PURGATORIO

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PURGATORIO. - Stato ultraterreno, duraturo fino all’ultimo giudizio, in cui le anime di coloro, che sono morti in Grazia, ma con imperfezioni o peccati veniali o pene temporali da scontare per i peccati gravi rimessi, espiano e si purificano prima di salire in paradiso.

SOMMARIO: I. Esistenza del P. - II. Le pene del P. - III. Le gioie del P. - IV. Iconografia.

I. ESISTENZA DEL P

I. S. Scrittura. - La Bibbia non parla esplicitamente del P., ma contiene testi che ne suggeriscono l’idea. Il concetto di una responsabilità personale, che divenne sempre più chiaro con il progresso della Rivelazione, congiunto con quello tanto diffuso nel Vecchio Testamento (cf. Sap. 10, 2; Num. 20, 12; II Reg. 13, 13-14) secondo cui, rimesso il peccato, rimane una pena temporale da scontare, è un importante presupposto della dottrina del P. Se a questa esplicita concezione del Vecchio Testamento si associa l’idea neotestamentaria di una personale partecipazione dei singoli alla propria salvezza, soprattutto nell’economia penitenziale, non

Figliolo dell'uomo sarà perdonato, ma chi avrà parlato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questa, né nell'altra vita». S. Agostino (De Civitate Dei, 21, 24: PL 41, 739), S. Gregorio Magno (Dial., 4, 39: PL 77, 396) e S. Bernardo (Sermo 66 in Cant., n. 11: PL 182, 1100) dall'ultimo inciso dedussero che per alcuni peccati, meno gravi della bestemmia contro lo Spirito Santo, è possibile ottenere la remissione anche nella vita futura; questa interpretazione non è da scartare, anche se alcuni moderni preferiscono vedere nella frase enfatica unicamente l'esclusione di qualunque perdono per il peccato contro lo Spirito Santo. 3) Particolarmente importante è la pericope di 1 Cor. 3, 10-17: «Altro fondamento nessuno può porre oltre quello che è stato posto, che è Gesù Cristo. E se uno innalza su questo fondamento usando oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno si renderà manifesta; infatti il giorno (del Signore) lo mostrerà, poiché nel fuoco si manifesta, e l'opera di ciascuno, qual'è, il fuoco la suggerà. Se l'opera, che qualcuno avrà innalzato sopra, resterà, egli ne avrà la ricompensa; ma se l'opera di uno brucerà, ne partirà danno, egli però sarà salvo, ma come attraverso il fuoco (ἀυτὸς δὲ σωθῆται καὶ ὡς δὲ δὶς πυρὶς). S. Paolo parla dell'opera del ministero, con cui si costruisce la Chiesa; sul fondamento della predicazione apostolica, che ha per centro la dottrina di Cristo crocifisso, i predicatori devono edificare con materiale altrettanto prezioso. L'Apostolo, alludendo all'uso di adoperare oro, argento, pietre preziose per la costruzione dei templi e delle regge, applica questi nomi alle dottrine vere e proficue, mentre riserva i termini: legno, fieno, paglia alle dottrine false, frivole e mondane, inadatte all'edificazione spirituale dei fedeli. L'opera di ogni predicatore, sarà messa alla prova del fuoco (τὸ πῦρ, αὐτὸ δοκιμάσει, V. 13), nel giorno del Signore (ἡ γὰρ ἡμέρα δηλώσει). S. Tommaso d'Aquino (In 1 Cor., cap. 3, lect. 2) interpreta il fuoco nel senso più esteso, come il complesso dei giudizi e delle prove (fuoco metaforico), a cui Cristo sottopone l'opera di coloro che hanno lavorato nella sua Chiesa e pertanto ritiene che «il giorno del Signore» (ἡ ἡμέρα) siano tutti i momenti, in cui Dio manifesta il suo giudizio sull'opera dei costruttori del Regno (tribolazioni della vita presente, giudizio particolare, giudizio finale). In ognuno di questi momenti la Provvidenza mostra il valore delle opere: chi avrà costruito con materiale buono (oro, argento, pietre preziose), vedrà la consistenza del suo lavoro e ne avrà una ricompensa (ultraterrena), chi avrà edificato con materiale cattivo (legno, fieno, stoppia), constatera la fragilità del proprio lavoro ed egli stesso ne subirà danno (ossia ne avrà un castigo), ma sarà salvo, non senza dolore e angoscia, come colui che fuggendo tra le fiamme ne prova spavento e ne riporta scottature (cf. F. Zorell, πῦρ, in Lex. graecum N. T., Parigi 1931). In questa prospettiva è implicita l'idea del p., infatti le prove, a cui gli architetti del Regno saranno sottoposti, non possono ritenersi soltanto terrene (tutto il contesto riguarda principalmente la vita futura), né possono restringersi a quelle del giudizio finale, poiché allora si avranno soltanto eletti o dannati, mentre nel testo si parla di un patimento (un danno, ζητοῦσαι) transeunte, che si concluderà con la salvezza definitiva di colui che ha fabbricato sul fondamento vero, ma con materiale di scarto. Il concetto di una prova ultraterrena, ma non eterna, corrisponde alla dottrina cattolica del p. Questa interpretazione è sostanzialmente comune a numerosi esempi cattolici (A. B. Allo, Première épître aux Corinthiens, Parigi 1934, pp. 59-61; 66-67; F. Prat, La teologia di s. Paolo, I, trad. it., Torino 1936, pp. 88-91; A. Beel, Docetnes. Paulus dogma purgatorii in 1 Cor. 3, 11; in Collat. Brugen., 37 [1937], pp. 77-103; V. Jacono, Le ep. di s. Paolo ai Romani, ai Corinti e ai Galati, Roma 1951, pp. 284-86).

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è difficile rilevare che, se qualche testo biblico insinua il fatt

2. Tradizione

Il pensiero cristiano, guidato dalla Chiesa, giunge alla formulazione esplicita della dottrina del p., muovendosi nella triplice direzione tracciata dalla Scrittura (suffragi, purificazione, espiazione). La linea «ecologica», che si aggancia al testo dei Maccabei, incise profondamente nella coscienza cristiana, onde l'Oriente e l'Occidente, dalle origini fino ad oggi, sono singolarmente concordi nell'affermare il valore delle preghiere, delle opere buone e soprattutto del sacrificio eucaristico per i fedeli defunti. Dagli accenni della II Tim. 1, 18, dal Martyr. Polycarpi (18, 2-3) e di Clemente Alessandro (Stromata, VII, 13; PG 9, 508) si giunge alle solenni testimonianze di Eusebio (Vita Constantini, 4, 71; PG 20, 1115): preghiere in occasione della morte dell'Imperatore cristiano), s. Cirillo di Gerusalemme (Catech. Myst., 5, 9; PG 33, 1115): spiegazione teologica del valore della Messa per i defunti), s. Giovanni Crisostomo (In I Cor. hom., 41, 5; PG 61, 361): paragone con il sacrificio espiatorio di Giobbe; In Acta hom., 21, 4; PG 60, 170: il memento per i morti è ritenuto di origine apostolica), s. Epifanio (Hæres., 75, 8; PG 42, 513): si dichiara eretico Aero perché primo negatore dell'efficacia dei suffragi per i defunti), s. Cirillo di Alessandria (Adversus eos, qui audent dicere non esse offendum pro iis, qui in fide obdormierunt, fragmenta: PG 76, 1432).

Dalle brevi e suggestive invocazioni delle catacombe: vivas in Christo; in refregio anima tua; Deus refrigeret spiritum tuum; vos precor, o fratres, orare huc quando venitis; rogo vos omnes, qui legitis, orate pro me peccatore (cf. H. Leclercq, Purgatoire, in DACL, XIV, coll. 1978-81; id., Défunts, ibid., IV, col. 427; PG 4, 213; id., De l'Evangile, in Dictionnaire de Théologie, 2nd ed., Paris, 1962, p. 9-19), in tutta la Chiesa latina si riscontrano le testimonianze più esplicite sulla prassi e sulla teoria dei suffragi: Tertulliano (De corona, 3; PL 2, 79; De monogamia, 10; PL 2, 942), s. Cipriano (Ep. 1, 2, ed. Hartel; CSEL, III, 11, p. 466), s. Ambrogio (De excessu fratris sui Satyri, n. 1, 80; PL 16, 1372; De obitu Valentiniani, n. 56, 78; PL 16, 1146; De obitu Theodosii, n. 36, 37; PL 16, 1460), s. Girolamo loda la pietà dell'amico Pannachio nel suffragare l'anima della consorte con opere buone (Ep. 66, 5; PL 22, 642). S. Agostino fissò in formole definitive la dottrina cristiana sui suffragi. Richiamandosi esplicitamente al testo dei Maccabei (De cura gerenda pro mortuis, 3; PL 40, 593) e all'uso costante della Chiesa (Sermo 182, n. 2; PL 38, 936) respinse l'errore di Aero (De haeres., 153; PL 42, 593) difendendo l'efficacia del sacrificio, delle preghiere e delle elemosine per quelle anime dei defunti che, pur essendo imperfette, non ne sono indegne (Euch., c. 110; PL 40, 283; cf. De ocio Dulciti quaestionibus, q. 3, n. 3; PL 40, 158); e con pietà filiale prega per la madre Monica (Confessiones, 9, 13; PL 32, 778).

La tendenza a cattura (purificazione ultraterrena), che si ricollega alla I Cor. 3, 10-17, ebbe il massimo sviluppo in Oriente, mantenendosi però nell'ambito di una concezione veterotestamentaria della vita futura (anime in attesa del giudizio finale; V. GIUDIZIO DIVINO; INFERNO). Clemente Alessandro fu il primo a distinguere due modi di punire i peccatori nella vita presente (per i corregibili il castigo è di falsa kalkos, per gli incorreggibili è kala stikos; Stromata, IV, 24; PG 8, 1363) e in quella futura, nella quale opereranno due fuochi, uno «edax et omnia consumens»: το καταφάγον καὶ βάνουσιν, l'altro «prudens, qui pervadit animam per ignem transeuntem»: το φόνυμον (Stromata, VII, 6; PG 9, 450). Origene è più esplicito. APOCATÀSTASI (v.) non assorbe tutta la teologia escatologica del maestro alessandrino, poiché nei momenti in cui, accantonando audaci ipotesi e speculazioni sbrigliate, egli ritrova la sua anima di credente, pone costantemente una netta distinzione tra i peccati gravi (πρὸς θάνατον ἀμαρτία) e le imperfezioni (ὅπως; In Lc. hom., 4; PG 13, 1236; In Ierem. hom., 2; PG 13, 280) e, per conseguenza, tra le pene ultraterrene dei peccatori «ad mortem» e quelle degli imperfetti. Anche i buoni, egli afferma, sono imperfetti e pertanto tutti i giusti saranno provati con il fuoco, cui accenna

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Purgatorio - Il P. di J. Tintoretto e collaboratori - Parma, Pinacoteca.

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(1) (fot. Alinari)
Purgatorio - Il P. di J. Tintoretto e collaboratori - Parma, Pinacoteca.

I Cor. 3, 13 (In Ps. 36 hom., 3, 1; PG 12, 337); questa prova è da ritenere un baptismus ignis, che purificando l'anima dai difetti inevitabili della vita terrena la renderà degna del cielo (In Lc. hom., 24; PG 13, 1861-65; In Num. hom., 25; PG 12, 769-70); questa purificazione si realizzerà per mezzo del fuoco (reale) della conflagrazione cosmica (In Ierem. hom., 2; PG 13, 280-81; In Lev. hom., 8; PG 12, 497; In Lc. hom., 14; PG 13, 1836; In Ps. 6 fragmentum; PG 17, 1177-78), ritenuta imminente (In Lc. hom., 24; PG 13, 1861-65); per i giusti sarà rapida (In Lc. hom., 24; PG 13, 1865), per i peccatori «ad mortem» si prolungherà nei secoli (In Exod. hom., 6, n. 13; PG 12, 340; In Lc. hom., 19, n. 3; PG 14, 551; De principiis, 1, 2, c. 3, n. 3; PG 11, 183-84). Se in questa prospettiva di una prova comune a tutti i giusti (compresi gli Apostoli), da verificarsi nella fine imminente del mondo, Origene accolse elementi discutibili dell'escatologia del suo tempo, occorre tuttavia riconoscere che fu il primo esplicito assertore della dottrina cattolica del p. (cf. Th. Sepiol, La dottrina del p. in Clemente Alessandro e in Origene, in Bessarione, 35 [1919], pp. 131-45).

L'insegnamento originario si perpetuo, affinandosi, nella teologia dei Padri greci: s. Cirillo di Gerusalemme (Catech., 15, 21; PG 33, 900: «fluvius ignis»), s. Basilio (In Is., 9, 16; PG 30, 519: «non minaccia di distruggerlo», allude invece alla purificazione secondo quanto dice l'Apostolo [I Cor. 3, 13]; cf. In Is., 4, 4; PG 30, 342; De Spiritu Sancto, 15, 38; PG 32, 132), s. Gregorio Nazianzeno (Oratio, 3, 7; PG 35, 524: «le nostre azioni devono essere provate o purificate dal fuoco; ἦν ἦν καὶ περὶ κρίσεται τὰ ἠμέτερα ἢ καθαρίσματα; cf. Oratio, 39, 19; PG 36, 357). Le concezioni escatologiche di Origene esercitarono forte influsso anche su s. Ambrogio e s. Girolamo, la cui dottrina sulla vita futura non fu certo immune da imprecisioni; anche quanto al p. i due Padri latini riecheggiano l'insegnamento dell'alesantrino (s. Ambrogio, In Ps. 118, sermo 3, n. 14-16; PL 15, 1292-93, cf. Ambrosiaster, In I Cor., 3, 13-15; PL 17, 211; s. Girolamo, In Is., 66, 24; PL 24, 704).

La concezione « giuridica » (espiazione, pagamento del debito contratto con la giustizia), fondata su Mt. 5, 25-26, fu largamente sviluppata dalla tradizione latina, che si conclude nell’esplicita ammissione di un luogo tenebroso (carcere), dove si scontano tutte le pene dovute ai peccati (pagherai fino all’ultimo centesimo) e donde si può uscire prima con l’aiuto dei superstiti. Tertulliano, ancora in pigliato nella concezione giudaica dell’oltretomba, ritiene che soltanto i martiri salgono immediatamente in paradosso (Scorpiace, 6: PL 2, 158; De carnis resurrectione, 43: PL 2, 903), mentre tutte le altre anime, buone e cattive, scendono nello 8° 6° (ad inferos), in attesa della risurrezione. Poiché l’anima è capace di godere e di soffrire anche se separata dal corpo, sia i buoni sia i cattivi, nell’attesa dello 8° 6° (ad inferos), hanno già un anticipo della loro sorte eterna. Coloro che sono destinati alla dannazione, rimarranno in quel carcere fino alla risurrezione ultima, che avverrà nell’imminenza del giudizio finale, dopo il regno millenario (v. MILLENARISMO), a cui parteciperanno soltanto i buoni; essi pertanto godranno di un’anticipata risurrezione; quelli poi, tra i buoni, che avranno debiti da scontare, rimarranno nello 8° 6° fino alla soluzione dell’ultimo centesimo, e pertanto la loro gloriosa risurrezione (condizione necessaria per partecipare ai godimenti del millennio) sarà differita (a mora resurrectionis, De anima, 58: PL 2, 796) nella misura delle pene da scontare. Perpetua martire narra di aver avuto una visione di suo fratello Dinocrate, morto a sette anni: « exeuntem de loco tenebroso, aestuatum valde et sitientem, sordido cultu et colore pallido » (Passio sanctorum Perpetua Felicitatis, c. 7, ed. C. Van Beek, Bonn 1938, p. 28). Essa pertanto fece fervide preghiere e in una visione di storie poté scorgerlo « mundo corpore, bene vestitum, refrigerantem... ludere more infantium, gaudentem » (ibid., c. 8, p. 30) e conclude: « Tunc intellexi translatum eum esse de paena » (ibid., p. 32).

S. Cipriano accolse l’idea di Tertulliano, secondo cui soltanto i martiri salgono immediatamente alla visione di Dio (Ad Fortunatum de exhortatione martyrii, praef. n. 4: PL 4, 683). Egli ritiene che tutti gli altri giusti attendono la visione di Dio chiusi in un carcere, dove scontonano « usque ad ultimum quadrantem » e si purificano attraverso dolorose prove e un fuoco duraturo (Ep. 55 ad Antonianum, n. 20: PL 3, 786).

La corrente della dottrina « espiatoria » continuò (parlare alla teoria « catartica » di Origene), presso s. Ambrogio e s. Girolamo, per incontrarsi e fondersi nella sintesi definitiva di s. Agostino. Egli arrecò precisazioni e chiarimenti decisivi a tutta l’escatologia cristiana. millenarismo (v.), dedusse che le pene del p. non consisteranno nel ritardare la risurrezione somatica a quelle anime, che ancora non sono degne di parte e capire alle gioie del regno di Cristo; eliminando la teoria della dilazione della ricompensa e della conseguente attesa del giudizio finale, asserì, con chiarezza inequivocabile, che le pene purificatrici devono aver luogo tra gli giudizio particolare (subito dopo la morte) e quello finale, dopo il quale non ci sarà che inferno e paradiso (De vita Dei, XXI, 13: PL 41, 728). Confutando l’ipotesi cristiana dei misericordes, scartò definitivamente l’idea della salvezza universale dei battezzati per la sola fede, indipendentemente dalle opere (De fide et operibus, nn. 24-25: PL 40, 213-14; De Civitate Dei, XXI, 26: PL 41, 744). Respinti gli errori e chiariti altri punti oscuri, s. Agostino giunse a una felice formulazione della dottrina, avviando l’indagine teologica nella direzione che il magistero della Chiesa in seguito avrebbe fissato. I cristiani esenti, al momento della morte, da peccati gravi, ma ancora di disintamento attaccati ai beni terreni, sono in realtà bisognosi della misericordia di Dio e nello stesso tempo non ne sono indegni; questi appunto saranno salvi e per ingem (De Civitate Dei, XXI, 13: PL 41, 728; Enchiridion, 69, 109-10: PL 40, 265, 283). La natura di questo « ignis purgatorius » (Enchiridion, 69: PL 40, 265) ed « emendatorius » (Enarr. in Ps., 37, 3: PL 36, 397) non è precisata; s. Agostino rimase esitante, talora parlo di un fuoco metaforico (De Civitate Dei, XXI, 26: PL 41, 743; De fide et operibus, n. 27: PL 40, 216; cf. A. Lehaut).

L’eternité des peines de l’enfer dans saint Augustin, Parigi 1912, p. 69), altre volte ammise la possibilità del fuoco reale: « Si hoc temporis intervallo spiritus defunctorum eiusmodi ignem dicuntur perpetui... non redarguo, quia forsitan verum est » (De Civitate Dei, XXI, 26, n. 4: PL 41, 745).

3. Sintesi scolastica

Il pensiero di s. Agostino passò, come dottrina ormai fissata, agli scrittori dell’alto medioevo. Al sec. XII Onorio di Autun (Elucidarium, 3, 3: PL 172, 1158) e s. Bernardo (Sermo 42 de quinque regionibus: PL 183, 663), con l’audace ipotesi della pena del freddo mostrano che allora la pena del fuoco reale non era ritenuta dottrina assolutamente certa e comune. Al sec. XIII i grandi scolastici, chiosando il testo di Pietro Lombardo, costruirono una sintesi più consistente: essi, pur discutendo su alcuni punti secondari (remissibilità del peccato veniale, gravità e durata della pena, luogo del p.: cf. Alessandro di Hales, Summa Theol., IV, q. 14, memb. 3, a. 3-4; s. Bonaventura, IV Sent. d. 21, q. 1; s. Alberto Magno, IV Sent., d. 21), temnero come dottrina di fede l’esistenza del p., la temporaneità della pena e furono concordi nel ritenere reale il fuoco. Particolarmente chiaro è l’insegnamento di s. Tommaso (Contra Gent., IV, 91; Declaratio quorumdam articulorum, c. 9 [contra Graecos et Armenos]; IV Sent. d. 21 e d. 45, riprodotto in Sum. Theol., suppl. q. 70, a. 1 [alicium a fide negare l’esistenza del p.], a. 2 [de loco purgatorii non invenitur aliquid expresse determinatum in Scriptura], a. 3 [in purgatorio erit duplex poena, una damni... alia sensus... et quantum ad utrumque poena purgatorii minima excedit maxime poenam huius vitae] ecc.; nella q. 71 ampia e profonda trattazione del valore dei suffragi [cf. J. D. Folghera, J. Webert, St. Th. d’A., Somm. theol.: L’an-dela, con note e appendici, Parigi 1935, pp. 303-17; 331-41]).

4. Controversia con i Greci

Mentre la teologia latina, dopo s. Agostino, giunse al suo pieno sviluppo, quella greca si arrestò alle posizioni raggiunte nei secc. IV e V: per cui si assiste ad un processo di cristallizzazione della dottrina arcaica (attesa delle anime nei rispettivi luoghi sotterranei, fuoco del giudizio, che purificherà le anime destinate alla gloria, mentre tormenterà per sempre i dannati), alla quale si mostrarono particolarmente attaccati quei teologi bizantini che dal sec. XIII vennero a contatto con la Chiesa romana.

Alla fine del 1231 Giorgio Bardane, vescovo di Corcia, rilevata la differente posizione dei latini, affermò l’attesa delle anime fino al giudizio universale respingendo il fuoco del p. come teoria di sapore originario (cf. i mss. Barb. grec. 297 e Laur. grec. 36, n. 3). Il patriarca bizantino Germano II, informato da Bardane, scrisse un trattato (perduto) per confutare i latini. Da quel tempo si diffuse in tutto l’Occidente la persuasione che i Greci negavano il p. e l’immediata retribuzione delle anime. Il duplice errore fu presto combattuto dai Domenicani di Pera.

S. Tommaso d’Aquino tenne presente i due errori attribuiti ai Greci quando nel De rationibus fidei ad Can-torem Antiochenum, c. 9 (Opuscula theolog. omnia, III, ed. P. Mandonnet, Parigi 1927, pp. 274-76) insiste sulla immediata animarum retributio o, nel Contra errores Graecorum (ibid., pp. 303 e 327) afferma l’efficacia della Messa a favore delle anime del p. Nel secondo Concilio di Lione (1274) l’imperatore bizantino Michele Paleologo presentò al papa Gregorio X, in segno di adesione all’insegnamento della Chiesa romana, la professione di fede, che gli era stata spedita da Clemente IV (1265-68), nel periodo preparatorio del Concilio dell’unione. In questa professio fidei si trova appunto un articolo riguardante il p.: « se avviene che qualche fedele veramente pentito muoia in grazia di Dio, ma prima di aver terminata la penitenza (satisfactio) dovuta ai peccati, la sua anima viene perfezionata da pene purificatrici (poenis purgatorii seu cathar-terii, sicut nobis frater Johannes [il francescano Giovanni da Balasti, apostolo dell’unione] nobis explanavit, post mortem purgari]). Dopo il Concilio di Lione, Benedetto XII (1341) e Clemente VI (1351) respinsero la negazione del p. attribuita agli Armeni (Denz-U 535 e 305), mentre i teologi latini polemizzavano con gli avversari dell’unione.

(Matteo Koïcstor, Angelo Panareto, Simone di Tessalonia), che attaccavano soprattutto la dottrina del fuoco del p. come era stata insegnata da s. Tommaso. Tra i greci cattolici si dimostrò convinto difensore della dottrina occidentale il domenicano Manuele Calecas (m. nel 1410) nella sua notevole opera: *Adversus Graecos* (PG 152, 228 sgg.). Al Concilio di Firenze (1439), la dibattuta questione del p. (soprattutto del fuoco), in cui si cimentarono i migliori ingegni orientali (Marco Eugenico, card. Bessarione) e occidentali (card. Giuliano Cesarini, card. Giovanni Turrecermata), si concluse senza definizione alcuna da parte del papa Eugenio IV sulla natura del fuoco e con l'accettazione da parte dei Greci degli elementi fondamentali del dogma già formulato nella *professio fidei* del Paleologo, riprodotta quasi letteralmente (soppressa la parola *cathartēris*) nella bolla *Laetentur caeli* del 6 luglio 1439 (Denz-U, 693), con un'aggiunta importante sulla natura del *caelum*, a cui salgono subito (mox) le anime completamente purificate: «Et intueri clare ipsum Deum Trinum et Unum, sicuti est, pro meritorum tamen diversitate alium alii perfectius» (ibid.). Con questo inciso, preso dalla bolla dogmatica *Benedictus Deus* del 29 genn. 1336 (Denz-U, 530) di Benedetto XII, si respinse la concezione palamatica del paradiso (visione non immediata dell'essenza divina) a cui inclinava Marco Eugenico (cf. A. D'Ales, *La question du purgatoire au Conc. de Florenc*, in *Gregorianum*, 3 [1922], pp. 8-50; A. Michel, *Purgatoire*, in D'ThC, XIII, coll. 1252-63; M. Gordillo, *Comp. theol. orient., Roma* 1937, pp. 179-97). Così a Firenze si raggiunse l'unione sui punti essenziali dell'esistenza del p. e del valore dei suffragi (dogma definito) e si lasciò alla dottrina del fuoco il suo carattere di *sententia*, che i teologi latini giustamente ritengono fondata nella tradizione (v. SORA). L'atteggiamento dei teologi orientali dopo il Concilio fiorentino è descritto in M. Jugie (*Purgatoire dans l'Eglise Gréco-Russe après le Concile de Florence*, in D'ThC, XIII, coll. 1326-52; id., *Theol. dogm. Christian. Orientalium*, IV, Parigi 1931, p. 362 sgg.).

5. *Errori protestanti*. — L'esistenza del p. già negata da alcune scelte medievali (apostolici [s. Bernardo, *Sermo 56 in Cant.* P.L 183, 1098], petrobusiana, valdesi), poi implicitamente da Wicleff (Denz-U, 622) e da Huss (ibid., 634; cf. nn. 676-77), fu combattuta da Lutero dapprima con esitazione e poi sempre più decisamente: nelle 95 tesi del 1517, attaccando le indulgenze e pertanto la condizione delle anime del p. e negandone ogni rapporto spirituale con i fedeli superstiti; nella disputa di Lipsia del 1519 respinse la prova biblica del p. e nel 1530 negò definitivamente il dogma. Lutero fu seguito da Calvino (Inst. relig. christ., 1. IV, cap. 5, n. 6) e dagli Anglicani (Confessio anglic., 39 art., a. 22).

6. *Concilio di Trento*. — I teologi cattolici reagirono fortemente con speciali trattati (card. Caietano, A. Catarino, S. Mazzolini, s. G. Fisher, G. Eck, A. Varani, V. Graccari), con pubbliche condanne delle Università (Lovanio 1519, Parigi 1521), finché il Concilio di Trento emise (3-4 dic. 1563) il celebre *Decretum de purgatorio* (Denz-U, 983), ove la dottrina cattolica è formulata in termini precisi e sobri e vengono emanate norme disciplinari di grande importanza.

II. *Le pene del P*. — Consistono nella lontananza da Dio (poena damni, espressione forse da eliminare, perché troppo ricorda l'inferno) e, secondo la dottrina comune dei teologi cattolici, nelle sofferenze causate dal fuoco (poena sensus).

Il maggior tormento è la separazione da Dio. Le anime separate dal corpo vivono una vita spirituale più intensa perché ormai libere dal peso della carne, che attutisce e aggrava lo spirito: lontane dalle illusioni terrene, dal tumulto delle passioni, dalle dissipazioni della vita, le anime del p. conoscono la preziosità della visione intuitiva di Dio in un modo immensamente superiore a quello delle anime più pure di questa terra e concentrando la loro contemplazione sugli attributi di Dio concepiscono un indicibile desiderio di vederne l'essenza, ma l'impetuoso slancio è stroncato dal limite angusto della prigione che le rinserra, dal triplice fardello che grava sui loro spiriti: la pena temporale (dovuta ai peccati gravi perdonati), i peccati veniali non ancora ri- scappati sono perdonati, secondo Scoto (IV *Serm. ad. 2*, 21, q. 1), al momento della morte in virtù dei meriti precedenti; secondo s. Tommaso (De malo, q. 7, a. 11) per un atto di carità perfetta; secondo l'Arriaga (Disput. theol., VIII, disp. 14, sect. 6) per i meriti che si possono acquistare anche in p. soltanto in ordine alla remissione di questi peccati (cf. C. Manzoni, *De natura peccati deque eius remissione*, S. Angelo di Lodi 1890, pp. 387-91).

Le pene del p. sono certamente proporzionate ai peccati e alle imperfezioni di ciascuno e pertanto sono diverse. Come tra i beati non è possibile trovarne due, la cui storia terrena sia stata identica, così non si troveranno nel p. due anime, che soffrano la stessa pena. Le anime, più che il volto, conservano la loro inconfondibile fisionomia (cf. L. Parè, *Les mystères de l'au-delà. Que penser du purgatoire?*, Parigi 1936, pp. 100-101). Sulla durata del p. nulla di certo. Alessandro VII condannò la seguente proposizione: «Annuum legatum pro anima relictum non durat plus quam per decem annos» (Denz-U, 1143).

III. *Le gioie del P*. — Il dolore è conciliabile con la gioia. Il peccatore pentito esperimenta nello stesso tempo gioia per il perdono ottenuto e dispiacere per l'offesa recata a Dio. Profonda soddisfazione devono provare le anime del p. nel conoscere che finalmente riparano gli oltraggi fatti a Dio; per la prima volta, forse, sentono di potere dare a Dio quello che è di Dio, dopo avere tante volte dato al mondo quello che non era del mondo. Parteriore sollievo reca loro la visita degli Angeli, messaggi di Dio e di Maria, *solatium purgatorii*. L'Angelo custode non può abbandonare, al momento della prova, il suo protetto. È questa una pia persuasione diffusa da Bernardino da Siena, dal Fénelon, dal Faber, soprattutto dal card. Newman (*Il sogno di Geronzio*, ultimi versi; vers. it., in C. Martindale, *Lo spirito del card. Newman*, Brescia 1931, pp. 196-97). È dogma di fede che le anime del p. sono sollevate dai suffragi dei fedeli, soprattutto dal Sacrificio eucaristico (v. COMUNIONE DEI SANTI; CORPO MISTICO; INDULGENZE; MESSA). Le anime non si lasciano vincere in generosità e ricambiano imperitando per noi grazie e benedizioni (cf. Giuliano di Toledo, *Prognoction futuris saeculi*, I, II, cap. 26; P.L 96, 485; F. Suárez, *De purgatorio*, disp. 47, 2; A. Minon, *Peut-on prier les âmes du purgatoire?*, in *Rev. eccl. de Liège*, 35 [1948], p. 329 sgg.). Il p., mistero di giustizia e di amore, fa risplendere gli attributi di Dio.

BIBL.: S. R. Bellarmino, *De purgatorio*, Venezia 1599; J. Bautz, *Das Fegfeuer*, Magonza 1583; F. Schmid, *Das Fegfeuer*, Bressanone 1904; E. J. Hanna, *Purgatory*, in *Cath. Enc. XII*, coll. 575-80; C. Belmond, *Le purgatoire*, Parigi 1919; H. Le-sétré, *Purgat.*, in DB, V. coll. 874-79; J. A. Chollet, *La psychologie du purgatoire*, in *Cath. Enc.

defunti, Brescia 1944; R. Garriou-Lagrange, L'altra vita e la profondità dell'anima, Brescia 1947, pp. 111-59; A. Piolanti, De Novissimis, 3ª ed., Roma 1950, pp. 60-78; E. Krebs, Occhio mai vide, trad. it., 1970, pp. 127-36; J. Goubert-L. Cristiani, Les plus beaux textes sur l'an-delà, Parigi 1950, pp. 183-255; M. Starkey-Greig, Le creuset de l'amour: le purgat., 1950; Y. Congar, Le purgat., in Le Mystère de la mort et la célébration, 1971, pp. 279-336; R. Guardini, I Novissimi, Milano 1952, pp. 20-36.

IV. Iconografia

Una iconografia precisa del p. non si è sviluppata né stabilita nel corso della storia dell'arte cristiana. Esistono tuttavia diverse rappresentazioni tardo-gotiche, nelle quali si vedono le anime sottoposte a tormenti e torture, del genere di quelli riscontrati nelle rappresentazioni dell'inferno, però contemporaneamente queste anime si vedono qui ancora assistite da angeli.

Un buon esemplare di una tale raffigurazione delle anime sofferenti nel p. è in un pannello di scuola tedesca meridionale, che si conserva nel Museo nazionale di Monaco di Baviera; l'arte italiana usò tardi raffigurante un tale soggetto. Ma prima essa fornì frequentemente immagini figurative dell'aiuto portato alle anime del p. per mezzo della S. Messa e delle preghiere.

Così vengono illustrate le visioni di alcuni santi, ad es., quelle di S. Gregorio Magno e di S. Bernardo. Si vedano fra queste raffigurazioni il paliotto scolpito nel marmo con Storie di S. Gregorio Magno nella chiesa di S. Gregorio di Celio a Roma, squisita opera di Luigi Capponi, databile degli ultimi anni del sec. XV, e un quadro d'altare ottocentesco della chiesa di S. Maria Scala Coeli nell'abbazia delle Tre Fontane a Roma, raffigurante S. Bernardo che celebra la Messa e vede una scala su cui salgono dal cielo quelle anime, per le quali egli prega nel Divino Officio. Il p. è anche spesso raffigurato in dipinti ricordanti il privilegio sabatino: si veda, ad es., il quadro del Tintoretto a Parma (Pinacoteca) e le tele del Tiepolo alla Scuola dei Carmini a Venezia (1744).

Singolare è un affresco del sec. XIV nella chiesa di S. Maria del Piano a Loreto Aprutino raffigurante il Giudizio Universale. In un particolare di questo dipinto è rappresentato il passaggio delle anime sul ponte del p., secondo la visione del monaco cassinese Alberico, vissuto nella prima mezz'ora del sec. XII (cf. cap. 17 dell'Epistola, ed. M. Inguanez, in Miscellanea Cassinese, 11, Montecassino 1932, p. 93; V. anche: A. Mirra, La visione di Alberico, ibid., pp. 33, 79).

Bibl.: K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kunst, 1928. Witold Wehr.