CONSORZIO DIVINO

CONSORZIO DIVINO. - È un'espressione teologica, derivata dalla S. Scrittura (II Pt. 1, 4), che significa quella misteriosa partecipazione divina a cui l'uomo è SANTIFICAZIONE (v.).

Nel versetto citato della II Pt. si legge: «Per le quali (gloria e potenza di Dio) ci ha donato i preziosi e magnifici beni promessi, affinché, mediante questi, voi diventate partecipi della divina natura... Ôsías xovwovló òsóesos 3, Il termine xovwovló (xovwovló) usato da s. Pietro anche nella I lettera (5, 1), si trova pure in S. Giovanni (Io. 1, 3) e in S. Paolo (I Cor. 1, 9; Phil. 3, 10); col significato di comunione, partecipazione divina, che si ricollega all'idea di filiazione adottiva (v. ADOZIONE SOPRANNATURALE) in forza di una rigenerazione dell'uomo rinato da Dio; idea non ignota a S. Pietro (I Pt. 1, 3 e 23), frequente negli altri due Apostoli (Io. 1, 12-13; I Io. 3, 1; Rom. 8, 14-15; Gal. 4, 4 sg.; Eph. 1, 5 sg.). Il termine xovwovló e il relativo significato sono dunque propri del clima evangeliaco. S. Pietro sottolinea l'oggetto della partecipazione, che è la natura divina (Ôsías òsóesos, usata da Platone e da altri classici come equivalente di «vera Divinità»). La Vogata traduce xovwovló consortes, donde la voce c.

L'esegesi antica e recente del difficile passo di s. Pietro porta a questa interpretazione: il cristiano illuminato dalla fede riceve da Dio preziosi doni (Grazia e virtù infuse), per cui entra a partecipare della vita stessa di Dio, inizialmente in questa terra, pienamente in cielo.

Questo testo serve di base allo sviluppo della teologia della Grazia presso i Padri e gli scolastici. Sono specialmente i Padri orientali che, meditando le parole di s. Pietro nella luce del pensiero di s. Giovanni e di s. Paolo, arrivano al concetto della Ôxoróisaió o divinizzazione dell'uomo, che compendia tutta l'economia della Redenzione e della Grazia. Lo sviluppo teologico si matura in due fasi, una trinitaria e l'altra cristologica. Nella prima la divinizzazione è collegata all'azione del Figlio e dello Spirito Santo, che essendo della stessa natura divina del Padre rendono il cristiano figlio adottivo di Dio e quindi partecipe della sua natura (Atanasio e Basilio). Nella fase cristologica la divinizzazione è presentata come una riproduzione dell'unione ipostatica del Verbo, in cui si attua ineffabilmente il connubio del divino e dell'umano (Cirillo Alessandrino). S. Agostino riecheggia il testo di s. Pietro nel Sermone XIII, ma la polemica pelagiana lo costringe a sviluppare piuttosto il concetto dinamico della Grazia nel senso di attività soprannaturale sotto l'influsso di Dio. Gli scolastici, specialmente s. Tommaso, ritornano invece alla feconda concezione dei Padri greci e, con l'aiuto della teoria aristotelica degli abiti, riconnettano la divi

nizzazione con la Grazia santificante quale abito entitativo infuso da Dio, che conferisce all'anima un modo di essere deforme. S. Tommaso spiega il c. d. per guardarmi regnere rationem sive recreationem, che si attua con l'infusione della Grazia nell'essenza dell'anima (Sum. Theol., 1a-2a, q. 110, a. 4), per cui l'uomo diventa simile a Dio.

Il magistero della Chiesa ha confermato questa dottrina tradizionale. Tra le proposizioni di Baio condannate da Pio V c'è la 42a che nega la Grazia santificante a qua adoptatur homo in filium Dei et secundum interiorem hominem renovatur ac divinae naturae consors efficitur » (Denz-U, 1042). Leone XIII nell'encicl. Divinum illud (AAS, 29 [1897], p. 644) richiama il concetto dell'uomo « regenerati et creaturae novae et consortis divinae naturae et filii Dei deifici». Finalmente Pio XII nell'encicl. Mystici Corporis (AAS, 35 [1943], p. 214) insegna che il Verbo si è incarnato per fare gli uomini consortes... divinae naturae in questa vita mediante la Grazia, nell'altra con la visione beatifica.

I teologi moderni indagano a fondo la natura di questo c. d., cercando di evitare da una parte il concetto di una formale partecipazione divina in senso panteistico (come pretendono gli pseudomistici: Molo-linos, quietisti); e dall'altra parte il concetto di una partecipazione ridotta a semplice imitazione nell'ordine morale (come vorrebbero i semirazionalisti).

Tenendo una via media si può dire che la Grazia imprime nell'anima un'immagine soprannaturale di Dio, per cui l'uomo acquista un modo di essere simile a quello divino e una tendenza ad agire, cioè a pensare e a volere alla maniera divina. Un'immagine dinamica dunque o, come suggerisce acutamente un altro teologo (De la Taille) un'attuazione dell'anima da parte della natura divina simile a quella che si verifica nella natura umana di Cristo in virtù dell'unione ipostatica e nell'anima dei beati, che per il lume di gloria è elevata all'intuizione diretta dell'essenza divina (v. GIUSTIFICAZIONE; INABITAZIONE DI DIO NELL'UOMO).

BIBL.: E. Tobac, Grâce, in DFC, II, col. 340; P. Bonnettain, Grâce, in DB, III, col. 1103; J. Gross, La divinisation du cher-ditien d'après les Pères grecs, Parigi 1936, passim; J. Chaine, Les épîtres catholiques, 1939, pp. 42-43; P. De Ambroggi, Le epistole catholique (in S. Garofalo, La Sacra Bibbia, 14), Roma 1947, pp. 134-35; H. Rondet, Gratia Christi, 1948, passim.