CORPO MISTICO. - La dottrina del c. m. costituisce uno dei punti centrali, se non addirittura il punto centrale del cristianesimo. La si trova abbozzata nella Scrittura del Vecchio Testamento, rivelata poi da Gesù nel Vangelo, esposta da s. Paolo e s. Giovanni nelle loro Epistole ed applicata dai SS. Padri ai vari settori del dogma e della vita cristiana. S. Tommaso e gli altri scolastici ne diedero spiegazione teologica. Dagli autori della scuola Berulliana del sec. XVII fino ad oggi, con un fervore mai conosciuto, fu studiata, predicata e vissuta.
I. Concetto del c. m. - L'enciclica di Pio XII del 29 giugno 1943 comincia: «Il c. m. di Cristo, che è la Chiesa», cioè fa coincidere il c. m. con la Chiesa di Cristo. In senso ristretto s'intende della Chiesa militante, che vive e lotta sulla terra. In un senso più ampio però, come la stessa parola Chiesa, comprende anche le anime purganti (Chiesa sofferenze) ed i beati del cielo (Chiesa trionfante). L'asserzione che nel c. m. siano inclusi pure quelli che non fanno parte della Chiesa, ma che tuttavia sono in qualche modo uniti spiritualmente a Cristo, non è priva di pericoli, perché farebbe pensare che la Chiesa non sia l'unica via di salvezza per l'universalità dei redenti. Secondo la dottrina di Gesù i è un «unico ovoie» (Io. 21, 15-17), e chi non ascolta i pastori del gregge di Cristo è dichiarato «etnico e pubblicano» (Mt. 18, 17). Pio XII dice esplicitamente che: «quelli che son tra di loro divisi per ragioni di fede o di governo (gli eretici e gli scismatici) non possono vivere nell'unità di tale Corpo». Resta però la possibilità a chi in buona fede è fuori della Chiesa, di farne parte in voto e di essere anche in tal maniera membro del c. m., partecipe per tale via, come dal di fuori, delle grazie del Redentore.
Il c. m. di Cristo quindi si può definire quella «Società soprannaturale, visibile e spirituale insieme, organica e vivente, da Cristo fondata, in virtù della sua Redenzione, nella quale tutti i fedeli, uniti a Gesù e fra di loro per molteplici legami di grazia, fede, carità e vincoli giuridici, vivono, quali membra, della vita del mistero Capo Gesù Cristo, e sono mossi dallo stesso Spirito Santo, anima del Cristo totale, il quale raggiungerà la pienezza della sua età alla fine dei secoli nella gloria del cielo».
Bisogna subito sottolineare la portata delle due parole: società visibile e spirituale, che fanno evitare due opposti errori: quello che pretende vedere nel c. m. la unione invisibile in Cristo di quanti credono in lui, sebbene separati da credenze contraddittorie; e quello che misconosce la intima vita della Chiesa e si limita a considerare l'organizzazione sociale e l'aspetto giuridico esterno. Il c. m. invece, a somiglianza del Verbo Incarnato, possiede una vita spirituale profonda insieme con una coesione organica e sociale.
II. La dottrina del c. m. nel Vangelo. - Questa unità sociale e spirituale del c. m. è già delineata in qualche modo nel Vecchio Testamento, ove i figli di Abramo sono uniti tra di loro e con Jahweh, formando un sol popolo che, quale sposa mistica, è a Dio congiunto con il vincolo di una speciale predilezione (cf. E. Mersch, I, cap. 1). Già nella sentenza divina dell'Edem, il semem mulieris preannunziava non il solo Messia, ma Cristo con tutti i redenti, il Capo con le membra, il Cristo totale.
Spettava però a Gesù farci palese questo mistero di unione vitale fra lui ed i suoi fedeli. Il Regno di Dio, qual
viene descritto da Gesù nei Sinottici, palesa l'unità che ne congiunge tutti i membri; mentre le diverse parabole che ne illustrano la natura: il grano di senape, il seme getato nel campo, il lievito che fa levare la pasta, rivelano una vita misteriosa, una energia nascosta che pervade tutto quell'organismo spirituale. L'espressione più perfetta però di questa unione vitale, si trova nell'allegoria della vita: «Io sono la vera vita – dice il Signore – e il mio Padre è il coltivatore. Tutti i tralci che in me non portano frutto, i toglierà via, e quelli che portano frutto, i rimanderà perché fruttifichino di più... Rimanete in me, e io in voi... Io sono la vita e voi i tralci; chi rimane in me, e io in voi... questo porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Io. 15, 1-2, 4-5). In queste parole sta la sostanza di tutta la dottrina del c. m. La vita di cui parla Gesù è un organismo vivente, di cui tutte le parti, unite fra di loro, sono animate da una medesima linfa divina: linfa che scorre dal tronco nei tralci, da Cristo nei fedeli e fa produrre ad essi frutti abbondanti di virtù.
Questa nostra unione con Gesù ha per esemplare l'unione di Gesù stesso con il suo divino Padre. Nella cosiddetta orazione sacerdotale, alla vigilia della Passione, Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «Che siano tutti una sola cosa, come tu sei in me, o Padre, e io in te; che siano anch'essi una sola cosa in noi» (Io. 17, 21). Gesù, Figlio di Dio, formando una sola cosa con il Padre (Io. 10, 30), diventa, mediante l'Umanità sua, il legame divino che ci collega al Padre.
Il mezzo privilegiato che realizza l'unione nostra con Cristo è il pane di vita: «Io sono il pane di vita, che sono disceso dal cielo. Chi mangia di questo pane vivrà in eterno... La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui» (Io. 6, 51-52, 56-57). Permanezza reciproca di Gesù in noi e di noi in Gesù, che nuovamente è tutto il mistero dell'unione spirituale dei fedeli con Cristo. La conseguenza di tale unione è che Gesù sti-merà come fatto a se stesso quanto noi faremo di bene o di male al nostro prossimo, ossia alle sue membra; così egli dirà all'ultimo giudizio: «Ebbi fame, e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; fui pellegrino, ... ingnudo, ... ammalato, ... carcerato, ... (e m'avete assistito). Ogni volta che avete fatta una tal cosa ad uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatta a me» (Mt. 25, 35-40). Tale l'insegnamento del Maestro.
III. La dottrina di s. Paolo. - Nel momento stesso della sua conversione, il Signore rivelò a Paolo questo mistero: «Sulito, Paolo, perché mi perseguiti?» Nella persona dei discepoli Saulo colpiva il Maestro. «Chi sei tu, Signore? – Io sono Gesù che tu perseguiti» (Act. 9, 4-5). Questa grazia iniziale maturò nell'anima di s. Paolo; nelle sue Epistole delineò i molteplici aspetti del mistero organismo di Cristo. I punti salienti della sua dottrina si possono raggruppare sotto due punti: il dogma e la morale.
1. Il dogma del c. m.: i) I fedeli formano con Gesù un solo corpo: essi ne sono le membra, Cristo il Capo. «Come il corpo è uno, e molte sono le membra, le quali però, benché numerose, formano un solo corpo, così Cristo... Voi siete il corpo di Cristo e membra ognuno per la sua parte» (I Cor. 12, 12, 27). Ed agli Efesini: «Iddio lo costituì Capo su tutta la Chiesa, che è il Corpo di lui e la sua pienezza» (1, 22, 23). 2) L'incorporazione a Gesù Cristo vien fatta nel Battesimo, nel quale con Cristo moriamo al peccato e risuscitiamo a vita novella. Ai Romani (6, 3-5) scrive l'Apostolo: «Non sapete voi forse che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Siamo stati di fatto sepolti con lui per il Battesimo nella morte, affinché, come Cristo risuscitò da morte per la gloria del Padre, così noi pure viviamo una nuova vita.» 3) Membro del suo Corpo, siamo animati, con lui, dallo stesso Spirito Santo: «Chi non ha lo Spirito di Cristo, non è di lui...; ma se lo Spirito di quello che risuscitò
Gesù Cristo da morte abita in voi, chi risuscitò Gesù Cristo da morte vivificherà anche i vostri corpi mortali, a cagione del suo Spirito abitante in voi» (Rom. 8, 9-11). 4) Il membro di Cristo è fatto partecipe della sua figlia- zione divina qual figlio adottivo: così scrive ai Galati (3, 26-27): «Tutti siete figli di Dio, per la fede in Cristo Gesù. Infatti [è questa la ragione di tale figliolanza], voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo». Ed ai Romani (8, 14): «Tutti quelli che sono mosso dallo Spirito di Dio sono figli di Dio». 5) Principio di unità nel Cristo totale è anzitutto il pane eucaristico: «Poiché è uno il pane, siamo un solo corpo, noi tutti che partecipiamo di quel solo pane» (I Cor. 10, 17).
2. La morale del c. m.: 1) L'affermazione fondamentale dell'Apostolo in merito è che la vita del cristiano è la stessa vita di Gesù: «Christus vita vestra» (Col. 3, 4). È Gesù che vive in noi, che parla in noi, che soffre in noi: «Con Cristo sono confitto in croce. E vivo non più io, ma vive in me Cristo» (Gal. 2, 19). «In me parla Cristo» (II Cor. 13, 3). «Io compio in me quello che rimane dei patimenti di Cristo a pro' del suo Corpo che è la sua Chiesa» (Col. 1, 24). 2) Di là la necessità di morire a quanto sa di natura viziata, del primo Adamo, dell'uomo vecchio, contrapposto a Gesù, l'Adamo novello, come si esprime più volte a Paolo: «Mortificate le vostre membra terrene, essendovi spogliati dell'uomo vecchio con le sue opere, e rivestitevi del nuovo» (Col. 3, 5; 10; cf. I Cor. 15, 45). 3) Rinnovato in tal modo, il cristiano manifesterà tutte le virtù che sono una conse- guenza della vita di Gesù in lui: la sincerità, che rifugge dalla menzogna: «Rigettate la menzogna, parli ognuno al suo prossimo secondo la verità, giacché siamo membra gli uni degli altri» (Eph. 4, 25); la purezza: «Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? prese adunque le membra di Cristo le farò membra di meretrice?» (I Cor. 6, 15); la cavità fraterna anzitutto: «Mi fu riferito... che sono fra voi contese. Parlò di quello che ognuno di voi dice: Io sono di Paolo! Io sono di Apollo! Io sono di Cefal! Io sono di Cristo! È dunque diviso Cristo?» domanda l'Apostolo con un fremito d'indignazione (I Cor. 1, 11-13).
IV. La DOTTINA DEI SS. PADRI. — La dottrina su questo mistero è sviluppata dai Padri, dai Dot- tori della Chiesa, dai grandi teologi. Ireneo e Ci- priano, Atanasio e Ilario, Gregorio Nazianzeno e Ci- rillo di Gerusalemme, Giovanni Crisostomo e Ago- stino trattano ampiamente del mistero dell'unione nostra con Cristo in un sol Corpo. Nel Sacramento dell'altare s. Giovanni Crisostomo vede a tal segno la causa della nostra unità in Cristo, che la stessa parola corpo va intesa, in lui, ora nel significato di corpo fisico di Cristo, ora in quello di c. m. essendo l'uno principio dell'altro. «E che parliamo ancora di co- munione? Noi siamo quei corpi stesso. Che cosa è infatti il pane? il corpo di Cristo. Che diventano i communicanti? il corpo di Cristo; non più corpi, un solo corpo» (In I Cor. hom., 24; PG 61, 200). S. Agostino ovunque ricorre al dogma dell'unità mi- stica dei fedeli in Cristo. In essa trova l'unica ragione dell'immenso amore di cui l'Eterno Padre ama noi tutti: «Dio non può fare a meno di amare le membra del suo Figlio, lui che ama il Figlio. Né ha alcuna ra- gione di amare le sue membra, se non perché ama lui stesso» (In Io. tr., 110, 5; PL 35, 123). Ma si può appena qui accennare alla dovizia inesauribile che ci offrono i SS. Padri su questa dottrina (cf. E. Mersch, tutto il vol. I e parte del II).
V. PIÈTÀ (TEOLOGIA). M. — Conosciuto il mi- stero del c. m., del Christus totus, come spesso lo chiama s. Agostino (v. , ad es.: In Ps., 90, Sermo 2; PL 37, 1159), è necessario spiegare adeguatamente le sublimi affermazioni di s. Paolo, di s. Agostino: «Voi siete il Corpo di Cristo» (I Cor. 12, 27); «Tutti gli uomini in Cristo fanno un uomo solo» (In Ps. 29, 29).
Emarr. 2a: PL 36, 219): un uomo solo, un Cristo unico. Per non cadere in una specie di panteismo o di pan- cristismo, secondo l'errore di quelli, riprovati da Pio XII, che «fanno unire e fondere in una stessa persona fisica il divin Salvatore e le membra della Chiesa» (enciclica cit.) è necessario determinare la natura di cotesta unione di noi tutti in Cristo. Ogni unione o è puramente morale, come quella dei mem- bri di una stessa famiglia, oppure è fisica e ontologica.
1. Gli elementi costitutivi del c. m. — a) Il Capo: «Egli (Cristo), dice s. Paolo, è il Capo del Corpo della Chiesa» (Cod. I, 18). L'Incarnazione poneva Cristo a capo dell'uma- nità; il Figlio di Dio fatto uomo diventava di necessità assoluta «il Primogenito di tutta la creazione» (Cod. I, 15), la ricapitolazione delle cose celesti e terrestri» (Eph. 1, 10), «il Mediatore fra Dio e gli uomini» (I Tim. 2, 5). Il Verbo eterno, «nel quale era la vita» (Io. 1, 4), assume la nostra natura nell'unità della sua Persona divina e la colmò di quella Grazia, partecipazione della vita divina, che voleva poi effondere in tutti i discendenti di Adamo pec- catore. Questa funzione di Capo del c. m., che compete al Verbo Incarnato, implica, secondo s. Tommaso (Sum. Theol., 3, 3, 4, 8, a. 1) e secondo l'encicli. Mystici Corporis, una triplice preminenza sulle membra: 1) preminenza di ordine o di dignità: «Per la sua vicinanza a Dio, la grazia di Cristo è più alta e anteriore (a quella di tutti)» (Sum. Theol., loc. cit.); 2) preminenza di perfezione: a somiglianza della testa che, nel corpo umano, racchiude tutti i sensi esterni ed interni, Cristo possiede nell'Umanità la sua pienezza di tutte le grazie. «Le virtù, i doni, i carismi che sono nella società cristiana — dice Pio XII (loc. cit.) — risplen- dono tutti in modo perfettissimo nel suo Capo, Cristo: «In lui piacque al Padre che abitasse ogni pienezza» (Cod. I, 19); 3) soprattutto preminenza di influsso. Come la testa muove e governa il corpo intero, così Gesù Cristo esercita sulla sua Chiesa un'azione direttrice e vivificatrice continua. Secondo Pio XII, questo influsso viene eserci- tatosi da Gesù Cristo in due modi: primo, in quanto muove il suo Corpo per modo di governo, dirigendo al sublime fine della vita eterna i membri della Chiesa, sia diretta- mente per i mezzi arcani delle sue ispirazioni interne, sia mediante la gerarchia da lui istituita (il Romano Ponte- fice, suo Vicario in terra, ed i vescovi nelle singole diocesi); secondo, in quanto muove spiritualmente il suo Corpo per modo di influsso vitale, diffondendo in ogni cellula di esso grazie, lume e virtù molteplici (enciclica cit.).
b) Le Membra. Sono membra del c. m.: 1) prima di tutto quelli che furono quaggiù incorporati a lui per il Battesimo e da lui non furono separati per via di eresia, scisma, scomunica, o morendo in peccato mortale. Non sono esclusi dalla compagine del c. m. i peccatori, che, pur privi della vita spirituale di questo Corpo, ancora ade- riscono a Cristo ed alla Chiesa per la fede che professano, e che, per vari influssi del divin Capo, vanno richiamati alla comunione di vita. 2) Le anime purganti che, lasciata questa vita nella pace di Cristo, a lui rimangono per sempre unite, benché debbano ancora purificarsi prime di godere l'unione beata. 3) Finalmente, in modo perfetto, i beati nel cielo, ai quali Cristo comunica la pienezza della sua vita nella gloria; non ne sono esclusi gli Angeli, che, se- bene non somiglianti a Gesù per natura, gli assomigliano per grazia e ne ricevono molteplici influssioni. Però tra le membra del c. m. un posto preminente spetta alla Ver- sione S.ma. Madre del Capo secondo la carne, ella è di- ventata «secondo lo spirito Madre delle membra», come già diceva s. Agostino (De Virginitate, cap. 6: PL 40, 399) e ripete con insistenza s. Luigi di Montfort (v. Trat- tata della vera devozione a Maria Vergine, n. 32). Dottrina approvata da Pio X nella enciclica Ad diem illum (1904): «Nel seno castissimo della Vergine, ove Gesù prese una carne mortale, ivi stesso unì a sé un corpo spi- rituale, formato di quanti dovevano credere in lui; e si può dire che, portando Gesù nel suo seno, Maria vi por- tava pure tutti quelli la cui vita era racchiusa nella vita del Salvatore». Mediatrice di grazia in strettissima di- pendenza da Gesù Redentore, Maria, per via di interces-
sione efficace, trasmette a tutti quella vita divina che ha la sua fonte originaria nel Verbo Incarnato.
c) L'Anima del c. m. A somiglianza di ogni essere umano o animale, il c. m. ha un principio primo di vita e di unità nella diversità delle membra, che si chiama l'anima. Tale principio, nel Cristo totale, non è che lo stesso Spirito Santo, più volte chiamato nella Scrittura «lo Spirito di Gesù» o «lo Spirito del Figliolo» (Act. 16, 7; Gal. 4, 6). Egli è pertanto, come insegna Pio XII, «questo divino principio di vita e di virtù dato da Cristo, in quanto costituisce la stessa fonte di ogni dono e grazia creata... È lo Spirito di Cristo che ci ha resi figli di Dio, e ci mette nel cuore quel senso d'amore filiale col quale gridiamo: Padre! Padre nostro! ad imitazione dell'Unigenito» (Rom. 8, 14-17). Egli è anche quel principio di unità, che delle varie membra animate dal suo soffio fa un complesso armoniosamente ordinato. «A questo Spirito di Cristo, come a principio invisibile, bisogna attribuire l'unione di tutte le parti del Corpo tra loro e con l'ecceso lor Capo, risiedendo esso tutto nel Capo, tutto nel Corpo, tutto nelle singole membra» (encic. cit.).
2. Natura dell'unità propria del c. m. - «Padre, che siano tutti una sola cosa in noi» (Jo. 17, 21). Così pregava Gesù il Giovedì Santo dopo il banchetto Eucaristico. Certo questa unità (lo ricorda Pio XII) non risulta da una unione ipostatica, ossia personale, che faccia di noi con Cristo una sola persona fisica, come avviene nel Verbo Incarnato. Non implica neanche una unione sostanziale, quale vige in noi fra corpo e anima per comporre una stessa natura e sostanza. L'unione nostra con Cristo nel c. m. va intesa nel l'ordine accidentale della Grazia, che comprendendo diverse realtà, fisiche, morali e giuridiche, ha per scopo ed effetto di comunicare a tutti i fedeli una stessa vita divina, da Cristo infusa a tutti in partecipazione della sua vita di Grazia, e, per ultimo, in dipendenza dalla sua filiazione divina.
Alla radice, o meglio al centro di cotesta unione mistica sta l'influsso vivificante di Cristo e del suo Spirito Divino. Questo influsso che si manifesta in molti modi, si attua soprattutto attraverso i Sacramenti, fra i quali hanno un posto preminente il Battesimo, col quale siamo a Cristo incorporati, e l'Eucaristia, il Sacramento proprio del c. m., il quale è l'effetto ultimo (la res tantum) dell'Eucaristia (Stm. Theol., 3ª, q. 73, a. 1., obiect. 2), come insegna S. Tommaso, e il suo maestro s. Alberto Magno (v. l'opera, citata in bibl., di A. Piolanti). Da tale influsso efficace del Capo sulle membra risulta una somiglianza di vita e di grazia, una conformità di virtù e di santità, di cui Gesù è per tutti i redenti la causa esemplare. All'intima unione stabilita così tra noi e Cristo dalla causalità efficiente, di ordine fisico, ontologico, s'aggiungono altri legami di ordine morale e giuridico. Strettissima unione morale è quella generata «da quelle tre virtù, teologali con le quali noi ci uniamo a Dio (e a tutti i nostri fratelli) nel modo più intimo» (enciclica Mystici Corporis): unione delle menti nell'adesione alla comune verità rivelata; unione delle volontà nell'animo verso il conseguimento dell'unico Bene Supremo; unione dei cuori nell'amore ardente che ci unisce a Gesù e tra noi. Unione giuridica e sociale, costituita da quei vincoli che nel Corpo visibile di Cristo collegano, per via di obblighi e diritti reciproci, i membri della società ecclesiastica, che anzitutto ci fanno sudditi di Cristo Redentore, avendo Egli acquistato, mercé la sua Incarnazione e Passione, un diritto incontrastabile su noi tutti. E per ultimo, tutti quei principi convergenti di unità culminano nel comune fine del regno eterno, al quale siamo predestinati dal decreto del Padre celeste, a gloria del suo Unigenito che sarà finalmente omnia in omnibus (Col. 3, 11). Riepilogando, sette sono i principi di unità nel c. m.: 1º l'influsso vitale del Capo; 2º l'azione propria dei Sacramenti, e specialmente dell'Eucaristia; 3º lo Spirito Santo quale anima del c. m. 4º la causalità esemplare; 5º l'unione morale; 6º i vincoli giuridici; 7º l'influsso della causa fi
nale. Ci fermeremo però su quello che dicemmo essere il principio fondamentale dell'unità del c. m.: l'influsso vivificato di Cristo Capo.
Il c. m. di Cristo si rivela anzitutto come una comunanza di vita soprannaturale, che trova in Gesù la sua origine. L'Umanità di Cristo, ipostaticamente unita al Verbo di Dio, riceve in sé una virtù che gli consente di infondere in noi la vita della Grazia. Questa vita di Grazia è una partecipazione della natura divina: «Siamo fatti partecipi della natura divina» (I Pt. 1, 4); «Ci ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Io. 1, 12). Figliolanza divina, consorzio della divina natura, son doni che superano ogni concetto o desiderio umano ed ogni capacità di causa creata. Alla questione se Gesù in quanto uomo possa santificarci e comunicarci la Grazia, dovrà rispondersi che santificare significa divinizzare; ora, come dice S. Tommaso, divinizzare spetta solo a chi possiede in proprio la divinità, cioè a Dio solo (Sun. theol., 1ª-2ª, q. 112, a 1). Non può pertanto competere all'umanità di Gesù tale influsso. Però il Dottore Angelico aggiunge: l'influsso della vita divina o Grazia non può attribuirsi che a Dio come a causa principale; l'umanità di Cristo però ne può diventare causa instrumentale (ibid., ad 1). Come i Sacramenti sono pervasi dalla virtù di Dio che li eleva fino a farne veramente cause operanti di Grazia, così a fortiori l'umanità natura di Gesù è fatta veicolo dell'azione santificatrice del Verbo, come dice S. Tommaso: «La umanità di Cristo causa la Grazia in virtù della Divinità unita» (ibid., loc. cit. e passim). È quanto insegnava già S. Cirillo d'Alessandria: «La carne (di Cristo)... può vivificare, benché di per sé la carne non serva a nulla. Dal momento che si trova unita al Verbo vivificante, essa è fatta tutta quanta vivificante, innalzata alla virtù del Verbo» (In Io. 4: PG 73, 60). L'umanità di Gesù è come il Sacramento fondamentale della Grazia, di cui i sette Sacramenti sono come il prolungamento. Tutti ci comunicano l'influsso divinizzante dell'umanità di Gesù.
Quell'influsso però viene a noi in maniera speciale attraverso il Sacramento dell'altare, giacché esso contiene non solo la virtù operante di Cristo, ma Gesù stesso. Esso è per eccellenza il Sacramento dell'unione e dell'incorporazione a Cristo. Lo stesso Battesimo, come insegna S. Tommaso, non ci fa membra di Cristo se non per voto o desiderio dell'Eucaristia, di cui ci trasmette l'influsso e l'effetto proprio (Sun. Theol., 3ª, q. 73, a. 3; q. 79, a. 1, ad 1 (v. COMUNIONE EUCARISTICA). In quel contatto con la carne vivificante di Cristo mediante la Comunione, l'uomo vien trasformato, corpo e anima, e reso somigliante a Gesù: così il card. Mendoza: «Noi, con il corpo e con l'anima uniti a Cristo, rivestiamo le qualità del suo corpo» (De naturali cum Christo unitate, p. 209). E spiegando più oltre il modo di tale trasformazione, lo stesso autore aggiunge: «Essendo Cristo veramente, con la sua sostanza, nel sacramento dell'Eucaristia, e mediante il Sacramento nell'uomo stesso, una virtù che emana dalla sostanza stessa di Cristo pervade tutto l'uomo ed ogni sua parte» (op. cit., p. 218).
Ma la nostra visione del presente mistero ancora si allarga con un dato fondamentale: la virtù santificante dell'umanità di Cristo compete pure ad ogni sua azione, anche la minima. È quanto c'insegna S. Tommaso, il quale, parlando della Passione di Gesù, enuncia questo principio fondamentale: «Tutte le azioni e sofferenze di Cristo operano in modo instrumentale, per virtù della Divinità, la salvezza umana» (Sun. Theol., 3ª, q. 48 e 6). Tale prin
cipio spiega come tutti i misteri di Cristo siano fonte di grazia. Unirci a tali misteri (ed ogni azione dell’Uomo-Dio è un mistero), sia in occasione delle celebrazioni liturgiche, sia meditando il S. Rosario, sia in qualunque altra maniera, ogni giorno e ad ogni istante, è veramente appropriati i tesori di grazie in essi racchiusi. Ogni mistero, del resto, ogni azione del Verbo Incarnato ha la sua Grazia propria, come spiegava egregiamente, nel sec. xvii, la scuola «francese» di spiritualità, dietro al card. de Bé-rulle: l’umiltà di Cristo s’imprime in noi, quando con fede ad essa ci unia-mo; la sua purezza ci fa puri, miti la sua mitezza, pazienti e forti la divina pa-zienza, con la quale andò incontro alla sua Passione. Vera comunione spirituale alla vita, morte e ri-surrezione di Gesù, questo sfruttamento dei misteri di Cristo fa sì che Gesù viva in noi e noi di lui, verificando la parola dell’Apostolo: vivo autem iam non ego, vivit vero in me Chri-stus (Gal. 2, 19). Lo dice pure Pio XII nell’enciclica Media-tor Dei (parte 3ª) sulla Liturgia: «Rie-vocando questi mi-steri di Gesù Cristo, la sacra Liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti, in modo che il divin Capo del c. m. viva nella pienezza della sua san-tità nelle singole mem-bra». Ivi si scorge la ricchezza spirituale di questo dogma del c. m. che armonizza e la dogmatica e la morale, una dogmatica che così intesa nelle sue ripercussioni pratiche è già una morale, il principio e la sorgente d’ogni vita cristiana, dall’ascesi laboriosa dei principianti alle vette più alte della vita mistica, fino alla perfetta unione con Dio attraverso il Cristo Mediatore.
Magistero eccel.); L. Marvulli, Maria madre del Cristo mistico, Roma 1948; A. Chavasse, Ordonnés au corps mystique, in Nouvelle revue théologique, 8o (1948), pp. 690-702; V. MORELLY, Le corps mystique du Christ et l’Eglise catholique romaine, ibid., 8o (1948), pp. 703-26; V. GROSSATORES, L’Eglise corps du Christ d’après s. Paul. Étude de théologie biblique, Parigi 1949. - Ernesto Mura