DONI PRETERNATURALI

DONI PRETERNATURALI. -

I. NOZIONE

Con quest’espressione si sogliono indicare i privilegi che Adamo ed Eva ricevettero in principio, nello stato d’innocenza, con la Grazia santificante, le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo. La Grazia santificante, le virtù infuse e i doni che da quella derivano vengono chiamati doni soprannaturali in quanto sono «una partecipazione della natura divina» (v. CONSORZIO DIVINO) e il germe della vita eterna, che consiste nella visione immediata dell’essenza divina; sono doni soprannaturali non solo perché Dio unicamente può produrli in noi e perché sono gratuiti, ma anche perché intrinsecamente superano ogni natura creata e creabile, umana o angelica. Mentre la vita miracolosamente restituita a un cadavere è una vita naturale (vegetativa e sensitiva), soprannaturalmente causata da Dio, la Grazia santificante è una vita essenzialmente soprannaturale tanto per l’angelo quanto per l’uomo; è una partecipazione alla vita intima di Dio e ci dispone a vederlo faccia a faccia e a goderlo per tutta l’eternità (v. DONI SOPRANNATURALI E GIUSTIZIA ORIGINALE).

I d. p. sono di molto inferiori alla Grazia santificante; quantunque Dio solo possa produrli in noi, e non ci siano dovuti e quindi gratuiti, essi non sono intrinsecamente, per la loro stessa essenza, superiori a qualsiasi natura creata o creabile, sono anzi inferiori alla natura angelica e costituiscono l’integrità della nostra natura umana, onde si chiamano doni di integrità. L’integrità è una perfezione d’ordine naturale che può sovrapporsi gratuitamente alla natura umana. L’uomo per natura è un animale ragionevole, nient’altro; una profonda scienza filosofica e una sola virtù d’ordine umano appartengono alla sua integrità o perfezione naturale; se, invece di acquistare lentamente le ha ricevute gratuitamente da Dio nel momento della creazione, si chiamano d. p., perché non sono superiori alla natura, ma al di fuori di quanto a questa è dovuto. Essi procedevano dalla Grazia come dalla loro causa, ma le erano inferiori, formandone un ornamento e una difesa.

II. DIVISIONE DEI D. P. - I d. p., secondo la Rivalezione, sono quattro: nello stato d’innocenza l’uomo era nel suo corpo preservato dalla morte e dal dolore, e l’anima era preservata dalla concupiscenza disordina e dall’ignoranza. La testimonianza della Rivalezione contenuta in Gen. 1 e 2 è più esplicita sull’esistenza e la gratuità dei due primi privilegi, immutità della morte e dal dolore, ma indica anche i privilegi più eccelli e meno manifesti, l’immunità dalla concupiscenza e dall’ignoranza. Si vede così che nello stato di giustizia originale v’era una triplice armonia; la subordinazione dell’anima a Dio mediante la Grazia; la subordinazione della parte inferiore alla parte superiore dell’anima e la subordinazione del corpo all’anima. Dalla prima derivano le due altre; quando quella fu distrutta, scomparvero anche le altre due.

1. Nello stato d’innocenza l’uomo era immune dalla morte

Quantunque fosse per natura soggetto alla morte, come gli animali, ne era tuttavia preservato per singolare privilegio, finché fosse rimasto fedele a Dio. Questo chiamante si legge in Gen. 2, 16: «Disse il Signore a Adamo: tu puoi mangiare dei frutti degli alberi del paradiso, ma non mangerai i frutti dell’albero della scienza del bene e del male, perché nel giorno che ne mangerai, certamente morrai». Così pure dopo la disubbidienza si legge in Gen. 3, 19: «Mangerei il tuo pane col sudore della tua fronte insino a tanto che ritorni alla terra... ché sei polvere e in polvere ritornerei». La stessa dottrina si trova in Sap. 2, 23, 24 e in S. Paolo Rom., 12-17, nella tradizione e in molte definizioni conciliari (Denz-U., 101, 175, 788). S. Tommaso (Sum. Theol., 1a, q. 97, a. 1) spiega la convenienza e la gratuità di questo privilegio. Finché l’anima era totalmente sottomessa a Dio, era conveniente che da Dio avesse facoltà di conservar in vita il corpo. Questo, in quanto composto materiale, è naturalmente corruttibile, al par di quello degli animali; l’immortalità era dunque gratuita, non dovuta alla nostra natura, ma era privilegio dello stato d’innocenza. La gratuità di questo dono è affermata dalla Chiesa nella condanna di parecchie proposizioni di Dio (Denz-U., 1021, 1026, 1055).

2. L’uomo era anche immune dal dolore

La S. Scritura lascia in parte intendere che nel paradiso terrestre l’uomo aveva quanto poteva ragionevolmente desiderare, lavorava senza stancarsi e gli animali e gli esseri inferiori gli stavano sottomessi (Gen. 1, 26; 2, 8, 15; Eccli. 17, 3-4). Il dolore compare nella Genesi come conseguenza del peccato (Gen. 3, 19). Inoltre l’immunità dalla morte presuppone l’immunità dai dolori e dalle malattie che portano alla morte. La tradizione spiega questa dottrina rilevata (cf. R. De Journel, Enchiridion patristicum, 1762, 1923, 2013, 2122), e s. Tommaso (Sum. Theol., 1a, q. 97, a. 2, ad. 4) dimostra la convenienza di tale privilegio. Certo il corpo umano, come quello degli animali, è per natura soggetto al dolore, ma finché l’anima rimaneva soggetta a Dio, la Provvidenza preservava il corpo dal dolore e dalla morte.

3. L’uomo era immune dalla concupiscenza disordinata

La Gen. 2, 25 e 3, 7 pone il fondamento di questa dottrina: prima del peccato Adamo e Eva erano nudi e non ne arrossivano, dopo il peccato sentiron la necessità di vestirsi a motivo della concupiscenza disordinata in essi svegliatasi. S. Paolo (Rom. 6, 12; 7, 19-25) precisa questa’insegnamento. Il Concilio di Trento (Denz-U., 792) dichiara che la concupiscenza è talora chiamata da S. Paolo con il nome di peccato (Rom. 6, 22) perché è nata dal peccato e inclina al peccato, ma che nei battezzati non è, propriamente parlando, un peccato, ma piuttosto una ferita in via di rimarginarsi. Seguendo i ss. Padri, specie s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino e s. Cirillo d’Alessandria, s. Tommaso (Sum. Theol., 1a, q. 95, a. 1) fa vedere la convenienza di questo privilegio: sino a che la ragione rimaneva sottomessa a Dio conviva che sottomesse rimanessero le facoltà inferiori; ma questa sottomissione non era naturale, altrimenti sarebbe rimasta, come la natura, anche dopo il peccato (cf. Sum. Theol., 1a, q. 81, a. 3, ad. 2).

4. L'uomo era immune dall'ignoranza

È verità teologicamente certa (cf. Sum. Theol., 1a, q. 94, a. 3, 4). Ignorare non significa soltanto non sapere, significa non sapere ciò che secondo l'età e le proprie condizioni si dovrebbe sapere. Quindi di un europeo che non sappia il cinese, non si dice che l'ignora. Ora il primo uomo, con la cognizione soprannaturale della fede infusa, fondata sull'autorità di Dio rivelante, ha avuto la cognizione naturale proporzionata al suo stato di giustizia originale e necessaria per governare se stesso e istruire e educare i suoi figli. È insegnamento comune dei teologi, che, secondo quanto fa intendere la S. Scrittura, Adamo fu creato adulto con intelligenza già formata, quantunque ancora perfettibile. È detto inoltre (Gen. 19-20) che Dio fece sfilare davanti all'uomo gli animali perché loro desse un nome. Infine Adamo conobbe il significato degli elementi del linguaggio. Il primo uomo dovette anche conoscere ciò che lo distingue dall'animale, ciò che distingue l'intelletto e i sensi, la volontà e la sensibilità; dovette avere una cognizione certa del reale valore della necessità e dell'universalità dei primi principi di contraddizione, di causalità e di finalità, senza i quali non si può dimostrare l'esistenza di Dio, causa prima e fine ultimo. Il primo uomo vende, come dice la Genesi, nella familiarità di Dio dovrebbe avere infine la cognizione sicura delle cose morali e religiose, che gli era necessaria per la condotta della propria vita e l'educazione dei suoi figli (Eccli. 17, 1-8).

Ciò afferma con chiarezza anche la tradizione, tramite s. Agostino, s. Cirillo d'Alessandria, s. Giovanni Damasceno (cf. R. de Journel, Enchir. Patrist., index theol., 272). S. Tommaso (Sum. Theol., 1a, q. 94, a. 3) così spiega: «Le creature formate da Dio all'origine furono create non solo perché esistere, ma perché fossero il principio (e modello) delle future; per giusto motivo furono prodotti in uno stato perfetto». E se il primo uomo, nello stato d'innocenza aveva un corpo perfettissimo immune dalla morte e dal dolore, come apertamente dice la Genesi, più ancora doveva avere perfetta la sua anima per poter rettamente governare se stesso e i suoi figli. Questa alta cognizione delle leggi morali e religiose poteva trovarsi con una civiltà materiale rudimentale; così alcuni fondatori di Ordini religiosi, come s. Benedetto e s. Francesco d'Assisi, hanno da Dio ricevuto una cognizione molto alta sull'Ordine che dovevano fondare assai prima della redazione tecnica delle regole di esso; lo spirito ha preceduto la lettera per vivificarla; in seguito il progresso tecnico e materiale fu accompagnato spesse volte da un regresso morale e spirituale.

La cognizione del primo uomo restava sempre una cognizione della fede illuminata dai doni dello Spirito Santo; egli non vedeva Dio intuitivamente, né gli Angeeli, né conosceva i futuri contingenti, né i segreti dei cuori.

III. Conclusioni

Questi quattro privilegi dello stato d'innocenza costituivano il dono d'integrità che accompagnava la Grazia santificante, le virtù infuse ed i sette doni dello Spirito Santo. Questa integrità non era dovuta alla natura umana; essa era gratuita (o preternaturale), come dichiara la Chiesa contro Baio (Denz-U, 1026). Se ne deduce che lo stato di natura pura o puramente naturale è possibile, cioè che Dio avrebbe potuto creare l'uomo senza la Grazia e senza il d. p. d'integrità. Ciò risulta dalla condanna di parecchie proposizioni di Baio (Denz-U, 1021, 1023, 1055, 1070, 1516). Tuttavia, secondo s. Tommaso (C. Gent., I. IV, cap. 52) la concupiscenza disordinata che si riscontra nell'uomo, e la debolezza di resistenza alla parte elevata dell'anima sono segno probabile del peccato originale venuto a turbare l'armonia stabilita dal Creatore.

Se il primo uomo non avesse peccato, i d. p. sarebbe stato da lui trasmessi ai discendenti assieme alla natura umana (Conc. Trid., sess. V, cann. 1 e 2; Denz-U, 788-89). I figli di Adamo non avrebbero avuto la perfezione che egli ebbe per essere stato creato adulto e quale educatore del genere umano, ma avrebbero avuto un'acme speciale per conoscere la verità, soprattutto morale, senza pericolo di errore.

Bibl.: Sum. Theol., 1a, q. 94-102; 1a-2a, q. 85, a. 2; con i relativi commenti del Caprocio, Gaetano, Gonet, Billuart, Gotti, Hugon, Billot; A. Thouvenin, Innocence (état d'), in DThC, VII, coll. 1939-40; A. Michel, Justice originelle, ibid., VIII, coll. 2020-42; R. Garrigou-Lagrange, De Deo Trino et Creatore, Torino 1943, pp. 424-29.