Enciclopedia Cattolica vol. IX, 1952 Teologia morale Comandamenti e precetti

PIETÀ (TEOLOGIA)

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PIETÀ (teologia). - Nel linguaggio biblico, teologico e comune il termine p. può avere un senso più ampio, comprendendo uno dei doni dello Spirito Santo (v.) e la misericordia (v.) verso gli indigenti. Qui viene considerata specificamente, in quanto è la virtù morale, per cui si tributa a chi è congiunto per sangue o cittadinanza il doveroso e conveniente ossequio e la debita riverenza (Sum. Theol., 2a-2ac, q. 101, a. 1).

L'uomo diviene debitore verso gli altri in vari modi, secondo l'eccellenza della persona da cui riceve e l'entità dei benefici che ne riceve. Sotto entrambi gli aspetti tiene il primo posto Dio, in sé perfettissimo e primo principio d'ogni essere esistente e della sua conservazione; nel campo della Grazia i titoli assumono proporzioni incommensurabili. Ma subordinatamente a Dio e per sua disposizione altre creature si devono considerare principi del nostro essere. L'uomo non è pura entità biologica, per cui debba la vita soltanto a chi lo generò fisicamente, ma è anche entità sociale, spirituale e morale, alla cui esistenza, formazione, sviluppo, completamento, perfezionamento e difesa, anche altri concorrono per dovere o per volontà spontanea. E la giustizia, che riconosce questo, adempie al dovere verso tali persone per mezzo della p.

Oggetto materiale proprio sono due atti che esprimono l'amore: l'ossequio (aiuto nelle varie necessità: malattie, indigenza, sofferenze morali e preghiera [cf. Mt. 15, 4; Eccli. 7, 29 sgg.]) e riverenza (attestazioni di stima, di venerazione, di riverenza).

I. TERMINE DELLA P

Termine della p. sono prima di tutto i genitori; i doveri verso di essi difficilmente possono essere ricambiati ad eguaglianza, benché in alcuni casi il figlio possa dare di più (salvare il padre da morte crudelissima, convertirlo alla fede ecc.). Appunto perché non si può parlare di perfetta eguaglianza e perché resta sempre la dipendenza ontologica dai genitori, la p. si distingue dalla pura giustizia. Vengono in secondo luogo i consanguinei, in misura della loro minore congiunzione di sangue e della comune origine prossima (e per ragioni evidenti i tutori e i genitori legali) e in terzo luogo gli altri parenti.

La p. ha pure per termine la patria; con l'aiuto di essa, concretata nello Stato, i genitori possono dare ai figli una vita sociale conveniente, un'educazione opportuna, un perfezionamento intellettuale e una difesa, impossibile altrimenti. Quindi, restando sempre questa relazione di principio dell'esistenza, la p. verso la patria resta obbligatoria anche in caso di emigrazione e di esilio.

La p. verso la patria include secondariamente l'ossequio da prestarsi ai propri concittadini e agli amici della patria, essendo riflesso nei singoli il favore da questi dato alla patria.

Termine della p. sono pure il coniuge per il coniuge (v., anche per i rapporti patrimoniali, coniugi) e i figli per i genitori (v. PROLE).

D'ordine simile, non identico, sono le relazioni verso i padri spirituali («Ecclesiae praesides et pastores et sacerdotes patres dicuntur -: Catechismo romano, De IV praecep., n. 8, ed. Benedetti, Roma 1918, n. 320).

II. LIMITI DELLA P. E SUE VIOLAZIONI

La p. nel suo esercizio trova limiti (oltre i quali diventa vizio) nei doveri superiori verso Dio e nei doveri verso le terze persone; così non si possono omettere i doveri verso Dio per una p. eccessiva o non fondata; non si devono conculcare i doveri verso i genitori per un amore esagerato verso la patria. Rientra qui la questione del dovere verso i propri parenti, quando alcuno si senta chiamato allo stato religioso (cf. in merito CIC, can. 542; Sum. Theol., 2ᵃ-2ᵇ, p. 101, a. 4).

Verso la patria la p. viene lesa per eccesso con il nazionalismo esagerato (esclusione di parità giuridica delle altre nazioni, egoismo economico con scapito della collettività, con barriere doganali e immigratorie eccessive, deificazione della patria), per difetto con i tradimenti, le diffamazioni e con un cosmopolitismo che non riconosce i beni delle varie entità nazionali (cf. il detto pagano: « Ubi bene, ibi patria »).

Bibliografia6 opere
BIBL.: oltre i comuni trattati di teologia morale (de quarto decalogi praecepto o de iustitia), cf. Gaetano da Bergamo. Le quattro virtù cardinali con le virtù annesse e co' vizi opposti, Roma 1780, p. 110 sgg.; C. R. Billuart, Cursus theologiae, II, Brescia 1838, p. 705 sgg.; P. F. Charmot, Esquisse d'une pédagogie familière, Parigi s. s.; L. Leclercq, La famille, Namur 1933, passim; J. J. Wright, National patriotism in papal teaching, Boston 1942; Codice di morale internazionale, 1ª ed., Roma 1943, nn. 236-52.

Sisinio da Romallo

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), coll. 1388–1389.

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Sisinio da Romallo. “Pietà (Teologia).” In Enciclopedia Cattolica, vol. IX, coll. 1388–1389. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952. https://azioneromana.com/it/article/pieta-teologia.

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Sisinio da Romallo. “Pietà (Teologia).” Enciclopedia Cattolica, vol. IX, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1952, coll. 1388–1389. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/pieta-teologia.

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