Tale manifestazione è duplice, l'una al termine della vita di ciascuno (giudizio particolare), l'altra, alla fine dei tempi, per l'insieme dell'umanità (giudizio universale).
I. G. D. PARTICOLARE. - La dottrina definita dalla Chiesa congiunge indissolubilmente il g. di particolare, che segue la morte di ciascuno, con l'immediata retribuzione delle anime.
I. Errori
Secondo l'antica concezione giudaia tutti i morti, Ebrei e pagani, buoni e cattivi scendono nello s'è il e vicendono una vita dimezzata, e ommorabile, immersi nel silenzio, nel buio, nell'inazione completa, quasi presi da profondo sopore (cf. Job. 10, 20-22; Eccle. 9, 10). Questa concezione influì fortemente su alcuni scrittori cristiani, fin dall'inizio. Secondo S. Giustino (Dial. cum Tryph., 5:PG 6, 487) le anime saranno custodite in luogo diverso, in base ai rispettivi meriti, iudicii tempus exspectantes. S. Ireneo (Ado. Haer., 5, 31:PG 7, 1208) riteneva che abibunt in invisibilem locum per attendervi la risurrezione dei corpi. Tertulliano (De anima, 55 e 58:PL 2, 742, 750) era convinto che tutte le anime rimanessero penes inferos fino al giudizio universale, però le danno avrebbero esperimentato in anticipo supplica, le salve refrigeria; ai martiri invece riteneva che fosse concessa immediatamente la visione di Dio come privilegio (De resurr. carnis, 43: ibid., 856). Secondo Lattanzio (Institutiones, 7, 21: ibid., 6, 80) tutte le anime saranno adulte in una communione custodia in attesa del giudizio finale. Vigilanzio, fortemente combattuto da S. Girolamo (Contra Vigil., 6 e 17:PL 43, 344, 352) ritenne che sarebbero rimaste assopite (πανυγχία: semi veglia) o addormentate (ἀπνος: sonno) fino alla seconda venuta di Gesù.
Questo errore riapparve in Oriente con Fozio e attraverso Teofilatto, Eutimio Zigabeno, Giovanni Zonaras, Giuseppe Bryennios e Simeone Tessalonicese fu trasmesso a quei teologi greci che, capeggiati da Marco Eugenico, si opposero alla definizione del Concilio di Firenze. Da quel tempo, come reazione contro la Chiesa latina, divenne quasi generale presso i dissidenti greci e lentamente penetrò anche presso i Russi.
In Occidente si ebbe un'effimera e parziale reviviscenza di questa arcaica teoria nella controversia De visione beatifica che si agitò tra Francescani e Domenicani sotto il pontificato di Giovanni XXII (m. nel 1334). Sembra che lo stesso Pontefice, come privato dottore, abbia per qualche tempo abbracciata l'opinione di quei teologi minoriti che, pur concedendo alle anime piemamente purificate l'ingresso in Paradiso e la visione dell'umanità di Cristo, ritenevano che la visione intuitiva della Divinità sarebbe stata loro concessa solamente dopo la resurrezione della carne.
Nel sec. XVI i protestanti fecero rivivere il vecchio errore: Lutero affermò omnes dormire insensibiles, exceptis paucis, usque ad diem iudicii (Ep. ad Amsdorf, 13 genn. 1522, E. L. Enders, III, Erlangen 1925, pp. 269-70); Calvino invece, dopo aver combattuto la teoria, cara agli anatibisti, del sonno delle anime (De psychopannychia, Strasburgo 1542) sostenne omnia teneri suspensa donec Christus appareat Redemptor (Instituto relig. Christ., III, 25). Nel sec. XVIII l'anglicano Tomaso Burnet diede veste scientifica alla dottrina dello stato intermedio delle anime, in attesa del giudizio finale, ma fu efficacemente combattuto dal Muratori (De paradiso regnique caelestis gloria, Verona 1738). Oggi l'ostilità contro il g. d. particolare è molto diffusa tra i protestanti liberali. Contrari al g. d. particolare sono anche i tuteopichiti, che come Taziano (Adv. Graecos, 13:PG 6, 833) e alcuni arabi (cf. Eusebio, Hist. eccl., 6, 37:PG 20, 598). Priestley (m. nel 1804) e gli avventisti insegnano che l'anima, al momento della morte, viene annichilita, per risuscitare poi, insieme con il corpo, prima del giudizio universale. Gli gnostici, i maniche e i teosofi, ammettendo la metempsi così (v.), rigettano necessariamente il g. d. particolare.
2. Dottrina cattolica
Dal sec. XIII, per i molti contatti che ebbero con l'Oriente, i papi furono portati a chiarire questo punto e più volte ribadirono la stessa dottrina, che le anime giuste e pienamente purificate subito (mox) sono ricevute in cielo, che quelle macchiate da peccato mortale subito (mox) vengono gettate nell'inferno: così il Concilio di Lione (1274) nella professione di fede di Michele Paleologo (Denz-U, 464), Benedetto XII nella costituzione dogmatica Benedictus Deus (1336) con cui troncò la controversia sorta sotto Giovanni XXII (ibid., 530-31), il Concilio di Firenze (1439) nel decreto di unione con i Greci (ibid., 693), Gregorio XIII e Benedetto XIV nelle professioni di fede prescritte ai dissidenti, che ritornavano all'unità della Chiesa (ibid., 1084, 1468). In questa dottrina è implicitamente affermato che tutte le anime, subito dopo- 1 -
la morte, subiscono il g. d. particolare con il quale viene loro assegnato il premio o il castigo.
Alla stessa maniera nella S. Scrittura, mentre direttamente si parla della immediata retribuzione dei buoni e dei cattivi, indirettamente si afferma il g. d. particolare. L'immediata rimunerazione è chiaramente indicata da Gesù sia quando afferma che al momento della morte Lazzaro è portato nel seno di Abramo e che l'epulone viene sepolto nell'inferno (Lc. 16, 22), sia quando risponde al buon ladrone: «Hodie mecum eris in Paradiso» (ibid 23, 43). S. Paolo insegna la stessa cosa quando esprime il desiderio di morire (peregrinari a corpore) per abitare insieme al Signore (praesentes esse ad Dominum: ἐνδημήσαι πρὸς τὸν Κύριον [II Cor. 5, 8]), come quando afferma che Cristo è morto per noi, affinché sia nella vita, sia nella morte simul cum illo vivamus (I Thess. 5, 9-10). La stessa idea è soggiacente ad altri testi: Mt. 26, 24, II Cor. 5, 10, Philip. 1, 23, Hebr. 9, 27, Apoc. 14, 13.
La dottrina neotestamentaria si riflette nel pensiero dei Padri apostolici: Ignazio (Rom. 4 e 7; Trall. 13), Clemente romano (I Cor. 5, 4; 5, 7), Policarpo (Phil. 9) e riceve un particolare chiarimento in s. Cipriano: «Accettiamo la morte, che a ciascuno assegna la sua dimora e che strappandoci ai lacci del secolo ci restituisce al Paradiso e al Regno... Lassù i nostri cari ci attendono e una schiera numerosa ci desidera, ormai sicura della propria sorte, ma trepidante ancora per la nostra salute (iam de sua incolumitate secura et adhuc de nostra salute sollicita)» (De mortalitate 26: PL 4, 601). Lo stesso Origene, quando riproduce il pensiero tradizionale, asserisce che l'anima al momento della morte (cum ex hoc mundo discesserit) sarà trattata secondo i suoi meriti, raggiungendo le gioie del cielo o le pene eterne del fuoco (De principiis, i, praef. 5: PG 11, 118).
Ai secc. iv-v l'idea del giudizio e della retribuzione al momento della morte è largamente attestata dai grandi Dottori: s. Gregorio Nazianzeno (Oratio in laudem Gorgoniae 23: PG 35, 815), s. Gregorio Nisseno (In funere s. Pulcheriae: ibid. 46, 870; tibi oculum clausit, sed lumini aeterno aperuit... de regno ad regnum traducta est), s. Giovanni Crisostomo (In Mt. hom. 14, 4: ibid. 57, 222; cum hinc abierint; De beato Philogonio: ibid. 48, 749; hodie beatus ille ad tranquillam vitam translatus est... ad beatam sortem hodie transit), s. Girolamo (In Ioel. 2: PL 25, 965; quod in die iudicii futurum est omnibus, hoc in singulis die mortis implentur). Non mancano alcune incertezze in s. Ilario di Poitiers e in s. Ambrogio, ma sono dovute all'influsso dell'escatologia giudaica e originaria. S. Agostino, che talvolta ha ondeggiato, nel De anima et eius origine (2, 4, 8: ibid. 44, 499) scrisse rectissime et valde salubriter credit iudicari animas, cum de corporibus exierint. Finalmente la concisa e nitida formola di s. Gregorio Magno (Dial. 4, 28: ibid. 77, 365) die exitus sui indica il cammino, che sarà seguito da tutta la scolastica.
S. Tommaso illustra la convenienza del g. d. particolare: il raggiungimento del fine ultimo di ogni essere non può essere differito (C. Gent. 4, 91); l'uomo deve essere giudicato come individuo (g. d. particolare) e come membro della società umana (g. d. universale), cf. Sum. Theol. 3, q. 59, a. 4, ad 1; Suppl. q. 69, a. 2; q. 88, a. 1, ad 1.
3. Natura del g. d. particolare. — Il giudice è Gesù Cristo, non soltanto come Dio, ma anche come uomo (cf. Mt. 28, 18; Io. 5, 22; Act. 10, 42). L'anima, nell'istante del giudizio, non vede la Divinità intuitivamente, altrimenti sarebbe già beata, né vede l'umanità del Redentore, ma, attraverso una luce infusa, apprende che l'Uomo-Dio è il supremo giudice dei vivi e dei morti.
Dio conosce l'anima per una intuizione immediata ed essa, sotto l'irradamento della luce divina, ha di sé un'adeguata cognizione abbracciando tutto il suo operato fin nei minimi particolari e valutandolo senza possibilità di errare. Questo bilancio interiore, nella luce dell'eternità, costituisce la sentenza.
Nella rapida illuminazione di tutto il suo essere e il suo operato, l'anima nel formulare spontaneamente un infallibile giudizio su se stessa, esperimenta e apprende di essere giudicata da Dio. Ciò accade nello stesso luogo e momento, in cui essa cessa d'informare il corpo. Nel medesimo istante il giudizio ottiene la sua esecuzione dall'onnipotenza divina, cui spontaneamente asseconda l'interna inclinazione dell'anima giudicata, poiché come i corpi pesanti discendono e i leggeri salgono, così pondere suo i cattivi cadranno nei tormenti, i buoni voleranno verso il luogo dei godimenti (cf. Sum. Theol., suppl. q. 69, a. 2).
II. G. D. UNIVERSALE. — I. La verità del g. d. universale è formalmente contenuta nella S. Scrittura. Nel Vecchio Testamento dopo i primi cenni di Ps. 97 (8-9) e di Eccle. (12,4) l'annunzio del g. d. universale si va precisando nelle vivide descrizioni dei profeti (Is. 13, 9; 66, 15; Ioel 2, 1; Soph. 1, 2; Dan. 7, 8) e di Sap. (5, 1-13). Tutto il Nuovo Testamento è dominato da questa grande prospettiva. Gesù ne parla spesso nella sua predicazione (Mt. 11, 22-23; 12, 41; 16, 27; 26, 64; Lc. 10, 12-14; II, 31-32; Io. 5, 29; 12, 48) e ne descrisse con magnificenza i particolari nel discorso escatologico: «Quando il Figlio dell'Uomo verrà nella sua gloria e tutti gli Angeli con lui, egli siederà sul trono della sua maestà; e si aduneranno intorno a lui tutte le nazioni ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capretti; e metterà le pecorelle alla sua destra e i capretti alla sinistra. Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del Regno preparato a voi fin dalla creazione del mondo... Allora dirà anche a quelli, che saranno alla sinistra: via da me, maledetti, al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo e per i suoi angeli...» (Mt. 25, 31-46; cf. Mac. 13, 26-27; Lc. 21, 27). Gli Apostoli riecheggiano l'insegnamento del Maestro (Act. 10, 42; 17, 31; 24, 25; Rom. 2, 16; 14, 10; I Cor. 3, 4; 4, 5; II Cor. 5, 10; II Tim. 4, 15; II Thess. 2, 5; II Pt. 2, 9; Jud. 15; Apoc. 20, 12).
Tutta la tradizione cristiana visse sotto la forte impressione di quest'annunzio e volentieri ne descrisse i particolari, a scopo parentizio (cf. M. J. Rouet de Journel, Euchiridion Patristicum, 11a ed., Friburgo in Br. 1937, nn. 74, 364, 396, 579, 694, 724, 964, 1172, 1456, 1768, 1880, 2140). S. Agostino sintetizzò il costante insegnamento dei Padri nella nota frase: «Nessuno mette in dubbio o nega che Gesù Cristo, come lo annunzia la S. Scrittura, pronunzierà l'ultimo giudizio» (De Civitate Dei, 20, 30: PL 41, 708). La Chiesa più volte ha definito questa verità nei simboli apostolico, niceno-costantino-politano, atanasiato, nei Concili del Laterano del 649 (Denz-U. 225) e del 1251 (ibid., 429), di Firenze (ibid., 63) e nella professione di fede emanata dopo il Concilio di Trento (ibid., 994).
2. Circostanze del g. d. universale. — Il giudice sarà l'Uomo-Dio (Io. 5, 22; Act. 10, 42; Rom. 14, 10; II Cor. 5, 10), che apparirà dall'alto dei cieli, preceduto dalla Croce (Mt. 24, 30), circondato da schiere di angeli e di santi (Mt. 24, 31; Mc. 8, 38; Lc. 9, 26; I Thess. 3, 13; II Thess. 1, 7), in un alone luminoso di nubi e di fuoco (Mt. 25, 30; 26, 64; Mc. 13, 26; 14, 62; Lc. 21, 27; Act. 7, 30; I Thess. 4, 17; II Thess. 1, 8), seduto in un trono di maestà (Mt. 19, 27; 25, 31; Apoc. 20, 11-12), assistito nell'atto di giudicare dagli Apostoli (Lc. 22, 2), dai martiri e da coloro che osservarono i consigli evangelici (Mt. 19, 27-28).
Saranno giudicati tutti gli angeli (I Cor. 6, 3; II Pt. 2, 4; Jud. 6) e tutti gli uomini (Mt. 25, 32; Rom. 14, 10; I Cor. 5, 10; Apoc. 1, 7) circa i pensieri (I Cor. 4, 5), le parole (Mt. 12, 36), le opere (Rom. 2, 6) e le omissioni (Iac. 4, 17; Eccle. 12, 14).
La sentenza verrà data attraverso un’illuminazione interna collettiva, per cui tutti gli esseri intelligenti conoscieranno le proprie e le altrui azioni nel loro valore individuale e soprattutto nei loro riflessi sociali, in rapporto alla storia del mondo e all’economia del tutto (cf. *Sum. Theol.*, *suppl.* q. 88, a. 2).
Il tempo del g. d. universale è noto soltanto a Dio (*Mt. 24, 36; Mt. 13, 32; Act. 1, 7*), sebbene nella Scrittura siano indicati alcuni segni forieri: la predicazione e l’accettazione del Vangelo in tutto il mondo (*Mt. 24, 3 e 14; Mc. 16, 15-16; Lc. 21, 24; Rom. 9, 25*), l’apparizione dell’Anticristo (v.), la conversione d’Israele (Os. 3, 4-5; Rom. 11, 25-27; II Cor. 3, 14-17), la grande apostasia (*II Thess. 2, 3; Mt. 24, 11-12; Lc. 17, 26-30; 18, 8; I Tim. 4, 1; II Tim. 3, 1*), le perturbazioni cosmiche (nel cielo: *Joel 2, 30; Mt. 24, 29, 30; Lc. 21, 25-26, e nella terra: Mt. 24, 7-8; Lc. 21, 25-26*).
Il luogo sarà scelto da Dio. La popolazione vale di Giosafat si fonda sopra una illegittima trasposizione di un nome simbolico (*Iosaphat: Deus iudicabit*), cui accenna Gioele (3, 2).
3. *Ragioni del g. d. universale.* – Il bene e il male hanno delle ripercussioni sociali e dei prolungamenti nel tempo e nello spazio, i cui ultimi effetti possono essere valutati solamente quando il corso del tempo sarà arrestato (cf. *Sum. Theol.*, 3ª, q. 59, a. 5). La clamorosa condanna del peccato in tutte le sue conseguenze restauerà la gloria estrinsecsa so
(da Herraée di Landsberg, Hortus deliciarum, Strashurgo (66), tux. 67) Griffozio pifimo - G. d. universale: 1. Processione degli eletti; 2. Configurazione generale del mondo attuale; 3. Cristo al centro del nuovo firmamento, e terra nuova. Particolare delle miniature dell'Hortus deliciarum (ca. 123
ttratta a Dio, mentre il trionfo di Gesù Cristo e di tutti i membri del suo Corpo Mistico sarà il premio adeguato per coloro che fecero il bene e combatterono il male in un mondo irto di contraddizioni e loro prodigi di scherni e di martiri. Allora tutte le conseguenze degli atti buoni e cattivi saranno poste nella loro giusta luce.
L’ordine morale è nel segreto dei cuori; i fatti esterni non ne sono che la testimonianza. Perché rifuga un giorno quest’ordine in tutta la sua bellezza deve verificarsi la profezia di Gesù: «Nulla vi è di nascosto che non sia palesato, nulla di segreto che non debba esser conosciuto» (*Lc. 12, 2*). Ragioni di sapienza mantengono dei segreti nel corso dei tempi, ma il tempo, alla fine, dovrà versare il suo tesoro davanti agli occhi dell’universale assemblea. Tutte le maschere cadranno e i fariseismi felici recheranno il marchio di una incancellabile infamia.
Lo Schiller affermò che l’ultimo giudizio consiste nella storia universale. L’esperienza dei secoli ha risposto che il giudizio della storia, scritta dagli uomini, non è né chiaro né equanime. Il giudizio del Figliol dell’Uomo non solo sarà giusto, ma apparirà nel suo nesso con tutti i giudizi anteriori, come l’atto supremo, che suggella tutto l’operato di Dio dal principio alla fine. Quel giudizio non considererà gli avvenimenti soltanto nella linea orizzontale del tempo, che scorre tra l’oggi e il domani, ma sulla linea verticale, che li collega all’unico istante dell’eternità. Dio sarà giustificato in ogni suo atto e le vie da lui tenute nel guidare gli individui e i popoli apparieranno irreprensibili. Rifugeranno come le vie della sapienza e dell’amore, dopo che i misteri e gli enigmi del mondo saranno sciolti. Se la storia in certo modo potrà essere definita il giudizio del mondo, in senso più vero il g. d. universale sarà la storia svelata e manifestata. Nella sfolgorante luce che colpirà lo sguardo di tutti gli adunati dallo squillo della tromba angelica, ognuno vedrà che le sorti della storia umana sono legate alla persona dell’Uomo-Dio, che delle indefinite vicende umane è la ragione intima e il co-ronamento supremo.
*Theos. Roma 1923, pp. 83-99; I. Rivière, *Rôle du démon au jugement particulier chez les Pères*, in *Revue de sciences religieuses*, 4 (1924), pp. 43-64; G. Ricciotti, *S. Efrem Siro*, Torino 1925, pp. 176-89; A. Vonier, *Death and judgement*, Buckfast 1930; I. Tixeront, *Histoire des dogmes*, II, 9ª ed., Parigi 1931, pp. 343-50, 429-35; M. Jugie, *Theologia dogmatica christianorum orientalium*, IV, 11 (1931), pp. 36-178; A. Janssens, *La signification sotériologique de la parousie et du jugement dernier*, in *Divus Thomas Plaec.*, 3 (1933), pp. 25-38; L. Labouche, *Leçons de théologie dogmatique*, II, 17ª ed., Parigi 1934, pp. 349-434 (félice sintesi storica); G. Perrella, *La dottrina dell’oltretomba nel Vecchio Testamento*, in *Divus Thomas Plaec.*, 38 (1935), pp. 196-204; id., *La valle di Giosafat e il giudizio universale*, ibid., 40 (1937), pp. 45-50; M. Gordillo, *Compendium theologiae orientalis*, Roma 1937, pp. 188-95; B. Lavaud, *Le jugement dernier*, in *La vie spirituelle*, 57 (1938), pp. 113-39; L. Billot, *De novissimis*, 7ª ed., Roma 1938, pp. 40-47, 170-76; H. Rondet, *Le problème de la vie future*, in *Problèmes pour la réflexion chrétienne*, Parigi 1945, pp. 65-98; I. Rivière, *Rôle du démon au jugement particulier*, in *Bulletin de la littérature ecclésiastique*, 48 (1947), pp. 98-126; R. Garrigou-Lagrange, *L’altra vita e le profondità dell’anima*, Brescia 1947, pp. 58-67; L. Lercher-F. Dander, *Institutiones theologiae dogmaticae*, IV, 11, 3ª ed., Innsbruck 1949, pp. 428-30, 529-33;
A. Feuillet, Le triomphe eschatologique de Jésus d'après quelques textes isolés des Évangiles, in Nouvelle revue théologique, 81 (1949), pp. 701-22; P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, trad. II. di D. Pintonello, Roma 1950, pp. 329-44; A. Piolanti, De novitium, 3ª ed., Roma 1950, pp. 18-33; 149-69. Antonio Piolanti
ICONOGRAFIA. -
70. Archeologia
Cristo è il giudice dei defunti, come dichiara l'apostolo Pietro nel suo insegnamento al centurione Cornelio prima di battezzarlo (Act. 10, 25 sgg.).Un'iscrizione della Gallia del sec. IV dice espressamente: «Qui riposa in pace Dalmata, redento dalla morte di Cristo e mentre i santi intercedono per lui, attende lieto il giorno del giudizio futuro» (CIL, 12, 1694). Paolino di Nola compose l'epitaffio per il fanciullo Nicégo, pure esprimendo lo stesso concetto (ibid., 10, 1370). A Vercelli, nell'iscrizione del presbitero Sarmata, si dice che egli sarà presentato a Cristo dai martiri Nazario e Vittore (ibid., 5, 6739). In iscrizioni più tarde si trova la formula deprecatoria «per tremendum diem iudicii» contro i violatori dei sepolcri.
Nella volta di un cubicolo del cimitero di Domitilla il Signore è in cattedra, facendo con la destra il gesto di parlare, mentre stringe il rotolo con la sinistra. Ai suoi piedi sono prostrati in gesto supplice due giovani, assistiti da due santi in piedi (A. Bosio, Roma sotterranea, Roma 1632, p. 231). Nel soffitto di un cubicolo dell'ipogeo detto della Nunziatella, si ha pure la scena del Signore in cattedra: intorno stanno quattro defunti oranti, ciascuno tra due pecore, alternati con quattro santi, che stringono il rotolo della legge. Anche nella volta d'un cubicolo nel Cimitero maggiore sulla Via Nomentana è rappresentato Cristo giudice in cattedra tra due scrigni con rotoli della legge e quattro defunti oranti, due maschili e due femminili. Nel cimitero della Vigna Cassia in Siracusa, un affresco, oggi perduto, rappresentava il Signore nimbato col monogramma X, che con la destra invita la defunta Marcia, prostrata supplice a sinistra, morta a 25 anni, 7 mesi e 25 giorni, come era indicato dall'epitaffio in greco; ai lati di Cristo erano gli apostoli Pietro da una parte e dall'altra Paolo, ciascuno con il rotolo della legge. Sull'arco era l'iscrizione, pure in greco: «Ricordati della tua serva Marcia» (G. B. De Rossi, Arcosolio dipinto di singolare importanza, in Bull. arch. crist., 3ª serie, 2 [1877], pp. 149-159 e tav. 11). Nel cimitero di Bassilla, il Signore nimbato è assiso in cattedra sul tribunale; nella sinistra stringe il rotolo, con la destra tocca il capo di un orante in piedi davanti al tribunale, assistito da due santi quali advocati. Sul lato destro di un rilievo del cimitero detto dei ss. Marco e Marcelliano, in cattedra sopra un alto tribunale è assiso il Signore, distinto dal monogramma X inciso sul capo e dalle parole AECIOTHC HMQN «nostro Signore». Egli pone la destra sul capo del defunto EEOAOTYACO, effigiato umilmente più in basso, tra due pecore che simboleggiano il gregge degli eletti. A fianco c'è l'iscrizione in greco di Aurelio Teodulo e Cecilia Maria, sul lato sinistro era rappresentato Mosè con il volume della legge, come si apprende dalle parole MOYCHIC IPOFHTHC (Wilpert, Pitture, pp. 382, 434, fig. 41; id., Sarcofagi, tav. 205, 2). Al defunto Aurelio Teodulo si esprime l'augurio EIC ATAIIHN che possa cioè essere accolto nel banchetto celeste, secondo la promessa del Signore agli Apostoli (Lc. 22, 28 sgg.). Anche altre iscrizioni cristiane terminano con lo stesso augurio: «Iuste nomen tuum in Agape, Licinius Iustinae coniugi merenti in Ag(a)p(e)» (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 4ª serie, 1 [1882], p. 113). Anche nell'ipogeo sincretistico sulla Via Appia, la defunta Vibia, dopo il suo giudizio, è condotta (inductio Vibia) dall'angelus bonus nel giardino celeste per unirsi nel convito con gli altri bonorum iudicio iudicati (Wilpert, Pitture, tav. 132, 1).
Cristo imberbe in tunica e pallio opera la separazione delle pecore (gli eletti), dai capri (i rei), secondo Mt. 25, 33 sg. in un coperchio di sarcofago edito dal Wilpert (Sarcofagi, tav. 83, 1). Questo soggetto viene ripetuto nei musei di S. Martino in caelo aureo (S. Apollinare Nuovo) in Ravenna (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, IV, Prato 1880, tav. 248, 4) e S. Paolino di Nola lo fece dipingere nella basilica di S. Felice (PL 61, 339). Enrico Josi
71. Arte
Più tardi il tema viene ripreso spesso nelle miniature sia orientali che occidentali, specie in quelle da assegnare all'arte carolingia, particolarmente alla scuola di Reichenau. Così nel Salterio di Karlsruhe (CLXI), così nell'Evangelario di Monaco (LVII) ove il g. d. universale è raffigurato in due scene sovrapposte, dedicate rispettivamente al g. d. universale e alla risurrezione della carne. Accanto a Cristo giudice in trono sono gli angeli e gli Apostoli. Inferiormente, oltre agli angeli e gruppi di eletti e di dannati, compare Satana accompagnato da diavoli che incatenano i peccatori. Più complessa l'Apocalisse di Bramberga (Cod. A. II. 42), sempre del 1000 a. c., in cui si trova anche una vivace descrizione della risurrezione dei corpi.Anche il più antico affresco con il g. d. universale, quello dell'abside di S. Giorgio ad Obergell, appartiene alla scuola di Reichenau. Oltre agli elementi comparsi fino allora vi si vede la Madonna intercedente e i risorgenti della terra nei vari momenti della loro rinascita. Il g. d. universale di S. Angelo in Formis, presso Capua, è collegato iconograficamente a queste rappresentazioni nella C. L'affresco, che si estende sulla parete di contraffacciata (1075 ca.), si compone di cinque fasce orizzontali, dominate da una gigantesca immagine del Cristo.
Nel sec. XII si moltiplicano le rappresentazioni del g. d. universale specie nelle miniature che illustrano le testate degli Officia defunctorum. Nella miniatura Herrad di Landsberg (v.) si trovano il torrente infuocato che scorre dal trono della Maestà, i Profeti ed i Patriarchi, Adamo ed Eva supplici, due angeli che arrotolano il cielo e le stelle come pergamene.
Lo schema iconografico così costituito si diffonde con aggiunte o semplificazioni, nelle decorazioni scultoree delle cattedrali romaniche e gotiche, lasciando, nella sola Francia, tra il XII e il XV sec., più di 40 complessi monumenti. Nelle più antiche rappresentazioni che hanno luogo sui portali laterali della facciata o delle navate, a Moissac, Arles, Beaulieu, Conques, ecc., la parte centrale della Nuova Cattedra è occupata dall'immensa figura del Cristo. Ma ad Autun, verso le metà del sec. XII, Gislebertus, riducendola, può descrivere, oltre la maestà ed il g. d., la risurrezione ed il peso delle anime, caratterizzando quasi singolarmente i dannati (l'avaro, il lussurioso, ecc.). Con l'avvento del gotico (Laon, Chartres, nel 1212-20) la narrazione impegna anche gli archivisti, mentre gli Apostoli, accompagnati dalle vergini savie e folli e dalle sibille, si dispongono verticalmente lungo le modanature architettoniche. Ed infine, a Notre-Dame di Parigi, nel primo quarto del sec. XIII, la rappresentazione del g. d. universale occupa il posto d'onore di tutta la decorazione dell'edificio, imponendosi nel grande portale di facciata.
Anche la lunetta del battistero di Parma, datata 1196 ed opera dell'Antelami, è prossima alla scultura francese. Nell'archivoltà si allineano gli Apostoli, nell'architrave trovano posto gli eletti ed i repobbi ancora risorgenti. Nel semicerchio centrale è il Cristo con le braccia alzate.
L'Italia possiede ancora una importantissima serie pittorica di g. d. universali che va dal Duecento al Quattrocento. Il famoso museico di Torcello, nonostante gli evidenti influssi bizantini, è da considerare opera occidenziale ed esercitò una forte influenza su analoghe rappresentazioni in Grecia ed in Oriente. La scena, suddivisa in sei zone orizzontali, può essere considerata la più vasta composizione del tema. Quasi simile il g. d. universale del battistero di Firenze, che occupa un quarto della volta.
A Roma, tra il 1293 ed il 1295, il Cavallini (v.) affrescò sulla parete di contraffacciata della basilica di S. Cecilia un grande g. d. universale, pervenuto lacunoso, al cui centro è il Cristo, fra due file di Apostoli solennemente disposti su cattedre. I beati sono divisi in tre schiere, ed i dannati vengono precipitati all'inferno. La rappresentazione delle singole pene dell'inferno occupa gran parte dell'affresco di Giotto a Padova (1303-1305), mentre già nei rilievi dei pulpiti di Giovanni e Nicola Pisano, e poi negli affreschi della cappella Strozzi a S. Maria Novella in Firenze (opera di Nardo di Cione, seconda metà del Trecento), le separazioni fra santi, Apostoli ed angeli non sono altrettanto rigide, ed al g. d. universale incominciano
