DONI DELLO SPIRITO SANTO

DONI DELLO SPIRITO SANTO. - Abiti soprannaturali, che perfezionano le virtù infuse e rendono le nostre facoltà disposte ad obbedire più prontamente e facilmente alle mozioni divine.

I. TESTIMONIANZA DELLA SCRITTURA

La dottrina rivelata sui d. dello S. S. è contenuta principalmente nel testo classico di Is. 11, 2, che i Padri hanno spesso commentato dicendo che si applica prima al Messia e dopo, per partecipazione, a tutti i giusti perché ad essi il Salvatore ha promesso di inviare lo Spirito Santo.

«Su lui riposerà lo Spirito di Dio, spirito di saggezza e di intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di scienza e di timor di Dio». Il testo ebraico non menziona il dono di pietà; ma i Settanta e la Vulgata lo ricordano e dopo il sec. III la tradizione afferma che i doni sono sette. Inoltre, nel testo ebraico, Is. 11, 3, il timor di Dio è menzionato una seconda volta e nel Vecchio Testamento i termini «timor di Dio» e «pietà» hanno all'incirca lo stesso significato. La differenza sarà più precisa nel Nuovo Testamento, in particolare quando s. Paolo dirà (Rom. 8, 15): «Voi non avete ricevuto uno Spirito di servilismo per essere ancora nel timore, ma voi avete ricevuto uno Spirito di adozione per il quale noi gridiamo: Abba I Padre! Questo Spirito stesso attesta al nostro spirito che noi siamo figli di Dio» e dobbiamo avere per lui una filiale pietà.

In Sap. 7, 7-30, si legge anche: «Io ho pregato e lo Spirito della Saggezza è sceso in me. Ho preferito questa sapienza agli scrittori e alle corone... Con lei mi sono pervenuti tutti i beni. Attraverso i secoli essa si diffonde in tutte le anime sante e le rende amiche di Dio. Dio infatti non ama che coloro nei quali alberga la sapienza». Si osserva che esso è il primo dei d. dello S. S. citati da Is. 11, 2, e che è promesso in una certa misura a tutti i giusti.

Questa rivelazione del Vecchio Testamento acquista il suo vero significato alla luce delle parole del Salvatore, quando egli promette di inviare lo Spirito Santo (cf. Io. 14, 26): «Lo Spirito Santo che mio Padre vi invierà in mio nome, vi insegnerà ogni cosa e voi ricorderete tutto ciò che io vi ho detto». S. Giovanni aggiunge (I Io. 2, 20): «Voi, o miei figli, avete ricevuto l'unzione dal Santo e conoscete tutto».

Inoltre vi sono nella S. Scrittura i testi comunitari citati come relativi a ciascun dono in particolare, per esempio Lc. 24, 45, a proposito dei discepoli di Emmaus: «Allora Gesù aprì il loro spirito perché avessero l'intelligenza delle Scritture»; Ps. 110, 10: «Il timore di Jahweh è il principio della sapienza. Sono veramente intelligenti coloro che osservano la sua legge»; Ps. 21, 8: «Io ti darò l'intelligenza, ti mostrerò la via che devi seguire, sarà il tuo consigliere, il mio occhio veglierà su te»; Ps. 118, 97: «Come amo la tua legge, Signore. Essi è tutto il giorno l'oggetto del mio pensiero, con i tuoi comandamenti tu mi rendi più saggio dei miei nemici... Io ho più intelligenza dei vegliardi, perché osservo i tuoi comandamenti»; Prov. 9, 10: «Il principio della sapienza è il timor di Jahweh; e l'intelligenza è la scienza del Santo»; in Io. 8, 12, Gesù dice: «Colui che mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

II. LA TRADIZIONE

I Padri hanno spesso commentato i testi della Scrittura citata e, a partire dal sec. III, insegnano generalmente che i sette doni sono in tutti i giusti, i quali sono il tempio dello Spirito Santo, come afferma s. Paolo (I Cor. 2, 16-17; 6, 19; II Cor. 6, 16; cf. A. Gardeil, Dons du St Esprit, in DThC, IV, II, coll. 1728-81).

Nel 382 papa Damaso parla dello Spirito settiformente, che riposò sul Messia ed enumerò i sette doni (cf. Denz. U, 83). Questa dottrina è spiegata soprattutto da s. Agostino nel commento del sermone sulla montagna, De Sermone Domini in monte, I, I, cap. 14; De doctrina christiana, I, II, cap. 7; Sermon 347. Egli mette in rilievo la corrispondenza della gradazione ascendente delle Beatitudini evangeliche con l'enumerazione discendente dei doni secondo Is. 11, 2. Così il timore rappresenta il primo grado dell'ascensione spirituale, e la sapienza il suo coronamento. La contemplazione secondo s. Agostino è una sapienza soprannaturale. Essa proviene dalla fede viva illuminata da una speciale ispirazione dello Spirito Santo che dà il godimento di Dio (cf. s. Agostino, De Trinitate, III-XIV, e F. Cayré, La contemplation augustine, Parigi 1927, cap. 2 e 3). Recentemente il p. J. De Blic (Pour l'histoire de la théologie des dones avant st Thoma, in Revue d'accultique et de mystique, 22 (1946), pp. 117-79) ha rilevato, in opposizione al Gardeil, la scarsità delle testimonianze dei Padri greci e latini sui d. dello S. S., come se ciò diminuisse la consistenza della speculazione scolastica e tomistica in particolare. Sarebbe utile riprendere i testi esaminati, con molta erudizione del resto, dal De Blic, e farne un ulteriore spoglio, allargando le ricerche positive. Comunque anche su pochi dati della Rivelazione, in un periodo di particolare maturità di pensiero, è possibile costruire un sistema speculativo. Vedi le giuste osservazioni di I. Costois, in Vita cristiana, 16 (1947), pp. 622-27.

Secondo il Concilio di Trento (Denz-U, 799): «I Justificazioni causa efficiens est misericors Deus, qui gratuito abluit et sanctificat (I Cor. 6, 11) signans et unigens Spiritus promissionis Sancto, qui est pignus haereditatis nostrae» (Eph. 1, 12 sg.). Il catechismo del Concilio di Trento (parte 1ª, cap. 9, § 3) precisa questo punto enumerando i sette doni da Is. 11, 2, ed aggiungendo: «Questi doni sono per noi come una sorgente divina da cui attingiamo la conoscenza viva dei precetti della vita cristiana, mediante i quali possiamo sapere se lo Spirito Santo alberga in noi». S. Paolo ha detto infatti (Rom. 8, 16): «Lo Spirito Santo stesso testimonia al nostro spirito che noi siamo i figli di Dio». Esso attesta ciò con l'amore filiale che ci ispira e attraverso il quale si fa in qualche modo sentire da noi (cf. s. Tommaso,

In Ep. ad Rom., 8, 16). Una delle più belle testimonianze della Tradizione sui sette doni ci è data dalla liturgia della Pentecoste.

Infine Leone XIII nell'enciclica sullo Spirito Santo: Divinum illud munus, 9 maggio 1897, verso la fine, dice che «il giusto, il quale vive della Grazia e agisce per virtù come per nuove facoltà, ha assolutamente bisogno dei sette doni. Mediante questi doni lo spirito dell'uomo si eleva ed è in grado di obbedire più facilmente e più prontamente alle ispirazioni ed agli stimoli dello Spirito Santo».

III. LA TEOLOGIA DEI DONI

Si ricordano brevemente le precisazioni a tale riguardo della dottrina di s. Tommaso, sostanzialmente approvata da Leone XIII nell'enciclica citata. Nella Sum. Theol., 1-2a, 2a, q. 68, egli mette in rilievo soprattutto tre punti: a) che i doni sono «habitus» specificamente distinti dalle virtù; b) che sono necessari alla salvezza; c) che sono connessi alla carità e si accrescono con essa.

a) I doni sono specificatamente distinti dalle virtù, perché ci inducono a seguire docilmente e prontamente non la direzione della giusta ragione illuminata dalla fede, ma quella dello Spirito Santo. Sono qualità permanenti, «habitus» infusi, che rendono l'uomo prontamente obbediente allo Spirito Santo, come le vele mettono la barca in condizione di seguire la spinta del vento favorevole, facilitando molto il lavoro dei rematori. Ma per gli iniziatori i sette doni, come vele ancora ammaliate, sono impeditati da peccati veniali poco avvertiti ma frequenti.

Le virtù, anche le virtù infuse, agiscono secondo un modo umano che risulta dalla regola umana. I doni ci mettono in grado di agire secondo un modo sovrumano che risulta dalla regola divina o dall'ispirazione speciale dello Spirito Santo. Ad es., la prudenza anche infusa deriva dalla deliberazione discorsiva, ed in ciò essa differisce dal dono del consiglio, che ci mette in condizione di ricevere una speciale ispirazione di ordine sopra-discorsivo, ad es., rispondere senza alcuna menzogna ad una domanda indiscreta, conservando un segreto. Così, mentre la fede aderisce semplicemente alle virtù rivelate «propriet autocratem Dei revelantis», il dono di inteligenza ce le fa penetrare e quello di sapienza ce le fa godere. Così i doni sono specificamente distinti dalle virtù.

b) Sono necessari alla salvezza, perché il modo umano delle virtù pure infuse ci lascia in uno stato di inferiorità rispetto al nostro fine soprannaturale che conviene conoscere in una maniera più viva, più penetrante, più esperimentale e gustosa, e verso il quale bisogna mirare con più slancio (Sum. Theol., 1-2a, 2a, q. 68, a. 2). I doni pongono un rimedio alla nostra ignoranza, all'ebetismo dello spirito, alla durezza del cuore. Quello della scienza ci mostra la vacuità delle cose terrene, quello del timore ci preserva dalla presunzione, quello del consiglio perfeziona la nostra prudenza, quello della pietà la virtù di religione, quello della forza la virtù di forza, quello dell'intelligenza la virtù di fede, quello di sapienza la virtù di carità.

c) Infine i sette doni sono connessi con la carità, secondo il detto di s. Paolo in Rom. 5, 5: «La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato dato» e che non resta in noi passivamente. Dunque esso non scende in noi senza i suoi sette doni, che accompagnano così la carità e che, per conseguenza, si perdono, come essa, col peccato mortale. Essi appartengono così all'organismo spirituale della Grazia santificante, che per tale motivo è chiamata «la Grazia delle virtù e dei doni» (cf. Sum. Theol., 3a, q. 62, a. 2), la quale è distinta dalle grazie gratis data come la profezia o il dono delle lingue.

E come tutte le virtù infuse ingrandiscono insieme come le cinque dita della mano, bisogna dire lo stesso dei sette doni. Così non si verifica mai che un cristiano abbia un alto grado di carità senza avere in grado proporzionato i doni di sapienza, intelligenza, scienza, ma come questi doni sono nello stesso tempo speculativi e pratici, presso certi santi essi appaiono soprattutto sotto forma contemplativa e presso altri sotto una forma pratica più direttamente atta all'azione e come una luce non risplendente, ma diffusa che rischiara ogni cosa.

L'ispirazione speciale ricevuta mediante i doni è una «Grazia operante» (Sum. Theol., 1-2a, 2a, q. 3, a. 2) che varia secondo il carattere specifico di ciascuno dei sette doni. Per quello di sapienza essa dà il godimento delle cose divine (servendosi della connaturalità fondata sulla carità); per quello di intelligenza dà la penetrazione dei misteri della fede, della grandezza di Dio e della nostra miseria; per il dono di scienza ci rivela la vacuità delle cose terrene se intese per loro stesse o il loro mirabile simbolismo quando si considerano in rapporto a Dio come dei raggi del sole di giustizia; per il dono di consiglio questa grazia operante indica la via da seguire hic et nunc. Quanto al dono di sapienza, il più elevato di tutti, appare chiaro che dirige dall'alto tutti gli altri, almeno in modo latente, come la carità ispira tutte le virtù.

Alcuni teologi, come lo Scaramelli nel sec. XVIII, hanno supposto che ogni dono sia in relazione tanto ad atti ordinari, come ad atti straordinari. Questa concezione si trovava già precedentemente in s. Tommaso (Questio unica de virtutibus cardinalibus, a. 4), perché uno stesso «habitus» non può essere essenzialmente relativo ad atti specificamente distinti, di cui l'uno non sia in relazione all'altro, e l'unità dell'habitus non sarebbe salvaguardata; mentre se vi sono degli atti specificamente distinti, si devono avere degli «habitus» specificamente distinti.

Ma il vero è che il modo sovrumano di ogni dono è prima latente e diventa in seguito manifesto e frequente. Quando queste due condizioni sono realizzate, esse caratterizzano la vita mistica che non è altro che l'esercizio eminente delle virtù infuse e dei doni che le accompagnano. Così la contemplazione infusa o mistica deriva dalla fede vivificata dalla carità ed illuminata dai doni di intelligenza e di sapienza; in breve, essa deriva dalla fede viva divenuta penetrante e fonte di godimento, ed è una conoscenza quasi sperimentale dei misteri rivelati e dello Spirito Santo presente in noi, che si fa anche sentire a noi. Vale a dire che la contemplazione infusa dei misteri della fede non deriva dalle grazie gratis data, come la profezia, ma da «la grazia delle virtù e dei doni». Essa è dunque sulla via normale della santità. È soprattutto ciò che hanno insegnato s. Agostino, s. Gregorio Magno, s. Tommaso, s. Bonaventura, Tauleo, s. Giovanni della Croce, s. Teresa e i loro discepoli: Filippo della S. Maria, Giuseppe dello Spirito Santo, Giovanni di S. Tommaso.

Nei sec. XVIII e XIX l'influenza del pensiero dello Scaramelli determinò l'abbandono di questa dottrina. Nei tempi odierni è di nuovo adottata interamente ad ammessa da parecchi teologi contemporanei (Ariatore, Saudreau, Lamballe, Joret, Garde, De la Taille, Peeters, Maréchal, Gabriele di Santa M. Maddalena, Cayré). Ma, praticamente, nell'indirizzare le anime, nel momento in cui esse devono passare normalmente dalla meditazione semplificata alla contemplazione, bisogna evitare la precipitazione e in precedenza constatare l'esistenza in queste anime dei tre segni indicati da s. Giovanni della Croce nella Notte oscura (l. I, cap. 9): «1) non trovare consolazione sensibile né nelle cose di Dio né nelle cose