MISERICORDIA. - Virtù morale, parte potenziale della giustizia, e consiste nel sentire compassione dell'infelicità altrui e muoversi per sollevarla. La virtù della m. ha di comune con la carità che entrambe tendono al bene del prossimo; però la causa motiva è diversa, poiché nella m. è la compassione, suscitata dalla miseria del prossimo, che muove a sollevarlo dal male che soffre; nella carità invece è la stessa benevolenza del prossimo che induce a desiderare e procurare il suo bene.
La stessa legge naturale insegna di fare agli altri
quello che si desidera fatto a se stessi. Il Salvatore Divino,
durante la sua vita mortale, inculcò nei suoi discepoli di
essere misericordiosi «come è misericordioso il Padre
Vostro che è nei Cieli» (Lc. 6, 36). C'è perciò una corre-
lazione tra la m. che l'uomo esercita verso il prossimo e
quella che Dio userà verso di lui (Mt. 5, 7; 18, 21).
Egli per primo ebbe sensi di vivissima m. verso gli stessi
suoi discepoli, spesso rozzi e ignoranti, verso i peccatori
e gli ammalati, recando ovunque perdono e conforto,
e operando miracoli per compassione del male altrui.
La sua immensurabile m. traspare, appena coperta da un
velo, nelle parabole del figliuol prodigo, della pecorella
smarrita, del buon samaritano (cf. ancora: Mt. 6, 12;
23, 35 sgg.; Mc. 4, 24). Dietro l'insegnamento di Cristo
c'è quello degli Apostoli (Col. 3, 12; Eph. 4, 32).
La miseria che la m. intende soccorrere abbraccia
qualsiasi dolore o male del prossimo, perciò le opere
di m. possono essere spirituali o corporali. A modo di
esemplificazione nel Catechismo ne vengono enunciate
14, 7 per ciascuna specie. Le corporali sono: 1) dare il
cibo agli affamati; 2) dare da bere agli assetati; 3) ve-
stire gli ignudi; 4) ospitare i pellegrini; 5) visitare gli
infermi; 6) redimere i prigionieri; 7) seppellire i morti
(Tob. 6, 12). Le spirituali sono: 1) insegnare agli igno-
ranti; 2) consigliare i dubbiosi; 3) consolare i mesti;
4) correggere i peccatori; 5) perdonare gli offensori;
6) sopportare le persone moleste; 7) pregare per i vivi
per i morti. Fra le opere di m. corporale va compresa
l'elemosina (v.), intesa in senso stretto, cioè come una
cosa materiale data per compassione all'indigente per
sollevarlo dalla sua miseria. Tanto maggiore è l'indigenza
e tanto più aumenta l'obbligo di aiutare il prossimo biso-
gnoso; tanto maggiore è la possibilità personale di solle-
vare il prossimo dal male in cui giace e tanto più grave
è il dovere morale di recare aiuto.
Nella necessità estrema e nella necessità grave l'ob-
bligo è senza dubbio grave; nella necessità comune,
l'obbligo pare leggero.
LE OPERE DI M. NELL'ARTE. — Classificata con
questo termine nei catechismi cattolici in due gruppi
distinti: sette opere di m. spirituale e sette opere
di m. corporale, solo il secondo gruppo ebbe larga
rappresentazione figurata, e le prime sei che traggono
origine da Mt. 25, 34-36, parecchi secoli prima della
7ª «seppellire i morti» che si trova ricordata per
la prima volta in G. Durand (Rationale divin. offi-
ciorum, VI, cap. 19), ma nelle figurazioni artistiche
compare solo nel sec. XIV.
(fot. Alinari)
Le prime sei opere di m., nella caratterizzazione dei
singoli enunciati evangelici, entrano nel repertorio icono-
grafico dell'arte cristiana verso il Mille. La loro prima
figurazione si trova in un avorio ottoniano del British
Museum: la copertina del Salterio detto della regina Meli-
senda (1050) in cui è il re David che compie le sei opere
di m. secondo l'ordine indicato da s. Matteo. Una più
completa illustrazione del passo evangelico è a Parma nella
decorazione esterna del Battistero, opera di B. Antelami
(sec. XII), nel portale detto del Redentore. Qui per la
prima volta le sei opere di m. fanno parte di un grandioso
complesso allegorico morale, come nel Vangelo di s. Mat-
teo, sono in relazione con il Giudizio finale figurato nella
lunetta e nell'architrave. Di fronte alle opere di m. è
raffigurata la parabola evangelica dei vignaioli (Mt. 20,
1-18) nella interpretazione agostiniana delle sei età del-
l'uomo, che negli scritti teologici sono spesso fatte corri-
spondere alle sei opere di m. Completano l'insegnamento
morale figure di Virtù. Le opere di m. sono compiute
da un personaggio in tunica e mantello in cui non si può
ravvisare, come alcuni hanno fatto, il Cristo, per l'assenza
dei simboli tradizionali. In ogni scena sono didascalie
ammonitrici. Altre volte, specie oltra'Apple, le opere di m.
sono in rapporto, ma semplice, con il Giudizio finale.
Così nella cattedrale di Basilea (porta S. Gallo, sec. XII),
nella chiesa di Petershausen a Costanza, in un rosone del
duomo di Friburgo e in una vetrata nell'atrio della torre
sud del duomo di Strasburgo, in cui il Cristo appare come
mendicante e dice: «Esurivi enim et dedisti mihi man-
ducare... ecc.». Anche superato il medicove le opere di
m. mantengono il loro carattere di insegnamento morale
indicato dalla relazione con il Giudizio finale, come in
una vetrata della chiesa di S. Fiorenzo a Niederhasbach
in Alsazia, negli affreschi quattrocenteschi della chiesa di
S. Fiorenzo a Bastia piemontese, e nel Cinquecento avan-
zato, nei rilievi del pulpito del duomo di Treviri (ove
è anche la rarissima figurazione delle opere di m. spiri-
tuale). La vitalità dell'insegnamento è tale che questo
tema riesce a penetrare persino in Oriente che mai l'aveva
accolto e, con un'iconografia pressoché immutata, le opere
di m. figurano con il Giudizio finale in un affresco del
tardo Settecento nella chiesa Panaghia Phaneromeni nel-
l'isola di Salamina. Quando non sono legate alla scena
del Giudizio finale sono spesso rappresentate come deri-
vanti dalla figura della m. Così nel bronzo fonte battesi-
male del duomo di Hildesheim in cui la m., rappresentata
come regina su un trono, dà un pane ad un vecchio e
versa dell'acqua ad un giovane e intorno sono un malato,
un prigioniero, un pellegrino ed un misero che si veste.
Una scritta dice: «Dati veniam sceleri per ope insopem
misereri» e il profeta Isaia che completa l'insieme tiene
un cartiglio su cui è scritto: «Frange esurienti panem
tuum et egenos vagosque induc in domum tuam». Simile
scena è anche su un tappeto (sec. XVI) del Museo di Cluny.
Nelle miniature del codice membranaceo del sec. XIV, con
il volgarizzamento del Pater noster fatto da ser Zucchero
Bencivenni (Firenze, Bibl. naz., cod. II-VI-16), la m. è
una fanciulla che innaffa un albero (f. 47) e vicino è la scena dell'elemosina di s. Martino che spesso in Francia (cattedrali di Amiens, Reims, Auxerre, Chartres) simboleggia la carità. Nel codice fiorentino sono superstiti solo le scene di «ospitare i pellegrini» (f. 43) «visitare gli infermi» (f. 48) «visitare i carcerati» (f. 49) e «vestire gli ignudi» (f. 52). Altre volte le opere di m. simboleggiano lo spirito di carità che distingue la vita di qualche illustre personaggio che è poi rappresentato nell'atto di compiere atti di pietà. Così la s. Elisabetta regina di Germania figura in scene di opere di m. in due vetrate a colori nella chiesa di S. Elisabetta a Marburgo e nel coperchio del ricco reliquiario della stessa chiesa (preziosa opera di oreficeria franco-tedesca del 1220), in cui come nelle vetrate le opere di m. sono intercalate e episodi della vita della Santa. Il più completo insegnamento catechistico è però sul portale della chiesa di S. Maria della Salute a Viterbo, sorta nel 1330 come oratorio dell'ospizio delle donne traviate. Vi sono rappresentate per la prima volta le sette opere di m. spirituale e quelle di m. corporale di cui la 7°: «seppellire i morti» (due monaci calano nella fossa un cadavere e un chierichetto portacocce osserva la scena) entrò negli insegnamenti morali, forse per cause contingenti, ben prima del sec. XIV. Essa infatti era praticata in prevalenza da quelle istituzioni (confraternite, ospizi, ospedali) per le quali la carità è scopo di vita. Il tema delle opere di m. così completato servì anche ad illustrare tali opere di assistenza (un esempio l'offre il prezioso codice miniato dell'Ospedale di S. Spirito di Roma, il Liber Regulae S. Spiritus del sec. XIV, ove le opere di m. sono rappresentate con maggiore libertà iconografica perché in relazione con scene di vita ospedaliera) e come tale compare sino ad epoche molto avanzate mantenendo intatto il suo linguaggio morale, anche quando le forme stilistiche si differenziano per la fantasia individuale degli artisti.
Eguale significato avranno perciò le 6 tavolette con opere di m. (fra cui la scena di «seppellire i morti») dipinte da Lorenzo Monaco (Pinacoteca Vat., nn. 196-201 calatago Porcella) e l'affresco bizantinenggiante nel duomo di Bergamo con una delle caritatevoli «andate dei Fratelli della m.» (un gentiluomo e due servi recano pane e bevande a poveri ignudi); i grandi affreschi di Domenico di Bartolo nel «Pellegriniano» dell'Ospedale della Scala a Siena, con scene di assistenza a malati ed indigenti, e le sette opere di m. dipinte nell'oratorio di S. Leonardo (detto il S. Francesco) ad Assisi, sede di una confraternita; gli affreschi quattrocenteschi di S. Martino dei Buonominii di Firenze, ove la scena dell'elemosina di s. Martino è in relazione alle opere di m., e il fregio in terracotta robbiana dell'Ospedale del Ceppo a Pistoia che, con iconografia assai rinnovata, il Baglioni compose con gusto popolare, pur mantenendo l'antica tradizione evangelica di raffigurare il Cristo nel misero e nel pellegrino. Infine si giunge alla grande tela del Caravaggio con le Sette opere di m. per la chiesa del Pio Monte della m., di Napoli; in cui la libertà del linguaggio pittorico e della iconografia (idea unica di porre a simbolo del «visitare i carcerati» e «nutrire gli affamati» la scena della figlia che nutrì il vecchio padre prigioniero con il latte del suo seno) non toglie al tema nulla di quello stimolo caritativo che il brano evangelico ha mantenuto nei secoli. - Vedi tav. LXXI.
BISL.: M. Didron, Les oeuvres de miséricorde, in Annales archéologiques, 21 (1861), pp. 195-209; P. Cahier, L'art et la charité, in Revue de l'art chrét., 23 (1879), pp. 88-95; Fr. X. Kraus, Geschichte der christlich. Kunst, II, Friburgo in Br. 1897, pp. 198-200; P. D'Ancona, La miniatura fiorentina, I, Firenze 1914, p. 15; II, pp. 101-104; L. Testi, Le Baptist. de Parme, 1916, pp. 84-95; A. Scriattoli, Viterbo nei suoi monumenti, Roma 1920, pp. 167-68; J. Sauer, Symbolik des Kirchengebäudes, Friburgo in Br. 1924, pp. 74-82, 553; K. Künstle, Ikongor, der christl. Kunst, I, 1918, pp. 194-99; R. Hamann, Die Elisabethkirche zu Marburg, II, Marburg 1929, pp. 3-7, 33.
