Agostino, De cura pro mortuis gerenda, 4, 6), liturgici (ad es., nelle Messe per i defunti, nelle esequie del rito ambrosiano), epigrafici, attestano la credenza, ora comune nella Chiesa, che i beati intercedono non solo per i vivi, ma anche per le anime del purgatorio.

L'ili. impetratoria e soddisfattoria dei vivi per altri vivi è anche dogma di fede proposto dal magistero ordinario e largamente attestato dalla Scrittura sia del Vecchio Testamento (ad es., Gen. 18, 22-32; 20, 7; Abramo intercede per Sodoma e intercederà per Abimele; Ex. 32, 11-14; Num. 14, 13-20: Mosè intercede per il popolo; I Sam. 7, 8 sg.: Samuele; Job. 42, 8: Giobbe), sia del Nuovo (ad es., la forma plurale nelle domande del Pater; Act. 7, 60; 12, 5; Rom. 15, 30; Eph. 1, 15; 6, 8-20; I Tim. 2, 1-4; Iac. 5, 16-18), nonché dai documenti della tradizione ecclesia sulla prassi dei fedeli, sia privata, sia liturgica, ad es., l'ammonimento della Didachè, 1, 3: «Pregate per i vostri nemici e dignitate per coloro che vi perseguitano»; le preghiere e raccomandazioni che si chiedevano ai confessori della fede; le preghiere per i vivi nel Canone della Messa, nelle orazioni della Messa e nell'amministrazione dei Sacramenti e sacramentali.

È parimente dogma di fede (Denz-U, 464, 693) la realtà dell'ili. impetratoria e soddisfattoria dei vivi purgatorio (v.), che si esercita mediante ogni genere di suffragi, specialmente il sacrificio della Messa, le orazioni, le elemosine e le altre opere pie (ibid.), indulgenze (v.) che la Chiesa, secondo la sentenza comunale dei teologi (ibid., 762, 1542), in virtù dell'appartenenza di queste anime al Corpo mistico di Cristo e alla Comunione dei santi, ha potere di applicare loro, per modo di suffragio. Questa i. dei vivi per i defunti è sempre accettata da Dio, sebbene non sappiamo quando egli la esaudisca e a quale anima la applichi. Gli stessi peccatori possono in qualche modo giovare alle anime del purgatorio facendo celebrare Messe e fare delle opere pie da anime giuste, nonché pregando per loro, se a Dio piace per pura misericordia di esaudire le loro preghiere, sebbene prive di merito.

Che le anime del purgatorio possano a loro volta esercitare l'ili. impetratoria a favore dei vivi, specialmente dei loro benefattori, è sentenza sempre più comune tra i teologi moderni, cui suffraga la prassi assai generale dei fedeli, i quali invocano quelle anime, sebbene ciò non sia mai fatto nella liturgia, e l'atteggiamento del magistero ordinario, che sembra favorevole. In realtà nulla impedisce che queste anime preghino per noi, poiché sono in stato di Grazia, hanno un grado di carità molto perfetta, e lo stato di pena in cui si trovano non sembra dover necessariamente impedire che Dio faccia loro conoscere i nostri bisogni o abbia accetta la loro preghiera. Ma i teologi antichi, in specie s. Tommaso (Sum. Theol., 2a-2a, q. 83, a. 11, ad 3; a. 4, ad 3), erano generalmente di parere contrario, e, comunque, l'invocazione delle anime del purgatorio non può mai equipararsi a quella dei santi, né esse possono essere oggetto di culto.

Bibl.: Una bibl. completa si trova in J. B. Walz, Die Fürbitte der Heiligen, Friburgo in Br. 1927, pp. 11-xxv; id., Die Fürbitte der Armen Seelen, 3a ed., Bamberg 1933. I manuali di teologia trattano dell'ili. in cristologia, in malologia, in sacramentaria. Vedi inoltre: J. P. Kirsch, Die Lehre von der Gemeinschaft der Heiligen im christlichen Altertum (Forschungen zur christ. Liter. und Dogmengesch.), Magenza 1900; P. Bernard-R. S. Bour, Communion des saints, in DTHC, III, coll. 429 sg.; A. Fonck, Impétration, ibid., VIII, II, coll. 1298-1302; M.-J. Gerlaud, L'intercession des Saints, Parigi 1925; F. Chiesa, La Comunione dei santi, Alba 1924 (opera di volgarizzazione); J. Muscat, De virtute satisfacere per orem bonorum in ordine ad alios, in Divus Thomas (Piacenza), 3a serie, 14 (1937), pp. 225-54; 329-49. Per la questione dell'ili. delle anime del purgatorio vedi anche: M. Bäuerle, Über die Anrufung der Armen Seelen, in Theol.-Prakt. Quartalschr., 86 (1933), p. 46 sg.; A. Minon, Peut-on prier les âmes du purgatoire, in Rev. eccl. de Liège, 35 (1948), p. 329 sg.

Cipriano Vagagnini